“La scomparsa di Josef Mengele” del
regista russo Kirill Serebrennikov,
tratto dall’omonimo romanzo del francese Oliver Guez, è un film in chiaro-scuro
come le tinte che dominano la pellicola, con rari sprazzi a colori.
Certamente
Serebrennikov poteva osare di più
nel far comprendere agli spettatori di quali indicibili orrori si è macchiato l’”Angelo
della Morte”, il “Medico di Auschwitz” (interpretato dal “nomade” August Diehl), morbosamente e
criminalmente attratto dallo studio dei fratelli gemelli monozigoti, che
trattava come “materia inerte”.
Il
Regista ha voluto concentrarsi sulla paranoia che avvinghiava Mengele di essere
catturato dal Mossad, specie dopo il sequestro di Eichmann nel 1960. Mengele viene
raccontato lungo gli anni, dai tempi dei fulgori del nazionalsocialismo sino
alla vecchiaia, vissuta da solo, povero, abbandonato e disprezzato anche dal
figlio che aveva scoperto chi egli fosse e di quali aberrazioni si era
macchiato. Il decesso è stato naturale, cosa che un poco dispiace.
Serebrennikov ha
dichiarato che la sua opera vuole essere un vaccino contro futuri orrori: temo
che il passato e la cronaca attuale lo abbiano già smentito.
La
lingua tedesca, portoghese e spagnola, espressione dei luoghi di fuga del
criminale, forniscono un ulteriore tocco di autenticità e veridicità.
Paolo Sorrentino è
indubbiamente uno dei più eleganti e raffinati registi del cinema italiano,
affermatosi anche sullo scenario internazionale con il Premio Oscar 2014 a “La
Grande Bellezza” come Miglior Film Straniero.
La
nuova opera “La grazia” conferma certamente
l’affascinante linea artistica e creatrice del grande cineasta partenopeo.
Il
fido attore Toni Servillo questa
volta ricopre le vesti di un Presidente della Repubblica, rigoroso (detto “cemento
armato”) e autenticamente cattolico, durante il semestre bianco, affiancato da
una figlia fine giurista (anche più del padre), caparbia e sua affettuosa
tiranna (Anna Ferzetti).
Entro
ambienti quirinalizi maestosi e fascinosi sono cinque i temi intorno ai quali
rotea la narrazione: la firma presidenziale ad un disegno di legge governativo
sull’eutanasia, due domande di grazia in qualche modo correlate al fine vita, Aurora
- l’amata moglie morta otto anni prima - e il suo presunto tradimento.
Di chi sono i giorni?
Bisogna essere così pervicaci nella
ricerca della verità?
Il diritto è prospetticamente vicino o
lontano dalla realtà?
Il
Ministro della giustizia (Massimo
Venturiello) volteggia nelle austere stanze intorno al Presidente, al pari
di un rapace che, puntata la preda, cerca di ghermirla.
Di chi sono i giorni? A chi appartengono? Di
chi è la vita?
Il
Papa è nero (diversamente da “The Young Pope”), con capelli lunghi, orecchino e
moto-dotato, ma non fatevi trarre in inganno dall’aspetto: non è un Pontefice
progressista, tutt’altro.
L’amore
indimenticato e indimenticabile per la moglie Aurora è aurorale.
I
simbolismi sorrentiniani si sono ritratti come il mare dalla spiaggia. Non
siamo dinanzi a “Youth”, alla “Grande Bellezza” o a “Parthenope”. I simboli
sono più rarefatti, meno marcati e meno eccessivi, sicuramente maggiormente
comprensibili: il vento gagliardo, il robot-cane che precede il Presidente e la
sua scorta, il cavallo morente e sofferente.
La
critica d’arte Coco Valori (Milvia
Marigliano) punteggia il film con la sua intelligente sofferenza e comicità,
mentre le musiche house e tecno ritmano l’incantevole fotografia scenica
di Daria D’Antonio.
