domenica 27 novembre 2011

LA FUIS RINGRAZIA FABRIZIO GIULIMONDI

(26-11-2011) LA FUIS RINGRAZIA FABRIZIO GIULIMONDI

La F.U.I.S. ( Federazione Unitaria Italiana Scrittori ) ringrazia per la preziosa collaborazione svolta in questi mesi nel campo giuridico-legislativo il dott. prof Fabrizio Giulimondi, ed esprime viva speranza di poter ricevere ancora il suo intelligente contributo anche nel futuro. Il prof. Giulimondi, nel ringraziare sentitamente ed affettuosamente i responsabili della Federazione ha dato la sua piena e convinta disponibilità a fornire, ogni volta fosse necessario, ogni ausilio tecnico-normativo utile all’importante opera che la F.U.I.S. esercita nella vita culturale dell’Italia.

giovedì 24 novembre 2011

Fabrizio Giulimondi:Rigettato dal TAR il ricorso avverso l’assunzione di impiegati presso il comune di Pignataro Maggiore (Caserta)

Il Prof. Fabrizio Giulimondi, Componente della Commissione esaminatrice per il concorso pubblico per soli esami per la copertura di n. 6 posti di applicato amministrativo –categoria B – posizione economica B1 al Comune di Pignataro Maggiore(Caserta), in merito a notizie giornalistiche apparse nei mesi scorsi su presunte irregolarità di dette procedure, riporta il dispositivo di rigetto del ricorso emesso dal TAR Campania, sez. V, lo scorso 21 novembre.

"Il ricorso volto a contestare l'esito negativo della partecipazione al concorso de quo, è infondato e va respinto. Il Tribunale Amministrativo Regionale in data odierna (21 novembre 2011), pronunciandosi definitivamente sulla questione in epigrafe indicata, rigetta le richieste di annullamento degli atti della procedura concorsuale per l'assunzione di n. 6 applicati amministrativi di cat. B1.”

mercoledì 23 novembre 2011

Fabrizio Giulimondi :PROTOCOLLO DI INTESA FRA L'ATENEO E IL TEATRO DELL'OPERA DI ROMA


GRAZIE AL TENACE LAVORO DEL PROF. FABRIZIO GIULIMONDI, DOCENTE DI DIRITTO AMMINISTRATIVO E PUBBLICO PRESSO L'UNIVERSITA' DI CHIETI-PESCARA "GABRIELE D'ANNUNZIO" E' STATO STIPULTATO UN PROTOCOLLO DI INTESA FRA L'ATENEO E IL TEATRO DELL'OPERA DI ROMA( il cui testo è sotto riportato).

IL PROF.GIULIMONDI ESPRIME IL PIU' VIVO COMPIACIMENTO PER IL TRAGUARDO RAGGIUNTO, TRAGUARDO IMPORTANTE NON SOLO PER ENTRAMBE LE ISTITUZIONI, MA ANCHE PER IL TERRITORIO OVE ESSE OPERANO.


PROTOCOLLO D’INTESA

TRA

La Fondazione Teatro dell’Opera di Roma, nella persona del Sovrintendente Dott. Catello De Martino;

E

L’Università degli Studi G. D’Annunzio di Chieti e Pescara, nella persona del Magnifico Rettore prof. Franco Cuccurullo

RITENUTO

-Opportuno procedere all’attivazione e regolarizzazione di varie forme di collaborazione, mirate a fornire un più stretto rapporto fra i percorsi formativi attuati dall’Università e gli ambiti più avanzati dello spettacolo operistico nei suoi vari aspetti e componenti (musica, danza, scenotecnica, costumistica, gestione e organizzazione di eventi, pubblicità e rapporto con la società, rapporti con le scuole ecc.);

-che sia necessario affiancare al percorso formativo degli studenti di discipline umanistiche sia una migliore comprensione dei linguaggi non verbali, sia i meccanismi produttivi della complessa attività del Teatro;

PRESO ATTO

- dello Statuto della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma, approvato con D.M. 25/11/99, nonché del riconoscimento allo stesso Teatro della ‘funzione di rappresentanza svolta nella capitale dello Stato’;

- che la Fondazione Teatro dell’Opera di Roma ha tra le proprie finalità statutarie la formazione e l’educazione della comunità, come indicato nell’art.3 comma 1 del suo Statuto: “La Fondazione non ha scopo di lucro e persegue la diffusione dell’arte musicale, la formazione e valorizzazione dei quadri artistici e tecnici, nonché l’educazione musicale della collettività”

SI CONVIENE E STIPULA QUANTO SEGUE

Art. 1

Il Teatro s’impegna a realizzare una Stagione di concerti da camera presso l’Università “G. D’Annunzio”, secondo modalità, tempi e costi che verranno concordati preventivamente, compatibilmente con le disponibilità finanziarie della stessa Università ed approvazione da parte dei suoi organi.

Art.2

Il Teatro s’impegna a contribuire, a titolo gratuito, alla preparazione culturale e tecnico-professionale degli studenti dell’Università “G. D’Annunzio”, offrendo loro la possibilità di effettuare tirocini formativi (stages) presso diverse strutture del Teatro, compatibilmente con le possibilità d’inserimento e previa intesa con gli Organi di Facoltà.

