giovedì 29 maggio 2014

"MALEFICENT" DI ROBERT STROMBERG

Locandina Maleficent
Dopo la rivisitazione cinematografica  in versione non comics di Biancaneve, Hansel e Gretel, Cappuccetto rosso, La Bella e la Bestia e Cenerentola, ecco affacciarsi nelle sale italiane “Maleficent” di Robert Stromberg, ossia la favola rivista e corretta de La bella addormentata nel bosco.
Gli elementi della storia tracciata dai fratelli Grimm (Rosaspina) e animata sul grande schermo da Walt Disney nel 1959 vi sono tutti, solo che vengono mischiati, invertiti, mutati, confusi fra di loro, dando vita ad un film bello da vedersi - anche per gli affascinanti effetti speciali e incantevoli, suggestive e sognanti immagini fiabesche e fatate -  seppur distante dalla narrazione tradizionale che abbiamo imparato a conoscere quando eravamo bambini.
Invero, non si può dire che Malefica (perfettamente interpretata dall’algida bellezza di Angelina Jolie che indossa un costume- almeno quello -  perfettamente rispondente alle canoniche rappresentazioni)  incarni il detto nomen, omen e capirete il perché gustandovi il film. Malefica è la vera protagonista e la fabula è sviluppata secondo il suo punto di vista, la sua visuale, la sua ottica.
Il regista è pregno di cultura tolkieniana e fantasy, come appare con forza nella costruzione delle creature della Brughiera e nella raffigurazione dell’impazzito re Stefano, padre di Aurora. La potenza del  “bacio del vero amore” (solo quello materno secondo la visione degli Autori dell’opera),  che libererà la fanciulla dal lungo sonno simile alla morte, ricorda parecchio  Come d’Incanto di Kevin Lima.
Anche se a sprazzi,comunque, Stromberg è rispettoso dell’illustre precedente a disegni animati disneyniano, riproducendo esattamente la scena della comparsa di Malefica a corte durante i festeggiamenti per la nascita della piccola principessa, contro la quale viene scagliato il terribile sortilegio.
Peccato che sia uscito in questa stagione e non nel periodo natalizio, più confacente a questa tipologia di pellicole, anche per ragioni di botteghino.

Fabrizio Giulimondi


sabato 24 maggio 2014

"X MEN: GIORNI DI UN FUTURO PASSATO" DI BRYAN SINGER

Locandina italiana X-Men - Giorni di un futuro passatoX men: Giorni di un futuro passato” di Bryan Singer  della inarrestabile Marvel si inserisce nel serial cinematografico dedicato ai supereroi  mutanti (X Men; X Men 2, X Men: Conflitto Finale; X Men Le origini-Wolverine; X Men: l’inizio; Wolverine- L’immortale), mentre si stanno già realizzando X Men: Apocalypse e Wolverine- L’immortale 2.
Il 3 D di “X men: Giorni di un futuro passato” non è consigliabile perché il film è godibile benissimo anche nella visione ordinaria in 2 D.
La trama si inerpica nel  ritorno al passato degli X Men e, in particolare,  del suo più illustre personaggio Wolverine, che deve  impedire che Mystica (nientepopodimeno che Jennifer Lawrence) uccida il nemico dei mutanti, Oliver Trask, il quale  nel futuro (ossia il presente) creerà con il sangue della poliforme fanciulla bluastra le “sentinelle”, capaci di annientare i nostri poliedrici eroi.
Il racconto, quindi, balza  fra il presente e il gennaio del 1973 a Parigi durante la conferenza per gli accordi di Pace per la fine della guerra in Vietnam, con special guest il Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.
Lo scontro è sempre fra due visioni opposte del rapporto fra mutanti e esseri umani: quella del dottor Xavier, di amicizia e comunione con quella porzione  della Umanità più accondiscendete e quella dura di Magneto, di dominio anche violento del genere umano. Sono, in realtà, visuali politiche che trasbordano in chiave fantasy gli attuali dibattiti  sulle relazioni fra minoranze (o presunte tali) di vario genere e la  maggioranza in un determinato contesto spaziale e temporale.
Come potete  immaginare  gli effetti speciali sono abbondanti, facendo passare in secondo piano le capacità attoriali degli interpreti (oltre la Lawrence, Hugh Jackman, James McAvoy, Ellen Page, Michael Fassbender, Patrick Stewart, Peter Dinklage, Ian McKellen, Halle Berry e molti altri).