Rimaniamo
in attesa di altri premi nazionali ed internazionali.
“Le cose non dette”, ultima bellissima
opera di Gabriele Muccino, si
colloca ampiamente nella tradizione cineastica drammatica del Regista romano
che, con varie intensità, sfumature e tinte, giganteggia dal 1998 nel cinema italiano.
“Le cose non dette” non possiede l’implacabile
tragicità di “La ricerca della felicità” (2006) e di “Sette anime” (2008), ma
riprende gli spunti artistici, interpretativi e narrativi di “L’ultimo bacio
(2001) e di “Baciami ancora” (2010).
La visione
destrutturante della famiglia e dei rapporti di coppia incide non con il
bisturi ma con il machete sui legami amorosi (o presunti tali) dei protagonisti
della storia. Lo sguardo di Muccino - immerso
in una luce arabeggiante radiosa e cupa – indugia ad analizzare le dinamiche
che governano le vite interiori ed esteriori dei coniugi Carlo (uno Stefano Accorsi che riprende in pieno la
mimica disperata e persa nel vuoto di “L’ultimo bacio”) ed Elisa (la bella e dai
modi eleganti e raffinati Miriam Leone)
e dei coniugi Paolo (un sempre intenso Claudio
Santamaria) e Anna (Carolina
Crescentini, straordinariamente “fuori di testa”), insieme alla figlia
Vittoria (Margherita Pantaleo). Outsider è Blu, amante fragile e pericolosa
di Carlo (Beatrice Savigniani).
Il set è Tangeri in Marocco, città
intellettuale e bohémien, dove la
vacanza delle due famiglie esplode in un finale allo stesso tempo verdiano e shakespeariano.
La patologica follia intrisa di cattiveria di Anna devasta la personalità della
figlia Vittoria, macera il marito Paolo, imputridisce il rapporto di (pseudo-)
amicizia con Carlo ed Elisa. Sono i sentimenti senzapelle di Carlo per Blu a fare da detonatore al coup de théâtre finale: la vita non è forse
un concatenarsi di coup de théâtre?
Elisa
e Paolo sono anime vere, pulite, sincere, capaci di sentimenti profondi e
autentici. Elisa e Paolo sono vittime dei disturbi psichici di Anna e degli
impeti brutalmente passionali di Carlo e Blu e putrescenti di Vittoria.
L’alibi,
vocabolo gettato apparentemente per caso in mezzo ai dialoghi serrati e
ansiogeni, assume una chiave di lettura decisiva.
Con “No other choise” di Park Chan-wook continua l’ascesa del
cinema sud-coreano, affermatosi già con “Parasite” di Bong Joon-ho (vincitore
nel 2019 della Palma d’oro a Cannes e nel 2020 di sei Premi Oscar, del Golden Globe
e del David di Donatello).
“No other choise” è un film surreale che rimarca
la condizione di iper-capitalismo che vive la società sud-coreana, agli estremi
antipodi del feroce sistema comunista nord-coreano: in entrambi i fronti l’essere
umano è schiacciato da regole economiche e sociali che ne devastano l’esistenza.
La
perdita del lavoro senza alcun paracadute assistenziale può annientare il
cittadino sud-coreano, come accade al protagonista della pellicola Man-soo,
interpretato da Byung-Hun Lee, che
pur di riprendersi la vita agiata che aveva in precedenza e che faceva vivere
alla famiglia, accetta di compiere qualunque atto, anche di natura omicidiaria.
Man-soo però è un assassino pasticcione, perché in realtà non lo è e quindi si arrabatta
contro se stesso, un assassino ambivalente costretto dalle circostanze
nonostante se stesso.
È un’opera
che mette al centro la paternità - una paternità disposta a tutto per i due
figli - e la famiglia. La moglie alla fine è complice del marito e le lezioni
di violoncello della figlia ed il suo futuro sono posti in primo piano.
