lunedì 19 febbraio 2024

MARCELLO VENEZIANI: "L’AMORE NECESSARIO. LA FORZA CHE MUOVE IL MONDO” (MARSILIO NODI)

 


L’amore libero passa, soggetto alle labili volizioni della vita; l’amore necessario resta perché investe l’Essere e non il volere”.

Stiamo entrando nell’era del Non-Essere, nel quale soggetti liquidi galleggiano in un eterno presente, immersi dentro una cultura mortifera in continua autodeterminazione di se stessi, senza vincoli, limiti e freni, in seno ad una a-civiltà priva di orizzonti, patrie o religioni, perché ogni limite, vincolo, freno o orizzonte è un grave affronto all’uomo sradicato da se stesso, senza eredità biologica, controllato nell’uso della parola e calato in un ambiente ecologico privo di Natura. La Natura autentica è bandita, solo l’artificiale espansione dei propri desideri contano per l’uomo senza passato né futuro.

Simone Weil affermava che “pensare è un atto eroico”. Probabilmente l’ultima fatica letteraria di Marcello Veneziani, “L’amore necessario. La forza che muove il mondo” (Marsilio nodi), si pone entro questa energia intellettiva: Veneziani - prima con “Dispera bene”, “La cappa” e “Scontenti”, poi con “L’amore necessario” - compie lungo il tracciato del suo almanaccare ed argomentare una serie cospicua di atti eroici, forse epici.

Da quando l’essere umano è comparso sulla Terra e da quando ha vergato i primi segni sulle pareti delle caverne si è posto dinanzi al sentimento più misterioso, potente e non descrivibile: l’amore. L’amore è stato atto creativo e sarà l’ultimo segno alla fine dei giorni.

La storia dell’uomo è storia di amore, della sua degenerazione, l’odio, e del suo opposto, l’apatia e l’accidia.

L’Autore si intrattiene sull’amore nell’epoca del disamore globale: “L’epoca del disamore è l’epoca del disdio, il Dio disdetto, ancor prima che negato e confutato”.

L’amore è un dialogo con se stessi, con l’altro, con il mondo, con la Divinità, con la verità, l’amore è amor fati, abbandono ad un destino, necessità del passato e proiezione nel futuro: “Quel che precede la nostra libertà e la nostra volontà si chiama natura, identità, origine, destino”.

Una corrente metafisica scorre lungo la schiena del lettore per scuoterne l’anima, l’intelletto e il cuore mentre legge pagine memorabili sulla Patria, l’affetto materno, paterno e filiale e sulla vecchiaia: “Quanti vecchi come lui sognano di tornare a casa, di fuggire dagli ospizi variamente denominati….per riprendere il flusso amorevole della vita, e magari concludere la loro esistenza  non in un posto separato, asettico, privo  di ricordi e di odori nostrani, ma là dove hanno vissuto, patito, gioito, faticato, amato”.

Il pensiero non è sospinto solo da una brezza invisibile ma può possedere anche una sua corporeità, una sua fisicità, quando è talmente denso, profondo, colto ed erudito da essere percepito dai sensi, quasi che le dita possano sfiorarlo, le narici sentirne l’odore e gli occhi vederne le fattezze reali.

L’uomo, specie quello occidentale, sta percorrendo il moto ondoso all’incontrario, nella direzione inversa al suo naturale propagarsi, procedendo nella direttrice opposta alla “amorizzazione” originata da Dio.

Tutto ciò che è reale non esiste, divenendo esistente ciò che non esiste solo perché percepito come esistente: “Viviamo una guerra di liberazione permanente e globale dalla natura, dalla storia, dai limiti, dal corpo e da tutto ciò che ci fu assegnato dalla sorte, e dunque non deciso, non voluto da noi”.

Non esiste la “cosalità” ma solo la percezione dell’”Oltre il limite”, che diviene l’unica realtà ammissibile.

Chi oppone ed eccepisce ancore naturali assume la natura dell’homo neanderthalensis. La vera civiltà è nella sua negazione, il Non-Essere appunto, negazione dell’Essere.

L’amore come archetipo primigenio e come scopo finale è negato. Non v’è amor fati, né amor Dei, né null’altro, solo l’eterno e solipsico reinventarsi senza costrutto. Conta solo ciò che desidero e la sola legge è il mio desiderio e se la scienza lo rende tecnicamente realizzabile questo muta in diritto imperativo e categorico. Desidero, quindi sono: è il tempo di Cartesio rivisitato e corretto.

