lunedì 26 febbraio 2018

FABRIZIO GIULIMONDI: "DIO PATRIA FAMIGLIA"


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Dio Patria Famiglia non è una locuzione polisemica ma un luogo dell’anima, uno spazio luminescente sorgivo di antiche promesse e inaspettate speranze.
Dio Patria Famiglia è un valore che trascende il tempo e lo spazio, che va oltre l’Umanità e in essa riposa, originato da un passato mai dimenticato e che nel futuro trova radici.
Dio Patria Famiglia è una trilatera dimensione dell’anima senza la quale l’uomo è perso in se stesso, angosciato nel proprio vuoto e nel proprio capriccioso nichilismo: in essa si invera l’essere umano nella sua compiutezza, saldo continuatore del tempo e dello spazio, indomito alle intemperie di devastanti quanto distruttive vacue libertà che possiedono la consistenza del “presente”, capaci solo di trasformare Dio in un monadico e disperato “Io”.
Fabrizio Giulimondi


martedì 20 febbraio 2018

“IL FONDAMENTALISTA RILUTTANTE” DI MOHSIN HAMID (EINAUDI)


Il fondamentalista riluttante (Super ET) (Italian Edition) by [Hamid, Mohsin]

Il titolo in parte fa pensare che si parli di terrorismo islamista ed è in parte vero, almeno nella superficie, ma nelle viscere del racconto “Il fondamentalista riluttante” di Mohsin Hamid (Einaudi, 2007, da cui è stato tratto l’omonimo film di Mira Nair nel 2012) tratta del lutto e della sua elaborazione.

La morte per incidente del ragazzo di Erica e la di lei scomparsa (suicidio?) sono il vero baricentro della storia che si dipana fra un prima e un dopo: lo spartiacque è l’11 settembre 2001.
Prima un pakistano capace era un nuovo acquisto dell’intelligencija statunitense; dopo solo un individuo ontologicamente sospetto.
Il casus narrativo è un dialogo fra il protagonista, Changez (il giannizzero) e un misterioso interlocutore, attraverso il quale vengono ripercorsi delicatamente spazi e tempi di anime divelte da tragedie umanitarie e personali, che si fondono con il passar del romanzo in un unico dramma di nome lutto.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 19 febbraio 2018

"A CASA TUTTI BENE" DI GABRIELE MUCCINO


Gabriele Muccino è l’esteta del dramma e ha abituato il pubblico con il suo filone cinematografico americano (La ricerca della felicità, Sette anime, Padri e figlie) a lavori ad alta tensione e densità tragica.
Il film corale “A casa tutti bene” riprende la linea artistica tracciata da L’ultimo bacio (2000), sviscerando entro il solco della migliore tradizione commediografa italiana i rapporti familiari fra il grottesco, il ridanciano e l’angosciante.
I marosi impediscono la partenza dalla splendida isola di Ischia di una gens al completo che si è riunita per festeggiare i 50 anni di matrimonio della coppia capostipite. Ovviamente, il rimanere tutti insieme per più ore del previsto e il passare due giorni e due notti all’interno delle stesse mura domestiche fa emergere le magagne di ogni singola coppia. Brutali dinamiche parentali esplodono in maniera improvvisa e confusa, quasi come biglie impazzite, fra zii, nipoti, cugini, cognati, nuore, coniugi ed ex coniugi, nuore, fratelli e sorelle, genitori e figli La pellicola respira in pieno la produzione filmistica italiana, tutta tesa alla demolizione della famiglia tradizionale, esattamente all’opposto della maggior parte dei film di marca hollywoodiana che la esalta e la fa divenire un simbolo della grandezza patriottica a stelle e strisce.
E’ evidente che l’iter narrativo trasuda delle vicende personali del regista con la sua famiglia reale e i noti e violenti contrasti con il fratello attore Silvio Muccino.
Dovrebbe lasciare l’amaro in bocca ma l’intento dell’Autore non è raggiunto: lo spettatore italiano oramai è abituato al leitmotiv degli artisti di casa nostra tutti propensi a configurare il nucleo familiare come veste, forma ed espressione di ipocrisia borghese (usando l’antico linguaggio marxiano) e di vetuste tradizioni oramai accantonate da più veritiere modalità di vivere i propri sentimenti. Questa freschezza è inverata dalla giovane coppia sedicenne - interpretata da due novelli attori, Elisa Visari e Renato Raimondi - ancora non ingobbita dal fardello matrimoniale, fardello ben esplicitato dalla frase “A me la famiglia sta sul cazzo!”, urlata dal capofamiglia Pietro.
Il cast degli interpreti è di altissimo livello e v’è una porzione del migliore cinema italiano, una parte del quale segue da anni Gabriele Muccino: Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Tea Falco, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore, Ivano Marescotti, Giulia Michelini, Giampiero Morelli, Stefania Sandrelli, Gianmario Tognazzi, Valeria Solarino.
Sarebbe interessante comprendere quanto l’arte fotografi la realtà e quanto, invece, la condizioni, magari dileggiando, con garbo e ironia, una dimensione esistenziale la cui destrutturazione sta conducendo la società italiana ad una mucillagine priva di figli, esposta alle intemperie esterne e assente di futuro.
Ai posteri l’ardua sentenza ma, nel frattempo, “A casa tutti bene” è consigliabile.
Fabrizio Giulimondi



venerdì 16 febbraio 2018

"CECITÀ” DI JOSÉ SARAMAGO (FELTRINELLI).