Fabrizio Giulimondi


martedì 20 maggio 2014

"PADRE VOSTRO" DI VINKO BRESAN

Locandina italiana Padre Vostro

“Padre Vostro” di Vinko Bresan: tragicomica e grottesca pellicola croata, ambientata in una piccola isola dalmata, dove un giovane prete come mission si pone quella di incrementare nascite e matrimoni bucando i molti preservativi venduti in zona.
Le non sgradevoli e, talora, divertenti  venature anticlericali si trasformano, nell’appropinquarsi  il the end,  nel solito becero attacco alla Chiesa Cattolica, identificata – secondo  oramai cementificati luoghi  comuni di certi mass media – in una moltitudine magmatica di pedofili (assenti, evidentemente, presso le altre confessioni monoteiste).
Fabrizio Giulimondi




sabato 17 maggio 2014

"THE GERMAN DOCTOR - WAKOLDA" DI LUCIA PUENZO

Locandina The German Doctor - Wakolda
“The german doctor-Wakolda” della regista argentina Lucia Puenzo,  con lo straordinario attore spagnolo Alex Brendemuhl -  film di notevole valore artistico, fotografia affascinante, intensa recitazione, atmosfera ipnotica -  racconta il periodo di vita trascorso da  Josef Mengele in Patagonia fra il 1960 e il 1962, sino alla cattura di Adolf Eichmann ad opera del Mossad.
Dietro Mengele, il suo bel volto e  l’eleganza e la gentilezza dei modi, si cela una delle incarnazioni della Bestia apocalittica. Il dottore tedesco dalle maniere affabili intercetta una famiglia: figlie e figli divengono destinatari degli interessi scientifici del genetista di Auschwitz e, in particolar modo, la loro madre, incinta di una coppia di gemelli, i prediletti  dal demoniaco  “medico” dei  lager nazisti.
Assente di crudezza nelle scene, priva di violenza efferata, l’opera  possiede la capacità di mostrare all’assorto spettatore, con tocco gentile e forme delicate,  l’abissale e incontenibile  orrore che si nasconde dietro alla normalità e alla banalità di un “essere umano”
Da fare vedere nelle scuole.


Fabrizio Giulimondi


"UNO, NESSUNO E CENTOMILA" DI LUIGI PIRANDELLO

“Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello (Girgenti 1867 – Agrigento 1936), pubblicato “a puntate” su “La Fiera Letteraria” nel 1925 dopo quindici anni di lavoro.
“Uno, nessuno e centomila” assomma in sé elementi del romanzo introspettivo, della saggistica filosofica e dei trattati psicoanalitici.
“Uno, nessuno e centomila” trasuda continui richiami biografici e autobiografici del grande letterato italiano, Premio Nobel per la letteratura nel 1934.
Le “stravaganze” del protagonista Vitangelo Moscarda incarnano la malattia mentale della moglie di Pirandello, che  fu internata nel 1919 in una casa di cura a Roma.
Vitangelo Moscarda arriva a una convinzione che lo sconvolge: l’uomo non possiede una identità ma è condannato a vivere le infinite personalità che gli altri gli attribuiscono.
Il percorso demolitorio della falsa, unica, identità che il protagonista intraprende, appalesa nascostamente, come un fiume carsico, gli studi sulla psicosi e sulla nevrosi che proprio in quegli anni Freud e Jung stavano affrontando. Tutto il cammino è interpolato dalle teorie filosofiche esistenzialiste di Heidegger e di Sartre.
“Uno, nessuno e centomila” è – come  commenta  Giancarlo Mazzacurati in una edizione del 1994  curata dalla Einaudi – “una macchina narrativa che sbriciola la trama in tanti sbalzi e andirivieni, soste riflessive, digressioni saggistiche improvvise, soliloqui. Un fiume tumultuoso e straripante in cui si sviluppa la lucida follia del protagonista”, un percorso di distruzione dell’”io” che viene  chirurgicamente destrutturato, al pari di una figura umana ad opera dei cubisti e dei surrealisti in pittura, delle sonorità da parte di  Stockhausen  nella musica o di un corpo grazie all’astrattismo scultoreo.
Ai piedi del suo letto, con un aspetto a me ignoto, e a lei impenetrabile, io stavo lì, naufrago nella sua solitudine; e lei nella mia, là davanti a me, sul suo letto, con quegli occhi immobili e lontanissimi, pallida, un gomito puntato sul guanciale e il capo arruffato sorretto dalla mano.”.