Art. 3

Il Teatro concorderà, per gli studenti e i docenti dell’Università “G. D’Annunzio”, speciali forme di accesso agevolato al Teatro stesso, sia per quanto riguarda singole manifestazioni, che per gli abbonamenti alle stagioni d’opera, di balletto o sinfoniche.

Art. 4

Il Teatro s’impegna a offrire la possibilità di organizzare conferenze e incontri per studenti dell’Università dedicati ai titoli presenti nel Cartellone della Stagione Lirica e di Balletto 2011/2012.

Art. 5

Il Teatro offre la possibilità agli studenti dell’Università “G. D’Annunzio”, d’intesa con il Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, dopo opportuni accordi e autorizzazione del Teatro stesso, di proporre articoli e ricerche sugli spettacoli in cartellone allo scopo di eventuali pubblicazioni nei programmi di sala o nel materiale didattico impiegato per l’iniziativa “All’Opera con Filosofia”.

Art.6

L’Università “G. D’Annunzio” s’impegna a provvedere alla copertura assicurativa dei suoi studenti per le attività di tirocinio o laboratorio.

Art. 7

L’Università “G. D’Annunzio” offre completa disponibilità per la diffusione e la promozione dei progetti artistici del Teatro, insieme con la diffusione del relativo materiale informativo.

Art. 8

L’Università “G. D’Annunzio”, compatibilmente con le disponibilità permesse dall’attività didattica, offre la propria collaborazione alla realizzazione di percorsi congiuntamente agli artisti ed al personale specializzato del Teatro.

Art. 9

Le parti, riconoscendo nel presente protocollo un concreto impegno reciproco ai fini della maggior diffusione dell’opera in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue componenti, convengono di stabilire, su impulso del Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, almeno un incontro annuale per la necessaria verifica dei risultati. Il presente atto, in via sperimentale avrà la durata anni 1 (uno) dalla data della sottoscrizione e sarà tacitamente rinnovato salvo disdetta di una delle parti da comunicarsi a mezzo di raccomandata A/R tre mesi prima della scadenza dell’atto stesso.

Art. 11

Il presente atto, redatto in quadruplice copia su carta uso bollo, è soggetto a registrazione in caso d’uso ai sensi degli artt. 5, 6 e 39 del D.P.R. n. 131 del 26/4/86 ed è esente da imposta di bollo ai sensi dell’art. 16, all. b, del D.P.R. 647/72. Le spese per l’eventuale registrazione sono a carico della parte richiedente.

Il Rettore

Prof. Franco Cuccurullo

Il Sovrintedente

Dott. Catello De Martino

martedì 22 novembre 2011

Fabrizio Giulimondi:Diritto alla vita ed eutanasia - quarta parte

(Francia) L'orientamenio,della giurisprudenza delle Corti di merito francesi (32), sin dall'inizio del secolo, tende a far prevalere da una parte il fattore sentimentale e pietistico e dall'altra l'elemento del dolore fisico, sulla indisponibilità del 'diritto alla vita della persona affetta da malattia Inguaribile. - (Olanda) La normativa in materia di provocazione attiva della morte da parte del medico riceve però un notevole balzo in avanti nei Paesi Bassi.

Oltre ad una vivace discussione condotta dal Parlamento, sano stati formulati dalla giurisprudenza negli anni '80 alcuni criteri in base ai quali in talune evenienze l'eutanasia non avrebbe dovuto essere penalmente sanzionata.

Operatori sanitari e del diritto chiesero la prescrizione da parte del Legislatore di direttive alla luce dei quali poter valutare correttamente Il proprio operato.

Il Parlamento olandese ha promulgato il 9.2-993 una legge dichiarando non perseguibile penalmente il medico che mette fine alla malattia di un malato terminale, solamente in presenza di 28 condizioni necessarie e imprescindibili, fra cui l'esistenza di dolori insopportabili; l'essere il paziente malato terminale; l'assenza di possibili 'miglioramenti; una istanza della cessazio­ne della propria vita effettuata in modo esplicito, volontario, ripetuto e previa ponderata valutazione.

Questa legge, entrata In vigore il 1° giugno 1994, rappresenta un primo passo verso li riconoscimento della eutanasia attiva, tramite una sua sirziale depenalizzazione.

La giurisprudenza dei Paesi Bassi ritiene oramai che un medico che provoca la morte del suo assistito, ricorrendo le condizioni sopra citate, può far appello alla sforza maggiore.. Il pensiero giuridico e legislativo olandese (33), però, ha compiuto dl recente un ulteriore passo in avanti. Dalla estinzio­ne della vita di un individunafflitto da sofferenze fisiche insop­portabili prodotte da un morbo incurabile, si è passati a consi­derare .delictunt excepturn. anche la morte procurata dal medico in caso di sofferenza morale.

