lunedì 31 dicembre 2012

FABRIZIO GIULIMONDI: AUGURI E ANCOR DI PIU' DI UN RIGOGLIOSO 2013!

........E CHE DIO ABBIA SEMPRE PAZIENZA DI NOI E NON CI MOLLI MAI!


Sorelle e Fratelli italiani,
che il 2013 ci trovi degni
e realizzi le aspettative dei meritevoli!
Fabrizio Giulimondi

FABRIZIO GIULIMONDI, ROMANZO DI FINE ANNO: "CHESIL BEACH" DI IAN MCEWAN


Chesil Beach
Romanzo di fine anno!

Chesil Beach” dello scrittore britannico  Ian McEwan (Einaudi).

Storia d’amore, fra intellettualismi e imbranataggine, dell’accademico Edward con la violinista Florence (e la mia mente va alle impareggiabili pagine di Che cosa è la letteratura di Sarte sulla parola Florence, che evoca una bella donna ma anche la superba città di Firenze), nella Inghilterra elisabettiana  dominata dalla repressiva educazione inglese, dai loro primi incontri, al fidanzamento, al matrimonio, sino  alla prima tragicomica notte di nozze, raccontata con elegante sensualità e qualche tocco di ironia.

Il filosofo esistenzialista francese sembra sia un terzo incomodo per tutta la narrazione proprio per l’uso che l’Autore compie del linguaggio, con il quale gioca e fa divertire il lettore: l’aggettivazione è ricca, esuberante e variopinta; i verbi sono utilizzati in maniera eccentrica (le piccole onde che sculacciano la barca) e poetica (sciabolio delle piccole onde); i vocaboli sono affascinanti e pieni di significato (mesmerizzare); espressioni curiose cospargono qua e là i periodi ( imbottitura di premuroso silenzio). Lo sviluppo narrativo si alterna tra l’arco temporale 1940-1945 (bombardamento missilistico hitleriano su Londra) e il periodo che abbraccia la fine del 1950 ed i primi anni del 1960, che il lettore focalizza grazie a distratti richiami a Kennedy, alla invasione del canale di Suez, alla costruzione del muro di Berlino e  all’inizio della corsa al riarmo nucleare.

Il libro ha una sua colonna sonora, nelle vellutate sinfonie di un austero quartetto d’archi. Il finale è triste e malinconico.

Fabrizio Giulimondi

sabato 29 dicembre 2012

JOSEPH RATZINGER- BENEDETTO XVI:"L'INFANZIA DI GESU'"

Copertina di 'Gesù di Nazaret vol. 3 - L'infanzia di Gesù'

Ho letto “L’infanzia di Gesù” (Rizzoli e Libreria Editrice Vaticana, 2012),l terzo splendido volume dell’opera teologica e pastorale di Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI, composta anche dai due precedenti libri Gesù di Nazareth - Dal Battesimo alla Trasfigurazione (2007) e Gesù di Nazareth - Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione (2011).

Non mi permetto di commentare o recensire uno scritto del Vicario di Cristo, fine teologo e uomo di immensa erudizione cristologica.

Mi limito a constatare che il saggio è di notevole interesse, fornendo ai lettori una esegesi della nascita di Cristo, tramite un esame dei fatti storici con grande acribia e nel rispetto delle metodologie storiografiche, geografiche, astronomiche, giuridico giudaiche e teologiche, unitamente ad un attento studio delle  Sacre Scritture vetero-testamentarie (partendo dal versetto 7,14 del profeta Isaia del 733 A.C.:”Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dl Signore per mezzo del profeta: ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi”, per poi approfondire  gli annunci messianici degli altri profeti) e del Nuovo Testamento (Atti degli Apostoli e  Vangeli di San Luca e San Matteo, gli evangelisti che trattano, ambientandola storicamente e socialmente, la nascita e l’infanzia del Figlio di Dio).

La meditazione del Santo Padre sulle vicende storiche legate ai primi anni di vita di Gesù e la loro interpretazione ermeneutica secondo le linee scientifiche sopra evidenziate, sono  supportate e affiancate dalle citazioni di illustri pensatori, filosofi, Padri della Chiesa e studiosi della figura umana e divina di Gesù, senza che siano esclusi gli storici e i poeti pagani che hanno inciso sensibilmente  sulla cultura dell’epoca romana antecedente e successiva alla morte di Cristo, come  Virgilio e Svetonio.

E’ un testo di particolare spessore conoscitivo ed intellettuale, che apre porte - almeno per quanto mi riguarda - assolutamente sconosciute e che può coinvolgere ed attrarre chiunque, senza alcuna eccezione, per il linguaggio semplice e scorrevole e le tesi suggestive, rigorose e ben argomentate.

Fabrizio Giulimondi

 

venerdì 28 dicembre 2012

DARIA BIGNARDI: "NON VI LASCERO' ORFANI"


 
Ho letto il terzo libro di Daria BignardiNon vi lascerò orfani” (Mondadori), in realtà la sua opera prima  (cui sono succeduti in ordine di tempo Un karma pesante e Una acustica perfetta - il mio preferito, entrambi in commento in questa  stessa rubrica), destinataria di ben tre premi letterari: Rapallo Carige, Elsa Morante e Librai Città di Padova .
Il titolo Non vi lascerò orfani” è tratto dal Vangelo di Giovanni ed è il nostalgico e commosso ricordo della famiglia della Bignardi, a partire dai bisnonni. Il racconto si concentra sulle figure del padre e, specialmente,  della madre, morta nelle settimane antecedenti alla scrittura e la pubblicazione, nel 2009, del libro.
In verità la storia parla diffusamente della madre, con numerose, toccanti e, talora, vibranti pagine sul suo carattere, la sua personalità, sull’amore profondo della Bignardi per lei, sul legame intenso  che univa figlia e mamma, nonostante quest’ultima fosse “imprigionata nel suo sistema di ansie, paure, sensi di colpa e strade tracciate”.
Lo scritto trasuda di senso della famiglia, un antico, splendidamente tradizionale, senso della famiglia che l’Autrice esprime e vuole trasmettere ai due figli (Ludovica e Emilia), ai nipoti che verranno e, per il loro  tramite, ai lettori. Qui l’immagine lievemente aristocratica e gauche della Bignardi televisiva cede il passo ad una figlia tenera, apprensiva, familista, tesa a non far preoccupare mai la madre, assecondandone le sue mille piccole e grandi manie e sempiterne preoccupazioni.
La morte è un’altra presenza costante del lavoro, ma non crea angoscia e tristezza,  ma è il collante dell’ insieme di scene di vita quotidiana, di affetti nascosti, saldi, veri,  di immagini di una famiglia della Romagna, unita, stretta nella propria  terra, nella propria casa, nelle proprie  vacanze sempre nei stessi periodi dell’anno, negli stessi luoghi di mare, mangiando quelle gustose pietanze, bevendo quel buon vino, in quei ristoranti: la Scrittrice desidererebbe che lo stesso facessero il suo Ludovico e le sua Emilia, che anche loro conoscessero il calore di una famiglia normale, i  suoi vincoli, la sua unità.
Leggendo questo romanzo, introspettivo ed intimista, riuscirete  a raffigurarVi davanti agli occhi quelle  tavolate dove padri, madri, figli, cugini, zii, nonni e nipoti si radunano, e dove i sentimenti parentali ancora sono solidi e vivono di un tepore che la Bignardi mirabilmente fa vivere e rivivere.
Fabrizio Giulimondi

