mercoledì 3 marzo 2021

"L'ARTE DI LEGARE LE PERSONE" di PAOLO MILONE


"Cerca te, ha bisogno di te, non dei protocolli. Cerca il medico non la medicina.".

"L'arte di legare le persone", opera prima di Paolo Milone (Einaudi), è una tavolozza dove sono sparsi alla rinfusa chiazze, sprazzi, pennellate, spuntoni delle patologie mentali che l'Autore ha incontrato e incontra nel reparto 77 dell'ospedale genovese ove presta servizio come psichiatra. La prosa usata come poesia è costellata da una ironia e autoironia che incorniciano esistenze destrutturate. Pensieri sagaci, angosciati, divertiti, punteggiano pagine che hanno come protagonisti schizofrenici, euforici, tossici, alcolisti, caratteriali, isterici, paranoici. Immagini sulla morte che lasciano un lieve brivido lungo la schiena: "Della morte è sconcio parlare, invece l'assassinio è tema gradito in società. Rilassa, rassicura. Dà l'illusione che siamo noi a controllare la morte. Arrestato l'assassino, non si muore più. Tutti a casa tranquilli.".

È un libro autobiografico sul mondo interiore di uno psichiatra, sui suoi sensi di colpa se un paziente si suicida, sul come vive l'improvviso sentimento nei confronti di una ragazza in cura. I passaggi sul lamentio e sulla contenzione sono memorabili: "Il bene e il male che facciamo a un'altra persona si riverbera e si propaga in mille modi tra i suoi parenti, amici e conoscenti e, nel tempo, si trasmette a tutti i discendenti.".

La stessa impostazione grafica delle pagine, così frastagliata e nervosa, trasmette le sensazioni che Milone prova nella quotidiana immersione nelle scariche mentali psichiatriche.

Luciano, Lucrezia, Iris, Miriam, Lino, Elia, si faranno vento "più forti del dolore, più forti della paura, più forti del rancore.", ed è certamente molto duro non riuscire a dare risposte e spiegazioni a suicidi e tentativi di suicidio.

"Noi veniamo al mondo non quando usciamo dal corpo della madre, ma quando la madre ci abbraccia e ci riconosce e, senza parole, ci contiene ancora in sé: in questa matrice noi ci costruiamo.".

La prosa si fonde nella poesia e la poesia si confonde nella prosa in una armonica bellezza dal contenuto aspro come il limone e dolce come il miele.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 1 marzo 2021

"LA SPINTA" di ASHLEY AUDRAIN

 

 


 

 

 

 

 

 

 

"Le madri non dovrebbero fare figli che soffrono. Non dovrebbero fare figli che muoiono. E non dovremmo fare figli cattivi".

Un'opera prima superba che sarà distribuita in 34 Paesi. Un'opera prima portentosa che dal freddo canadese penetrerà nel cuore di ogni lettore. "La spinta" di Ashley Audrain (Rizzoli) è un romanzo tragico, terribile e di grande bellezza e incisività sull'abbandono, sul trauma, sul disturbo da stress post-traumatico, sulla morte. Il dolore disgrega e più è grande e più è disgregante. L'abbandono è un fardello, una eredità piena di debiti, che si tramanda da generazione in generazione, da Etta a Cecila a Blythe e a Violet. Il rifiuto di scavare sui comportamenti non interrompe questo passaggio ma anzi lo aggrava, sino alla patologia psichiatrica, sino al crimine. La verità si evita, si nasconde, per poi vederla comparire sotto vestigia nefaste e dirompenti. Il dolore non affrontato lievita, nascostamente cresce, sempre di più, a dismisura, e ciò che non si voleva vedere si manifesterà in tutta la sua incomprimibile portata. L'immaginazione può essere un'ancora di salvezza, l'irrealtà come strumento di sopravvivenza ad una insopportabile realtà.

"La spinta" somiglia ad un mare prima solo leggermente increspato, poi mosso, dopo in tempesta, per tornare ad essere placido la cui superficie tranquilla, però, copre correnti turbolenti che esploderanno nell'uragano finale.