Uno psichiatra che aveva .assistito. al suicidio di un paziente afflitto da una grave perturbazione mentale e che fece appello , alla causa vide respinto, nel giugno del 1994, il suo ricorso in Cassazione. La Corte Suprema olandese lo ha bensì giudicato colpevole, ma ha rinunciato ad infliggergli la pena. Nella sua pronuncia l'Alta Corte ha riconosciuto la possi­bilità per il-medico di invocare la sussistenza di una forza maggiore nel caso in cui abbia prestato ausilio al decesso di chi è soggetto ad una insopportabile sofferenza morale senza speranza di mSglioramento, ma soltanto a condizioni particolar­mente severe. Condizione primaria nel caso di un paziente gra­vemente sofferente a livello psicologico è che il medico sia convinto che il suo assistito abbia espresso il desiderio di morire in piena capacità di intendere e di volere; altresì la sofferenza non deve essere soggetta ad alcuna possibilità di mutamento in esefius. A differenza, però, di una patologia meramente fisica, è praticamente impossibile determinare obiettivamente, Ossia con mezzi scientifici, se colui che soffre di gravi turbe psichiche sia destinato a percorrere un inevitabile ed irreversibile percorso mortale.

La Cassazione olandese ha stabilito inoltre la condicio che non vi sia più alcun trattamento sanitario valido, Il dubbio rimane: se gli strumenti diagnostici e terapeutici al fine di indi­viduare e guarire una malattia di ordine mentale sono completa­mente diversi da quelli.riguardanti le patologie fisiche, in „quanto privi di certezza scientifica, come può il medico candese stabilire la insussistenza di ulteriori trattamenti curativi?

__Gli.organi legislativi dell'Olanda hanno positivizzato quanto espresso da questa sentenza. Nel febbraio del 1995 il Parlamen­to, esprimendosi con un voto non formale, ha superato gli argini, già molto fragili, delle legislazioni statunitensi, imple­mentando le opportunità di esercizio dell'eutanasia attiva: quest'ultima viene consentita anche nei casi di gravi sofferenze dl ordine psicologico, conseguenti ad un male incurabile, seppur non ancora allo stadio terminale (34).

Il Parlamento olandese termina questo percorso di legalizza-alone della eutanasia attiva (35) in data 10 aprile 2001, con una normativa entrata in vigore recentemente, il 1 aprile 2002. Il medico che pratica l'eutanasia o che presta assistenza ad un suicidio, per non essere perseguibile penalmente, deve essere persuaso che il paziente .ha fatto una scelta volontaria e ben meditata» e che versa in .sofferenze insopportabili.. Inoltre il medico deve informare il malato della sua situazione e su ciò che lo attende e accertare .che non esiste alcuna ragionevole soluzione alternativa. alla c.d. «dolce morte.. Le procedure relative alla eutanasia attiva devano essere sottoposte al controllo di Commissioni regionali di verifica, già previste dalla legislazione precedente, composte da almeno tre specialisti in campo legale, medico ed etico_ 11 compito che questi organismi dovranno svolgere sarà quello di verificare il rispetto di tutte le condizioni previste dalla norma. Le violazioni della succitate regole devono essere segnalate dalle Commissioni alla magistra­tura competente. La notevole — e direi clamorosa — novità consiste nella estensione del riconoscimento del diritto di darsi attivamente la morte anche ai minori. In particolare modo, .i «grandi minori. (16.18 anni) possono autonomamente scegliere di morire, previa consultazione dei genitori; i soggetti fra i 12 e i 16 anni possono optare per la «dolce morte, solamente dopo l'approvazione dei genitori o del tutore.

Il <> viene esplicitamente riconosciuto, come per altro già avvenuto anche in altre legislazioni europee e americane. La legge infatti riconosce la validità di una dichiarazione scritta del paziente in cui si esprime l'intenzione di ricorrere all'eutanasia. Il medico, ad ogni modo, non può esimersi dal valutare le condizioni fissate dalla normativa, sia che la richiesta giunga da un malato ancora lucido, sia che venga da un paziente che abbia redatto l'atto in un lasso di tempo antecedente al realizzarsi della incapacità di intendere e dl volere.

- (Italia) In Italia all'impostazione giuridica di tipo francese e inglete seguita dalla giurisprudenza di merito (36), si contrap­pone marcatamente la giurisprudenza di legittimità, che riafferma con Forza la natura di omicidio dell'eutanasia.

La giurisprudenza della Suprema Corte di Cessazione (37) ha negato che l'uccisione per pietà, anche nel caso di persona affetta da malattia inguaribile e in preda a insopportabile tormento, possa andare esente da pena, insistendo anzi nell'esigere un'accurata indagine sul consenso eventualmente prestato, al fine di accertare con rigore se esso non sia stato determinato dalla condizione di deficienza psichica del malato e, pertanto, da ritenersi invalido (38).

La giurisprudenza qualche anno fa è tornata sull'argomento con un provvedimento che non ha precedenti In Italia. La Corte di Appello di Milano con il decreto 31 dicembre 1999 (39) ha sancito che: Non può essere accolto il ricorso con cui il tutore (e padre) di un interdetto chiede l'autorizzazione ad interrompe­re le cure mediche che consentono di protrarre lo stato vegetati­vo, nonché l'alimentazione artificiale.. Per la prima volta un collegio di giudici Italiani ha affrontato 11 problema della scelta dei trattamenti da effettuare su individui che si trovano In stato vegetativo permanente, id est non hanno alcuna possibilità di recupero della coscienza, ma per Legge non sono morti.