mercoledì 26 dicembre 2012

"SEMINA IL VENTO" DI ALESSANDRO PERISSINOTTO



 
Semina il vento, di Alessandro Perissinotto (Piemme), romanzo fra i finalisti del premio Bancarella 2012, vinto da Marcello Simoni con “Il mercante di libri maledetti” (recensito in questa rubrica),  è talmente avvincente che non smetterete di leggerlo finché non sarete giunti all’ultima riga…. e che ultima riga!
La  docenza  universitaria in letteratura a Torino di Perissinotto è messa in luce per tutto lo sviluppo narrativo, sia per l’agilità e la freschezza della scrittura che rende scorrevolissima la lettura del libro, sia per le dotte ed interessanti spiegazioni, sotto l’aspetto etimologico e semantico, di alcune espressioni di origine francese (la parola medusee, adoperata a pag. 219, intesa come  “impietrito”, fornisce  il destro per  una breve dissertazione infarcita delle sfumature di significato che implicano la sua traduzione in italiano) e dialettale di  Molini, in Provincia di Torino, ove si svolge la parte più corposa della storia.
Giacomo è in prigione e il racconto prende la forma del memoriale che, su richiesta dell’avvocato, egli scrive per dimostrare  alla Autorità Giudiziaria la sua innocenza. Invero, il documento non assumerà il ruolo di strumento defensionale per Giacomo, ma rappresenterà l’occasione per parlare minuziosamente, dettagliatamente, scrupolosamente della sua storia d’amore con Shirin, ragazza iraniana conosciuta a Parigi, laica, disinibita, colta, appartenente alla  buona borghesia persiana e poi francese; del suo profondo legame coniugale con lei; della decisione  di entrambi di andare a vivere nella casa natia di lui a Molini, per godere della bellezza  dei piccoli centri e delle loro radicate tradizioni; della iniziale cordiale accoglienza e delle prime  avvisaglie di fastidio da parte della comunità locale nei confronti Shirin.
La narrazione a questo punto procede celermente, travolgendo il lettore  nella  follia islamica, nel chador, nell’hijab e nella tragedia.
Ovviamente la critica seguace del politically correct ha dato addosso alla sparuta comunità di Molini, parteggiando per il maestro (personaggio, insieme alla consorte, indubbiamente affascinante che, come tutte le  grandi figure dei romanzi, suscitano contrasti marcati, cha vanno, senza troppe sfumature e gradazioni, dall’amore all’odio), il quale -  credo -  possieda  alcuni elementi biografici e autobiografici dell’Autore.
Io, invece, eccettuati alcuni eccessi, sono dalla parte della gente di quella piccola località del torinese, sia per la distanza con alcune concezioni atee e laiciste di Perissinotto, sia in ragione della giustezza della lotta di  certe realtà  umane per la conservazione – e il rispetto da parte degli “ospiti” -  della propria  tradizione, dei propri costumi,  della propria cultura e del  proprio patrimonio spirituale e  religioso cattolico.
Semina il vento” richiama  l’adagio chi semina vento raccoglie  tempesta e,  il titolo con forza anticipa la piega drammatica che prenderà il romanzo da un determinato momento in poi, quando  i due estremisti, l’uno leghista, l’altro islamista, configgeranno e determineranno  il dramma per i due protagonisti e la comunità intera.

Fabrizio Giulimondi.

lunedì 24 dicembre 2012

SORRIDI ORA! ANCORA SARA' NATALE!

                                           

Madonna col BambinoMadonna col Bambino

   
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi
”( Gv 1, 14)
...E si pose sulle sue piccole spalle il nostro tradimento,
e ci indicò la stella della Speranza,
e davanti a Lui le tenebre si dissiparono perché Egli era la Luce!
Spes contra spem.
Fabrizio Giulimondi…………..AUGURI E ANCOR DI PIU’!

 Madonna col Bambino benedicente                                                                                                                                                                              
                                                                                             

domenica 23 dicembre 2012

DARIA BIGNARDI:"UN KARMA PESANTE".



 “Un karma pesante” (Mondadori) è il secondo romanzo di Daria Bignardi, successivo al pluripremiato “Non vi lascerò orfani” (che a breve leggerò) e antecedente al molto più bello “Un acustica perfetta”(già recensito in questa stessa rubrica).
Eugenia è una regista del cinema molto apprezzata. “Tutto o niente” è la sua filosofia di vita. Perennemente in corsa, non godendo così di niente di ciò che fa,è insicura, fragile, anche se stravagantemente – può apparire un paradosso – decisionista. Ansiosa, vede sempre il lato negativo delle vicende e si aspetta ogni volta il peggio dagli eventi. Si preoccupa di tutto, facendo sentire sempre in colpa l’altro, a partire da marito Pietro, l’opposto in tutto di lei. Egocentrica ed egoista, riesce però ad essere una buona madre delle due figlie Lucia e Rosa.
La protagonista del libro è insopportabile e, a differenza di Sara ne “Un acustica  perfetta”,  donna sì irritante ma avente un suo fascino, Eugenia è irritante e basta! Eternamente insoddisfatta di tutto, l’Autrice, utilizzando la consueta tecnica narrativa che oramai si ritrova in molti racconti – la fa viaggiare avanti e indietro nel corso della sua vita, passando dal presente, signora nevrotica con famiglia, al passato, fra fidanzati, droghe, alcol e molte esperienze professionali. La storia, con continui passaggi saltellanti nel tempo, è attraversata dai suoi lutti (la morte prima del padre e poi della madre) e dai suoi viaggi,  da Verona, a Padova, a Londra e New York, per stabilizzarsi, infine, a Milano (con qualche puntata in Sicilia).
Sento e faccio mie le espressioni adoperate dalla conduttrice delle “Invasioni Barbariche”, nella parte destinata ai Ringraziamenti, per mezzo delle quali descrive il suo stato d’animo tutte le volte che entra in contatto con la letteratura: ” …che quel che più mi emoziona, mi calma, mi avvince, sono le parole. La scrittura, e prima ancora la lettura. Suona pomposo ma è così…..”.