La lettura del passaggio di una decina di righe che descrive la moltitudine di azioni compiute in una giornata da una madre, fa scorgere all'orecchio un brano musicale ritmato dai colpi delle bacchette sulla batteria e dal suono delle corde di un basso elettrico pizzicate da dita esperte.

La protagonista parla in prima persona. Blythe si racconta e racconta della sua ascendenza, di sua nonna e sua madre, di suo marito e dei suoi figli, del passato e del presente, di un mondo contemporaneo che non può che essere l'inevitabile conseguenza di ciò che è stato ed è avvenuto.

Audrain compie uno studio rigoroso degli accadimenti interiori che travolgono le persone che vivono sofferenze imponenti e appariscenti, o minuscole e scarsamente visibili se non all'animo di chi le percepisce.

Alla scorrevolezza della narrazione e alla abilità stilistica si accompagnano capacità non comuni di penetrare l'"interno" delle donne, capacità che solo una donna può avere, forse perché l'Autrice, in qualche modo, è entrata in contatto con la sofferenza, l'ha vissuta, l'ha ruminata, e ne è uscita fuori dopo un duro percorso di morte e vita.

Un libro che chi non lo leggerà perderà molto.

"Mi ricordavo il brivido di scrivere sopra la miscela di musica e lacrime. Come si riempiva in fretta la pagina. Come mi batteva forte il cuore. Come mi vergognavo di essermi fatta sorprendere.".

Fabrizio Giulimondi

 


martedì 23 febbraio 2021

"ITALIANA" di GIUSEPPE CATOZZELLA


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia vera di Maria (nome di battaglia: Ciccilla) e Pietro ha ispirato il capolavoro di Alexandre Dumas "Robin Hood. Il principe dei ladri", ed è narrata nell'ultimo splendido libro di Giuseppe Catozzella "Italiana"(Mondadori), un romanzo che rapisce il lettore.

Siamo nella Calabria borbonica di Ferdinando II e Francesco II con l'esercito sabaudo alle porte e l'eroico condottiero Garibaldi che promette la liberazione dal giogo schiavistico dei proprietari terrieri e terra e usi civici per tutti gli asserviti mezzadri. Nulla di tutto ciò avverrà e così vedrà la luce quel fenomeno che la storiografia dei vincitori chiamerà brigantaggio.

Le pagine sono annerite dal fumo di un camino spoglio che niente ha da cucinare. In ambientazioni tetre e povere si muovono personaggi maestosi come la loro povertà che ne amplifica coraggio e passione. La miseria punteggia parole vivificate dal colore delle foglie dei boschi e dal suono delle foreste. La lettura è ancora salvifica: "L'unica consolazione la trovavo nei libri, la solitudine di quei mesi mi ha fatto capire che sono gli unici amici fidati che una donna possa avere, sempre che abbia la fortuna di imparare a leggere.".

La scrittura è veloce come un nibbio in picchiata e astuta con un lupo di montagna. La superbia delle descrizioni naturalistiche si accompagna con la potenza del linguaggio dei corpi efficace come quello delle parole.

Il puzzo è lo spazio fra una parola e l'altra, la desolazione ritma una esistenza destinata al servaggio, ma sotto panni lerci e maleodoranti la forza  della vita e della libertà batte indomita e prorompente: "...il paesaggio attorno per quello che erano: un cumulo di dannazione e abbattimento, ammassi di immondizia e feci ai bordi delle strade, cani randagi scheletrici e rabbiosi, topi giganteschi che scorrazzavano nel fango, in mezzo alle pozzanghere, gruppi di disperati e miserabili che ogni giorno e ogni momento si ritrovavano in crocicchi per cercare  un modo di fregare o corrompere qualcuno pur di sopravvivere.".

La metamorfosi dell'anima e metamorfosi del corpo vanno di pari passo e, con esse, emerge la presa di coscienza di ciò che si vorrebbe essere, di ciò che non si vorrebbe essere e di ciò che non si è più; Maria capisce che vuole essere altro da quello che Borboni, sabaudi e garibaldini impongono che lei sia: Maria simboleggia un popolo sottomesso da oppressori e liberatori.