La motivazione — particolarmente lunga per essere collegata ad un decreto — chiarisce che l'autorizzazione potrebbe essere concessa se i trattamenti medici (inclusa l'Idratazione e l'ali­mentazione artificiale), cui il malato é sottoposto, costituissero un accanimento terapeutico., nel senso precedentemente con­figurato.

II trattamento terapeutico, per i giudici milanesi, lede il primato dell'uomo concepito come supremo valore etico. Giudicare se il singolo trattamento medico costituisca accani. mento terapeutico non può che spettare alla classe medica .alla stregua delle nozioni scientifiche acquisite e -unanimemente condivise secondo i protocolli e le linee-guida a livello interna­zionale..

Come è evidente, la giurisprudenza è consolidata su posizioni contrarie alla liceità della eutanasia, sia di tipo passivo, sia di tipo attho.

Secondo autorevole dottrina (40) l'attentato alla persona umana non potrebbe essere realizzato nemmeno can leggi di revisione costituzionale, atteso che queste leggi incontrano il limite implicito di non poter intaccare. in nessun modo le norme principio, tra cui rientra l'inviolabilità della persona umana a mente dell'ari. 2 Casi-, sulle quali si fonda e nelle quali si identifica l'intero sistema costituzionale italiano:

, Né al contrario può essere addotto che nell'eutanasia la sop­pressione della vita avviene ad opera di un terzo (il medico, il parente), su richiesta esplicita della persona interessata, e che, quindi, la tutela dell'ordinamento non deve invadere la sfera privata dell'autodecisione dell'uomo.

Si può in replica osservare che nell'eutanasia, al contrario del suicidio, la decisione finale sulla morte è rimessa al terzo e non già all'interessato, e non si può quindi consentire che sia trasfe­rita ad altri la disponibilità della vita umana.

In realtà l'intangibilità della vita deve essere affermata anche da un punto di vista oggettivo che esclude rilevanza all'autodeci­sione, e ciò non solo per il richiamo al diritto naturale, ma anche per lo stesso art. 2 Cost., cose la inviolabilità dei diritti dell'uomo è posta in relazione con l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Questa norma, nella sua parte finale, pone l'accento su una impostazio­ne solidaristica che esclude la liceità dell'autodecisione ad elimi­narsi dal novero dei consociati. Questa negazione. dipende dal fatto che la norma in parola, nel momento stesso in cui tutela e riconosce i diritti-Inviolabili dell'individuo, contemporaneamen­te richiede al cittadino l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Il che significa che la nostra Costituzione prevede un ordinamento giuridico in cui il bene comune si avvantaggia della partecipazione di tutti i cittadini. Pertanto, poiché l'adempimento dei doveri inderogabi­li-di solidarietà è previsto con nonna precettiva costituzionale, si deve rilevare che in questo momento storico nel nostro ordi­namento una visione dl liceità dell'autodecisione del soggetto a consentire la sua morte è inammissibile.

Sul piano costituzionale rileva anche l'art. 32 che, tutelando il diritto alla salute, a maggior ragione tutela il dirifto alla vita del cittadino; di fondamentale importanza è l'ultima parte di questa norma: .La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Inoltre non si può non prendere in considerazione l'art. 5 c.c., il quale vieta gli atti di disposizione del proprio corpo quando cagionino una diminuzione permanente dell'integrità fisica —a fortiori la morte — o siano contrari all'ordine pubblico o al buon costume.

Sia il principio di solidarietà sia il principio personalistico, ai quali si è ispirato il Costituente, sono validi punti di riferimento per l'interprete al fine di ritenere che l'aptodicisione del soggetto interessato, su cui 'si pretende di fondare la liceità dell'eutanasia, trova un limite invalicabile nella tutela della vita umana: questa è un bene riconosciuto alla persona, non solo come singolo, ma anche come appartenente alla comunità che, nel perseguire il bene comune, si avvale degli apporti di ciascun consociato.

Nella contrapposizione fra un presunto diritto alla morte, non previsto direttamente o Indirettamente in alcuna Carta internazionale, in nessuna Costituzione nazionale e non appar­tenente ad alcuna tradizione del pensiero giuridico dottrinario e giurisprudenziale occidentale (salvo, come è stato illustrato, in alcOni recenti episodi), e il «finito alla vita., saldamente presente nell'ordinamento transnazionale e statuale, prevale senza ombra di dubbio questo ultimo.

E' giusto, comunque, trovare una soluzione, in termini giu­spenalistici, a determinate situazioni particolarmente gravose, avendo sempre dinanzi a sé, come una stella polare, il rispetto e la tutela del •diritto alla vita., 11 parere di alcuni Autorevoli Autori (41) può essere condiviso. Pur non ammettendo la possi­bilità di rinunciare al diritto alla vita di cui ogni individuo è titolare e pur rimanendo inalterata la qualifica delittuosa prevista dall'art. 579 c.p. (omicidio del consenziente), potrebbe essere opportuno, sull'esempio di qualche codice (come quello norvegese), introdurre nella nostra legislazione una norma speciale, la quale stabilisca una sanzione non elevata, con un minimo edittale basso, per il caso che sia cagionata per pietà la morte di una persona amata, clinicamente inguaribile e al solo scopo di porre termine alle sue sofferenze. Questa tipologia di disposizione affermerebbe sempre il principio che la vita umana è sacra e che il diritto alla vita è assolutamente indisponibile, ma eviterebbe al giudice di trovarsi nell'angoscioso bivio di infliggere una pena che la coscienza sociale considera esorbitan­te ed iniqua, invero di pervenire ad assoluzioni che non possono in alcun modo essere giustificate.