Il pensiero si fa parola, poesia, letteratura e neologismo, poi sentimento ed emozione ancestrale ed alchemica: “La patria, la religione e la famiglia sono confini che non solo delimitano la nostra vita rispetto al mondo esterno, ma sono argini al nostro egoismo che limitano il nostro individualismo, la nostra volontà particolare”.

 

 Fabrizio Giulimondi

 

 

domenica 18 febbraio 2024

“L’AMORE NECESSARIO. LA FORZA CHE MUOVE IL MONDO" di MARCELLO VENEZIANI (MARSILIO NODI)



L’amore libero passa, soggetto alle labili volizioni della vita; l’amore necessario resta perché investe l’Essere e non il volere”.

Stiamo entrando nell’era del Non-Essere, nel quale soggetti liquidi galleggiano in un eterno presente, immersi dentro una cultura mortifera in continua autodeterminazione di se stessi, senza vincoli, limiti e freni, in seno ad una a-civiltà priva di orizzonti, patrie o religioni, perché ogni limite, vincolo, freno o orizzonte è un grave affronto all’uomo sradicato da se stesso, senza eredità biologica, controllato nell’uso della parola e calato in un ambiente ecologico privo di Natura. La Natura autentica è bandita, solo l’artificiale espansione dei propri desideri contano per l’uomo senza passato né futuro.

Simone Weil affermava che “pensare è un atto eroico”. Probabilmente l’ultima fatica letteraria di Marcello Veneziani, “L’amore necessario. La forza che muove il mondo” (Marsilio nodi), si pone entro questa energia intellettiva: Veneziani - prima con “Dispera bene”, “La cappa” e “Scontenti”, poi con “L’amore necessario” - compie lungo il tracciato del suo almanaccare ed argomentare una serie cospicua di atti eroici, forse epici.

Da quando l’essere umano è comparso sulla Terra e da quando ha vergato i primi segni sulle pareti delle caverne si è posto dinanzi al sentimento più misterioso, potente e non descrivibile: l’amore. L’amore è stato atto creativo e sarà l’ultimo segno alla fine dei giorni.

La storia dell’uomo è storia di amore, della sua degenerazione, l’odio, e del suo opposto, l’apatia e l’accidia.

L’Autore si intrattiene sull’amore nell’epoca del disamore globale: “L’epoca del disamore è l’epoca del disdio, il Dio disdetto, ancor prima che negato e confutato”.

L’amore è un dialogo con se stessi, con l’altro, con il mondo, con la Divinità, con la verità, l’amore è amor fati, abbandono ad un destino, necessità del passato e proiezione nel futuro: “Quel che precede la nostra libertà e la nostra volontà si chiama natura, identità, origine, destino”.

Una corrente metafisica scorre lungo la schiena del lettore per scuoterne l’anima, l’intelletto e il cuore mentre legge pagine memorabili sulla Patria, l’affetto materno, paterno e filiale e sulla vecchiaia: “Quanti vecchi come lui sognano di tornare a casa, di fuggire dagli ospizi variamente denominati….per riprendere il flusso amorevole della vita, e magari concludere la loro esistenza  non in un posto separato, asettico, privo  di ricordi e di odori nostrani, ma là dove hanno vissuto, patito, gioito, faticato, amato”.

Il pensiero non è sospinto solo da una brezza invisibile ma può possedere anche una sua corporeità, una sua fisicità, quando è talmente denso, profondo, colto ed erudito da essere percepito dai sensi, quasi che le dita possano sfiorarlo, le narici sentirne l’odore e gli occhi vederne le fattezze reali.

L’uomo, specie quello occidentale, sta percorrendo il moto ondoso all’incontrario, nella direzione inversa al suo naturale propagarsi, procedendo nella direttrice opposta alla “amorizzazione” originata da Dio.

Tutto ciò che è reale non esiste, divenendo esistente ciò che non esiste solo perché percepito come esistente: “Viviamo una guerra di liberazione permanente e globale dalla natura, dalla storia, dai limiti, dal corpo e da tutto ciò che ci fu assegnato dalla sorte, e dunque non deciso, non voluto da noi”.

Non esiste la “cosalità” ma solo la percezione dell’”Oltre il limite”, che diviene l’unica realtà ammissibile.

Chi oppone ed eccepisce ancore naturali assume la natura dell’homo neanderthalensis. La vera civiltà è nella sua negazione, il Non-Essere appunto, negazione dell’Essere.

