mercoledì 22 marzo 2017

"ALLA LUCE DEL MITO. GUARDARE IL MONDO CON ALTRI OCCHI" DI MARCELLO VENEZIANI (MARSILIO NODI)

Meravigliarsi dinanzi al visibile e all’invisibile. Sergio Cotta, il grande filosofo del diritto diceva che tutto nasce da un primigenio atto di meraviglia, dallo stupore dinanzi alla bellezza ed al mistero nascosto nel primo soffio di vita. Ma prima di tutto si disvela il Mito, momento sorgivo e finale, di significazione e supporto alla transizione umana. Marcello Veneziani ci ha reso partecipi di potenti scritti in questi anni. Il pensiero corre a “Vivere non basta. Lettere a Seneca sulla felicità”, a “Dio, Patria e Famiglia. Dopo il declino” e a “Lettera agli italiani. Per quelli che vogliono farla finita con questo paese”. Il giornalista filosofo non ha finito di giganteggiare e si e ci proietta verso altre dimensioni, verso il sublime, verso “Alla luce del mito. Guardare il mondo con altri occhi” (Marsilio Nodi).
Ho difficoltà, vera, sincera, autentica difficoltà a rinchiudere in poche parole, in una manciata di locuzioni, in tranci di frasi ciò che esprime questa novella opera di Veneziani in termini emozionali, interiori ed intellettivi. Veneziani esplode in mille immagini e ci narra del Mito. Il Mito che si affaccia sull’esistenza umana per lasciare tracce di sé nella letteratura, nella poesia, nella politica, nella religione. Il Mito che invoca l’Umanità di porsi un limite per non “trasumanare” nella “post-umanità”, dove v’è l’oblio del tecno-ego- annientamento.
Ogni parola nel saggio è polifonica ed è nello stesso tempo poesia e letteratura e filosofia, perché ogni espressione trae vitalità e significato dall’una e dall’altra arte. Tutto il lavoro è pervaso da una energia creatrice gemmata da una scintilla geniale che forgia le cadenze della scrittura e delle sue pause. V’è un prius, la nostalgia, forza iniziatica di ogni atto intellettivo che nella bellezza ripone le proprie speranze e le proprie attese. V’è un posterius, la poesia, che congela quell’attimo di irripetibile “bello” proprio nel momento in cui sta svanendo, per impedirne la putrefazione e farlo germogliare in ogni animo umano nel perenne divenire del mondo.
Il Mito roccaforte inespugnabile di un sempre più diffuso e sopravanzante nichilismo, fatto di laicismo che trasforma Dio in Io e di fanatismo religioso che tutto muta in membra mutilate: una metamorfosi in monstrum corporeo e spirituale.  L’uomo senza Mito, senza il luccichio divino, privo di limiti frenanti, può eliminare se stesso involvendo in un “post-umano”.
Le parole di Marcello irradiano l’uomo, innalzano ad sidera coeli i pensieri, rendono la persona non una impaurita monade leibniziana in disperata cerca del “Nulla” per riempire il proprio “Nulla”, ma un continuum immortale fra passato e futuro lungo un intramontabile inno alla parte più intimamente grandiosa di cui l’Umanità è composta e di cui si nutre.
Fabrizio Giulimondi


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