(Conclusioni) In conclusione un riferimento alla deontologia. medica non guasta.

Porse la riscrittura in termini moderni del giuramento di lppocrate (460 A.C.-377 A.C.) avutasi all'inizio del 2002 (42) solleva la classe medica da una grande ipocrisia. Il nuovo codice etico della professione sanitaria a cui ogni professionista della medicina deve attenersi non riporta più quelle straordinarie espressioni che il medico doveva pronunziare nell'incipit della propria opera professionale: «...che questo mio giuramento e con questa... attestazione osserverò integralmente con ogni vigoria e intelligenza... Per quanto riguarda la cura dei malati (li) difenderò da ogni danno e, inconveniente... né presso di me alcuna richiesta sarà valida per indurmi a somministrare veleno ad alcuno, né darò consigli di tal genere. Similmente non opererò sulle donne allo scopo di Impedire il concepimento e di procurare l'aborto... La nuova formulazione, omettendo questi peculiari .atteggiamenti etici e ileontologici» dell'esercente l'attività medica, rende maggiormente compatibili alcune pro­fessioni medico-chirurgiche con le normazioni che hanno depe­nalizzato o stanno- depenalizzando l'interruzione volontaria della gravidanza e le varie forme di eutanasia. -

Ci piace terminare un lavoro così delicato che tocca con drammaticità ogni essere umano con un pensiero di Socrate che, nel Pedone (43), esprime con forza la propria contrarietà al suicidio, alla eutanasia e a ogni intervento sull'uomo lesivo della sua dignità e della sua vita: .... in base a questo, dunque, non è precetto irragionevole che nessuno debba uccidere se stesso - prima che Dio non gli mandi un perentdrio comando.:

NOTE DI AGGIORNAMENTO

I) In corso di redazione del presente scritto la Corte di Assise di Appello di Milano ha adottato in data 24 aprile 2002 una sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto nei confronti di una persona, già condannata in primo grado per aver staccato il respiratore artificiale necessario per il manteni­mento in vita della moglie, mentre la Corte Europea dl Strasbur­go in data 29 aprile 2002 ha rigettato all'unanimità la richiesta di suicidio assistito presentata da una cittadina britannica. In relazione al primo caso giudiziario si precisa che, come si evince da questo lavoro, non si versa affatto in un caso di eutanasia: l'azione non è stata portata innanzi ité dal soggetto affetto dalla patologia con l'ausilio del medico, né da un operatore sanitario (o talora da un terzo, come 3l .Diane Pretty's case, sottoposto al cennato giudizio della Corte Europea) con il consenso del malato, bensì ad opera di chi con propria autonoma iniziativa volontariamente ha ucciso una persona, senza che la «vittima» abbia espresso in alcun moda il desiderio di morire alla presenza di alcune condizioni. In attesa del deposito della motivazione, chi scrive si augura che la Procura Generale della Repubblica di Milano ricorra in Cassazione avverso la decisione de qua.

Riguardo al secondo caso la Corte Europea dei diritti dell'uomo ha confermato il divieto del suicidio assistito previsto dalla legislazione penale britannica e, quindi, ha ribadito la decisione del novembre 2001 della Camera dei Lord, che si era già pronunciata al riguardo, negando l'autorizzazione richiesta da una donna affinché il marito ponessé in essere atti idonei te-si a procurarle la morte. Il provvedimento della Corte Europea rinforza l'indirizzo tendenzialmente contrario al riconoscimento giuridico della eutanasia della giurisprudenza europea e, specie con la sentenza del 1997 della Suprema Corte, di quella statuni­tense.

2) Indubbiamente l'approvazione il 16 maggio 2002 da parte della Camera dei Deputati del Belgio di una legge ancora più permissiva di quella olandese rappresenta un ulteriore vulnus per la sopra esposta impostazione giuridica e culturale dell'Europa.

Dott. Prof. Fabrizio Giulimondi

lunedì 21 novembre 2011

Fabrizio Giulimondi: Diritto alla vita ed eutanasia - terza parte -

(U.SA.) Sul plano legislativo, dopo numerose proposte di legge presentate In vari Stati dellUrdorie (dal Nebraska allo Stato dl New York, dallIdalto al West Vuginia), il primo documento con forza dl legge è stato varato dallo Stato della California nel 1976, noto come il Natural Death Act.. E' proprio in questo testo che si introduce per la prima volta l'espressione .living xiA., il testamento della buona morte. (18), che ha per oggetto l'eutanasia passiva: ad ogni adulto siene riconosciuto di disporre anticipatamente il rifiuto delle terapie di sostentamento vitale, nel caso che egli versi all'estremo della con­dizione esistenziale.