Fabrizio Giulimondi

sabato 22 dicembre 2012

"RUBY SPARKS" DI JONATHAN DAYTON



 Locandina Ruby Sparks
"Ruby Sparks", di Jonathan Dayton, ambientazione statunitense, stile francese, agro-dolce, brillante con momenti mesti, possiede la peculiarità che, nonostante non sia  una pellicola inserita nel circuito dei film per ragazzi, è adatta alla famiglia nella sua interezza, per le modalità e l’eleganza con cui viene pensata ogni singola immagine. Andamento allegro – per mutuare terminologia più vicine al mondo della musica classica- e finale,  prima con qualche punta di tragicità, poi aperto al sorriso sincero.
Un giovane e geniale scrittore affronta la redazione di un nuovo romanzo dopo un periodo di stanca e, si innamora del personaggio femminile protagonista della storia che via via, sempre più convulsamente, viene messa nera su bianco. Misteriosamente nella abitazione di lui comincia a sentirsi una presenza femminile, con la comparsa di biancheria  intima sparpagliata qua e là. Di lì a poco si materializzerà una ragazza, Ruby, l’eroina del suo racconto, non più frutto della immaginazione del romanziere, bensì una fanciulla vera, in carne ed ossa,  visibile agli occhi di tutti. Prima il suo creatore pensa di essere uscito fuori di senno, per poi adattarsi alla nuova realtà, manovrando Ruby come una marionetta, intervenendo a suo piacimento sul suo carattere apponendo delle semplici interpolazioni al testo del lavoro letterario: troppo indipendente?un ritocco lessicale ed eccola più legata a lui; troppo appiccicosa e triste? Qualche parolina in aggiunta ed eccola molto ilare, forse troppo. Un pupazzo che da divertente diverrà, però, grottesco.
Opera Intelligente, pulita, bizzarra, diversa dal comune panorama cinematografico. Tradotto in parole più concise e semplici: da vedere, anche con figli minori a seguito.

Fabrizio Giulimondi.

giovedì 20 dicembre 2012

FABRIZIO GIULIMONDI: BRUEGHEL E GLI ALTRI PITTORI FIAMMINGHI A ROMA



Paradiso terrestre Jan Brueghel il Giovane 250x250 Dinastia Brueghel: a Roma in mostra la pittura fiamminga Danza nuziale allaperto Pieter Brueghel il Giovane 250x250 Dinastia Brueghel: a Roma in mostra la pittura fiamminga

La mostra sui pittori fiamminghi del XVI e XVII secolo allestita nello spettacolare Chiostro del Bramante, vicino piazza Navona, è imperdibile!
Potrete ammirare le pitture della dinastia dei Brueghel e dei loro allievi sino al 2 giugno 2013, dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle ore 20.00, mentre  il sabato e la domenica dalle ore 10 fino alle ore 21.00.
La gens dei grandi artisti olandesi dei Brueghel inizia con Pieter Brueghel il vecchio, che ebbe due figli, Pieter Brueghel il giovane e Jan Brueghel il vecchio, il quale a sua volta ebbe due discendenti, Ambrosius Brueghel e Jan Brueghel il giovane, con i suoi cinque figli.
La stirpe dei Brueghel è stata l’ossatura portante della grande pittura fiamminga che si ispirò, a partire da Pieter Brueghel il vecchio, al grande Ieronymus Bosch, che io da bambino amavo molto. Conosciuto curiosando a casa  fra i volumi di una collana che proponeva le pitture (con relative descrizioni e spiegazioni) dei grandi artisti italiani ed europei vissuti nel periodo  basso medioevale, umanista  e rinascimentale, fui impressionato dalle visioni infernali e dalle rappresentazioni mostruose e deformi che si rinvengono negli incubi dei bambini (e non solo)
Bosch è il capostipite della corrente pittorica fiamminga, a cui la famiglia Brueghel si ispirò. Bosch è un creatore visionario e geniale di mondi alieni, ha la capacità di raffigurare emozioni, paure e sentimenti dandogli qualsiasi tipo di forma. Interessante è l’elemento della “bruttezza” che diventa oggetto principale dell’opera di Bosch e dei suoi ammiratori, discepoli e seguaci. La “bruttezza” è un modo di raffigurare, ingigantendolo, il singolo difetto fisico. In ogni personaggio ne viene esaltato uno e la sua rappresentazione  è resa sgradevole proprio  per quella  determinata imperfezione del corpo e per quella specifica deficienza dell’aspetto, rimandando invero ad un requisito  di ordine metafisico, psicologico o morale: il naso grosso arcuato verso il basso esprime cattiveria; quello rosso indica festosità e ubriachezza; la pancia accentuatamente gonfia golosità.
 
Nei Brueghel, specie in Pieter il giovane, mi ha affascinato la massiva presenza di fiori elegantemente colorati, che decorano le raffigurazioni di paesaggi boschivi e campestri,  divengono  nature morte su piccole e grandi tele, o si trasformano in  splendide ghirlande che incorniciano figure di Madonne da sole oppure insieme al  Bambino,  ovvero  nella composizione della Sacra Famiglia.
Viene mantenuta in Pieter Brueghel il vecchio e il giovane la carica grottesca e la visione disincantata e pessimistica dell’uomo propria di Bosch, approfondendo entrambi, però, specie Brueghel il giovane, una chiave più terrena dei propri sguardi onirici.
Troverete anche i quadri di altri appartenenti alla corrente  fiamminga – come Marten van Cleve e Pieter Coeche van Aelst -  collaboratori dei Brueghel e uniti a loro nelle gilde, esperimenti interessanti compiuti dagli artisti del tempo per dare forma  a cooperazioni fra di loro, talora in maniera occasionale, altre volte in modo più strutturata.
Le gilde danno corpo a vere e proprie compartecipazioni nella esecuzione della stessa opera, secondo le specialità, le competenze e le sensibilità culturali di coloro che vi fanno parte. Le gilde permettevano di accettare la commissione di lavori particolarmente impegnativi, a cui potevano partecipare più botteghe che si rifacevano ad un determinato tipo di scuola figurativa,  coordinate da un pittore di chiara fama, abilità e genio  artistico in quel luogo e in quell’epoca.
L’epoca si colloca nel pieno scontro bellico - religioso fra la cattolicissima Spagna di Filippo II e l’area geografica belga-olandese – da questi duramente dominata -  di fede protestante, calvinista  e luterana, la quale, al termine della guerra dei c.d.  ottanta anni -  iniziata con l’invio in quelle Terre  nel 1567 da parte del re spagnolo dello spietato  duca di Alba che vi instaurò un regno del terrore – si staccò dalla parte meridionale cattolica (il Belgio),  formando  l’attuale protestante Olanda (Paesi Bassi).
Il prezzo del biglietto è di euro 12 (a parte le varie tipologie di  riduzioni e di  esenzioni): purtroppo non basso, ma Vi posso assicurare che ne vale veramente la pena vederla, anche per godere della suggestività della struttura ospitante e della bellezza unica e ineguagliabile del centro di Roma.