Non è facile parlare di un Premio Nobel per la letteratura (1998), men che meno di un’opera letteraria densa, pastosa e complessa, carica di significati escatologici, teologici, filosofici, sociologici, metafisici, come “Cecità” di José Saramago (Feltrinelli).
Con una narrazione fantasiosa, immaginifica, apocalittica, crepuscolare e catacombale, “Cecità” è estetizzata da un costrutto stilistico che determina uno stato ansiogeno e confusionale in chi legge. Il libro è un lungo, interminabile, periodo senza soluzione di continuità - inframezzato da, quasi superflue, punteggiature -  che fonde singoli episodi in una unica storia, dialoghi magmatici in un sola conversazione.  Questo romanzo sembra interiorizzare una frastornante musicalità polifonica ricondotta, nel passare delle pagine, ad una coralità sinfonica.
L’ ironica, sbeffeggiante, tragica voce narrante, interpola l’inabissarsi del lettore verso oscurità inenarrabili non indicando mai i nomi di personaggi antropologicamente ben delineati, sostituendoli con sintagmi e locuzioni composti da metafore di matrice epica latina e greca. Gli aspetti favolistici, fantastici, onirici evocano la letteratura nipponica di Murakami e latino-americana di Gabriel García Márquez: il realismo magico irrompe nella scrittura di Saramago, i cui elementi ultraterreni e misterici si combinano con un realismo sviscerato sino alle più cupe conseguenze.
L’inquieta ars scribendi del Nobel portoghese compare come una risultante della, talora, allucinatoria pittura fiamminga e delle visioni orgiastiche e nauseabonde di alcuni cantici infernali danteschi.
In “Cecità”  sembra di vedere Dante, Brueghel e Bosch, dopo una metamorfosi kafkiana, riplasmati da esperte mani in una scultura costretta ad immergersi in un vortice di parole (o è la letteratura che è divenuta scultura?). Questa plesso scultoreo- letterario impietosamente palesa un ammasso di corpi indistinguibili fra di loro, spogliati non solo dei propri vestiti ma della stessa propria natura umana. Corpi informi deprivati della propria individualità che si trasformano in una massa animalesca di carne, lurida, bestialmente contorta, involuta in direzione di uno stadio primordiale, perché gli occhi non vedono improvvisamente e inspiegabilmente più nulla, salvo una marea lattiginosa. Soltanto una donna, la moglie dell’oculista, continua ad avere il dono della vista, pur dovendo nascondere al mondo questa sua miracolosa deroga al “malbianco” che la circonda. Le quotidiane azioni che agevolmente – e senza che il raziocinio ci si fosse mai soffermato -  ogni persona compiva prima dell’avvento della lattea cecità, divengono ora un esercizio di sforzo erculeo, dirompente nel fisico, nella mente e nell’anima.
L’umanità è privata di se stessa ed esterna la sua putrescenza nel momento in cui muta in massa cieca. L’Autore mostra l’uomo per quello che è nel momento in cui rimane senza luce.  La scrittura prende la forma di masse oscene, terrifiche e disgustose di donne e uomini vittime o carnefici di ogni tipo di ignominia, oramai bestie senza sguardo pronte a nutrirsi impudicamente di rancido e ributtante simulacro di cibo, aduse ad accoppiarsi fra corpi lerci penetrati senza esser visti, assenti fra assenze, senza più alcuna essenza umanoide.  La persona non c’è più perché la negazione della vista la rende ectoplasma a se stessa. La luce è corporea ma il suo venire meno muta la chimica e la fisica in buio dell’anima. Colui che è cieco non lo è solo negli occhi ma, per lo Scrittore, lo è fatalmente anche nella sua interiorità. Chi è cieco dentro vede solo in apparenza, pensa di vedere, invero non vede alcunché, pur non accorgendosene, poiché chi è cieco non vede non solo le cose visibili ma neanche quelle invisibili: il chiaro e lo scuro sono solo due colorazioni fittiziamente diverse di una medesima dimensione del reale.
Le parole in Saramago possiedono una forza animalesca cibandosi della disperazione di chi vuole continuare a vivere. I vocaboli vengono prosciugati dalla volgare ipocrisia di cui l’aggettivazione li ammanta, aggettivi che edulcorando il linguaggio e lo depotenziano di quella primitiva energia interna che lo fa, altrimenti, giganteggiare: “Gli aggettivi non servono a niente, se una persona ne ammazza un’altra, per esempio, sarebbe meglio enunciarlo così, semplicemente, e confidare che l’orrore dell’atto, di per sé, fosse tanto scioccante da dispensarci dal dire che è stato orribile, Vuol dire che abbiamo parole in più, Voglio dire che abbiamo sentimenti in meno, Oppure ce li abbiamo, ma non usiamo più le parole che potrebbero esprimerli. E dunque li perdiamo … L’unico miracolo che possiamo fare sarà quello di continuare a vivere … difendere la fragilità della vita giorno per giorno, come se fosse lei la cieca, e non sapesse dove andare, e forse è proprio così, forse la vita non lo sa davvero, si è abbandonata nelle nostre mani dopo averci reso intelligenti, e noi l’abbiamo portata a questo … Non ha trovato risposta, le risposte non vengono ogniqualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l’unica risposta possibile.”

Fabrizio Giulimondi


giovedì 15 febbraio 2018

PIERO CORIGLIANO: "QUATTRO NOTE SUI R.E.M."