Successivamente altri Stati dell'Unione si sono incanalati su questo tragitto legislatiVo: nel 1977 altri 7, fino ad arrivare ad essere 47. Nel 1991 è entrata in vigore la legge federale sull'autodetermina­zione del paziente, nella quale si riconosce il diritto del malato stesso a prendere decisioni sulle terapie che lo riguardano. Dal riconoscimento della Uccisi dell'eutanasia, passiva, il Leghiate,- re statunitense è issato a consentire quella attiva.

L'8 novembre del 1994E stata approvata, mediante consultazione popolare, una legge nello Stato dell'Oregon, denominata .Suicidio assistito dal medico (.Measure 16.), che ha escluso l'applicazione del diritto penale alla classe medica nelle ipotesi rientranti nella eutanasia attiva, la cui entrata in vigore è stata però sospesa 1'8-12­1994 dalla Corte Federale dell'Oregon.

Uno stop a questo incedere della normativa verso una sempre maggiore decriminalizzazione dell'esercizio dell'eutanasia da pane degli operatori sanitari è giunto dal 1994 dagli Stati del Michigan, di New York, della California e di Washington: i loro organi legislativi hanno posto un divieto assoluto al suicidio assistito, comminando sanzioni penali per il medico responsabile di una condona che possa essere qualificata di assisted suicide. L'indirizzo giurisprudenziale dell'Autorità Giudiziaria degli Stati, inizialmente contrario alla pe­nalizzatone del suicidio assistito, come nel caso dello Stato di New York, le cui Corti si esprimevano nel 1950 e nel 1952 condan­nando un medico per aver ucciso una sua paziente malata di tumore, in un secondo momento cominciò a mutare andando verso una con­cezione più abusi].. Nel 1992, la stessa Corte dello Stato di New York assolse un medico per aver aiutato a morire un paziente, avendo «correttamente esercitatole professione medica.

In realtà già In precedenza, nel 1976, la Suprema Corte del New Jersey aveva riconosciuto esplicitamente, come costituzionalmente garantito, il .right to die., rientrante nell'ambito di azione del diritto alla prinacy. Il «diritto a morire., per la Suprema Corte, si sostante nel far cessare i mezzi straordinari atti ad assicurare un artificiale prolungamento della vita di persone affette da graaissime ed Irrever­sibili Infermità fisiche (19).

La decisione della Corte Suprema del 25 giugno 1990 sul caso Nancy Cr san (20) rappresenta il primo intervento a livello federale sul diritto a darsi la morte con l'assistenza medica. la Corte nella sua motivazione non fa riferimento al tralaticio right Io privacy, ma alla nozione cll Integrità fisica (bodilY ReitY) e al consenso informato (informed consoli). La Corte afferma, come conseguenza applicativa dei cenati principi, 13 diritto del paziente non solo di consentire i trattamenti sanitari, ma anche di non consentirli: .La Costituzione riconosce a una persona capace di intendere e volere il diritto protetto costituzionalmente di rifiutare lidz-atatone e la nutrizione, anche se life-saving ma si tratta di una decisione profondamente Personale, che non può essere rimessa., a soggetti dhersi dai diretti interessati..

Questa decisione rappresentò indubbiamente una conferma di quell'indirizzo giurisprudenziale che oramai si stava affermando nelle Corti distrettuali. Il diritto al suicidio assistito, inteso come diritto di un paziente di rifiutare trattamenti sanitari, anche se di sostentamento vitale, fra cui la nutrizione e l'idratazione, veniva affermato e confermato come diritto costituzionalmente garantito, anche se non più come precipitato giuridico del right to privacy, ma conte corollario del right m bodily integrity e dell'infonned consoli. La Suprema Corte concentra l'attenzione sull'aspetto probatorio dell'accertamento della volontà del paziente di suicidarsi per mano medica: La volontà che viene riferita come volontà espressa in passato deve essere effettivamente quella dell'interessato, accertata sulla basddl solide prove..

Successivamente a questa decisione, si sono succedute sentenze che solo in parte hanno confermato l'indirizzo favorevole indicato dalla pronunzia Cruzan.

Indubbiamente contraria si è manifestata la Corte di Appello federale che ha confermato il 9-3-1995 il divieto alla eutanasia approvato dallo Stato di Washington. Questa pronuncia è stata la prima a livello federale ad affermare che l'eutanasia è «antitetica alta difesa della vita umana, che è sempre stata una delle principali responsabilità dei Governi Costituzionali., e che non si può arrivare a garantire il diritto ad avere la collaborazione di una seconda persona nel provocare la propria molte, La Corte di Appello, inoltre, in motivazione ha scritto che: da presunta libertà di suicidarsi è sca­valcata da molti altri interessi legittimi dello Stato, compreso quello di non avere medici che interpretano il ruolo degli esecutori dei propri pazienti..

Un indirizzo della medesima natura era stato seguito dalla Suprema Corte del Michigan nel dicembre del 1994. Questo organo giudiziario ritenne che la Costituzione non lascia spari ad una lega­Lizzazione

Altra giurisprudenza delle Corti dl Appello federali di prima istanza confermò invece le posizioni favorevoli assunte dalle Cotti Statali (21), sulla linea tracciata dalla sentenza della Corte Suprema del 1990.

Un marcato cambiamento di rotta è rappresentato dalla sentenza della Suprema Corte degli Stati Uniti del 26 giugno 1997 (22).

