domenica 11 marzo 2018

"STORIA DELLA MIA ANSIA" DI DARIA BIGNARDI (MONDADORI)

I libri di Daria Bignardi sono autobiografie camuffate da romanzi- astuti e ammiccanti - con tratti immaginifici confusi, non riuscendo a comprendere il lettore dove finisca la realtà e incominci il prodotto della fantasia.
Non è da meno la sua ultima fatica “Storia della mia ansia” (Mondadori), che parla del tempo che si consuma contro la nostra volontà, un tempo pigmentato dall’ansia trasmessa dalla madre alla protagonista, proiettata a vivere nuovi amori volendo, in realtà, vivificare quelli antichi ancora presenti, nella consapevolezza che il domani potrebbe non arrivare mai. Un tumore cambia tutto: prospettive, baricentri, punti di fuga, angoli visuali, tonalità ed intensità dei colori.
Storia della mia ansia” racconta di una donna, madre di tre figli e sposata con un uomo - in fuga dalla realtà che ha ormai assunto il gusto aspro della malattia -, i cui giorni sanno di chemio, terapie ormonali, capelli che cadono e vene che si rifiutano di farsi bucare, e di un corpo imprigionato nella paura e nella nausea. Ma forse la parte migliore della vita si vive quando si pensa di dover morire.
La protagonista non ha un nome perché è lei che assorbe la narrazione, è lei stessa la narrazione, è il sole intorno al quale roteano il marito Shlomo, il potenziale amante Luca e gli assenti e anonimi figli e amici che compongono il dietro le quinte della storia.
È un libro sul “se”, quei “se” che tormentano l’esistenza di noi tutti e che rischiano di divenire la forza gravitazionale che fa precipitare il presente nel fosso di un  passato alternativo a quello veramente vissuto: “Se non mi fossi massacrata di lavoro, se mi fossi protetta di più, se avessi mangiato poco di tutto, se fossi stata moderata, razionale, se non avessi piantato grane, non mi fossi gettata in ogni fuoco e in ogni sfida, se non avessi sposato un uomo che mi fa soffrire, se mi fossi accontentata di gioire del vento tra i rami e non mi fossi spinta oltre i miei limiti forse il mio corpo avrebbe saputo tenere a bada il male. Ma non l’ho fatto. I miei errori sono ciò che più rimane. Gli entusiasmi, gli slanci, le emozioni e le passioni, i rischi che ho preso sono la mia vita. Gli errori hanno fatto di me ciò che sono.”
Le parole e i periodi sono un prolungato e allungato carpe diem senza confini, inni alla resistenza, cantici alla persistenza e alla permanenza, uno sciogliersi in quell’ “altro Io” che non conoscevamo e che il cancro ci costringe a conoscere.
La conclusione è irradiata da una rara espressione letteraria di inchino alla famiglia che, al termine di tutto, è il solo scrigno che protegge la persona quando i tetri demoni della malattia sopraggiungono e si affacciano all’uscio dell’essere umano: questo cammino costellato di dolore ed umiliazioni lo faremo insieme.
Allora il tempo si dilata e sento dentro qualcosa che mi scalda, ma è un lume, non è più una fiamma. Fa una luce bellissima.”
Fabrizio Giulimondi

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