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Correva l’anno 1992, quando i R.E.M. diedero alle stampe questo “Automatic for the people”.
E’ uscita a Novembre 2017 la versione rimasterizzata dell’album, ristampato per i suoi 25 anni in due versioni ‘extralarge’, una da due cd, con il disco originale remixato e l’unico concerto live registrato dalla band nel ’92, e l’altra (Deluxe) con 20 demo mixati nel 1992 e il disco stesso ascoltabile in versione “sonora” Dolby Atmos.
Solo un anno prima, grazie ai mandolini e al pathos del singolo “Losing my religion” i R.E.M., fino a quel momento conosciuti come la band di punta del rock indipendente americano, avevano sfondato a livello internazionale, facendo entrare ai primi posti delle classifiche “Out of time”. Quest’ ultimo era un disco di folk-rock maturo e mainstream, con alcuni singoli capaci di fare breccia presso le categorie più disparate di ascoltatori.
La band dopo “Out of time” decise, a sorpresa, di non fare un tour promozionale, col quale avrebbe capitalizzato al meglio le vendite milionarie del disco e si chiuse pazientemente in studio a registrare delle nuove canzoni, che confluirono in “Automatic for the people”.
Il risultato è un disco cupo e malinconico, funereo e notturno, che tratta a piene mani il tema della mortalità, degli affetti e delle fragilità umane, con un suono barocco, delicato e migliorato da raffinate orchestrazioni, dirette dal sapiente lavoro di John Paul Jones, ex bassista dei Led Zeppelin.
Forse è riduttivo definire “Automatic for the people un disco, perché musiche, testi e atmosfere di queste 12 canzoni sono così interconnessi da creare un tutt’ uno di visioni oniriche, sogni, ricordi, orizzonti, frammenti di vita, immagini, delusioni e speranze.
Ingredienti messi insieme dai quattro R.E.M. con un sapiente lavoro di ‘cucitura’, realizzato col produttore Scott Litt, e ammantati in un mood dimesso, specchio dei tempi incerti che si vivevano negli Stati Uniti finita l’era Reagan, con i tanti dilemmi che si portava con sé il periodo post Guerra Fredda e verso l’incerta fase di transizione di fine ventesimo secolo.
La strumentazione è prevalentemente acustica, con inserti di banjo, armoniche, organi, bouzouki. In realtà lo stile delle canzoni può essere considerato come un’evoluzione più matura del disco precedente, anche se al tempo stesso vi prende le distanze: laddove Out of time era solare e spensierato, Automatic risulta invece cupo, scarno, malinconico e minimalista.
Questo testimonia anche la volontà del gruppo di non sedersi sugli allori del successo, ma di cercare di recuperare una dimensione più personale e introspettiva.
Il viaggio parte con “Drive”, che è anche il singolo apripista dell’album.
Singolo che non concede nulla agli stereotipi commerciali, partendo in modo lento e ipnotico con un lieve, insistito arpeggio chitarristico e un sottofondo ammaliante, per poi esplodere lentamente con la grande entrata della chitarra elettrica e di una spettacolare sezione d’ archi. Stipe canta: “hey kids, rock and roll, nobody tells you where to go” ovvero dei versi criptici (nel suo stile) ma che sembrano dire ai giovani: seguite la vostra via, vivete la vostra vita, non cercate mai quello che vi dicono gli altri.
La canzone vive sull’ alternanza vuoti/pieni e sfuma lentamente, così come era iniziata.
Due chitarre che si rincorrono e il tema dell’eutanasia sono il sottofondo di “Try not to breathe”, una melodia semplice e raffinata che vive nel controcanti di Stipe e Mills e nel ritornello i suoi passaggi migliori. Un organo ne accompagna il lento incedere nel finale, il testo racconta di un anziano che giunto alla fine della sua vita, ne ricorda i momenti più belli e struggenti e mette in evidenza l’argomento degli affetti.
La musica è un pretesto per toccare temi importanti e evocare visioni suggestive, tutto “Automatic” richiede attenzione per l’ascolto in se stesso ma anche per i temi che sono trattati attraverso di esso.
The sidewinder sleeps tonite” costituisce un momento di evasione rispetto ai primi due brani, grazie a un intreccio scintillante fra organo e chitarra e uno Stipe che canta (e bene) in tonalità molto alte, facendo il verso a ‘The lion sleeps tonite’, con liriche originali e al limite dell’incomprensibile. Il risultato è ottimo e riesce ad allentare un pò il clima, senza allentarlo troppo al tempo stesso.
Segue “Everybody hurts” e sin dai suoi primi momenti si ha la sensazione di essere immersi nel mood dei primi due brani.
Ci sarebbe poco da dire, se non invitare all’ ascolto. Un semplice arpeggio di chitarra di Buck introduce verso una melodia corposa e cantata con intensità da aria funebre da Michael Stipe; il basso di Mills gira a meraviglia, la chitarra elettrica e la batteria si limitano a pochi interventi che accompagnano il momento di maggiore climax emozionale. Il tema è quello della sofferenza e del disagio esistenziale, quelli di un aspirante suicida che viene invitato a non cedere e continuare a vivere. ‘Take comfort in your friends’ e il ripetersi della frase ‘No, no, no, you’ re not alone’ sottolineano il messaggio positivo che i R.E.M. vogliono trasmettere, pur parlando di morte e dolore.
Il video felliniano che accompagnò la canzone è un must ed è consigliabile non perderlo.
New Orleans Instrumental n.5” è un brano strumentale, riflessivo e notturno al quale segue “Sweetness follows”, splendido blues in cui la voce matura e melodica di Stipe, anche qui bravissimo, viene sorretta da un magico impasto sonoro di chitarra acustica e violoncello prima ed organo poi. Ovvero, come fare grande musica con pochi, semplici ‘ingredienti’.
Qui la morte viene vista con gli occhi innocenti di un ragazzo che deve dare sepoltura ai suoi genitori: il senso della riflessione remmiana è di tenere sempre vivo il ricordo, a fronte del rischio dell’insensibilità e del tempo che passa, insomma un invito a recuperare la pienezza degli affetti.
Monty got a raw deal” rappresenta l’omaggio dolceamaro a Montgomery Clift, celebre attore che negli anni 50’ dissipò tutte le sue fortune tra alcool e droga, andando incontro a una morte dannata e prematura.
Un arpeggio di Buck lo introduce, segue la decisa entrata della batteria, l’accompagnamento di armoniche e bouzouki ne guida l’incedere lento e straniante, quasi drammatico, con Stipe che canta su tonalità basse. Il personaggio sfortunato di Monty viene raffigurato come “buried in the sand” (sepolto nella sabbia) e “strung up in a tree” (appeso a un albero), immagini efficacissime che simboleggiano il destino di quest’ uomo solo.
Sembra chiaro l’invito a non farsi travolgere dalle facili e vacue promesse della celebrità, quasi un’auto raccomandazione da parte del gruppo.
Il cammino di “Automatic for the people” continua con “Ignoreland”, che arriva con la sua ritmica dissonante e un piglio decisamente rock’n’roll, rappresentando un episodio a parte nell’ album: Stipe snocciola versi velocissimi, quasi incomprensibili, che in realtà mascherano un’invettiva politica dai toni accesi ed accorati contro le presidenze americane di Reagan e Bush.
Star me kitten” è invece, in antitesi, un tranquillo momento di pace, un’oasi sonora in cui tutti i sensi sembrano per un attimo placarsi. Qui una dolce chitarra di sottofondo accompagna versi magici e sospesi, con sottili ricami jazzistici, preparando all’ ascolto del trittico finale.
Segue “Man on the moon”, canzone che celebra il ricordo del comico anni 60′ Andy Kaufman. Anch’ egli aveva avuto in vita una sorte tragica e da incompreso, nonostante lo humour e l’ ironia dei suoi personaggi. Verrà riscoperto, proprio grazie ai R.E.M. fino al film in suo omaggio diretto da Milos Forman.
Il testo è una sorta di dialogo surreale con lo sfortunato protagonista, accompagnato da un incedere ritmico vibrante, ammiccante e pop ma calibrato con classe dai R.E.M., con Stipe che nel cantato omaggia Elvis Presley e un’impennata chitarristica di Buck a conferire un tocco di epicità.
Nightswimming” è una dolce e soffusa ballata pianistica che incanta, un piccolo capolavoro di semplicità ed emozioni.
Il breve stacco iniziale prepara l’ingresso di un pianoforte che recita da protagonista, splendido ed evocativo come le luci della luna richiamate nel testo. L’ atmosfera è intrisa di nostalgia e di memorie del passato, di un’adolescenza vissuta attraverso nuotate notturne, foto antiche poggiate sul cruscotto e sfuggenti incontri amorosi, poi perduta irrimediabilmente.
Find the river” conclude l’album, introdotta da pochi, toccanti accordi di chitarra. La voce di Stipe irrompe con versi poetici e leggeri, armoniosi e compatti.
Tutto è rallentato, eppure gradevole e autenticamente sentito da parte dei quattro R.E.M., che firmano un’altra perla piena di intensità. La ricerca del fiume rispecchia ancora la metafora esistenziale della ricerca di se stessi e della propria via.
Il dolce pianoforte in sottofondo, un coro e una fisarmonica nel ritornello accompagnano i momenti migliori di questa gemma, fino alla sua conclusione lenta e inesorabile, come il percorso del fiume che finisce nell’ oceano.
Piero Corigliano

martedì 13 febbraio 2018

“ORE 15:17 - ATTACCO AL TRENO" DI CLINT EASTWOOD


L’epopea gloriosa del cinema eroico americano continua con il film “Ore 15:17 - Attacco al treno” del grande attore, ora valente regista, Clint Eastwood.
I protagonisti delle vicende, realmente accadute, non sono interpretati da attori di lungo corso ma dagli stessi che hanno vissuto quelle gesta coraggiose nel lontano 21 agosto del 2015, fermando a mani nude un armatissimo miliziano dell'ISIS, pronto a fare una strage su un treno della tratta Amsterdam – Parigi su territorio francese.
Clint Eastwood mette in luce la normalità delle loro vite, l’amore di questi tre ragazzi di Sacramento per i viaggi, per l’Italia e per l’Europa, il loro amore per la Patria e il desiderio di servirla aiutando come soldati il prossimo.
In un mondo che pare esaltare la pochezza, la viltà, il disprezzo per i valori patriottici, il regista mette in luce la nobiltà d’animo di giovani uomini che conducevano vite normali, con adolescenze anche a tratti difficili, talora infarcite di delusioni professionali ed umane.
Dietro bellissime carrellate panoramiche di Roma, Firenze e Venezia il film trascorre placidamente sino alla sterzata energetica finale, durante il quale emerge la grandezza di giovani che nella loro semplicità d’animo mostrano il vigore fisico e morale di chi crede fermamente in valori incrollabili.
La produzione artistica di Eastwood è didattica e fortemente valoriale (basta pensare a Gran Torino, Invictus e American Sniper) e, tramite la “spensieratezza” di un’opera cinematografica, mostra all’attento spettatore la visione spirituale che deve sottendere ogni agire umano.

