sabato 31 gennaio 2026

"LE COSE NON DETTE" di GABRIELE MUCCINO

                                



Le cose non dette”, ultima bellissima opera di Gabriele Muccino, si colloca ampiamente nella tradizione cineastica drammatica del Regista romano che, con varie intensità, sfumature e tinte, giganteggia dal 1998 nel cinema italiano. “Le cose non dette” non possiede l’implacabile tragicità di “La ricerca della felicità” (2006) e di “Sette anime” (2008), ma riprende gli spunti artistici, interpretativi e narrativi di “L’ultimo bacio (2001) e di “Baciami ancora” (2010).

La visione destrutturante della famiglia e dei rapporti di coppia incide non con il bisturi ma con il machete sui legami amorosi (o presunti tali) dei protagonisti della storia. Lo sguardo di Muccino - immerso in una luce arabeggiante radiosa e cupa – indugia ad analizzare le dinamiche che governano le vite interiori ed esteriori dei coniugi Carlo (uno Stefano Accorsi che riprende in pieno la mimica disperata e persa nel vuoto di “L’ultimo bacio”) ed Elisa (la bella e dai modi eleganti e raffinati Miriam Leone) e dei coniugi Paolo (un sempre intenso Claudio Santamaria) e Anna (Carolina Crescentini, straordinariamente “fuori di testa”), insieme alla figlia Vittoria (Margherita Pantaleo). Outsider è Blu, amante fragile e pericolosa di Carlo (Beatrice Savigniani).

Il set è Tangeri in Marocco, città intellettuale e bohémien, dove la vacanza delle due famiglie esplode in un finale allo stesso tempo verdiano e shakespeariano. La patologica follia intrisa di cattiveria di Anna devasta la personalità della figlia Vittoria, macera il marito Paolo, imputridisce il rapporto di (pseudo-) amicizia con Carlo ed Elisa. Sono i sentimenti senzapelle di Carlo per Blu a fare da detonatore al coup de théâtre finale: la vita non è forse un concatenarsi di coup de théâtre?

Elisa e Paolo sono anime vere, pulite, sincere, capaci di sentimenti profondi e autentici. Elisa e Paolo sono vittime dei disturbi psichici di Anna e degli impeti brutalmente passionali di Carlo e Blu e putrescenti di Vittoria.

L’alibi, vocabolo gettato apparentemente per caso in mezzo ai dialoghi serrati e ansiogeni, assume una chiave di lettura decisiva.

Fabrizio Giulimondi




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