mercoledì 28 ottobre 2015

"LA FELICITA' DELL'ATTESA" DI CARMINE ABATE


La felicità dell'attesa
In uno scenario attuale che vede un attacco senza precedenti all’istituto della famiglia, Carmine Abate continua a parlarci con commovente delicatezza della Famiglia e della Terra, delle Radici, delle Origini, di Sentimenti autentici, di Fatica, di Sacrifici, di Uomini e Donne partiti lontano per rendere “studiati” i propri figli (“ Ma io so bene cosa si prova quando si emigra, quel lieve franare della terra sotto i piedi a ogni passo. Il sipario che si chiude alle tue spalle, lasciando solo uno spiraglio di luce che t’insegue da lontano”), anche se  nel cuore hanno solo il loro paesello natio.
Ancora Carmine Abate ci parla di Hora.
Hora è il Paese, la “Kora” della Grecia classica delle memorie, la “Hore” arbërisht degli amarcord tristi, nostalgici e malinconici come solo i ricordi belli sanno essere.
Hora è un luogo nascosto in ognuno di noi negli anfratti del cuore.
Hora è il Paese dove è nato Carmine Abate, Carfizzi, ma anche tutte quelle località dove vivono sin dal 1400 le comunità italo –albanesi.
Hora, in “La felicità dell’attesa” (Mondadori), è nel crotonese, ma potrebbe essere in qualsiasi altra parte della Calabria, della Puglia, dell’Abruzzo, del Molise, della Basilicata, della Campania o della Sicilia: “Hora jone è come un iceberg, metà fuori illuminata dal sole e metà, oscura, dentro di noi”.
Hora è un luogo geografico ma anche un luogo spirituale che dimora nell’’anima di chi è stato, è e sarà : ”L’uomo che trova dolce il luogo natale è ancora un tenero principiante; quello per cui ogni suolo è come il suolo nativo è già più forte; ma perfetto è l’uomo per cui l’intero mondo è un paese straniero”.
Questo romanzo, al pari e ancora più dei precedenti (Il ballo tondo, La moto di Scanderbeg, Il mosaico del tempo grande, La festa del ritorno - Premio Campiello 2004 -  La collina del vento, Il bacio del pane) è marcatamente biografico e autobiografico e, al pari e ancor più dei precedenti, è il romanzo dei lucciconi, degli affetti profondi, di memorie antiche che, se fossero cancellate, oscurerebbero il futuro.
La felicità dell’attesa” narra di ciò che è intramontabile, immutabile, sacro nella sua semplicità quotidiana, fatta di lotta per il futuro, di presente proiettato al domani (“Il presente del futuro è l’attesa”) e che guarda sempre al passato, verso Hora (“Il passato e il presente mi balzano davanti agli occhi come cani feroci”).
L’italiano, il calabrese, l’ inglese e l’arbëreshë si fondono in un unico idioma che è prosa e poesia insieme:” La sua vita è sospesa tra Ney York e Hora, tra il futuro e il passato che non esistono, dentro un presente traboccante di attese e di rimpianti”.
E’ il tempo il compagno di viaggio dei protagonisti: ”Il tempo pareva cristallizzato in gesti e parole ripetuti fino alla noia, con il dolore che risbucava cauto e senza preavviso, come le lumache in fuga dal panaro”.
Mio padre….è stato assente perché in tutta la sua vita ha cercato invano di rielaborare il lutto per la morte del padre e del fratello, continuando nel frattempo a sperare di rivedere Norma, soffiando sulle braci vive del suo amore sotto la cenere, anche dopo la nascita di noi figli, anche dopo la scomparsa di Norma, che per lui non era morta veramente: a morire era stata Marilyn Monroe”.
Viviamo per questo, no? In attesa di assaporare questa benedetta felicità.
Fabrizio Giulimondi


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