Fabrizio Giulimondi





venerdì 9 febbraio 2018

"FOIBA ROSSA. NORMA COSSETTO, STORIA DI UN’ITALIANA” DI EMANUELE MERLINO E BENIAMINO DELVECCHIO (FERROGALLICO EDITRICE)


La forma espressiva del fumetto rimanda all’infanzia e possiede i sapori e i contorni ludici della giocosità e della fiaba.
Lo scintillio intellettuale e quel lampo artistico colorato di genio che riposa nelle menti di alcuni esseri umani hanno mosso Emanuele Merlino e Beniamino Delvecchio (“Foiba rossa. Norma Cossetto, storia di un’italiana”, Ferrogallico editrice) ad eleggere il fumetto come forma estetica e comunicativa per raccontare la storia di una ragazza, di anni 23, italiana, nativa dell’Istria, vilipesa e stuprata da diciassette partigiani comunisti titini e gettata ancora viva in una foiba, nella notte fra il 4 e il 5 ottobre 1943. Quella ragazza si chiamava Norma Cossetto.
Merlino - apprezzato studioso e storico -  e Delvecchio, inconfondibile disegnatore di Diabolik il cui tratto di matita lo si riconosce anche in questo lavoro - con immagini rapide e metodo didattico e didascalico, narrano di Norma Corsetto e, tramite il suo eroico martirio, delle indicibili sofferenze di quei 10.000 italiani infoibati e dell’indescrivibile dramma di 350.000 esuli italiani dalmati, istriani e giuliani.
Le ideazioni di Emanuele Merlino, nel trasformarsi nelle raffigurazioni fumettistiche di Beniamino Delvecchio, mai si compiacciono della violenza e della truculenza, velatamente evocandole similmente a tragedie della Grecia classica, sussurrando al lettore abissi e orrore.
Le immagini, ancor più della parola, ancor più dello scritto, fanno sentire, fanno provare, forgiano emozioni, talvolta in maniera autenticamente prorompente.
Io mi sono sentito sull’orlo della foiba.
Io mi sono sentito inghiottire nell’oscurità di quel pozzo senza fondo dove Norma Cossetto e altri 10.000 italiani sono stati precipitati, molti ancora vivi, insieme alla carcassa di un cane nero in modo che non potessero riposare neanche da morti, secondo una leggenda slava.
Io ho visto senza vedere diciassette belve titine abusare, uno alla volta, per diciassette volte, del corpo di una ragazza che voleva solo laurearsi e cantare il suo amore per L’Italia.
Io ho sentito il freddo, le urla, il terrore, la ferocia della ghenga comunista.
Merlino e Delvecchio mostrano poco ma irrompono, delicatamente e senza riguardi, nel lettore senza sonoro, effetti speciali o schermi pluridimensionali. Solo immagini, solo disegni, solo fumetto.
L’Autore e il Disegnatore realizzano un’opera di maieutica socratica facendo partorire ed emergere verità inabissate nell’oblio programmato da una storiografia ideologicamente orientata (e, in quanto tale, negatrice di se stessa).
L’Autore e il Disegnatore ridonano il sorriso ad una ragazza che voleva solo laurearsi e rendere onore ad una Patria in cui credeva e che così tanto amava da accettare il martirio.
Quella laurea, Norma Cossetto, l’ha ricevuta ad honorem dall’Università di Padova l’8 maggio 1949.
Cartine geografiche e scritti perimetrano a livello territoriale e storico gli accadimenti raccontati, ma saranno i disegni a prendere il sopravvento. I tratti di matita sfumano e si confondono nei ricordi e i ricordi non sono altro che intimi sentimenti che sembravano evaporati e che invece divengono emozioni, che  finalmente possono liberarsi e librarsi in un pianto non più trattenibile.
Fabrizio Giulimondi

lunedì 5 febbraio 2018

"THE POST" DI STEVEN SPIELBERG


Steven Spielberg è il cinema e il cinema è Steven Spielberg.
L’ “attacco” alla “Salvate il soldato Ryan” e le ambientazioni rarefatte newyorkesi insieme ad atmosfere raffinate evocanti la morbidezza ed eleganza scenica del film “Il ponte delle spie”, ricamano un lavoro cinematografico (The Post di Steven Spielberg) al quale la triangolazione Spielberg, Meryl Streep e Tom Hanks fa scalare vette himalayane autoriali, attoriali, recitative, interpretative, estetiche ed artistiche.
“La libertà di stampa serve il governato non il governante”, questo è quanto stabilito la Corte Suprema degli Stati Uniti e questo è il fil rouge che percorre trenta anni di menzogne sulla guerra in Vietnam, partendo dal 1950 per giungere al 1971.
Il Pentagon Papers è il documento riservato proveniente dalle segrete stanze del Ministero della Difesa statunitense, che finisce prima nelle mani del New York Times e poi approda sulle scrivanie del Washington Post, il cui editore (Meryl Streep) e il direttore (Tom Hanks) giganteggiano nella storia sia come protagonisti delle vicende sia come eccelsi attori. La figura originariamente sopita e titubante dell’editrice assumerà connotati eroici, anche grazie al supporto del suo direttore, verso l’imbrunire di una pellicola che merita di essere vista e di ricevere molte “Statuette”.
L’accorto mixage e shakeraggio di più elementi, come il puntiglioso rispetto della storia nelle sue pieghe anche di natura giudiziaria, lo scrutinio delle immani pressioni politiche e istituzionali subite dai protagonisti delle avvenimenti, unitamente all’attenta analisti introspettiva di personalità ben delineate nei loro tratti psicologici e caratteriali, colloca "The post" nel firmamento della grande tradizione cineastica americana di cui Spielberg è l’impareggiabile imperatore.
Fabrizio Giulimondi



"QUESTA NON È UNA CANZONE D’AMORE" DI ALESSANDRO ROBECCHI (SELLERIO EDITORE)