Fabrizio Giulimondi

mercoledì 14 maggio 2014

"IL CARDELLINO" DI DONNA TARTT....UN CAPOLAVORO!

Il cardellino“Il Cardellino” di Donna Tartt (Rizzoli), vincitore lo scorso 15 aprile del “Premio Pulitzer” 2014 , esprime  il punto di unione e fusione fra  letteratura,  teologia,  filosofia,  pittura e arte antiquaria, che divengono un unicum attraverso il “sublime” che tutto condensa e assorbe.
Un viaggio attraverso la sacralità della pittura, il mistero degli spazi museali, la bellezza struggente e immortale della letteratura, la polverosità invincibile, antica e immutabile dell’antiquariato, lungo un percorso di disfacimento mentale e fisico da assunzione massiva di droghe e alcol, da disperazione e solitudine.
Il Cardellino è una tempesta ormonale letteraria, una possente cascata di parole, un volumetrico scroscio di aggettivi, un roboante diluvio di descrizioni, una instancabile e mai noiosa narrazione, una densa rappresentazione scritta colorata, entusiasmante, ricca di un florilegio di allocuzioni. Affascinante l’incedere della narrazione di una Scrittrice che incarna la più nobile tradizione della letteratura americana e che fa restare senza fiato per lo splendido  puntiglio linguistico,  che infonde anche nel minimo dettaglio, senza mai stancare il lettore. Solo una letterata  di raro talento  – già Autrice di Dio di illusioni  e  prima in classifica con il lavoro in commento negli States, in Olanda e in Francia – può riuscire a non tediare il pubblico, anzi a tenerlo  avvinto  alla sua creazione, nella illustrazione compiuta con maestria di ogni passaggio, anche il più (apparentemente) inutile e ininfluente, della storia. Lo sviluppo narrativo è cesellato con la finezza di un linguaggio che saltella dall’inglese, al russo, all’ucraino, all’olandese, all’italiano,  impreziosito da terminologia tecnica appartenente alle arti pittoriche e antiquarie.
Il lettore viene affascinato da ogni tratto di penna della Tartt -  come se fosse il tocco di un artista espressionista -  che rende aristocratico anche ciò che è putrido, sordido, immondo e meschino. L’improvvisa violenza di certi momenti  ricorda alcune tele di Mirò, le opere cubiste di Picasso e la follia surrealista  di Dalì: improvvisi spruzzi linguistici allucinatori, psichedelici e deliranti, pagine e pagine di uso delle parole come fuochi d’artificio che si ricompongono in quotidiane vicende che, dalla normalità, subitaneamente, si tramutano in impreviste scene di azione, per poi  - al pari di una metamorfosi inaspettata -  modificarsi in squarci di tenera effusione di sentimenti, amorosi o amicali, drammaticamente veri o astutamente camuffati. I vocaboli trasudano emozioni e provocano nel lettore esattamente la sensazione che  la Tartt voleva  che egli provasse: sofferenza morale, disagio psichico, dolore fisico, malessere nell’anima, dolcezza, odio, amore, amicizia, sentimenti violentemente contrastanti fra di loro e terribilmente autentici. Le parole sono plasmate come