Dal bozzolo di una vita animalesca si libra una libellula che morirà da persona libera. I volti di Maria e Pietro sono intensi come l'odore del grano, del melograno e della vegetazione della Sila. La loro forza sfida uno stato tirannico che non cambia con l'arrivo delle giubbe rosse.

L'incontro finale è l'abbraccio fra due modi di vivere, quello del carceriere e quello della detenuta, opposti e eguali allo stesso tempo, affasciati dall' invincibile desiderio di non essere più succubi, ma padroni del proprio destino. Una tensione morale che diverrà Italia, orizzonte tinto del sangue di tanti patrioti, un sangue vermiglio versato anche da coloro che furono chiamati briganti, patrioti anch'essi, come Pietro "che aveva combattuto, aveva perso, e dall'Italia si sentiva rifiutato".

"Io sono Maria, Maria soltanto. Ciccilla è morta nella grotta dove abbiamo perso la guerra civile. È finita, e adesso mi sento sollevata. Non dover combattere più è già una vittoria.".

Fabrizio Giulimondi

mercoledì 10 febbraio 2021

NELL'ANTRO

 


Nell'antro gettarono italiane e italiani colpevoli di essere italiane e italiani.

Nell'antro il mondo vide l'inumanità di una ideologia feroce, malvagia, oscuramente tirannica, il comunismo.

Nell'antro il terrore, occhi sgranati, l'immane sofferenza, il buio.

Una mano si tende verso le infoibate, un braccio si protende verso gli infoibati. Ora sono liberi. Vedono la luce. La buca è stata coperta. Ma noi non dimentichiamo, non dimenticheremo mai. Non possiamo farlo. È nostro dovere che il futuro guardi ancora dentro quella ferita della terra.

Fabrizio Giulimondi

 

mercoledì 27 gennaio 2021

"IDENTITÀ. LA RICERCA DELLA DIGNITÀ E I NUOVI POPULISMI" di FRANCIS FUKUYAMA

"Gli economisti ritengon

 

 

 

 

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"Gli economisti ritengono che gli esseri umani siano motivati da quelle che vengono da loro etichettate come 'preferenze' o 'utilità': desideri di risorse o di beni materiali. Ma trascurano il thimòs, la parte dell'anima che aspira al riconoscimento da parte degli altri, sia sotto forma di isotimia, il riconoscimento di una pari dignità rispetto agli altri, sia come megalotimia, il riconoscimento di una superiorità".

"Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi" (UTET) di Francis Fukuyama è, in qualche modo, la prosecuzione della sua straordinaria opera del 1992 "La fine della storia e l'ultimo uomo".

Questo saggio politologico e filosofico corroborato da intriganti richiami storici, di agevole lettura, per la potenza contenutistica e la bellezza espressiva dovrebbe essere imposto a chiunque si interessi anche solo di sfuggita di politica, o a chi si avventuri in un palazzo delle Istituzioni.

Fukuyama irrompe con la sua visione affascinante e urticante nel grigio panorama del Pensiero Unico, proseguendo, sviluppando e puntualizzando quanto esposto nel suo lavoro precedente, concentrandosi sui concetti di identità e politiche identitarie ("L'identità è la 'poderosa idea morale che ci è piovuta addosso'...che ha scavalcato confini culturali e frontiere di stati"), sia sotto una visuale ideologica di Sinistra che di Destra ( a tale proposito è sempre utile leggere i saggi di Bobbio e  Veneziani).

Le nostre menti, assopite dai social e da un poderoso potere massmediatico uniforme e anodino, necessitano più che mai di essere nutrite dalle "schicchere intellettive" provocate da Fukuyama, somiglianti all'ossigeno per i polmoni, al cibo per lo stomaco e  all'acqua per la bocca: "La politica identitaria a sinistra tendeva a legittimare soltanto determinate identità ignorandone e denigrandone altre, come l'etnicità europea (cioè bianca), la religiosità cristiana, l'ambiente rurale, la fede nei valori della famiglia tradizionale, con tutte le categorie a queste collegate".

Fabrizio Giulimondi