La firma de Il manifesto e Cuore Alessandro Robecchi, con il suo romanzo “Questa non è una canzone d’amore” (Sellerio editore), conferma il suo carattere stilistico innovativo che tratta con ironia generi thriller togliendo loro la connotata patina drammatica e di suspense. E’ una peculiarità redazionale che all’inizio appare divertente ma con il passare delle pagine il suo uso smodato appesantisce la lettura. Ciò che in prima battuta costituisce un approccio estetico simpatico e diversificato rispetto al altri modus scribendi, muta nel passare delle pagine in una struttura linguistica un poco posticcia, una superfetazione scontata, che rischia di infastidire il lettore. La narrazione agile e, a tratti, coinvolgente, è sfortunatamente infarcita - e, di conseguenza, deturpata - di un eccesso sovrabbondante di cliché ideologicamente orientati: i poliziotti sono tutti una massa di imbecilli o di violenti (la fictio che vede riviste intitolate “Il manganello” gettate sui tavolini delle sale di aspetto dei commissariati è del tutto sgradevole); gli unici intelligenti sono o “progressisti” o lesbiche; i cattivi sono tutti, neanche a dirlo, fascisti. Peccato davvero perché trattare con boutade, gag, metafore grottesche e surreali il genere “giallo” è una intuizione tecnica e artistica niente male: la leggerezza mista al sangue; il compiacimento ridanciano misto al crimine; la burla che intercetta il colpo di pistola o di coltello. L’ insistente sberleffo nei confronti della polizia è molesto quanto urticante e, si sa, dosi eccessive di peperoncino alla fine possono creare bruciori allo stomaco e, di rimando, all’anima che potrebbe avere un cattivo ricordo del libro una volta finito di leggere.
Gli zingari, anche se uccidono, torturano, dissanguano lentamente e impietosamente sono guardati dall’Autore con pregiudizievole sympatheia poiché, in quanto perseguitati nelle epoche oscure dalle truppe hitleriane, sono ontologicamente appartenenti al “Bene”.
La narrazione si muove in ambienti immondi altalenando fra gente che si urina addosso (ma seguendo il leitmotiv di Robecchi mi permetterei di proferire il l’odierno diffuso brocardo: “Ma che male c’è?”) e un commercio internazionale di “giacenze” dei campi di concentramento e sterminio nazisti.
Intriganti le interpolazioni tratte dai bellissimi testi dei brani di Bob Dylan.
Paucis verbis, pregiudizi e stereotipi devastano un intreccio narrativo che diversamente sviluppato avrebbe potuto condurre a quel bel libro che non è diventato.

Fabrizio Giulimondi

venerdì 2 febbraio 2018

FABRIZIO GIULIMONDI: "FEMMINICIDIO FRA DIRITTO E DRAMMA PERSONALE E SOCIALE"


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Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di un fenomeno che ha tristemente raggiunto dimensioni eclatanti che prendendo le mosse dalla violenza sulle donne talvolta culmina nella morte delle vittime.
In un’attuale situazione di emergenza e di denuncia sociale di comportamenti malsani ed aggressivi nei confronti delle donne si inserisce il neologismo “femminicidio”, coniato in occasione della strage delle donne di Ciudad Juarez (città al confine tra Messico e Stati Uniti) ed adottato dalle donne centroamericane per veder riconosciuti e rispettati i propri diritti umani, in particolare quello ad una vita libera da qualsiasi forma di violenza.
La città di Ciudad Juarez è tristemente ricordata per il femminicidio del 1993 dove il numero delle donne assassinate è stimato al di sopra di 370. I femminicidi hanno ricevuto un interesse internazionale a seguito dell’inattività del governo nel prevenire la violenza contro le donne scomparse nel nulla per poi essere ritrovate nel deserto stuprate ed ammazzate e nell’assicurare i colpevoli alla giustizia.
Il femminicidio è la forma estrema della violenza sulle donne, è l’atto finale del ciclo delle violenze maschili contro le donne e di cui rappresenta l’apice. In termine si riferisce a tutti quei casi di omicidio in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi relativi alla sua identità di genere cioè di regola in relazione al fatto che la medesima sia stata moglie o in una relazione sentimentale con l’autore del delitto, ovvero il medesimo autore presumeva che la vittima dovesse iniziare o continuare la relazione sentimentale o sessuale.
A volte questo genere di violenza è compiuta da persone che hanno legami strettamente sentimentali con la vittima come mariti o fidanzati, ma vengono compiuti anche da padri verso figlie o addirittura da figli verso le madri.
Contrariamente alla rappresentazione mediatica tale fenomeno non riguarda determinate culture diverse rispetto a quella occidentale né può essere riferito alle sole condizioni di disagio sociale o marginalità culturale, ma si iscrive, proprio come la violenza contro le donne nei normali rapporti e conflitti tra uomo e donna. Si è solito identificare i principali fattori di rischio per una donna di essere vittimizzata nei luoghi e nelle situazioni ritenute più sicure, come l’abitazione propria o della famiglia e la relazione coniugale o di coppia.
Come spesso accade a seguito del susseguirsi di fenomeni criminali di allarme sociale che destano sconcerto e accendono dibattiti nell’opinione pubblica dei media, il Governo ha ritenuto di intervenire sul fenomeno mediante il decreto legge 119/2013.
Né il codice né il recente decreto hanno saputo fornire però alcuna definizione di femminicidio.
Tuttavia dal punto di vista etimologico secondo una prima definizione il femminicidio comprende “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico e psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.
 Pertanto in qualsiasi forma venga esercitata, la violenza rappresenta sempre l’esercizio di un potere che tende a negare la personalità della donna: brutalizzando il suo corpo o la sua anima si afferma il dominio su di essa, rendendola oggetto di potere la si priva della sua soggettività.
Il femminicidio quindi è un fatto sociale: la donna viene uccisa in quanto donna, o perché non è la donna che l’uomo o la società vorrebbero che fosse.
Letteralmente femminicidio significa omicidio di una donna per questioni di genere.

Dall’inglese “Femicide” (uccisione di una donna) il termine femminicidio venne utilizzato nei primi anni ‘90 dalla criminologa Diana Russel, la quale, identificava il femminicidio in una categoria criminologica vera e propria, una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna perché donna in cui cioè la violenza è l’esito di pratiche misogine, in un ambito culturale in cui la misoginia è legittima e dove il prodotto della violazione dei  diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine - maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale -  comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, culminando spesso  con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa.
Dopo Russell, l’antropologa Marcela Lagarde continua a sviluppare tale categoria fino a elaborare un concetto nuovo e più ampio, quello di feminicidio, a indicare tutte quelle condizioni in cui la violenza è tale da provocare l’annientamento fisico o psicologico della personalità femminile. Risulta evidente la necessità di tipizzare il reato di femminicidio quale violazione dei diritti umani delle donne, considerandolo un delitto autonomo, avente caratteristiche e specificità che lo differenziano da altri tipi di omicidi: l’esistenza di una violenza estrema, strutturale e sistematica contro questi soggetti, i loro corpi e la loro dignità, all’interno di un contesto in cui prevale una cultura maschilista, sessista e misogina che non solo le discrimina e nega loro qualsiasi diritto, ma nasconde, tollera e minimizza tali crimini, per di più nascosti da autorità corrotte, leggi ambigue o carenti di meccanismi che diano risultati concreti. Da sempre nella storia le donne durante le guerre hanno visto calpestati i diritti più elementari e sono state vittime silenziose di stupri e feroci violenze fisiche e psicologiche. Spesso, soprattutto in contesti di occupazione o guerra civile, la violenza sulle donne è stata considerata uno strumento psicologicamente efficace contro il nemico. Il corpo della donna diventa oggetto sul quale si manifestano relazioni di potere: attraverso lo stupro il rivale viene umiliato, la donna ripudiata o privata della sua funzione riproduttiva, se poi dallo stupro deriva una gravidanza, viene affermata la superiorità biologica del gruppo rivale (c.d. stupri etnici), destinando la donna e il feto alla morte o, nel migliore dei casi all’abbandono. In tal modo la violazione del corpo della donna diventa una strategia pianificata per conquistare la vittoria morale sul nemico. Lo stupro sistematico viene così utilizzato in larga scala per colpire l’identità di intere popolazioni, per infamare, disonorare e terrorizzare l’etnia nemica.