creta e l’Autrice ne fa l’uso indicato da Sartre: segni visibili che possano rendere intellegibile il mondo interiore, far fuoriuscire all’esterno come lava eruttata da un vulcano ciò che è dentro all’Autore. Donna Tartt sa che ciò che è nascosto nelle pieghe della sua anima è celato anche  negli anfratti interiori dei suoi lettori ai quali, con una socratica opera maieutica, fa sgorgare sentimenti sino ad allora sconosciuti persino a loro stessi.  L’utilizzo funambolico dei termini e  delle espressioni idiomatiche anglosassoni della Tartt (mirabilmente tradotti da Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai) ricorda lo stile di Tom Wolfe, distanziandosi però da questi per l’assenza dei caratteri futuristici e gotici.
Chi si accinge alla lettura di questo capolavoro scopre la vita di un bambino di tredici anni, Theo, a cui muore la madre in un museo newyorkese a causa di un attentato terroristico, e le pagine ad esso dedicate raffigurano con potenza evocativa  l’orrore dell’11 settembre 2001. Theo si sente colpevole di quella morte, come anche una coetanea, Pippa, si sente colpevole della scomparsa  dello zio, deceduto per gli stessi accadimenti. Le due storie si intersecheranno e si intrecceranno e coinvolgeranno anche Boris, un ragazzo  tossico ed alcolista. La ragnatela ingloberà anche la placida vita di un antiquario, Hobie, dolce e onesto, lavoratore e appassionato, instancabile nell’amore e nella perseveranza nell’aiutare Theo, oltre la famiglia Barbour, devastata dalla pazzia e, ineluttabilmente, dalla morte.
Le loro esistenze prenderanno implacabilmente consistenza, vita, corpo, densità, anima, per tutte le 892 pagine del romanzo.
 E poi c’è il dipinto, la cui presenza nella trama è la ragione stessa del libro: “Il Cardellino”, del pittore olandese Carel Fabritius -  morto a causa di un  incendio lo stesso anno della  creazione del quadro, nel 1654 -  attualmente esposto al Mauritshuis nella città dell’Aia. Nella mente di Donna Tartt tutto nasce con la tragica fine  del pittore fiammingo (il migliore fra gli allievi di Rembrandt), del quale  molte opere andarono irrimediabilmente perdute: Il Cardellino sopravvisse nella sua minuta dimensione e nella sua grande magnificenza. Anche la madre di Theo muore per un evento terribile per mano dei terroristi e il fil rouge di tutta la narrazione sarà proprio questa minuscola tela: “Perché fra la “realtà” da un lato, e il punto in cui la mente va a sbattere contro la realtà, esiste uno spazio sottile, uno spicchio d’arcobaleno da cui origina la bellezza, il punto in cui due superfici molto diverse tra loro si mescolano e si confondo per procurare ciò che la vita non ci da: e questo è lo spazio in cui tutta l’arte prende forma e tutta la magia………Ed è per questo che ho scelto di scrivere queste pagine così come le ho scritte. Perché solo entrando nello spazio intermedio, nel confine policromo tra verità e non verità, essere qui a scrivere tutto ciò diventa tollerabile.”.

