L’ultima
fatica letteraria del pluri-premiato Carmine
Abate, “I giorni dell’arrivederci”
(Mondadori), si inserisce nel lungo
cammino artistico dello scrittore arbëreshë,
un cammino lastricato di malinconia, memoria, rimembranza, dando respiro ad una
letteratura amarcord in cui il
passato costituisce la trama delle storie.
08.08.08.
Questa è la data. Questa data poi diviene 08.08.28.
La
narrazione di Abate si poggia su ciò
che è esistito e ciò che è esistito si ammanta con Abate di nostalgia, poesia e sentimenti, sentimenti profondi come possono
essere quelli evocati dal proprio paese natio e dalla Terra dei padri e dei
nonni.
La
Casa tra le nuvole ha le sue radici oniriche nel Centro educativo “Alcide
Degasperi” sul monte Bondone in Trentino. Il lettore ben avverte la fragranza pungente
dell’aria di montagna, del profumo salmastro del mare calabrese e dei sapori di
quella cucina così piccante, mentre è così asprigno il carattere di quelle
genti.
Abate è il cantore della famiglia,
della campagna impregnata del sudore dei contadini, del Mediterraneo che tante
vite di naviganti ha risucchiato, delle vette innevate dove si sono rifugiati
gli emigranti, con il cuore, la mente e l’anima sempre incatenati ai borghi che
li hanno visti pargoli.
Sono
racconti placidi intrisi di mestizia e tristezza, di quello che è stato e non è
più. Anche i luoghi perdono il loro presente e cessano di avere un futuro,
cosparsi della polvere di un passato ricordato da pochi: “Se è vero che i luoghi hanno un corpo e un’anima, ora la Casa tra le nuvole
mostrava un corpo ferito, moribondo, e la sua anima era volata via, chissà dove.”.
Nulla assorbe la parte più vera e più nascosta di una persona come le mura di
una abitazione: lungo i suoi corridoi si avverte chiaramente l’afflato primigenio
di chi vi ha vissuto. Nella Casa tra le
nuvole si scorge e si percepisce ciò che Abate
non sa di avere scorto e percepito.
L’Autore parla del cuore, dell’anima,
della mente e dello spirito come nessuno più è in grado di fare, soverchiati
tutti da un materialismo becero e feroce.
Ne “I giorni dell’arrivederci” l’autobiografia
è imperante, ma vive non nel corpo di un solo personaggio, ma sparpagliata nelle
membra e negli occhi di tutti i suoi attori, ognuno protagonista, nessuno comparsa.
“Una vita sbriciolata. Non sentirsi mai a
casa in nessun luogo, continuare a vivere tra le nuvole, i monti e i mari,
spaesati ovunque.”.
Fabrizio Giulimondi

