mercoledì 14 ottobre 2026

"L'IMMENSA DISTRAZIONE" di MARCELLO FOIS (EINAUDI): VINCITORE PREMIO CAMPIELLO 2026.



“E di questo presagire, muggire, grugnire, si era nutrita ogni sua alba”.

Il Premio Campiello 2026 è stato assegnato a Marcello Fois per “L’immensa distrazione” (Einaudi).

Il romanzo è piastrellato di descrizioni fascinose e particolareggiate di qualunque aspetto del racconto, vuoi che siano di un corpo, di una personalità, della natura o di un oggetto.

Con stile morbido e boleriano l’Autore accentra la sua narrazione sulla famiglia Manfredini, dai nonni ai bisnipoti unitamente a parenti collaterali, con un pulviscolare profusione di personaggi minori per ruolo ma non per struttura estetica ed interiore.

Il romanzo in qualche modo ricorda il film di Ettore Scola “La famiglia” evocandone dinamiche e peculiarità caratteriali.

Non esistono personaggi buoni e personaggi cattivi ma soltanto personaggi che illustrano una umanità nel mezzo, grigio-chiara o grigio-scura.

È descritta la morte al ritmo della storia, dal nazi-fascismo ai cellulari, con le sonorità psichedeliche dei Pink Floyd.

Un morto che si scopre non morto pur essendo morto: artifizio artistico mirabolante!

“Si manifestò piuttosto nella tranquillità di accettare la moltitudine di errori che in quella breve stagione che era stata la sua esistenza mortale, aveva commesso”.

Le pagine sulla vita vista da un morto che si percepisce accora vivo costituiscono momenti di densa riflessione per il lettore: “Ora non sembrava uno spreco pensare al tempo perso, alle occasioni sciupate, alle frasi non dette, alle attese disattese, alle risposte non date, agli appuntamenti falliti, agli incontri elusi, alle accortezze non escogitate, alle occasioni sperperate, alle riflessioni non elaborate, alle passioni dissipate, ai soldi spesi".

Questo romanzo, credetemi miei cari lettori, è un’autentica occasione per soffermarsi sui alcuni suoi passaggi, e riflettere, ma riflettere sul serio.

Fabrizio Giulimondi

mercoledì 23 settembre 2026

“LA BAMBINA CHE AMAVA TOM GORDON” (1999) di STEPHEN KING (SPERLING & KUPFER)

 


“La bambina che amava Tom Gordon” (1999) di Sua Maestà Stephen King (Sperling & Kupfer), è un romanzo allo stesso tempo agorafobico e claustrofobico ambientato nei boschi del New England, dove Trisha si perde stufa della ennesima insopportabile litigata fra la madre e il fratello, oramai certa che il padre non tornerà vivendo con un’altra donna.

Fisica e metafisica si rincorrono e le figure allucinatorie che danzano dinanzi ali occhi della bambina di nove anni, sempre più magra e febbricitante, tracciano il percorso da lei compiuto per cercare di salvarsi.

I boschi e le foreste, da sempre, nella letteratura e nell’arte pittorica, contengono sprazzi di inquietudine, ansia e angoscia e, Stephen King rende questi stati d’animo l’autentico costrutto della storia. La particolarità stilistica ulteriore è il ritmo a inning imposto alla sagoma narrativa.

L’ambientazione diviene un tutt’uno con l’atmosfera che assurge a pathos del racconto: ambientazione, atmosfera e pathos sono inverati in Trisha che non sa più distinguere la realtà dalla immaginazione, mutando in onirico ogni passaggio del romanzo che, in tal modo, sarà percepito dal lettore come una costellazione di dubbi.

È vero o è il prodotto delle creazioni di una bambina denutrita e ammalata?

Fabrizio Giulimondi


domenica 30 agosto 2026

"L'EREMO DEI FOLLI" di AGNESE MESSINA

 


“Il peccato ci rende schiavi. Ma ancora più lo fa la vergogna per il nostro peccato”.

“L’Eremo dei folli” è l’opera prima di Agnese Messina (Garzanti) la cui narrazione riesce ad essere allo stesso tempo morbida e capace di attese e di eventi imprevisti.

È un romanzo sul senso di colpa.

Il senso di colpa è il vero protagonista della storia e assume talora le sembianze di June, talune volte quelle di Emanuel, altre ancora quelle di Liuba.  