Una forma, dunque, di discriminazione e violenza mirata a violare la donna fino ad annientarla nella sua sfera di integrità psicofisica e che nella maggior parte dei casi presenta una dimensione trasversale che interessa tutte le classi perché sta “dentro” il nucleo base della comunità, la famiglia, e proprio per il suo essere familiare spesso passa inosservata, e proprio per il suo essere familiare fa paura chiamarla con un nome così terribile, femminicidio.  
Curiosamente è stato dimostrato che alla violenza sono maggiormente soggette le donne più ricche e quelle più povere: in entrambe gli estremi il potere relazionale si fa più stringente e coercitivo nei confronti della donna, che ha più difficoltà a svincolarsi dal rapporto.
Donne che malgrado tutto tentano la possibilità dell’autodeterminazione, spingendosi alla conquista di spazi indipendenza economica, psichica, sessuale, invadendo le sfere di competenza maschile, riappropriandosi dei propri corpi e del diritto a trasformarli in spazi di potere autonomamente gestito, programmando la maternità come se fosse davvero un diritto a creare alla vita determina una destabilizzazione dell’intera struttura sociale, provocando una  reazione tesa  all’autoconservazione , possibile solo attraverso la negazione della libertà femminile, attraverso politiche di privatizzazione dei servizi, di precarizzazione del lavoro, attraverso interventi “etici” che vanno a incidere sui diritti riproduttivi della donna.
Il movimento femminista iniziato in occidente dagli anni sessanta ha portato l’attenzione sul problema della violenza alle donne, fenomeno non riconosciuto dalla società, fornendone una lettura incentrata sulle modalità relazionali che si strutturano tra uomo e donna in relazione alla diversità di genere. Tale approccio promuove l’affermazione dei diritti della donne in cui le donne iniziano a raccontare di sé.  I centri antiviolenza costituiscono i primi laboratori di ricerca di libertà, di autonomia e di espressione delle donne, a partire dal desiderio delle donne di uscire dai condizionamenti. L’analisi e la lettura data dal femminismo alla violenza di genere dopo circa cinque decenni trovano finalmente riconoscimento e legittimazione in un trattato a respiro internazionale. La Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa il 7 aprile 2011 ed aperta alla firma l'11 maggio 2011. Il trattato si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l'impunità dei colpevoli.
In Italia a far data dal 1 agosto 2014 sono entrate in vigore le “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province”, contenute nella legge di conversione 15 ottobre 2013, n. 119, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93.
Se si considera il femminicidio come fatto sociale esso si manifesta con caratteristiche peculiari (locali) differenti a seconda della struttura sociale di riferimento. Se infatti la nostra società non riconosce la violenza sulla donna a meno che questa si manifesti nelle forme più estreme, ed anche in questi casi tende a “normalizzarla” più che a connotarla come violenza di genere, vi sono società in cui alcune forme di violenza sulle donne sono accettate come normali, in quanto è socialmente condivisa l’ideologia patriarcale, che vuole la donna subordinata all’uomo. In queste società, la violenza sulle donne si manifesta in forme particolarmente cruente.
Se poi consideriamo la violenza di matrice religiosa legittimata dallo Stato si può notare l’esistenza di paesi dove le legislazioni accolgono le disposizioni della sharia, come in Iran, dove per il reato di lesbismo è prevista la condanna a morte, e spesso queste donne non riescono ad ottenere neanche l’asilo politico perché non riescono a fornire le prove degli abusi subiti nel paese d’origine, ovviamente non documentati in quanto persecuzioni effettuate dalle forze dell’ordine.
Ma di violenza di matrice religiosa è più che lecito parlare anche nel caso dell’induismo, che prevede che i figli maschi siano gli unici a poter disporre i riti funebri dei genitori, che altrimenti sono destinati a vagare in eterno senza riposo. Ciò provoca in India, Pakistan e Bangladesh una discriminazione feroce nei confronti delle donne: per il ricorso agli aborti selettivi, prima ancora che nascano, per essere sottoposte a continue vessazioni da parte della famiglia di lui per ottenere dai suoi genitori una dote più consistente. Infatti, anche se l’usanza della dote è stata proibita per legge13, essa è ampliamente diffusa, e non di rado accade che i pretendenti rifiutati dalla donna, o il rifiuto della donazione di altri beni in dote, siano le cause principali che rendono la donna vittima di “incidenti apparentemente  casuali”, quali la deturpazione della donna con dell’acido, o la morte della stessa a seguito di ustioni in cucina: anche in questi casi si dovrebbe parlare di femminicidio, anche in questi casi lo Stato è complice di queste violenze private, del business che dietro di esse si cela, fomentato dalle smanie consumistiche che la modernizzazione del paese ha portato con sé, di ognuna di queste morti rimaste impunite, perché archiviate come “morti per cause naturali”. Quando si sceglie di offrire alle donne che subiscono violenza o ai familiari delle donne uccise un indennizzo economico piuttosto che codificare tali fatti come di rilevanza penale, come accaduto in Guatemala, si compie la discriminazione più grande: il corpo della donna viene dal sistema giudiziale equiparato nel valore e nella tutela ai “beni di consumo”, ai reati minori contro le cose.
Il femminicidio, nel suo essere un fenomeno globale e trasversale, interessa, quale violenza brutale, tutte le classi sociali ed ha come comune denominatore il nucleo base della comunità e della famiglia.
Il nostro diritto di famiglia, riconosciuto sin   dal 1975 che secondo quanto affermato da Stefano Rodotà, anche attraverso il codice napoleonico del 1804, era nato per l'ammirazione del futuro imperatore per le regole locali sulla famiglia durante la campagna d'Egitto.
Ecco perché nella nostra legislazione il capofamiglia era il marito, che assicurava protezione alla moglie, che per questo gli doveva obbedienza: si parlava di diritti dell'uomo e doveri della sposa. Ciò denota profonde ed antiche radici del drammatico fenomeno che è il “femminicidio”, sociali e psicologiche, nella differenza dei sessi. I filosofi contemporanei ,tra cui Massimo Cacciari identificano  un equilibrio delle relazioni intersoggettive in una dimensione di amore, come quella di amicizia che comporta una dimensione di gratuità, di libertà, la negazioni di qualsiasi calcolo di interesse, altrimenti non sarebbe nemmeno possibile costruire un coppia e tantomeno una comunità, , per il quale, alla base di tutto, è l'amore per la conoscenza, anche la conoscenza dell'altro, che implica impegno, volontà, mentre quando tutto questo viene meno, ecco che può accadere qualsiasi cosa, che si agisce al di fuori dell'amore.
Da qui nasce  il femminicidio, la strage di donne uccise probabilmente per gelosie per paura di dover affrontare delle idee forti per paura di perdere il controllo sul sesso opposto da sempre sottomesso.È quella chiusura in sé, quella solitudine di ognuno, anche nella coppia  che può arrivare all'esasperazione, specie se viene stravolta l'illusione di fusione amorosa, esplodere in violenza, quella violenza che implicita nell'amore fusionale, specie nei momenti in cui non è più facile essere anche razionali, pensare a costruire un rapporto vero, capace di riconoscere l'altro come diverso da sé.