Non
secondario è lo scenario post-umano che si prospetta, in cui l’Intelligenza Artificiale si sostituisce ai lavoratori, i robot alle persone e nei luoghi dove prima v’erano
uomini e donne ora regna solo il silenzio ritmicamente interrotto dal ronzio
artificiale delle macchine. Man-soo, pur di percepire di nuovo il suono della
umanità, si mette cuffie che riproducono il vociare rumoroso della presenza
lavorativa umana.
“Prendiamoci una pausa” di Christian Marazziti è una classica
commedia all’italiana sull’amore, i problemi di coppia, le separazioni, i
divorzi, gli adii, gli allontanamenti e, ovviamente, le “pause di riflessione”.
Non ci
troviamo certamente dinanzi ad una commedia italiana degli anni ’50 e ’60 ma ad
una ordinaria commedia dei nostri giorni, intrisa di politicamente corretto e
di indottrinamento ideologico, dove, guarda caso, le uniche coppie felici e
senza problemi sono quelle omosessuali (coppie di uomini, perché le apparizioni
lesbiche sono trattate in modo futile e tranchant).
Le crisi riguardano anche la propria “liquidità” e mi chiedo se la assunzione
di coscienza di non essere gay ma
eterosessuale, che ad un certo punto viene esplicitata da un personaggio della
storia, non possa offendere il variegato mondo LGBT.
Una pennellata
di altri tempi, quasi in bianco e nero, è rappresentata dalla coppia
matrimoniale Giallini-Gerini, che si perdono e si ritrovano in
un ballo “vecchio stile” durante i festeggiamenti per lo sposalizio della
figlia, sposalizio compiuto in Chiesa (mi chiedo se sia poco inclusivo).
Il cast è tutto alla grande insegna del
cinema italiano: dai volti noti (i già citati e bravissimi Marco Giallini e Claudia Gerini, Paolo Calabresi, Fabio Volo, Ilenia
Pastorelli, Ricky Memphis, Lucia Ocone, Aurora Giovinazzo, Daniela Poggi,
Simona Marchini e Alessandro Haber)
a quelli meno noti o di nuovo conio come Gianluca
Brundo, Jenny De Nucci e Rebecca Coco
Edogamhe.
La
pellicola, certamente scorrevole, manca di un autentico guizzo narrativo.
Il
sesto film con Luca Medici in arte Checco
Zalone “Buen camino”, diretto
dal suo regista storico Gennaro
Nunziante (ad eccezione di “Tolo Tolo”), si smarca dal Checco “classico”, inserendo le tradizionali gag scorrette in un
contesto maggiormente riflessivo.
La
figlia di Checco (Letizia Arnò) intraprende il cammino di
Santiago di Compostela come ricerca spirituale per fuggire dal modello di
ricchezza esagerata e lusso sfrenato in cui il padre è immerso e che ostenta
sfacciatamente.
La vis comica non politicamente corretta
propria di Checco Zalone in questa
pellicola è depotenziata, diluendosi nel cammino che egli stesso compie e che
lo conduce a riavvicinarsi alla figlia abbandonando, così, i vecchi parametri.
Apprezzo
gli aspetti religiosi inseriti nel tracciato del film e l’ex voto “molto caro” a Checco offerto alla Madonna affinché la
figlia non ceda a orientamenti sessuali innaturali, certamente molto in voga in
questa era.
Mi auguro
che “Buen camino” abbia più
spettatori di “Avatar- Fuoco e cenere” di James Cameron.
“Norimberga” di James Vanderbilt è il terzo film hollywoodiano sullo storico
processo (20.11.1945-1.10.1946) - svoltosi nella città tedesca di Norimberga
(dove il 15 settembre 1935 fu varata la legislazione antisemita germanica) - che
mise alla sbarra ventidue (un ventitreesimo si era suicidato prima del suo
inizio e un altro ancora fu giudicato in contumacia) fra i più importanti gerarchi
nazisti, primo fra tutti il Reichsmarschall Hermann Göring, numero
due del regime nazionalsocialista, Vice-Cancelliere del Reich e creatore della
polizia politica segreta Gestapo.
