“La tua vita. O almeno una parte. Dipingila
con tutti i colori che conosci, così che io possa vederla, che noi possiamo
vederla”.
Romanzo
di grande fascino quello partorito dalla mente di Chris Whitaker “Tutti i
colori del buio” (Einaudi), 740
pagine di pura potenza artistica, articolato e complesso come lo è solo il
cervello umano, non incasellabile in un determinato genere letterario.
Il
viso di Patch è coperto da una benda come un pirata. Patch viene dal buio e
vive ne buio, ben conoscendo, però, l’arte dei colori. Patch cerca Grace perché
lo scantinato lo ha segnato per sempre. Patch non sa se Grace esista davvero o
è il prodotto allucinatorio del buio dello scantinato. Patch cerca Grace perché:
“Lei era una costellazione impossibile da
mappare. Era bella e odiosa, nuvole temporalesche e pioggia estiva”. Patch dipinge
e rapina banche. Patch ha salvato la bella e ricca Misty da un terrifico
destino e il destino accomuna Patch e Saint che ha fatto un patto con Dio.
Non
v’è personaggio che non sia decritto e, quindi, percepito dal lettore nella sua
interezza, nella sua fisicità, nella sua intimità.
La
grande letteratura americana è tornata con le tracce dell’immancabile bullismo
e il ballo di fine anno perché è la vita che viene offerta al pubblico, la vita
in tutta la sua tragicità e nelle sue pieghe più nascoste e macabre. Il dolore,
è un libro sul dolore e sul riscatto, sulla lotta e il coraggio contro le
tempeste e le avversità, sulla speranza contro la probabilità del male, sulla
luce che si insinua come lingua di fuoco nella densità delle tenebre.
In
Patch e Saint la colpa e l’innocenza di confondono in un binomio eroico.
Norma,
Eli Aaron, Charlotte, Sammy, Marty Tooms, la signora Meyer e ancora molti altri
protagonisti, co-protagonisti, non protagonisti e comparse giganteggiano nel
Bene e nel Male, tutti crepitanti in una narrazione nella quale il rosso si
mescola con l’arancione per fondersi nel giallo e mischiarsi all’ocra. Il
racconto lumeggia come le tinte di un dipinto di Patch che evoca un passato che
la sua mente non riesce ancora a comprendere.
È una
adolescenza che non finisce, ostacolata da ricordi orribili che non si
dissipano all’imbrunire ma si moltiplicano per ripresentarsi come esattori
senza scrupoli il mattino dopo. Nel buio sono precipitati alcuni ragazzini e
nel buio sono costretti a vivere loro malgrado.
Gli
amori indimenticabili che si alimentano e si consumano perché condannati ad una
danza dove ci si avvicina per poi allontanarsi immediatamente dopo.
Grace
è una ossessione senza fondo, senza via di uscita, un buco nero che gravita
intorno al dubbio: chi era con Patch in quello scantinato? Un assillo che, espandendosi,
inquina e contamina, aggiunge ombre ad un futuro che stenta a decollare.
Le
decine di adolescenti scomparse nel nulla sono il clangore di sottofondo della
storia: “Le ragazze scomparse, sono come uno
sfarfallio di luce su una mappa buia. Ne vedo uno e mi dirigo verso di esso, ma
si spegne prima che io arrivi. E poi un altro”.
Il
trauma cresce, lievita, si gonfia, si ingigantisce, riempie e rimpolpa ogni singola
locuzione, ogni singolo tracciato letterario. L’irrisolto si decuplica, implode
ed esplode, si incarna e disincarna.
L’intelaiatura
è profondamente spirituale e la morale è nel pathos del racconto. Dio è il Grande Presente del libro.
“La vedeva in una miscela di colori: la pelle
titanio, terra d’ombra cangiante e alizarina; i suoi occhi blu di Prussia, i
capelli striati scuri ammorbiditi con terra di Siena e colpi di luce”.
Fabrizio Giulimondi