L’amore come archetipo primigenio e come scopo finale è negato. Non v’è amor fati, né amor Dei, né null’altro, solo l’eterno e solipsico reinventarsi senza costrutto. Conta solo ciò che desidero e la sola legge è il mio desiderio e se la scienza lo rende tecnicamente realizzabile questo muta in diritto imperativo e categorico. Desidero, quindi sono: è il tempo di Cartesio rivisitato e corretto.

Il pensiero si fa parola, poesia, letteratura e neologismo, poi sentimento ed emozione ancestrale ed alchemica: “La patria, la religione e la famiglia sono confini che non solo delimitano la nostra vita rispetto al mondo esterno, ma sono argini al nostro egoismo che limitano il nostro individualismo, la nostra volontà particolare”.

 

Fabrizio Giulimondi

 


sabato 17 febbraio 2024

“THE HOLDOVERS - LEZIONI DI VITA” di ALEXANDER PAYNE

 


The Holdovers - Lezioni di vita” di Alexander Payne, vincitore di due Golden Globes, è un film morbido ed intenso, profondo e acuto. Gli ambienti lignei e le atmosfere sabaude della prestigiosa high school americana Burton ricordano quelli di “Scent of woman” e dell’”Attimo fuggente”, anche se, a differenza di quest’ultimo, il protagonista (Paul Giamatti) non ricopre affatto il ruolo del professore fuori le righe, antesignano di un modello educativo che cozza con le metodologie tradizionali della scuola dove insegna, non è certamente un Monna Lisa Smile in pantaloni, ma un parruccone antipatico ai colleghi e agli studenti. Nel Natale innevato lungo il crepuscolo del 1970, in pieno conflitto del Vietnam, la solitudine di sette holdovers (cinque studenti rimasti sventuratamente a scuola, una capo cuoca obesa e che ha perso il figlio in guerra e il famigerato docente) porterà ad un cambiamento, specie quando a rimanere solo con l’insegnante è Angus, interpretato dal bravissimo Domenic Sessa.

La storia serve per costruire il presente scrutandolo con una diversa lente di ingrandimento. Gli incontri servono per scoprire l’altro, per rendersi conto che il destinatario del proprio disprezzo non lo si conosceva affatto, nascendo il disprezzo proprio dalla sconoscenza della persona.

È una pellicola incantevole, candidata a quattro Premi Oscar, sulla solitudine che conduce le persone ad allontanarsi le une dalle altre per giungere ad odiarsi e sulle relazioni, che invece disvelano l’altro mostrandolo in un’altra luce che ne innova la fisionomia interiore.

Nel silenzio soffice della neve che immerge i personaggi in un particolare lucore, il loro “rinnovamento” sarà fatale.

Fabrizio Giulimondi






domenica 11 febbraio 2024

"CUORE NERO" di SILVIA AVALLONE (RIZZOLI)

 


Nessuno vuole il male vicino perché ha paura di contaminarsi”.

Quando si ha difficoltà a scrivere una recensione vuole dire che il libro ti è entrato dentro con una tale moltitudine di emozioni da non riuscire a trovare ordine nelle parole: queste ti attanagliano vorticando intorno a te in un turbinio di sentimenti.

Cuore nero” di Silvia Avallone (Rizzoli) non avrà pietà di voi e vi lascerà soli, travolti da stati d’animo come un torrente irascibile in piena.

Il passato non passa perché cancella il presente e risucchia il futuro. Presente e futuro sono sotto la coltre degli abiti cenciosi e maleodoranti del passato.

La sofferenza dei protagonisti è quella del lettore che opera un processo di metamorfosi in Bruno, Emilia e Riccardo attraverso uno stile letterario pungentemente delicato, addirittura morbido.

Cuore Nero” racconta il dolore, quello vero, quello tragico, quello che necessita di tagli in ogni parte del corpo per ridimensionarne gli effetti. Il dolore senza orizzonti per una finta fatalità, per una malattia mortale e per un crimine orrendo, devasta, destruttura, decompone, divide, cancella, annienta, ma può anche rigenerare ed unire, perché è famiglia anche quando c’è un padre che lotta per la figlia detenuta in un penitenziario minorile, avvertendo accanto la presenza della moglie, perché una mamma non muore mai e l’amore di un padre non conosce limiti: “Una famiglia è una fune, Adelaide. Un cavo d’acciaio che ti tiene, qualunque cosa accada”. Un padre che ricorda eroi mitologici greci. La mancanza di una madre che inverte l’incedere del tempo. Un fratello e una sorella che vedono languire le proprie esistenze nell’attimo in cui scompaiono dalla loro visuale i genitori. “La vita non chiede permesso, non si lascia programmare. Anzi, adora prenderti per il culo”.