Le due
pellicole precedenti – con molti punti in comune – sono del 1961 (“Vincitori e
vinti” di Stanley Kramer) e del 2000 (“Il processo di Norimberga” di Yves
Simoneau).
“Norimberga” è tratto dal libro del 2013
di Jack El-Hai "The Nazi and the
Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of
Minds at the End of WWII" e narra nel dettaglio il rapporto creatosi
fra Göring (interpretato dal “gladiatore” – questa volta in versione malvagia e
luciferina - Russell Crowe) e lo
psichiatra che gli fu affiancato durante la detenzione (“Freddie Mercury” Rami Malek).
La
icastica locuzione adoperata da Hannah Arendt “la banalità del male” riferita
ad Adolf Eichmann, può essere, mutatis
mutandis, applicata ad Hermann Göring, il cui fascino sottilmente penetra l’intelletto
dello strizzacervelli Douglas Kelley.
La didascalica
narrazione cineastica coinvolge e convince lo spettatore, per interpretazione e
contenuti, comunicazione verbale e specie non verbale.
Indubbiamente
di grande suggestione artistica sono le punteggiature in bianco e nero di pochi
secondi che ritraggono il Tribunale internazionale (composto da giudici statunitensi,
britannici, francesi e sovietici) in modo estremamente simile alle immagini di
repertorio del tempo.
Peccato
per due sbavature: una di natura ideologica che vede un insulso attacco – non troppo
sotterraneo – a Papa Pio XII; l’altra di ordine storico, collocando le
impiccagioni dei dodici condannati a morte il 1° ottobre 1946, mentre sono
avvenute la notte fra il 15 e il 16 ottobre 1946, in attuazione delle sentenze emanate
la notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1946.
La
scena delle impiccagioni (volute al posto delle fucilazioni dai componenti
sovietici del Tribunale) è indubbiamente carica di pathos tragico nella loro crudezza e verosimiglianza.
L’interrogativo
posto da Göring al “suo” psichiatra, seppur rivolto da un “demonio”, umano solo
nelle sue apparenze esteriori, rimane a galleggiare nella sala: con quale “forza
morale” chi ha fatto vaporizzare centinaia di migliaia di civili giapponesi a
Hiroshima e Nagasaki giudica gli altri? Con quale parametro sono giudicate le
camicie brune da chi, come gli stalinisti, adoperano metodi molto simili a
quelli hitleriani?
L’opera
rifugge la mostrificazione delle Croci Uncinate per evitare di renderle diverse
da noi e far pensare ai posteri che è stata una “unica” irruzione della
demonologia della storia. È proprio la storia ad insegnare che questi “mostri”
sono in mezzo a noi, vivono di noi e con noi, noi possiamo collaborarvi
consapevolmente o inconsapevolmente e potremmo esserlo noi stessi senza
saperlo, non essendosi ancora verificate le condizioni perché la nostra “monstrità”
si palesi.
Il
film di James Vanderbilt ci fa
riflettere sul se nel recentissimo periodo pandemico non stava avvenendo, con
altre forme e modalità, qualche cosa di simile, nell’odio sociale e di Stato
nei confronti dei c.d. “No-Vax”.
Un ultimo
appunto può essere di interesse degli studiosi di diritto e si collega nel
preambolo del film alla figura della Pubblica Accusa rappresentata dal giudice Robert
H. Jackson (Mike Shannon): la
necessità di individuare la base normativa, giurisprudenziale e dottrinale, unitamente
ai principi sovranazionali, su cui costruire gli organi giudicanti e inquirenti
insieme alle regole processuali e le prescrizioni sostanziali penali.
Il
film, semplice e complesso nello stesso tempo, da vedere e far vedere segnatamente
alle scolaresche, ci impone di meditare al di là di schemi precostituiti, costringendoci
ad una doverosa e, direi, fatale attualizzazione del racconto.