domenica 18 novembre 2012

VENUTO AL MONDO-IL FILM




 Venuto al mondo - visualizza locandina ingrandita

Venuto al mondo, come il precedente Non ti muovere, è la versione cinematografica -  diretta e interpretata  da Sergio Castellitto -  del romanzo della brava scrittrice e coniuge Margaret Mazzantini.
Il primo tempo si snoda in maniera tranquilla, pur sempre nella onnipresente carica drammatica, fra l’Oggi e lo  Ieri. L’Oggi vede Penelope Cruz nei panni di Gemma risucchiata nel passato  a seguito della telefonata di  un vecchio amico di Sarajevo, dove si recherà insieme al figlio Pietro (lo  straordinario giovane attore Pietro Castellito), lasciando il marito, ufficiale dei carabinieri (ma non padre del ragazzo: chi è il vero padre?), a Roma.
Lo Ieri è la vita a Sarajevo raggiunta da Gemma per studiare i poeti  e i drammaturghi dell’allora Iugoslavia. Lì la protagonista ha trovato una comunità di amici molto legati fra di loro, astretti da comuni interessi letterari e teatrali. Poi la Repubblica Socialista Federale di Iugoslavia nel 1990 implode, scoppiano le  guerre di indipendenza Slovene e Croate e, infine, arriva l’orrore delle barbarie poste in essere dalle milizie comuniste serbe durante l’aggressione della Bosnia-Erzegovina  nel 1992:  la capitale Sarajevo viene tenuta  sotto assedio per 43 mesi!
Il secondo tempo è ambientato prevalentemente in questa mostruosità, ove sarà messo alla luce Pietro (di chi è figlio Pietro?), in ragione dell’immenso desiderio di  Gemma di avere un figlio per legarsi indissolubilmente a suo marito, Diego, che ama e da cui è amata intensamente. A Gemma era stata proferita la condanna  che il suo utero era incompatibile alla vita.  La Mazzantini,  quando ha delineato e strutturato nella sua mente il romanzo Venuto al mondo, riempiendolo di contenuti, di idee e di emozioni (pur avendolo buttato giù molti anni dopo), era incinta di uno dei due figli (che guarda caso si chiama Pietro ed è lo stesso attore che ricopre il ruolo di Pietro-figlio di Gemma)  ed era in corso l’attacco bellico  dell’esercito serbo-montenegrino contro le  popolazioni bosniache.
Le televisioni di tutto il mondo mostravano  i corpi dei bambini di Sarajevo uccisi dai cecchini dei serbi di Bosnia, i quali  si divertivano un mondo a godersi lo spettacolo della incommensurabile  disperazione delle loro madri.
La Mazzantini sente nel suo cuore cosa voglia significare per una donna sentirsi dire “il tuo utero è incompatibile con la vita!” Il dramma e la lama che entra nell’anima  di Gemma sono – e non potrebbe essere altrimenti! – meglio rappresentati nel romanzo, dovendo inevitabilmente la trasposizione sul grande schermo ridurre racconto, storia e sviluppo narrativo del libro e, quindi, ridimensionarne emozioni e tragedie.
Stupri orripilanti di donne da parte di gruppi di soldati-animali-comunisti serbi; donne che si suicidano;  bambini ammazzati da cecchini gongolanti;   città distrutte;  gente terrorizzata  in fuga; una comunità annientata; l’inutilità dei caschi blu dell’O.N.U.. In questo scenario dantesco Gemma capisce cosa sia successo nelle Terre slave al suo ritorno in Italia circa  la scomparsa di  Diego e il  figlio Pietro.
Lentamente, con la commozione della platea, da cui vedrete scorgere non poche lacrime,  madre e figlio si riavvicineranno e Pietro amerà sua madre senza più cortine fumose e,  Gemma griderà con forza: “Pietro è mio figlio, mio figlio capite?”
Durante tutta la proiezione del film, specialmente nel secondo tempo, non sono riuscito neanche per un secondo a non pensare alla massa di pacifisti che con le loro bandierine arcobaleno e le loro magliettine con l’effige di Che Guevara (ma insieme a Fidel Castro non  ha sconfitto Batista con le armi?o ricordo male?) riempivano le piazze delle più importanti città italiane avverso  l’intervento militare nei Balcani su disposizione  del Governo D’Alema nel 1999, intervento necessario e non più procrastinabile per impedire la prosecuzione dello sterminio delle popolazioni etnicamente diverse da quelle serbe e gli stupri di massa delle donne bosniache ed  albanesi ad opera delle truppe militari e delle milizie paramiliari guidate dai crudeli mostri sanguinati Slobodan Milosevic, prima Presidente della Repubblica Federale di Yugoslavia, poi di quella serbo-montenegrina,  Radovan Karazic, comandante in capo dell’esercito serbo-bosniaco e Ratko Mladic, generale serbo bosniaco.
 Chissà se queste anime belle che gridavano contro la guerra imperialista occidentale  sapevano che ne era già in corso una, estremamente efferata, al di là delle coste adriatiche italiane sin dal 1992 e,  che gli  abitanti di Pristina, di Sarajevo e di Srebrenica attendevano come angeli salvatori gli aerei americani ed europei, inclusi  quelli italiani, non facendosene nulla dei disarmati soldati appartenenti ai mezzi di interposizione delle Nazioni Unite.

Fabrizio Giulimondi

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