Senza una famiglia si precipita nel buio. Fuggire da se stessi conduce alla propria cancellazione. Occorre riconoscere le proprie colpe, anche se terribili, non fuggire più da loro. Riccardo non è mai fuggito, si è caricato sulle spalle il pesante fardello della figlia e, a testa alta, ha cercato di aiutarla a scrollarsi di dosso i macigni che le zavorrano il futuro: “Fatte non foste a viver come brute”.

Lo Stato dovrebbe intervenire prima, quando una ragazzina è abusata e una moglie massacrata. Dopo potrebbe essere tardi per troppi: “ ‘E perché’ le aveva risposto la maschera occhialuta, grigio-imperturbabile della burocrazia, ‘che vita normale pretendi?’ ”.

Bruno è lo Stato. La direttrice del carcere è lo Stato. La cura degli altri e la passione per i classici consentono il superamento delle Colonne d’Ercole non solo altrui, ma anche proprie: “La verità è che né tu, né io, né nessuno è mai veramente fottuto finché è vivo”.

Bruno ed Emilia compiono un cammino a ritroso per ritrovarsi, perdonare e perdonarsi, consegnando il proprio dramma alle parole che lo assorbono togliendogli la patina del silenzio.

Questo romanzo, accompagnando l’anima dall’abisso all’alba, risulta essere di una bellezza struggente, che disvela lo scarno confine fra Bene e Male e quanto le persone debbano perdonarsi e perdonare, conoscere e riconoscersi, per tornare a scrutare la vita con occhi chiari.

Sui desideri non abbiamo potere, dobbiamo solo trovare il coraggio di ascoltarli”.

Fabrizio Giulimondi

 

 

 

domenica 4 febbraio 2024

"LA LIBRERIA DEI GATTI NERI" di PIERGIORGIO PULIXI



Romanzo thriller che tiene il lettore inchiodato alla sedia, “La libreria dei gatti neri” di Piergiorgio Pulixi (Marsilio Lucciole) rappresenta la migliore letteratura noir italiana.

La Sardegna è sullo sfondo e la trama è chiazzata dalla crudezza di Saw e della tragicità di ordinari quanto terrifici fatti di cronaca.

Con uno stile oliato e semplice la scrittura giunge diretta al pubblico che viene trascinato in un vortice di delitti degni del più lucido e feroce serial killer.

È la produzione cinematografica horror ad insegnarci quanto librerie, biblioteche e teatri siano set perfetti per azioni criminali a causa delle atmosfere che li permeano ed il sottofondo velatamente pauroso che si percepisce entrandovi.

Una libreria è il proscenio; il proprietario il narratore inconsapevole; il gruppo appassionato di libri gialli lo spazio umano dove si cerca la verità; Nunzia, grande intelletto devastato dall’Alzheimer, è la chiave di volta; i poliziotti i simpatici figuranti; i gatti neri i comprimari.

Ironia e violenza si susseguono per abbracciarsi nei momenti clou, mentre Edgar Allan Poe con la sua “La lettera rubata” è il coup de théâtre.

È solo apparentemente tutto così complesso, “in realtà è tutto estremamente semplice e la risposta è lì, dove meno te l’aspetti, celata sotto una coltre di banalità”.

I battiti cardiaci accelerano, il respiro di fa più corto ed ansiogeno, il finale di sta avvicinando, si avvicina, è arrivato.

Fabrizio Giulimondi

 

lunedì 22 gennaio 2024

"LIBERI DI SCEGLIERE" di GIACOMO CAMPIOTTI

 


Liberi di scegliere” di Giacomo Campiotti, è un film liberamente ispirato alla vita del giudice Roberto di Bella (uno straordinario Alessandro Preziosi interpreta la toga Marco Lo Bianco), prima Presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, poi di Catania.

Di Bella fu il primo magistrato che decise di rompere i legami familiari fra i figli dei boss e le loro famiglie adottando provvedimenti di sospensione o decadenza dalla potestà genitoriale.

Dal 2012 quaranta ragazzini sono stati salvati così.