La violenza sulle donne non è un problema solo delle donne, non si possono lasciare sole le associazioni di donne, le case di accoglienza per le donne maltrattate, le vittime della violenza, le femministe, qualche uomo o qualche intellettuale illuminato, a cercare di gridare ai quattro venti le difficoltà di essere donna oggi in Italia, a chiedere aiuto perché non ci sono i fondi per aiutare chi vuole uscire dalle situazioni di violenza, a raccogliere le prostitute dalla strada, a combattere da sole contro i mulini a vento, tutto sommato. La violenza sulle donne non può essere più solo un problema privato, è un fatto sociale che va affrontato nella sua dimensione pubblica perché “la promozione e la tutela dei diritti delle donne sono requisiti fondamentali per costruire una vera e propria democrazia”, ed “occorre utilizzare tutti i mezzi possibili per prevenire il fenomeno
Si segnala che le forze dell’ordine non sempre trasmettono con immediatezza la notizia di reato alle Procure, così ritardando l’immediata iscrizione della notizia di reato e lasciando la donna priva di tutela proprio nel momento di massimo rischio per la sua incolumità: è, infatti, con la presentazione della denuncia/querela che nella maggioranza dei casi l’uomo aumenta di intensità la sua condotta violenta per punire la scelta della donna di interrompere la relazione. Spesso non si applicano le misure cautelari idonee a prevenire fatti di violenza più gravi di quelli denunciati, poche volte si procede, in caso di violazione della misura cautelare, all’aggravamento delle stesse, troppo spesso la misura cautelare perde di efficacia prima della sentenza di primo grado. Tali prassi violano gli obblighi sanciti agli articoli 51, 52 e 53 della Convenzione. Non è un caso che nella maggioranza dei casi le donne sono state uccise dai partner o ex partner dopo aver presentato la querela. Anche in ambito civile si registra la non tempestività delle autorità nel garantire l’accesso delle donne alla giustizia se si considera che, dopo il deposito di un ricorso civile per separazione o per l’affidamento dei figli, la prima udienza presidenziale può avvenire anche dopo otto/dieci mesi; nel frattempo la donna rimane priva di tutela anche per quanto concerne gli ordini di protezione che possono disporsi in sede civile. Poche le tutele anche per i figli minorenni vittime di violenza assistita: diffuse sono le prassi che si pongono in violazione al principio dell’art. 31 della Convenzione di Istanbul che impone di considerare nelle decisioni relative all’affidamento dei figli minorenni i pregiudizi psicofisici causati agli stessi per avere assistito alla violenza.
Quello che manca è un’ ampia campagna di prevenzione ed educazione, è rendere effettivi gli strumenti di tutela disponibili, è evitare che al momento della denuncia o della cura la violenza di genere non venga riconosciuta, è evitare che si verifichino ingiustizie al momento dell’applicazione della legge perché i soggetti giudicanti mancano di prospettiva di genere, è riconoscere che la violenza maschile contro le donne è il maggior problema strutturale della società, che si basa sull’ineguale distribuzione di potere nelle relazioni tra uomo e donna, e incoraggiare la partecipazione attiva degli uomini nelle azioni volte a contrastare la violenza sulle donne, è “riconoscere che lo Stato ha l’obbligo di esercitare la dovuta diligenza nel prevenire, investigare, e punire gli atti di violenza, sia che siano esercitati dallo Stato sia che siano perpetrati da privati cittadini, e di provvedere alla protezione delle vittime. Il primo problema infatti è quello delle denunce mancate da parte di donne che non credono nelle Istituzioni, che temono quello che purtroppo i frequente accade, la “rivitimizzazione”. Altre donne sono talmente assuefatte alle molestie e alle angherie dei propri “cari”, che non denunciano solo per difendere se stesse da una realtà che hanno paura di distruggere.   
È un fenomeno che resiste nel tempo e in tutte le culture.  Nel 2006 è stata avviata un’indagine, per la prima volta interamente dedicata al fenomeno della violenza contro le donne, frutto di una convenzione tra l’Istat e il Ministero per i Diritti e le Pari Opportunità che l’ha finanziata con i fondi del PON “Sicurezza” e “Azioni di sistema” del Fondo Sociale Europeo. Attraverso un campione di 25.000 mila donne tra i 16 e i 70 anni misura tre diversi tipi di violenza agiti dentro la famiglia e fuori di essa: la violenza fisica, la violenza sessuale, la violenza psicologica. Le cifre ad oggi sono davvero impressionanti: 6 milioni 743 mila le donne vittime di violenza, pari al 31,9%; il 23,7% ha subito violenze sessuali (5 milioni); il 18,8% ha subito violenze fisiche (3 milioni 961 mila); il 4,8% ha subito stupri o tentati stupri (1 milione); il 18,8% ha subito comportamenti persecutori (stalking);  7 milioni 134 mila hanno subito violenza psicologica.1 milione 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni, il 6,6% del totale. Più di metà delle vittime non ne ha parlato con nessuno. La letteratura internazionale sulla violenza domestica sottolinea come i comportamenti violenti si trasmettono tra le generazioni. La violenza subita e di cui si è stati testimoni da piccoli aumenterebbe il rischio che il comportamento venga riprodotto da adulti. È stata, anche, individuata una relazione tra l’essere stato testimone o l’aver subito da piccoli violenza e la vittimizzazione da adulti.   Anche gli ultimi dati ISTAT, di recente pubblicazione (15 giugno 2015) confermano l’estrema diffusione e pervasività della violenza maschile contro le donne anche se a nove anni dalla prima indagine sulla violenza contro le donne, registrano un miglioramento sul fronte degli abusi domestici oppure accaduti fuori dalla famiglia. Anche gli ultimi dati ISTAT, di recente pubblicazione (15 giugno 2015) confermano l’estrema diffusione e pervasività della violenza maschile contro le donne anche se a nove anni dalla prima indagine sulla violenza contro le donne, registrano un miglioramento sul fronte degli abusi domestici oppure accaduti fuori dalla famiglia. Le statistiche degli omicidi volontari registrati in Italia hanno previsto che il 2013 ha la più elevata percentuale di donne tra le vittime di omicidio mai registrata in Italia, pari al 35,7% dei morti ammazzati (179 sui 502). Il Lazio e la Campania con 20 donne uccise presentano nel 2013 il più alto numero di femminicidi tra le regioni italiane.  Il femminicidio nelle regioni del Nord si configura essenzialmente come fenomeno familiare, con 46 vittime su 60, pari al 76,7% del totale; sono il 68,2% dei casi al Centro e il 61,3% al Sud. le "mani nude" sono il mezzo più ricorrente, 51 vittime, pari al 28,5% dei casi: le percosse hanno riguardato il 5,6% dei casi, lo strangolamento il 10,6% e il soffocamento il 12,3%;La percentuale dei femminicidi con armi da fuoco resta alta (49, pari al 27,4% del totale) e con armi da taglio (45 vittime, pari al 25,1%).
Collegato alla modalità di esecuzione è il movente. Quello 'passionale o del possesso' continua ad essere il più frequente (504 casi tra il 2000 e il 2013, il 31,7% del totale): "Generalmente - dice il dossier - è la reazione dell'uomo alla decisione della donna di interrompere/chiudere un legame, più o meno formalizzato, o comunque di non volerlo ricostruire. Di fronte a questo è necessario prospettarsi delle soluzioni.
