domenica 5 giugno 2016

"L'INDEGNO" DI ANTONIO MONDA (MONDADORI)

L'indegno
Dopo aver recensito L’America non esiste e La casa sulla roccia, ho affrontato – credo – il libro a livello introspettivo più corposo mai scritto da Antonio Monda, che, nella sua spola fra l’Italia e gli States, fra la sua attività  di scrittore, curatore di mostre letterarie e cinematografiche e docente universitario, ha raffinato le proprie doti di romanziere: i personaggi da lui creati giganteggiano nelle loro angosce e  frustrazioni, nelle loro sconfitte e vittorie, rifacendosi talora a quelli creati dal genio di Ernest Hemingway.
L’Indegno” (Mondadori) è un inno alla fragilità umana, guardata con tenero abbandono e consapevole rassegnazione, senza disprezzo, talune volte con una punta di fastidio.
Un sacerdote cattolico fortemente peccatore – tante volte già incontrato in pellicole e libelli – mostra il volto vero dell’essere umano tra volontà di santificazione, desiderio di coerenza e miserrima fragilità. Il prete protagonista, Abram, si analizza di continuo:  il romanzo è la narrazione della sua quotidiana analisi intimistica, la storia della sua sempiterna  sconfitta. Abram  sa che i suoi propositi tesi al Cielo sono geneticamente perdenti;  sa di essere uno sconfitto perché egli è un essere umano e gli esseri umani sono stati concepiti nel loro corpo, nelle loro menti e nella loro anima deboli, abbandonati alla loro inevitabile crudele “caduta”; gli esseri umani sanno di essere infimi e fiaccati dal Mondo, ma nonostante questo sono dotati di una innata travolgente  volontà di contrastare questa debolezza, di andarvi oltre, nella illusione di poterla sopprimere, per poter giungere alla perfezione voluta da Dio e in esso incarnata.
Lavoro scritto con il peculiare stile agile, fresco e pastello di Monda, lussurioso e religioso, esprime una profonda pulsione spirituale dell’Autore, che cerca ciò che è inarrivabile, irraggiungibile perché dentro l’uomo v’è  insito un invincibile senso di perenne sconfitta, perché la luce è troppo lontana e la sua intensità abbaglia troppo, fa paura, brucia.
La frustrazione del ministro di culto si espande e travolge tutti, prima Lisa e poi per cerchi concentrici gli altri.
Sembra di ascoltare Fragile di Sting mentre il lettore incespica  fra desolanti amori, possenti sentimenti, mendaci parole e miserabili ruberie.
Sembra che il realistico racconto dell’incontro di boxe del 1974 fra Foreman ed il compianto Cassius Clay (deceduto lo scorso 3 giugno, ndr) voglia accennare alla diuturna lotta fra il Bene e il Maligno.
L’intercalare di passi evangelici, encicliche e salmi rafforzano la disperata ricerca di coerenza, frenata dal fardello troppo pesante di limiti e ostacoli che le persone hanno sulle proprie spalle, spalle che sono dentro se stesse.
Padre nostro che sei nei cieli, ci hai chiesto di essere nel mondo ma non del mondo, ma poi ci vuoi umili, insignificanti, sconfitti. Hai voluto guerrieri come San Paolo e sant’Ignazio, li hai esaltati e hai consentito loro di arricchire la tua chiesa. Ma continui a ricordarci che i beati sono i poveri di spirito e gli ultimi saranno i primi. Padre nostro se non ti amassi ti odierei profondamente, e forse a volte lo faccio, perché tu sai che ti sto amando anche in questo momento.
Padre che hai sacrificato tuo figlio, Padre che ti sei fatto carne e hai sentito tutto quello che la carne desidera e pretende.
Padre dei peccatori e degli assassini. Padre dei falliti e dei traditori.
Padre di mio padre, che hai visto amare mia madre, e concepire questo mio corpo indegno. Abbi pietà del mio furore da angelo caduto”.

Fabrizio Giulimondi

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