Fabrizio Giulimondi
La Tentazione di SantʼAntonio nel bosco Jan Brueghel il Vecchio 250x250 Dinastia Brueghel: a Roma in mostra la pittura fiamminga  Pieter il Giovane il Trappola per uccelli  250x250 Dinastia Brueghel: a Roma in mostra la pittura fiamminga

mercoledì 19 dicembre 2012

MASSIMO GRAMELLINI, "FAI BEI SOGNI", LONGANESI



Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro  una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione”.
E’ una delle 223 pagine del romanzo autobiografico di Massimo GramelliniFai bei sogni” (Longanesi);  è una delle 223 pagine che costellano un libro di rara bellezza contenutistica e di rara profondità, paragonabili solamente alle opere di Marcello Veneziani.
Pagine commoventi, emozionanti, toccanti, delicate e tenere e, poi, ironiche nel dramma, divertenti nella tragicità del racconto, leggere nella drammaticità della narrazione. Pagine che ricordano il drama greco che toccava le corde dell’anima e del cuore, senza infierire con la violenza e il sangue.
Pagine intense che descrivono come possa determinarsi la vita di  un bambino sino all’età adulta privato della  mamma, una madre che è morta quando egli aveva appena 9 anni a causa di un infarto.
Quel fanciullo è Gramellini, che ha avuto il coraggio di raccontare la sofferenza, il dolore e la disperazione nascosta nelle anse più  intime di se stesso; come quel bimbo insieme al suo peso sia diventato l’affermato giornalista  del quotidiano la  Stampa di Torino  e il noto polemista televisivo che noi conosciamo; quale percorso professionale abbia attraversato, dallo sport, alla politica, ad inviato di guerra nell’inferno di Sarajevo, dove incontra Salem, con lo stomaco squarciato da una pallottola sparata da un cecchino serbo. E tutto questo mentre Belfagor è dentro di lui: ”Belfagor è il nome che da bambino avevo dato al mostro che abita dentro di noi. Uno spiritaccio animato da buone intenzioni, in realtà pernicioso, perché pur di tenerci lontano dalla sofferenza ci chiude in una gabbia di paure.  Paura di vivere, di amare, di credere nei propri sogni”.
L’assenza della mamma, la morte della madre, ha segnato profondamente sino alla età di 49 anni Massimo Gramellini, anche nelle sue relazioni con le donne, finché non ha incontrato la attuale moglie, Elisa. Ecco il suo cuore risuscitato  come parla dei sentimenti: ” Le emozioni sono violente e brevi, colpiscono e svaniscono. I sentimenti invece sono lenti e profondi, a volte noiosi. Ma parlano il linguaggio universale del cuore, che non si esprime attraverso le parole e i ragionamenti, ma con i simboli”.
E sopraggiunge la verità, fatalmente ed ineluttabilmente la verità, non conosciuta sino alla soglia dei 50 anni o, forse, sempre saputa e fuggita per lungo, troppo, tempo. Madrina, una vecchia amica della madre e della famiglia, gli consegna una busta……
Turbamento e rigenerazione è quello che ho provato al termine della lettura di questo libro “unico”: è un imperativo kantiano immergervisi!
Credo che  lo rileggerò almeno un’altra volta.
Vorrei terminare con un pensiero di George Bernard Shaw, ripreso dallo stesso Autore del romanzo: “La missione di un uomo consiste  nell’essere una forza della natura e non un grumo agitato di guai e di rancori che recrimina perché l’universo non si dedica a renderlo felice”.

Fabrizio Giulimondi

FABRIZIO GIULIMONDI: PROCEDIMENTO AMMINISTRATIVO



Ringrazio l’avv. Antonio Cordasco, amico e illustre amministrativista del foro di Roma, per avermi coinvolto nel team che avrà il compito di redigere un nuovo testo universitario sull’importante tema -  mai sviluppato a sufficienza! -  avente ad oggetto “Il procedimento amministrativo”.
Tratterò, presumibilmente, l’accesso alla documentazione amministrativa, sviscerandone tutti gli aspetti normativi, dottrinali e giurisprudenziali, con particolare attenzione alla sua compatibilità con il diritto alla riservatezza, dando anche una doverosa  occhiata agli ordinamenti giuridici europei di maggior calibro.

Prof. Fabrizio Giulimondi.