 Quello che serve quindi, oltre alla volontà politica di mettersi in gioco, sono anche fondi da parte del Governo per aumentare il numero dei centri antiviolenza istituiti a livello territoriale e per garantire alla vittima l’esistenza di una rete organizzativa locale che sia in grado di prendersi cura di lei mediante l’attività delle asl dei consultori attraverso gruppi di psicologhe, psichiatre e soprattutto attraverso la valorizzazione dei centri antiviolenza . Alla base di tali centri la metodologia dell’accoglienza a partire dalla relazione tra donne è rivolta al rafforzamento (empowerment) dell’identità della donna. Le donne sopravvissute alla violenza, la violenza stessa, le sue conseguenze, non vanno considerati come dati obiettivi e fenomeni omogenei, così come gli eventuali sintomi presentati non possono essere considerati un oggetto a cui sovrapporre le professionalità della cura. I Centri favoriscono l’autonomia delle donne e promuovono cultura e formazione a vari livelli per sensibilizzare e prevenire la violenza maschile alle donne attraverso l’accoglienza mediante un ciclo di colloqui con l’operatrice, eventuale consulenza psicologica, legale e di orientamento al lavoro, organizza gruppi di auto-aiuto; l’Ospitalità alle donne con i loro figli minori oltre ai servizi previsti dall’accoglienza con vitto e alloggio per quelle situazioni in cui la donna necessita di allontanarsi da casa e non ha soluzioni alternative I Centri favoriscono l’autonomia delle donne e promuovono cultura e formazione a vari livelli per sensibilizzare e prevenire la violenza maschile alle donne: la promozione della ricerca (indagini qualitative e quantitative) anche attraverso la raccolta e l’elaborazione dei dati relativi alle donne che accedono al Centro, garantendo la massima riservatezza; la promozione di politiche e piani d’azione locali, nazionali e internazionali contro la violenza, interloquendo con le amministrazioni nazionali, regionali e locali, l’attività di promozione e prevenzione nelle scuole per incidere più a lungo termine sull’aspetto culturale/strutturale della violenza di genere. E rivolto non solo alle donne ma anche agli stessi operatori sanitari se richiesto è possibile usufruire di un sostegno psicologico individuale e/o di sostegno alla genitorialità per intervenire sulle conseguenze più gravi della violenza subita. Attivazione di un percorso legale, volto ad avviare la separazione e l’eventuale denuncia penale per le violenze subite.  Attivazione di percorsi volti a facilitare l’inserimento lavorativo o a completare la propria formazione scolastica e professionale.   I centri promuovo anche l’attivazione di colloqui di accoglienza e di sostegno per minori che arrivano al centro con gravi traumi psicologici conseguenti alla violenza assistita al fine di riconoscere un ruolo genitoriale più consapevole nella loro madre troppe volte malvista a causa di pressioni psicologiche del padre che la raffigurava come una cattiva figura genitoriale. Tali centri sono organizzati da un gruppo di psicologhe, avvocati e operatrici e l’elemento fondamentale è proprio la presenza esclusiva di donne nella gestione degli stessi perché solo chi ha subito gli stessi problemi, chi si espone agli stessi problemi anche nella vita quotidiana, che può significare lo sguardo viscido di un uomo alla vista di una gonnellina mentre passeggi per strada, può comprendere appieno. E’ con l’operatrice che la donna costruisce il proprio progetto di vita. La metodologia dei centri antiviolenza parte dall’assunto che i percorsi di uscita nascono sempre dall’incontro tra i vissuti ei bisogni delle donne e la competenza delle operatrici nel coglierli ed orientarli verso azioni ed interventi che vedono le donne protagonista nel suo percorso verso l’emancipazione. Il loro principale lavoro consiste nell’elaborare il vissuto di violenza centrando la donna su sé stessa, aiutandola a riconoscere la violenza subita, elaborare sentimenti di vergogna, paura e colpevolezza, favorire l’emergere della persona identificando i bisogni e i principali punti di forza. Inoltre tale compito consiste anche nell’accompagnare la donna nel percorso per riacquisire stima di sé, tornare a lavorare a piccoli passi. Le professionalità come la legale, la psicologa, l’orientatrice al lavoro insieme alle operatrice formano un equipe che mira ad una maggiore consapevolezza e distribuisce maggior forza attraverso racconti di violenza sia alle consulenti sia alle donne vittime di soprusi. Le donne possono accedere al Centro direttamente o su invio dei servizi sociali dei comuni di residenza, delle forze dell’ordine, dei servizi sanitari e dei vari servizi presenti sul territorio, o tramite il 1522. Fondamentale è poi una campagna di sensibilizzazione nelle scuole probabilmente infondendo valori proprio in coloro che sin da subito si presentano più violenti scongiurando qualsiasi tipo di comportamento di questo genere mediante un lavoro costante da parte degli esponenti di questo centro antiviolenza con lezioni ad hoc fin dall’infanzia e creare un apposito database di informazione dei centri antiviolenza tale da garantire una costante informazione di esperienze di vite vissute. Aspetto davvero importante soprattutto per i maschi è l'educazione emotiva, cioè l'accompagnamento a riconoscere e verbalizzare le proprie emozioni senza lasciare che queste crescano incontrollate anche attraverso un adeguato contributo familiare perché è luogo primario dove il bambino cresce ed è un modello che difficilmente verrà dimenticato.
Altro aspetto fondamentale è una maggiore collaborazione delle forze dell’ordine in merito alle denunce presentate da donne vittime di soprusi. Si richiede una maggiore presa a carico di tali denunce fin dalle prime chiamate al fine di garantire l’introduzione di una forma di denuncia cautelativa.
Inoltre è necessaria anche una adeguata codificazione del reato di femminicidio mediante la previsione di una pena  che svolga una funzione deterrente e general preventiva e probabilmente una riforma del sistema penale nella parte dedicata ai delitti contro la persona in particolare ai reati di violenza sessuale, al reato di  percosse, alle lesioni personali con l’inasprimento delle pene previste perché, alla luce dei frequenti casi di violenza che i dati nazionali ed internazionaliregistrano,si avverte l’esigenza di abbattere tali soprusi. Soprattutto garantire una adeguata applicazione della Convenzione di Istanbul  che ai sensi dell’art. 18 della Convenzione che impone la cooperazione efficace tra tutti gli organismi statali competenti comprese le autorità giudiziarie a tutela dei diritti delle donne vittime di violenza di genere. All’articolo 9 la Convenzione prevede che occorre riconoscere e sostenere a tutti i livelli il lavoro delle ONG e delle associazioni della società civile attive nella lotta alla violenza contro le donne. Occorre adottare  misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare i pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull'idea di inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini (art.12 Convenzione di Istanbul) perché solo se  i Governi riescono a prendere una posizione forte contro la violenza sulle donne e a garantire loro il diritto alla sicurezza che come consociate gli spetta, si renderanno capaci di vincere questa battaglia.
Fabrizio Giulimondi