Questa decisione, che segna un mutamento di non poco momento dell'indirizzo giurisprudenziale statunitense, determinando una ritrovata avversione per il riconoscimento del right to die, scaturisce dalla impugnazione di due sentenze delle Corti di Appello federali, qualificanti come diritto fondamentale il darsi la morte ad opera di attività medica (23). La Corte Suprema, partendo dal presupposto che almost eiery State is a crine to assist suicide, ritiene che i divieti contenuti nelle legislazioni di Washington e di New York

(entrambe oggetto di censura di costituzionalità) non costituiscono innovazioni. Piuttosto esse sono espressioni profonde dell'impegno dello Stato volto alla protezione e alla conservazione della vita.

la sentenza del 1997 nega nettamente che il diritto in questione rientri nell'ambito di applicazione del XIV emendamento (24), anche per la presenza di sei Interessi essenziali che si oppongono alla ope­ratività di tale diritto: conservazione della vita; prevenzione del suicidio; esitare influenze arbitrarie e ingiustificate; protezione dei membri della famiglia; protezione della integrità della professione medica; evitare un futuro movimento verso l'eutanasia ed altre forme di abuso.

11 vecchio continente ha seguito le stesse cadenze temporali e di approccio alla legalizzazione della «dolce morte., consentendo prima l'eutanasia passiva, poi quella attiva.

(Svizzera) Il primo tipo di pratica L stato approvato dall'Assemblea legislativa del Cantone di Zurigo il 27931967, in seguito a referendion favorevole.

- (Regno Unito) Il Regno Unito, in prima battuta, non ha approvato due proposte di legge sull'eutanasia -volontaria, l'ultima delle quali presentata nel 1969. Tuttavia recentemente anche in Gran Bretagna vi è stata una apertura alla morte assistita. La Carriera Alta del Parlamento britannico ha espresso appoggio, il 17.2.1994, ad una specie di «mini-eutanasia volontaria., richiesta preventhamento ed In condizioni di lucidità: il paziente deve stilare, prima dell'insorgere dell'eventuale malattia, un documento nel quale manifesta prefere n­ze e priorità. una volta costretto MI letto di morte. Si tratta in reale di una delle tante forme in cui si manifesta il .living wi11.. Lo stesso Indirizzo viene seguito da parte della giurisprudenza di merito bri­tannica (25) (26).

Una svolta direzionale verso un più chiaro riconoscimento della eutanasia passiva si ha con la opinione adottata dalla House of Lords nel 1993 (27). Per l'Alta Corte britannica iinterruzione medica dl ogni trattamento sanitario — compresa la nutrizione artificiale e l'idratazione — nei confronti di una persona In stato vegetativo per­manente non costituisce omicidio, se il Tribunale ritiene che questa scelta, oltre ad essere conforme a quanto prescritto dai codici di comportamento sanitario, si rilevi anche la più idonea nei migliore interesse dei paziente. La decisione sulla sussistenza di un test inserto — secondo la Suprema Corte del Regno Unito — spetta solo ai medici, ma deve essere confermata dalle Corti.

Lallouse of Lords, indicando un tale orientamento, elabora nella cultura giuridica inglese un modello che attribuisce un ruolo centrale alla classe medica (il medico diventa il vero decis" ion maker), la quale, mentre rimane sempre penalmente responsabile nei casi di eutanasia attiva, è invece legittimata a salutare il best interest del paziente nei casi di eutanasia passiva, previa autorizzazione giudiziaria. La decisione del 1993 riprende l'apertura effettuata dalla Suprema Corte nordamericana nel 1990, pur differenziandosene su un aspetto cardine: i giudici statunitensi esaltano la volontà del diretto interes­sato, anche espressa nel passato, purché provata con una certa preci­sione; quelli inglesi, invece, attribuiscono grande importanza alla valutazione del medici. Lascia sconcertati l'affermazione posta in essere dall'estensore della citata opinion; Lord Goff of Chievely «II principio della sacralità della vita è riconosciuto nell'ari 2 della Con­venzione europea sul diritti umani (Roma, 1950) e nell'art. 6 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (New York, . 1966), ma non è un principio assoluto».

Il caso deciso dalla House of Lords é stato preso a modello in diciotto pronunzie successive (28). Allo stato, quindi, Il modello inglese delineato dalla ghoispnadenza prodotta dal 1993 e dal Legisla­tore, pur qualificando sempre illegale l'eutanasia (29), esclude l'enti­.giuridicità deffeutanasia passiva, attuata tramite omissione di cure. La High Court of Justice, Family Divisimi, recentemente (22 marzo 2002), ha confermato questa nuova impostazione, La sentenza, autorizzando una peasona gravemente ammalata e soffe­rente a decidere per l'interruzione delle terapie che la tengono in vita, ha sancito il suo diritto .di morire In pace e con dignità, perché men­, talmente in grado di prendere la ma ultima decisione e perché la sua condizione può essere peggiore della morte».

La disciplina normativa nordamericana ed europea, che, in buona sostanza, si è limitata a decriminalirzama. almeno in parte, le diverse modalità di esercizio dell'eutanasia, è stata superata dalla legislazio­ne australiana.