Il lavoro riprende i format letterari più recenti, in cui non può non esserci un colpevole “maschio” e la donna, pur nelle sue umane debolezze e fragilità, è l’unica e vera eroina. Lo stesso pubblico ministero Emanuel ne esce abbastanza malconcio.

Lascia gradevolmente colpiti, però, l’opzione pro life, oramai alquanto rara e mal vista, oltre la presenza positiva di un frate (né pedofilo né corrotto!).

La morale esopica è che ognuno possiede le proprie cicatrici che ama e custodisce. per rifletterci poi sopra al fine di non procurarsene di ulteriori.

Tutti hanno un passato. In questo passato c’è sempre un lato oscuro che, se compreso, può condurre ad un futuro maggiormente luminoso, solo se si ha il coraggio di intraprendere una adeguata e giusta battaglia.

“Tutti e tre. Vedete l’uscita, ma avete troppa paura per oltrepassare la porta”.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 27 luglio 2026

"LA PORTINAIA DEL 17. I SEGRETI DEL VIEUX MOULIN” di EMMA CORTESI (FAZI EDITORE)



“La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin” di Emma Cortesi (Fazi Editore) è un romanzo giallo, stile Agatha Christie, elegante, morbido, raffinato, aristocratico, che fa respirare l’aria parigina di Montmartre, un’aria appartenente ad epoche Bohémien. Intrigano del libro i tempi, la recitazione, le movenze e l'ambientazione da pièce teatrale.

Le parole sanno di gauloises e di tè pregiato, di vino rosso francese d’annata e odore di mobilio di tempi andati: “Uscirono, infine, lasciandosi alle spalle l’odore di carta, inchiostro e tempo”.

Antoine è un ex commissario, mentre Berthe è una portinaia, attenta e acuta, di un palazzo vintage abitato da persone dotate ognuna di una propria stramberia. Antoine e Berthe sono accomunati dai dettagli.

Il cadavere è troppo composto. Il dubbio soverchiante. Il passato, come tutti i passati, torna per portare il suo carico di verità e risposte a domande che aspettano da troppo tempo.

La Cortesi usa parole “nutrienti” ed i personaggi sono vocaboli che non si riescono a scrivere, frasi che non si concludono, periodi ben costruiti ma che finiscono male.

Le pagine scorrono innanzi agli occhi del lettore come cioccolatini che si sciolgono piacevolmente in bocca, per poi lasciarvi, inaspettata, una punta di amaro.

Fabrizio Giulimondi

martedì 21 luglio 2026

“TUTTI I COLORI DEL BUIO" di CHRIS WHITAKER (EINAUDI)

 


“La tua vita. O almeno una parte. Dipingila con tutti i colori che conosci, così che io possa vederla, che noi possiamo vederla”.

Romanzo di grande fascino quello partorito dalla mente di Chris Whitaker “Tutti i colori del buio” (Einaudi), 740 pagine di pura potenza artistica, articolato e complesso come lo è solo il cervello umano, non incasellabile in un determinato genere letterario.

Il viso di Patch è coperto da una benda come un pirata. Patch viene dal buio e vive ne buio, ben conoscendo, però, l’arte dei colori. Patch cerca Grace perché lo scantinato lo ha segnato per sempre. Patch non sa se Grace esista davvero o è il prodotto allucinatorio del buio dello scantinato. Patch cerca Grace perché: “Lei era una costellazione impossibile da mappare. Era bella e odiosa, nuvole temporalesche e pioggia estiva”. Patch dipinge e rapina banche. Patch ha salvato la bella e ricca Misty da un terrifico destino e il destino accomuna Patch e Saint che ha fatto un patto con Dio.

Non v’è personaggio che non sia decritto e, quindi, percepito dal lettore nella sua interezza, nella sua fisicità, nella sua intimità.

La grande letteratura americana è tornata con le tracce dell’immancabile bullismo e il ballo di fine anno perché è la vita che viene offerta al pubblico, la vita in tutta la sua tragicità e nelle sue pieghe più nascoste e macabre. Il dolore, è un libro sul dolore e sul riscatto, sulla lotta e il coraggio contro le tempeste e le avversità, sulla speranza contro la probabilità del male, sulla luce che si insinua come lingua di fuoco nella densità delle tenebre.

In Patch e Saint la colpa e l’innocenza di confondono in un binomio eroico.