Fabrizio Giulimondi




martedì 13 maggio 2014

"LA STIRPE DEL MALE" DI TYLER GILLETT E MATT BETTINELLI-OLPIN



“La stirpe del male” dei registi britannici Tyler Gillett  e Matt Bettinelli-Olpin,  vietato ai minori di anni quattordici, è l’ennesima pellicola ascrivibile al filone demoniaco sulla nascita dell’Anticristo,  nato da film di ben altro valore quali Rosemary baby di Roman Polanski del 1968 e Il presagio di Richard Donner del 1976.
Le riprese schizoidi stile Paranormal activity, effettuate con una telecamera portatile o fissa sulla scena, raccontano la gestazione da parte di  una dolce sposina  - che ne è ignara -  del  figlio del diavolo.
A parte qualche momento di reale tensione, “La stirpe del male”  scorre noiosamente verso un ridicolo finale.
Fabrizio Giulimondi


sabato 10 maggio 2014

"DIO DI ILLUSIONI" DI DONNA TARTT

Dio di illusioni
“Dio di illusioni”, opera prima di Donna Tartt (BUR Rizzoli) - di cui l’ultima fatica letteraria “Il cardellino” è recensita in questa stessa Rubrica - , è uno di quei romanzi che segna lo spirito del lettore, lasciando strascichi di turbamento per giorni.
“Dio di illusioni”, ossia la blasfemia e l’oscenità del male avviluppate in un modus scribendi eccelso, che lascia senza fiato, dove la violenza, la amoralità e il disfacimento fisico e psichico si mischiano, si amalgamano e si fondono con lemmi, parole, aggettivi, espressioni lessicali sublimi; la lingua inglese si intreccia con il greco antico e con l’idioma di Virgilio e di Orazio; la letteratura  statunitense con quella ellenica e romana.
“Dio di illusioni” è dramma shakespeariano e tragedia della Grecia del V secolo, dove la violenza e i richiami sessuali si intuiscono, non si appalesano, per educare e non sconvolgere il pubblico.
Bacheia, riti e estasi dionisiache,  paganesimo e baccanali, cinque ragazzi, una ragazza e un esimio professore universitario di culture classiche, un college di prestigio del Vermont, droghe, alcol, farmaci, genitori assenti o spregevoli, un thriller che si muove su un proscenio teatrale elisabettiano e che per seicentoventidue pagine  penetra nel lettore tenendolo avvinto impietosamente alle parti più fascinose e buie dell’animo umano, che comprendono “non solo il male, ma l’infinità di trucchi grazie ai quali il male si presenta come il bene…. (giungono) al cuore delle cose, all’intrinseco marciume del mondo.”.

Fabrizio Giulimondi

domenica 4 maggio 2014

A UN ANNO DALLA MORTE DI MASSIMO MAZZER

Mi piace pensare che Massimo sia ancora in mezzo a noi, che se avessimo occhiali speciali lo vedremmo con il suo volto un po' sornione.
Chi combatte in vita continua a farlo anche dopo perché non dimentica l'amore di cui si è circondato e che ha dato.
Massimo anche se non lo vediamo è con noi.
In realtà una persona muore veramente solo quando la cancelliamo dalla nostra vita quotidiana.
Continuiamo a fare vivere Massimo nelle nostre speranze di tutti i giorni e lui ci terrà una mano, libera oramai dalla malattia, sulla spalla.
Con amicizia.
Fabrizio.

sabato 3 maggio 2014

PAPA FRANCESCO: "L'ABORTO E L'INFANTICIDIO SONO DELITTI ABOMINEVOLI"



ore 09:00 – Piazza Esedra partenza della Marcia
Percorso: Piazza della Repubblica – Via Cavour – Piazza Venezia – Largo Argentina – Corso Vittorio – Castel S. Angelo
ore 11:30 – arrivo a Castel Sant’Angelo



I Miracoli di Papa Francesco: Novella in ventuno lettere (Italian Edition) DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