- (Australia) Il Parlamento dello Stato del Northem Territory, con la legge appronta 1125 maggio 1995, emendata poi l'I febbraio 1996, configura l'eutanasia come un .cliritto.. Per ottenere di poter morire è richiesto che due medici, di'cui uno specializzato in psicologia, esprimano diagnosi concordi sulla non curabilità del paziente. Questa legge ha provocato una duplice opposta reazione: da una parte il dibattito politico e parlamentare anche negli altri Stati che compongono l'Australia, come Queensland, Australia meridionale e New South Wales, si è indirizzato a favore di una liberalizzazione dell'eutanasia; dall'altra la vigorosa reazione delle organizzazioni contrarie alla pratica in parola ha portato queste ultime ad adire la Suprema Corte dello Stato dei Territori del Nord. 11 ricorso, oltre a contestare il potere del Parlamento dl questo Stato ad emanare la detta normativa, ritiene che la configurazione dell'eutanasia come diritto contrasti con il valore fondamentale del diritta inalienabile alla sita che, seppur non preveduto esplicitamente, non può non essere incluso nei principi fondamentali garantiti dall'ordinamento giuridico australiano.

La Supreme Court of the Northem Territory il 24 luglio 1996 ha ritenuto valida la legislazione di cui si parla, in quanto essa rispetta i criteri stabiliti da una precedente sentenza della «High Court. federale del 1994:.1 diritti fondamentali, le libertà e le immunità possono essere abrogati dal Parlamento di uno Stato, purché Haien­rione del legislatore sia chiaramente manifestata in modo incontro­vertibile e non ambiguo..

Un pronunciamento cosi formulato non può essere compreso se non calandolo nel tessuto normativo delineato dal Costituente australiano dal 1900 al 1977. Nei 128 articoli che compongono la Costituzione non si è alcuna norma dedicata a garantire, riconoscere e tutelare quei diritti inalienabili che sono il prologo essenziale di qualsiasi Carta occidentale degli Stati democratici.

Il capitolo di questa sofferta discussione non solo giuridica, ma anche etica e politica, si è chiuso In forza di un intervento del Senato Federale Australiano che, prima che intervenisse l'Alta Corte di Canberra, adita in seguito all'impugnativa della cenata sentenza, in data 24 marzo 1997 ha abrogato la suddetta normativa approvata dagli organi legislativi dei Territori del Nord.

- (Spagna) Il diritto spagnolo si discosta in parte da queste posizioni. Il darsi la morte in modo attivo o passivo non è oggetto di alcun diritto costituzionale, ma Costituisce una semplice libertà di agire: si tratta, però, di un generico spazio di libertà non fruibile da tutti allo stesso modo.

Il Tribunale Costituzionale spagnolo, con le sentenze nn. 120 e 137 del 1990, ha infatti differenziatci chi rifiuta l'assistenza medica accet­tando ll rischio di morire senza ledere altri diritti o valori e. quindi, utilizzando la propria geneaica libertà per fini leciti, dal recluso che invece respingeackguate terapie che gli impedirebbero di decedere. solo elio scopo di esercitare indebite pressioni nei confronti della Pubblica Amministrazione. Il Tribunale ha Inoltre affermato che l'art. 25 comma 2 della Costituzione spagnola demanda alla legge la restrizione dei diritti del detenuto e che può essere annoverato tra questi anche il diritto all'autodeterminazione nella scelta dl un tratta­mento sanitario.

Infatti la legge penitenziaria, emanata in attuazione della disposi­zione costituzionale, prevede che l'Amministrazione carcerarla abbia il dovere di preservare la vita e la salute del detenuto (30).

La Corte Costituzionale spagnola, nel decidere la questione, ha posto In evidenza la difficoltà di valutare una materia intessuta di profonde implicazioni sociali e religiose coni limitati e riduttivi strumenti assicurati dal diritto: pur con questa consapevolezza, ha preferito applicare le uniche norme legislative esistenti.

Esse pongono a carico dell'amministrazione penitenziaria il dovere generico di assicurare la vita dei detenuti e di impedire che questi possano recare danno alla loro persona, ma non prevedono espressamente che, in casi come quello dello sciopero della fame degli internati, sia possibile provvedere al trattamento sanitario coattivo.

I motivi di perplessità nei confronti di questa decisione sono stati riassunti da due VOIOS particulares., rispettivamente formulati da M. RodrigueoPinero y BramFerrer e I. Leguina Villa. Entrambi i magistrati spagnoli hanno affermato che la relazione di soggezione speciale tra Amministrazione penitenziaria e recluso, pur basata sull'art. 25 comune 2 della Costituzione, non permette di limitare i diritti fondamentali come quello alla libera autodeterminazione in terna di trattamenti sanitari.

Sotto questo profilo, infatti, non si può ritenere ragionevole alcuna discriminazione tra cittadino libero e recluso. posto che è rilevante la condizione dl malato, piuttosto che quella di detenuto (31).

Inoltre non sembra possibile distinguere il caso in cui il diritto alla determinazione in tema di trattamenti sanitari sia legittimo oppure illegittimo in base alla liceità o meno dello scopo che si intende rag­giungere attraverso il rifiuto della terapia (Continua).

Dott. Prof. Fabrizio Giulimondi