martedì 18 dicembre 2012

"LE LUCI NELLE CASE DEGLI ALTRI" DI CHIARA GAMBERALE



Le luci nelle case degli altri
Vidi sulla metro di Roma una signora leggere “Le luci nelle case degli altri”, di Chiara Gamberale (ed. Mondadori numeri primi), alla quale la trama stava piacendo parecchio. Incuriosito anche dal battage pubblicitario che v’era stato intorno al libro, me lo sono comperato e letto.
Mandorla è una ragazzina che a sei anni perde la madre, Maria  – donna particolarmente “frizzante” -  in un incedente automobilistico. Il condominio di via Grotta Perfetta 315 di Roma -  presso il quale la defunta esercitava le mansioni di amministratrice,  molto amata, ma anche  molto odiata -   “adotta” la bambina: giuridicamente il soggetto adottante è Tina Polidori, la classica zitella, ma in realtà ognuno degli abitanti degli altri quattro appartamenti, a turno, fungono da madri e padri: famiglie con figli (qualcuno non proprio riuscito bene), coppie di fatto eterosessuali e unioni omosessuali.
Il tempo trascorre con una narrazione senza particolari brividi, sino ad arrivate al giorno di compleanno per i 18 anni di Mandorla, che trascorrerà  in carcere a causa di un amore sbagliato con Palomo, ragazzo che sin dall’inizio della sua esistenza nel romanzo si è dimostrato un poco di buono.
L’unico colpo di scena  è nel prologo (a parte il finale), a seguito della  scoperta di una lettera che Maria aveva scritto alla figlia, per mezzo della  quale le rilevava che il padre era un uomo con cui  si era intrattenuta fugacemente nell’ex lavatoio (ambiente - ove si svolgono le riunioni condominiali -  che si dimostrerà importante nel racconto). Mandorla, ovviamente, vuole sapere chi sia il genitore, ma nessuno dei condomini-adottanti ha l’intenzione di sottoporsi al test del DNA. In realtà neanche lei lo desidera veramente!
La storia si snoda lungo la narrazione in prima persona di Mandorla che riporta il dietro le quinte di tutti i residenti dei cinque piani dello stabile di via Grotta Perfetta 315, nonché dei vari personaggi con cui si imbatte nei suoi 12 anni di vita scrutati della Gamberale. Fra di essi v’è anche Porcomondo, il cattivo, l’uomo nero, che fino alla fine non capirete  se sia un persona in carne ed ossa, oppure il frutto degli incubi notturni e delle paure diurne di Mandorla.
Interessante è l’uso che fa della grafia l’Autrice, grafia che cambia, tramutandosi in corsivo o variando i tipi di carattere,  a seconda che il lettore abbia a che fare con un ricordo, un fatto  attuale, una missiva o un dialogo diretto.
Altra peculiarità è la distribuzione fra le pagine di poesiole, filastrocche e cantilene fanciullesche con cui la protagonista esprime il proprio stato d’animo nel corso degli anni.
La trama, che alla signora della metro era piaciuta tanto, scorre placida come un fiume carsico che  percorre lentamente il  suo letto sino ad un lago, con un arguta e inaspettata virata virulenta nelle ultime due pagine, conducendo  l’acqua verso un mare in tempesta:  un vero fulmine a ciel sereno che non può non scuotere il lettore, a cui consiglio di non iniziare la lettura  dall’epilogo.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 17 dicembre 2012

AMOUR: FILM VINCITORE DELLA PALMA D'ORO A CANNES



Probabilmente Amour di Michael Haneke è uno delle più belle opere cinematografiche dell’ultimo ventennio. Meritatamente vincitore della Palma D’Oro a Cannes (2012),  vede come attori,  protagonisti assoluti del film, due strepitosi Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant, che esprimono con il  proprio corpo, il proprio viso, la propria gestualità, i propri silenzi,  il dolore, il dolore vero, il dolore drammatico, un dolore impietoso, sempre più prepotente. Il regista non risparmia lo spettatore, entrando nelle pieghe più profonde della sofferenza  e della malattia. Il dolore, la sofferenza e la malattia incarnano e sostanziano ogni scena del film: eppure è l’amore ad essere il vero collante, il vero substrato, la vera forza potente ed onnipresente per tutte le due ore, perché l’amore ha cementificato la vita di questa coppia di anziani francesi, sposati da decenni, con una figlia amata e da cui sono amati, unita in matrimonio con un inglese da cui ha avuto due figli.  Gli anziani coniugi si amano ancora, si sono sempre amati, appassionati di musica, concertisti, musicisti, maestri di pianoforte, con allievi che hanno toccato vette eccelse nel panorama musicale europeo.
 Anne e Georges hanno vissuto e vivono in uno splendido appartamento a Parigi, quando sopraggiunge  il demone del male fisico: lei ha una occlusione della carotide e l’ operazione chirurgica la offende ancora di più, impedendole l’uso di tutto il lato destro del corpo. L’amore di lui si accresce ancor di più, accudendo la moglie  in ogni modo e maniera: la tenerezza di alcune scene è di non poco momento!
Ma un secondo attacco della patologia la aggredisce rendendole massimamente difficoltosa la favella, determinandone l’incontinenza e togliendole definitivamente  l’ autosufficienza: il suo corpo è devastato; il suo volto, così espressivo e luminoso, deformato. Tragica la scena del “dialogo”, fatto di pietosi e incomprensibili fonemi,  fra madre e figlia; terribile la cacciata (un “Vattene!” articolato in maniera stentata e gutturale) di quest’ultima perché la mamma si sentiva umiliata nella propria prigione corporea;  grandiosa la scena del licenziamento ad opera  del marito di un’ infermiera che accudiva la moglie come se fosse una bambina idiota (come se ne vedono molte nelle case private, nelle cliniche  e negli ospedali: “Guardi che bella signora che è diventata adesso che l’ho pettinata?” ponendo davanti ad un viso deturpato uno specchio),  e non una Signora, una concertista, una musicista, una maestra di pianoforte di ottimi esecutori d’orchestra, devastata dalla malattia.
La struttura portante di Amour sono i primi piani. Le scene sono prevalentemente primi piani: primi piani degli ambienti della splendida abitazione ove si svolge  tutta la narrazione del film; i primi piani delle pitture che decorano le eleganti pareti; i primi piani dei volti di lei, che comincia ad avere le prime avvisaglie del male per arrivare inesorabilmente ad un viso immobile incarnazione della  fisicità della afflizione; il volto di lui, rassegnato e disperato, ma sempre determinato, sempiterna espressione di amore e di dolcezza per la consorte. Amore fino alla fine, nella salute e nella malattia.
Le scene scorrono, legate  dai primi piani e da una colonna sonora fatta dal silenzio, assenza di “verbo” fra gli interpreti, silenzio che pesa e comunica e suona e risuona nella sala, interrotto da qualche breve brano di Schubert…e quando la proiezione termina, nessuno spettatore si è alzato prima di qualche minuto.
Fabrizio Giulimondi

domenica 16 dicembre 2012

"LO HOBBIT" DI TOLKIEN: IL FILM DI PETER JACKSON


Lo Hobbit-il film

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato - visualizza locandina ingranditaJohn Ronald Reuel Tolkien (Bloemfontein, 3 gennaio 1892-Bournemouth, 2 settembre 1973), scrittore, filologo, glottologo, linguista britannico, è il  capostipite indiscusso del  genere letterario-cinematografico fantasy.
Il capolavoro Il  Signore degli Anelli (edizione Bompiani), scritto nel biennio 1954-1955, da cui il regista neozelandese, Peter Jackson, ha tratto la straordinaria trilogia La Compagnia dell’Anello, Le Due Torri e Il Ritorno del Re,  determina la nascita del genere fantastico, i cui tratti distintivi li troviamo copiosi  nei  romanzi – e nelle conseguenti  traduzione sul grande schermo -  La storia infinita, Eragon, la Saga di Narnia e,  qui in Italia, nei tanti e suggestivi libri di Licia Trosi.
Il Signore degli Anelli è preceduto da un primo lavoro di Tolkien del 1937  Lo Hobbit,  che può essere correttamente qualificata l’opera antesignana del Il Signore degli Anelli.