AL MOVIMENTO PER LA VITA ITALIANO

Sala Clementina

Venerdì, 11 aprile 2014


Cari fratelli e sorelle,
quando sono entrato ho pensato di aver sbagliato porta, di essere entrato in un Kindergarten ...Mi scuso!
Do il mio cordiale benvenuto a ciascuno di voi. Saluto l’Onorevole Carlo Casini e lo ringrazio per le sue parole, ma soprattutto gli esprimo riconoscenza per tutto il lavoro che ha fatto in tanti anni nel Movimento per la Vita. Gli auguro che quando il Signore lo chiamerà siano i bambini ad aprigli la porta lassù! Saluto i Presidenti dei Centri di Aiuto alla Vita e i responsabili dei vari servizi, in particolare del “Progetto Gemma”, che in questi 20 anni ha permesso, attraverso una particolare forma di solidarietà concreta, la nascita di tanti bambini che altrimenti non avrebbero visto la luce. Grazie per la testimonianza che date promuovendo e difendendo la vita umana fin dal suo concepimento! Noi lo sappiamo, la vita umana è sacra e inviolabile. Ogni diritto civile poggia sul riconoscimento del primo e fondamentale diritto, quello alla vita, che non è subordinato ad alcuna condizione, né qualitativa né economica né tantomeno ideologica. «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide … Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 53). E così viene scartata anche la vita.
Uno dei rischi più gravi ai quali è esposta questa nostra epoca, è il divorzio tra economia e morale, tra le possibilità offerte da un mercato provvisto di ogni novità tecnologica e le norme etiche elementari della natura umana, sempre più trascurata. Occorre pertanto ribadire la più ferma opposizione ad ogni diretto attentato alla vita, specialmente innocente e indifesa, e il nascituro nel seno materno è l’innocente per antonomasia. Ricordiamo le parole del Concilio Vaticano II: «La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; l’aborto e l’infanticidio sono delitti abominevoli» (Cost. Gaudium et spes, 51). Io ricordo una volta, tanto tempo fa, che avevo una conferenza con i medici. Dopo la conferenza ho salutato i medici - questo è accaduto tanto tempo fa. Salutavo i medici, parlavo con loro, e uno mi ha chiamato in disparte. Aveva un pacchetto e mi ha detto: “Padre, io voglio lasciare questo a lei. Questi sono gli strumenti che io ho usato per fare abortire. Ho incontrato il Signore, mi sono pentito, e adesso lotto per la vita”. Mi ha consegnato tutti questi strumenti. Pregate per quest’uomo bravo!
A chi è cristiano compete sempre questa testimonianza evangelica: proteggere la vita con coraggio e amore in tutte le sue fasi. Vi incoraggio a farlo sempre con lo stile della vicinanza, della prossimità: che ogni donna si senta considerata come persona, ascoltata, accolta, accompagnata.
Abbiamo parlato dei bambini: ce ne sono tanti! Ma io vorrei anche parlare dei nonni, l’altra parte della vita! Perché noi dobbiamo aver cura anche dei nonni, perché i bambini e i nonni sono la speranza di un popolo. I bambini, i giovani perché lo porteranno avanti, porteranno avanti questo popolo; e i nonni perché hanno la saggezza della storia, sono la memoria di un popolo. Custodire la vita in un tempo dove i bambini e i nonni entrano in questa cultura dello scarto e vengono pensati come materiale scartabile. No! I bambini e i nonni sono la speranza di un popolo!
Cari fratelli e sorelle, il Signore sostenga l’azione che svolgete come Centri di Aiuto alla Vita e come Movimento per la Vita, in particolare il progetto “Uno di noi”. Vi affido alla celeste intercessione della Vergine Madre Maria e di cuore benedico voi e le vostre famiglie, i vostri bambini, i vostri nonni, e pregate per me che ne ho bisogno!
Quando si parla di vita viene subito il ricordo alla madre. Rivolgiamoci alla nostra Madre perché ci custodisca tutti. Ave Maria
Benedizione


Un’ultima cosa. Per me quando i bambini piangono, quando i bambini si lamentano, quando gridano, è una musica bellissima. Ma alcuni bambini piangono di fame. Per favore dategli da mangiare qui tranquillamente!




DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

ALLA DELEGAZIONE DELL'UFFICIO INTERNAZIONALE 

CATTOLICO DELL'INFANZIA (BICE)

Venerdì, 11 aprile 2014

Vi ringrazio di questo incontro. Apprezzo il vostro impegno in favore dei bambini: è una espressione concreta e attuale della predilezione che il Signore Gesù ha per loro. A me piace dire che in una società ben costituita, i privilegi devono essere solo per i bambini e per gli anziani. Perché il futuro di un popolo è in mano loro! I bambini, perché certamente avranno la forza di portare avanti la storia, e gli anziani perché portano in sé la saggezza di un popolo e devono trasmettere questa saggezza.
Possiamo dire che il BICE è nato dalla maternità della Chiesa. Infatti prese origine dall’intervento del Papa Pio XII in difesa dell’infanzia all’indomani della II guerra mondiale. Da allora questa organizzazione si è sempre impegnata a promuovere la tutela dei diritti dei minori, contribuendo anche alla Convenzione dell’ONU del 1989. E in questo suo lavoro collabora costantemente con gli uffici della Santa Sede a New York, a Strasburgo e soprattutto a Ginevra.  
Lei con delicatezza ha parlato del buon trattamento. La ringrazio per questa espressione delicata. Ma mi sento chiamato a farmi carico di tutto il male che alcuni sacerdoti – abbastanza, abbastanza in numero, ma non in proporzione alla totalità - a farmene carico e a chiedere perdono per il danno che hanno compiuto, per gli abusi sessuali sui bambini. La Chiesa è cosciente di questo danno. E’ un danno personale e morale loro, ma di uomini di Chiesa. E noi non vogliamo compiere un passo indietro in quello che si riferisce al trattamento di questo problema e alle sanzioni che devono essere comminate. Al contrario, credo che dobbiamo essere molto forti. Con i bambini non si scherza! 
Ai nostri giorni, è importante portare avanti i progetti contro il lavoro-schiavo, contro il reclutamento di bambini-soldato e ogni tipo di violenza sui minori.
In positivo, occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare nella relazione, nel confronto con ciò che è la mascolinità e la femminilità di un padre e di una madre, e così preparando la maturità affettiva.  
Ciò comporta al tempo stesso sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli. E a questo proposito vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio! Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del “pensiero unico”. Mi diceva, poco più di una settimana fa, un grande educatore: “A volte, non si sa se con questi progetti - riferendosi a progetti concreti di educazione - si mandi un bambino a scuola o in un campo di rieducazione”. 
Lavorare per i diritti umani presuppone di tenere sempre viva la formazione antropologica, essere ben preparati sulla realtà della persona umana, e saper rispondere ai problemi e alle sfide posti dalle culture contemporanee e dalla mentalità diffusa attraverso i mass media. Ovviamente non si tratta di rifugiarci in ambienti protetti nasconderci, che al giorno d’oggi sono incapaci di dare vita, che sono legati a culture che già sono passate… No, questo no, non va bene. Ma affrontare con i valori positivi della persona umana le nuove sfide che ci pone la cultura nuova. Per voi, si tratta di offrire ai vostri dirigenti e operatori una formazione permanente sull’antropologia del bambino, perché è lì che i diritti e i doveri hanno il loro fondamento. Da essa dipende l’impostazione dei progetti educativi, che ovviamente devono continuare a progredire, maturare e adeguarsi ai segni dei tempi, rispettando sempre l’identità umana e la libertà di coscienza.   
Grazie ancora. Vi auguro un buon lavoro.
Mi viene in mente il logo che la Commissione della protezione dell’infanzia e dell’adolescenza aveva a Buenos Aires, e che Norberto conosce molto bene. Il logo della Sacra Famiglia sopra un asinello che scappa in Egitto per difendere il Bambino. A volte per difendere, è necessario scappare; a volte è necessario fermarsi per proteggere; a volte è necessario combattere. Però sempre bisogna avere tenerezza.


Grazie per quello che fate!