“Le cose non dette”, ultima bellissima
opera di Gabriele Muccino, si
colloca ampiamente nella tradizione cineastica drammatica del Regista romano
che, con varie intensità, sfumature e tinte, giganteggia dal 1998 nel cinema italiano.
“Le cose non dette” non possiede l’implacabile
tragicità di “La ricerca della felicità” (2006) e di “Sette anime” (2008), ma
riprende gli spunti artistici, interpretativi e narrativi di “L’ultimo bacio
(2001) e di “Baciami ancora” (2010).
La visione
destrutturante della famiglia e dei rapporti di coppia incide non con il
bisturi ma con il machete sui legami amorosi (o presunti tali) dei protagonisti
della storia. Lo sguardo di Muccino - immerso
in una luce arabeggiante radiosa e cupa – indugia ad analizzare le dinamiche
che governano le vite interiori ed esteriori dei coniugi Carlo (uno Stefano Accorsi che riprende in pieno la
mimica disperata e persa nel vuoto di “L’ultimo bacio”) ed Elisa (la bella e dai
modi eleganti e raffinati Miriam Leone)
e dei coniugi Paolo (un sempre intenso Claudio
Santamaria) e Anna (Carolina
Crescentini, straordinariamente “fuori di testa”), insieme alla figlia
Vittoria (Margherita Pantaleo). Outsider è Blu, amante fragile e pericolosa
di Carlo (Beatrice Savigniani).
Il set è Tangeri in Marocco, città
intellettuale e bohémien, dove la
vacanza delle due famiglie esplode in un finale allo stesso tempo verdiano e shakespeariano.
La patologica follia intrisa di cattiveria di Anna devasta la personalità della
figlia Vittoria, macera il marito Paolo, imputridisce il rapporto di (pseudo-)
amicizia con Carlo ed Elisa. Sono i sentimenti senzapelle di Carlo per Blu a fare da detonatore al coup de théâtre finale: la vita non è forse
un concatenarsi di coup de théâtre?
Elisa
e Paolo sono anime vere, pulite, sincere, capaci di sentimenti profondi e
autentici. Elisa e Paolo sono vittime dei disturbi psichici di Anna e degli
impeti brutalmente passionali di Carlo e Blu e putrescenti di Vittoria.
L’alibi,
vocabolo gettato apparentemente per caso in mezzo ai dialoghi serrati e
ansiogeni, assume una chiave di lettura decisiva.
Fabrizio Giulimondi
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