Norma, Eli Aaron, Charlotte, Sammy, Marty Tooms, la signora Meyer e ancora molti altri protagonisti, co-protagonisti, non protagonisti e comparse giganteggiano nel Bene e nel Male, tutti crepitanti in una narrazione nella quale il rosso si mescola con l’arancione per fondersi nel giallo e mischiarsi all’ocra. Il racconto lumeggia come le tinte di un dipinto di Patch che evoca un passato che la sua mente non riesce ancora a comprendere.

È una adolescenza che non finisce, ostacolata da ricordi orribili che non si dissipano all’imbrunire ma si moltiplicano per ripresentarsi come esattori senza scrupoli il mattino dopo. Nel buio sono precipitati alcuni ragazzini e nel buio sono costretti a vivere loro malgrado.

Gli amori indimenticabili che si alimentano e si consumano perché condannati ad una danza dove ci si avvicina per poi allontanarsi immediatamente dopo.

Grace è una ossessione senza fondo, senza via di uscita, un buco nero che gravita intorno al dubbio: chi era con Patch in quello scantinato? Un assillo che, espandendosi, inquina e contamina, aggiunge ombre ad un futuro che stenta a decollare.

Le decine di adolescenti scomparse nel nulla sono il clangore di sottofondo della storia: “Le ragazze scomparse, sono come uno sfarfallio di luce su una mappa buia. Ne vedo uno e mi dirigo verso di esso, ma si spegne prima che io arrivi. E poi un altro”.

Il trauma cresce, lievita, si gonfia, si ingigantisce, riempie e rimpolpa ogni singola locuzione, ogni singolo tracciato letterario. L’irrisolto si decuplica, implode ed esplode, si incarna e disincarna.

L’intelaiatura è profondamente spirituale e la morale è nel pathos del racconto. Dio è il Grande Presente del libro.

“La vedeva in una miscela di colori: la pelle titanio, terra d’ombra cangiante e alizarina; i suoi occhi blu di Prussia, i capelli striati scuri ammorbiditi con terra di Siena e colpi di luce”.

Fabrizio Giulimondi

mercoledì 15 luglio 2026

"ELECTION DAY" di GIORGIO AMATO

 


“Election day” di Giorgio Amato è un flimetto simpatico, a tratti divertente, entro la traiettoria della commedia italiana dei malintesi e degli equivoci, purtroppo del tutto ideologicamente orientato, la cui conclusione è costituita dalla convinzione che chi non accetta coppie omosessuali, immigrati e tutte le imposizioni ideologiche della Sinistra ha il cervello mangiato da un batterio.

Gli attori sono volti noti del cinema italiano (Angela Finocchiaro, Giorgio Tirabassi, Antonio Gerardi, Maria Amelia Monti): della Finocchiaro mi piace ricordare le sue gesta durante una trasmissione televisiva, quando disse ad un gruppo di ragazzini che i loro padri erano delle “merde”.

Fabrizio Giulimondi




venerdì 10 luglio 2026

"I CONVITATI DI PIETRA" di MICHELE MARI (EINAUDI): VINCITORE DEL PREMIO STREGA 2026

 


Il vincitore del Premio Strega edizione 2026 è il romanzo “I convitati di pietra” di Michele Mari (Einaudi).

22 luglio 1975 - 22 luglio 2051.

Milano. 77 incontri conviviali.

La prima è una cena fra trenta ragazzi diplomati l’anno precedente.

Ogni anno ripetono lo stesso rituale nella stessa data.

In mezzo c’è una riffa.

Ogni anno ognuno mette una somma di denaro in un fondo.

Gli ultimi tre che rimarranno in vita si divideranno la somma, una somma cospicua.

Sono trenta, poi tre, poi uno.

Il tempo avanza insieme alle malattie e l’inevitabile Ossuta.

È un romanzo sul tempo, sul suo avanzare, sul cinismo, su amicizie impreviste, sulla ossessione pornografica, sul crimine per denaro, sulla superficialità e la profondità, sulla fragilità fisica e mentale.

I contorni delle personalità dei personaggi si rendono più marcati nel trascorrere degli anni e delle cene.

Il fluire della storia mette a fuoco caratteri, miserie e eleganze dell’animo.

La letteratura è strettamente interconnessa con il cinema e quest’ultimo con i fumetti. I colori si mischiano in un unico colore del tutto nuovo, nitido nella sua confusione, confuso nel suo nitore, perché è il caos a potare il nuovo ordine e solo l’ordine fa cessare il caos.

Gene Hackman è un convitato di pietra. I compagni di classe che non vi sono più sono convitati di pietra.

Sono ventinove i convitati di pietra.

Fabrizio Giulimondi