Dal 2012 madri e mogli sono state salvate così.

È un’opera sulla solitudine di chi, nel decidere, rifiuta di adeguarsi alla stantia reiterazione di decisioni. Quello del protagonista è coraggio vero, non avendo nulla a che fare con le locuzioni “virilità” o “coraggio” con cui si traduce l’etimo greco della parola 'Ndrangheta: andraghatía.

Le decisioni che contano comportano sofferenza, dolore e audacia: il vero audace è colui che, pur avendo paura, va avanti lo stesso.

Il futuro si cambia con le decisioni di chi non si adegua, di chi, pur pieno da mille timori, non si ferma.

L’appartenenza alla 'Ndrangheta (con un fatturato mondiale annuo di 53 miliardi di euro) non è una scelta ma una eredità; è contrapposizione fra un’accezione degenere di famiglia e lo Stato; è vincolo di sangue che sparge sangue.

La famiglia Tripodi è una 'Ndrina e tutti i suoi componenti o sono morti ammazzati o stanno in galera, anche al 41 bis. Non vi sono vie di scampo, né di fuga, non v’è alcuna scelta né autonomia decisionale.

Il film si incentra su quelle scelte, sulle alternative alla vita da ratti dei miliardari capi mafia, sulla libertà e la libertà di scelta.

Giovanni Tripodi aveva intenzione di cambiare vita ma il sangue infetto dalla “mafiosità” ha prevalso. Il fratello Domenico il cambiamento lo compie, con la sorella Teresa.

Il cambiamento è travaglio, dolore, presa di coscienza, pianto, liberazione. Il bagno in mare di Domenico con i suoi compagni di comunità è una esplosione liberatoria di gioia e di un nuovo senso della propria esistenza, scena ben lontana da quella plumbea di “Gomorra”.

È un lavoro cinematografico sulle mine vaganti, su come inceppano il sistema e lo fanno impazzire, al pari di cellule portatrici di molecole che invece di fare ammalare l’organismo lo sanano.

Liberi di scegliere” mostra senza infingimenti la tragedia di essere madri, mogli, figli e figlie di mafiosi, descrivendo la forza centrifuga che vorrebbe farli fuggire, costretti invece a rimanere dalla forza centripeta della Terra e della famiglia. Lo spettatore vive questo dramma e avverte la potenza evocatrice di parole come scelta, libertà, alternativa, cambiamento, vita da fogna che muta in vita piena, che sa dell’odore della stazione e del treno che porta verso nuovi orizzonti e dell’abbraccio di due fratelli che hanno un sorriso, finalmente autentico e non più chimico, dipinto sul viso.

Fabrizio Giulimondi







 

 

sabato 30 dicembre 2023

"ADAGIO" di STEFANO SOLLIMA

 


Fra i tempi musicali lenti troviamo l’adagio, che, come direbbe Sartre, è anche un avverbio che esaspera la lentezza di un movimento, ma persino un film, “Adagio” di Stefano Sollima, che porta sul Grande Schermo un’azione scenica in totale contrasto con avverbio e sostantivo.

Il sottobosco suburbano e dell’anima percorre le rotaie di esistenza fatte di baccanali orgiastici e dionisiaci moderni, non certamente dissimili da quelli antichi, lungo pendii di storie di corruzione in divisa, nella cornice di una nuova Suburra romana puntellata di volti pasoliniani, visi efebici e donne boccaccesche e felliniane.

Al ritmo del rap ed house, ma anche delle sonorità del Califfo, i migliori attori della cinematografia italiana (Pierfrancesco Favino, Toni Servillo e Valerio Mastandrea, accompagnati da un ottimo Adriano Giannini) fanno vivere le ultime battute degli epigoni degli uomini della Banda della Magliana.

Narrazione avvincente e convincente immersa nei fumi tossici di uno dei tanti incendi di rifiuti che hanno avviluppato la periferia romana, incorniciata in una fotografia a tinte accentuatamente accese di una Roma infuocata dai rovi e dal caldo asfissiante estivo.

I bassifondi che fungono da set della malavita ruotano intorno al primo tratto della Tangenziale Est della Capitale, riportando la memoria dello spettatore a “Suburra” (film e serie), “Non essere cattivo” e a “Lo chiamavano Jeeg Robot”.

Film che, come tutti quelli del filone cui appartiene, fa uscire l’ibristofilia che è in noi.

Fabrizio Giulimondi