 
Lo Hobbit-il libro

Lo Hobbit (edizioni Gli Adelphi) in nuce contiene la storia e i personaggi di quest’ultimo,  iniziando  a delinearne  le ambientazioni e le morfologie  dei mondi (La Contea, dimora degli hobbit; Gran Burrone, regno degli elfi; la Terra di Mezzo, patria degli uomini), il profilo dei protagonisti e il filo conduttore delle loro vicende guerriere ed eroiche, storie e racconti  che esploderanno compiutamente nella loro bellezza e vigore con Il Signore degli Anelli.
Lo Hobbit è la straordinaria bozza de Il Signore degli Anelli e lo stesso  film - sempre mirabilmente girato negli affascinanti scenari della Nuova Zelanda -  anche se è stato realizzato dopo anni dell’arrivo nelle sale cinematografiche del Il Signore degli Anelli, narra allo spettatore avventure  antecedenti  a quelle sviluppate in quest’ultimo. 
Il Signore degli Anelli - La Compagnia dell'AnelloIl Signore degli Anelli - Le due TorriIl Signore degli Anelli (film)/Il Ritorno del Re 
Il Signore degli Anelli-il film-trilogia: LaCompagnia dell'Anello-Le Due Torri-Il Ritorno del Re

Nel Il Signore degli Anelli il protagonista è l'hobbit  - un mezzo uomo con grandi orecchie a punta e piedi grandi e pelosi - Frodo che,  insieme al toccante   Sam ed agli altri valorosi amici della Compagnia nani,  elfi e uomini,  porterà l’anello del Potere e del Male,  pesante fardello coniato per la volontà malvagia e distruttiva di Sauron, signore di Mordor,  verso il Monte Fato per essere una volta per tutte distrutto dalle fiamme e dalla lava del vulcano: la vittoria sarà raggiunta solo dopo aver contrastato spasmodicamente  le potenti orde degli orchi e dei mannari, le forze magiche e nefaste di Saroman, lo stregone bianco, anche grazie all'aiuto del saggio mago-guerriero, Gandalf e,  le continue insidie del mostriciattolo Smeagol-Gollum.
Nel film Lo Hobbit la figura centrale, invece,  è lo zio di Frodo, Bilbo Beggins, che farà conoscere gli accadimenti precedenti alla  Compagnia dell’Anello e  in che modo  si sia giunti  alla scoperta dell’anello.
Anche Bilbo è un hobbit  che, coinvolto suo malgrado da Gandalf, metterà a disposizione la sua piccola statura e  il suo grande coraggio per restituire al popolo dei nani la loro Città, occupata da un grande drago, impegnandosi  a combattere, insieme agli stessi nani, agli elfi e agli uomini,  le massicce  e forti guarnigioni degli orchi, dei mannari, dei troll, dei goblin e degli altri esseri ributtanti e deformi,  capeggiati dall’orco pallido “Il profanatore”.
Nonostante la solita critica intellettualmente sofisticata, Tolkien e la sua versione  cinematografica piace perché Lo Hobbit e la trilogia de Il Signore degli Anelli hanno come canovaccio costante il senso dell’onore e l’amore per la propria Terra. La saggezza e l’intelligenza dell’Autore impregnano ogni singola pagina e ogni singola scena. La dedizione, il sacrificio e il coraggio, l’eroismo e le virtù sono il sinfonico sottofondo della narrazione.  Tolkien e il regista Jakson riempiono il cuore dei lettori e degli spettatori di emozioni di sapore romantico ed epico, e i sistemi valoriali sono il baricentro delle loro opere:  l’amicizia e la lealtà anche a costo della propria vita (pugna e brando) perché la vita  è un bene assoluto e primario, ma non può essere superiore alla sconfitta di Sauron (ne Il Signore degli Anelli) e, del grande drago e dell’orco pallido il profanatore (ne Lo Hobbit).
Nel leggere il lunghissimo romanzo Il Signore degli Anelli e,  prima ancora, Lo Hobbit e,  nell’assistere alla visione dell’altrettanto lunghissima proiezione delle traduzioni filmiche (Lo Hobbit dura 2 ore e 50 minuti) respirerete, assorbirete ed interiorizzerete quei principi e quegli ideali  che stanno inesorabilmente precipitando nel Nulla, con le sembianze  di un grande lupo rabbioso contro cui Atreju combatte ne La storia infinita.
Ritroverete la colonna sonora che accompagna la trilogia de il Signore degli Anelli, rafforzata da brani abbelliti  da sonorità classiche e celtico-irlandesi.
  
Il Signore degli Anelli - il libro

Tolkien, i suoi scritti e i film che ne sono derivati non solo, come abbiano nell’incipit già ricordato, hanno dato corpo ad un nuovo e vincente filone culturale nella letteratura e nel cinema, ma hanno  anche influenzato settori ad essi alieni, come la politica (basta pensare negli anni ’70 ai c.d. campi hobbit organizzati da Pino Rauti, nonché  ad alcuni attuali esponenti politici); al mondo dell’associazionismo (quelle  tolkeniane sono diffuse sul territorio nazionale con loro circoli e luoghi di ristorazione e di ritrovo), alle realtà ludiche come i giochi di ruolo.
Lo Hobbit è perfetto per i ragazzi, è perfetto per le famiglie, è perfetto per ogni singolo essere umano che non ha intenzione di arrendersi al Nulla.

Fabrizio Giulimondi 


lunedì 10 dicembre 2012

FABRIZIO GIULIMONDI VI CONSIGLIA IL CONVEGNO PRESSO L'UNIVERSITA' "GABRIELE D'ANNUNZIO" DI CHIETI-PESCARA

13.12.2012: Iniziative degli Studenti – “ I sicofanti- Irene - Dilogia del potere” Presentazione del libro di Giovanni Maddalena


Verrà presentato in Auditorium, nel Campus universitario di Chieti, il volume di Giovanni Maddalena, I sicofanti – Irene- Dilogia del potere, giovedì 13 dicembre alle ore 20.00.
All’incontro interverrà il Prof. Edoardo Rialti, docente di Letteratura Inglese e Americana.
L’uomo da solo può resistere al potere? Perché possiamo tradire ogni valore e affetto? L’intelligenza è una barriera contro l’ideologia? Lo sono forse la fede, l’amore, l’amicizia? Giovanni Maddalena, filosofo prestato saltuariamente al teatro (“perché ci sono esperienze che la filosofia non è in grado di rappresentare”), prova a rispondere- in questa dilogia scritta in forma di tragedia greca antica. -  a queste e molte altre domande sul rapporto tra l’uomo e il potere

FABRIZIO GIULIMONDI VI CONSIGLIA IL CONVEGNO PRESSO L'UNIVERSITA' "GABRIELE D'ANNUNZIO" DI CHIETI-PESCARA

12.12.2012: Dipartimento di Scienze Economico-Quantitative e Corso di Dottorato in Studi Umanistici, Curriculum in Logica, Ontologie ed Etica – Conferenza su “La filosia inglese prima di Locke: contesti e fonti”.



Mercoledì 12 dicembre, dalle ore 8.00 alle ore 10.00, nell'aula 5 del Polo didattico del Campus Universitario di Chieti, il dott. Marco Sgarbi, Jean-François Malle Fellow presso Villa "I Tatti" - The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies, terrà una conferenza sul tema: La filosofia inglese prima di Locke: contesti e fonti.

L'incontro è organizzato dal Dipartimento di Scienze Economico-Quantitative e Filosofico-Educative e dal Corso di Dottorato in Studi umanistici, curriculum in Logica, ontologia ed etica.

giovedì 6 dicembre 2012

DON GIOVANNI D'ERCOLE:"NULLA ANDRA' PERDUTO, IL MIO GRIDO DI SPERANZA PER L'ITALIA"



Questa recensione si allontanerà da quelle fino ad ora pubblicate su questa rubrica, perché l’Autore di "Nulla andrà perduto, il mio grido di speranza per l’Italia" (Piemme incontri) è don Giovanni D’Ercole.
Padre Giovanni d’Ercole,  prima di essere Vescovo Ausiliario della Arcidiocesi dell’Aquila dal 20 dicembre 2009, eminente esponente della Segreteria di Stato della Santa Sede per venti anni,  ancor prima  Vice Direttore della Sala Stampa vaticana e, prima ancora,  Provinciale per il centro-meridione d’Italia della Congregazione di don Orione, ha ricoperto,  a cavallo fra il 1984 e il 1985, il ruolo di Parroco della chiesa orionina di Ognissanti in Roma -  ove esercitava la propria missione il “gruppo Speranza” da me fondato e diretto, teso all’aiuto dei tossicodipendenti, farmacodipendenti e alcolisti – e vi era approdato dopo nove anni come missionario in Costa d’Avorio.
L’ho rincontrato dopo un lungo lasso di tempo lo scorso anno a l’Aquila, nel corso della inaugurazione di una struttura destinata a riavvicinare le donne e uomini dell’Aquila, devastati dal terremoto del 6 aprile 2009 dentro e fuori.
L’ho rivisto in abiti talari vescovili, ma per me è sempre don Giovanni, o, meglio, Giovanni.
Le sue doti letterarie già mi erano note, frutto anche delle esperienze avute  in veste di giornalista della carta stampata prima,  del video poi  , passando da  Telepace, per arrivare a  programmi di contenuto religioso - spirituale alla  RAI, molto apprezzati da credenti e non.
Il lavoro letterario di Padre D’Ercole è strutturato intorno al dialogo fra lui e una giovane ragazza, Alice, da cui ha ricevuto una mail che manifestava il suo disgusto per il mondo e la sua volontà di farla finita.
 A questa mail don Giovanni risponde con questo libro.
Una mail: sono passati 22 anni da quando don Giovanni pubblicò nel 1990 “Lettere dalla droga” (ed. Piemme), scritto centrato sul dialogo epistolare fra lui e ragazzi che uscivano dalla tragica esperienza della tossicodipendenza, attraverso il duro cammino terapeutico e di lavoro  della “Comunità Incontro” di Don Pierino Gelmini.
L’epistola, la missiva, la lettera cartacea era lo strumento comunicativo adoperato dall’Autore per relazionarsi con i suoi interlocutori e trattare temi delicati e drammatici.
Oggi con “Nulla andrà perduto” è la e mail: il dialogo scritto è telematizzato, lo scambio di idee è informatizzato, la trasmissione delle idee, del pensiero e delle emozioni avviene per mezzo della elettronica. Cambia il mezzo, evolve e si sviluppa la comunicazione,  ma le domande sono le medesime.
A pagina 155 don Giovanni riporta questi interrogativi: “Perche vivere? Perché morire? Perche la sofferenza e l’ingiustizia?”
Sono domande  che nascono con l’uomo. L’essere  umano è tale in quanto si pone queste questioni.  Appena l’homo sapiens apparve in Etiopia 195.000 anni prima della nascita di Cristo e la sua mente ha cominciato a cogitare, i primi quesiti posti a sé stesso sono stati questi.
Cogito ergo sum, la locuzione cartesiana in forza della quale è innalzato l’essere a essere umano in quanto pensante e svolgente attività raziocinante e, quindi l’uomo è tale perché pensa e il pensiero è l’uomo stesso,  ha come suo corollario: “Sum  perché mi pongo gli interrogativi sulle ragioni del  male, sulle ragioni del  dolore, sulle ragioni della  sofferenza, specie se il male, il dolore e la sofferenza coinvolgono innocenti e bambini, non comprendendo perché debbano essere vittime del libero arbitrio esercitato diabolicamente da altri”.
Sono interrogativi coessenziali alla stessa esistenza umana,  ai quali  Papa Benedetto XVI ha risposto in maniera grandiosa definendo il male uno scandalo: lo scandalo del male. Il male  è inspiegabile e inaccettabile, irrompe scandalosamente dentro l’ uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. Colpiscono a tale riguardo le citazioni del pensiero di alcuni pensatori, come il francese Leon Bloy, vissuto fra l’800 e il ‘900, Pellegrino dell’Assoluto, che definisce il male come necessario. Affermazione forte e, se vogliamo,  sconcertante:  il male è necessario per arrivare a stadi successivi e superiori verso il  Bene e la  Felicità, per giungere all’unico Bene e Felicità a cui l’essere umano deve aspirare: Dio
Don Giovanni D’Ercole percorre il suo cammino narrativo  indicando  la vita  di molti eroi e campioni del coraggio, dell’amore e della vera coerenza,  contemporanei e non, laici ed ecclesiastici , alcuni di loro martiri del nazismo (il sacerdote polacco padre Massimiliano Kolbe);  del comunismo (il cardinale vietnamita Francois Xavier Nguyen Van Thuan: 13 anni in carcere in Vietnam, di cui 9 in completo isolamento in un buco senza luce e in compagnia di un serpente); dell’islam oltranzista, oramai massicciamente  diffuso negli Stati a maggioranza musulmana; e della follia brigatista, armata dalla menzogna dei soliti noti, come nell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi il 17 maggio 1972.
La fatica letteraria di Giovanni  affronta molti temi pruriginosi,  incluso quello  mediaticamente molto sentito della pedofilia di cui alcuni preti si sono resi ignobilmente responsabili.
Due premesse e una curiosità  a tale proposito.
Gesù dice: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare (Marco 9,42).
L’art. 61 del codice penale, nell’elencare le circostanti aggravanti comuni, inserisce fra esse la condotta delittuosa posta in essere da un ministro di culto: io, se non fosse tacciata di violare l’art. 3 della Carta Costituzionale,  trasformerei quest’ultima da aggravante comune (aumento di un terzo della pena base) ad aggravante ad  effetto speciale (aumento oltre il terzo della pena base, ossia  prescrizione  di autonoma e sensibilmente superiore sanzione in relazione a quella base).
La curiosità che mi assilla è conoscere i casi criminali similari presso le altre confessioni cristiane e acristiane.
Date le premesse e in attesa di avere risposte alla mia curiosità, mi preme condividere quanto affermato da Giovanni: la pedofilia è la conseguenza estrema della più assoluta libertà sessuale. Dal tutto è permesso passare alla pedofilia non è un salto così lungo.  Ricordo Maurizio Costanzo decantare la libertà di una donna ospite della sua trasmissione di fare la porno attrice, scandalizzandosi,  però, della proposta  fattale  di  avere rapporti sessuali con  animali. E perché no? E’ Costanzo – o chi per lui – a decidere i confini della morale? La Chiesa no,  Costanzo si? e perché non con le bestie? o altro? Se è tutto permesso!
La assoluta, incondizionata, incontestabile libertà sessuale non è altro che la filiazione del relativismo etico, pilastro (insieme a quello religioso, culturale e cognitivo, come ben argomentato da  Magdi Cristiano Allam in Grazie Gesù,  Mondadori, collana Frecce), dell’unica ultima e vera ideologia rimasta: il politicamente corretto (su cui Tony Blankley, in L’ultima change dell’Occidente, ed.  Rubettino, si intrattiene  ampliamente), interpretazione decadente  e versione radicaleggiante di certo pensiero progressista,  orfano della concezione marxista.
Profetico fu il grande romanziere e intellettuale russo Fedor Dostoevskij -  come viene riportato a pag. 170 del libro – nel romanzo I demoni: “Molti pensano che sia sufficiente credere nella morale di Cristo, per essere cristiani. Non la morale di Cristo, né l’insegnamento di Cristo salverà il mondo, ma precisamente la fede del Verbo che si è fatta carne.” E monsignor D’Ercole aggiunge: “C’è chi segue un cristianesimo senza Cristo; si parla di valori cristiani indipendentemente da Cristo. Corollario della miscredenza- afferma Dostoevskij – è la superficialità, che è una appendice della ignoranza e si nutre di dilettantismo culturale. Questa superficialità emerge nel modo con cui sono affrontate le grandi questioni etiche.”.
Il linguaggio è diretto e colloquiale -  talora a mo’ di omelia, di quelle omelie profonde e, nello stesso tempo, accessibili a tutti (senza cadere nel banale e nel semplicistico), oramai in via di estinzione  - e si rivolge alle tante e ai tanti Alice, alle loro grida silenziose, a quelle grida inascoltate di ragazze  e ragazzi che ricordano la potenza evocatrice pittorica dell’Urlo di Edvard Munch (che a me fa venire subitaneamente alla mente le voci strillanti dei non nati).
La parola Speranza è il leitmotif  del libro, la linea di pensiero guida del racconto, il canovaccio della narrazione, la lente attraverso cui guardare gli accadimenti della vita, la  weltanschauung dell’Autore.
Mi è piaciuta l’agilità comunicativa (e qui si vede il Giovanni televisivo, dispensatore  anche di consigli a ecclesiastici e suore poco avvedute nell’accettare certi inviti ad alcuni tipi di talk show),  il periodare  infarcito di richiami culturali e di idee supportate e rafforzate dai pensieri dei grandi filosofi, pensatori, scrittori e teologi antichi e moderni,  il richiamo agli aforismi di vecchi saggi africani e di anziane, altrettanto sagge, abruzzesi.
Il lettore, però,  non è abbandonato a se stesso (non lo ha ordinato il medico di conoscere la Patristica, ossia le opere dei Padri della Chiesa, primi fra tutti San Tommaso D’Aquino e sant’Agostino),  perché ogni enunciato riportato fra le pagine è spiegato in maniera didascalica e chiara …tanto che anche il sottoscritto riesce a comprenderlo!
Signore e Signori, consiglio natalizio di lettura: acquistatelo (euro 15), leggetelo e poi mi saprete dire
Fabrizio Giulimondi

Post Scriptum: doverosa postilla dovuta al fatto che mentre il mio antico amico Monsignor  Giovanni D’Ercole,  Vescovo ausiliario de L’Aquila, metteva nero su bianco il suo cuore, ancora erano in corso i due procedimenti giudiziari che lo riguardavano. Ovviamente i giornali, specie quelli che godono delle disavventure vissute da cattolici, ancor di più se indossano il clergyman, sono zelanti nel riportare notizie di avvisi di garanzia, indagini penali e iscrizioni in registri tribunalizi, ma non altrettanto solerti nel rammentare alla Comunità, con la stessa dovizia di particolari, che il destinatario delle attenzioni della magistratura penale è risultato completamente estraneo ai fatti a lui contestati.
Bene: Monsignor (o don o Padre, come meglio desiderate)  Giovanni D’Ercole, Vescovo ausiliario de L’Aquila, è stato, nell’uno archiviato, nell’altro, il 14 giugno 2012, assolto con formula piena perché in fatto non costituisce reato.
Fabrizio Giulimondi.