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mercoledì 23 settembre 2026

“LA BAMBINA CHE AMAVA TOM GORDON” (1999) di STEPHEN KING (SPERLING & KUPFER)

 


“La bambina che amava Tom Gordon” (1999) di Sua Maestà Stephen King (Sperling & Kupfer), è un romanzo allo stesso tempo agorafobico e claustrofobico ambientato nei boschi del New England, dove Trisha si perde stufa della ennesima insopportabile litigata fra la madre e il fratello, oramai certa che il padre non tornerà vivendo con un’altra donna.

Fisica e metafisica si rincorrono e le figure allucinatorie che danzano dinanzi ali occhi della bambina di nove anni, sempre più magra e febbricitante, tracciano il percorso da lei compiuto per cercare di salvarsi.

I boschi e le foreste, da sempre, nella letteratura e nell’arte pittorica, contengono sprazzi di inquietudine, ansia e angoscia e, Stephen King rende questi stati d’animo l’autentico costrutto della storia. La particolarità stilistica ulteriore è il ritmo a inning imposto alla sagoma narrativa.

L’ambientazione diviene un tutt’uno con l’atmosfera che assurge a pathos del racconto: ambientazione, atmosfera e pathos sono inverati in Trisha che non sa più distinguere la realtà dalla immaginazione, mutando in onirico ogni passaggio del romanzo che, in tal modo, sarà percepito dal lettore come una costellazione di dubbi.

È vero o è il prodotto delle creazioni di una bambina denutrita e ammalata?

Fabrizio Giulimondi


domenica 30 agosto 2026

"L'EREMO DEI FOLLI" di AGNESE MESSINA

 


“Il peccato ci rende schiavi. Ma ancora più lo fa la vergogna per il nostro peccato”.

“L’Eremo dei folli” è l’opera prima di Agnese Messina (Garzanti) la cui narrazione riesce ad essere allo stesso tempo morbida e capace di attese e di eventi imprevisti.

È un romanzo sul senso di colpa.

Il senso di colpa è il vero protagonista della storia e assume talora le sembianze di June, talune volte quelle di Emanuel, altre ancora quelle di Liuba.  

Il lavoro riprende i format letterari più recenti, in cui non può non esserci un colpevole “maschio” e la donna, pur nelle sue umane debolezze e fragilità, è l’unica e vera eroina. Lo stesso pubblico ministero Emanuel ne esce abbastanza malconcio.

Lascia gradevolmente colpiti, però, l’opzione pro life, oramai alquanto rara e mal vista, oltre la presenza positiva di un frate (né pedofilo né corrotto!).

La morale esopica è che ognuno possiede le proprie cicatrici che ama e custodisce. per rifletterci poi sopra al fine di non procurarsene di ulteriori.

Tutti hanno un passato. In questo passato c’è sempre un lato oscuro che, se compreso, può condurre ad un futuro maggiormente luminoso, solo se si ha il coraggio di intraprendere una adeguata e giusta battaglia.

“Tutti e tre. Vedete l’uscita, ma avete troppa paura per oltrepassare la porta”.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 27 luglio 2026

"LA PORTINAIA DEL 17. I SEGRETI DEL VIEUX MOULIN” di EMMA CORTESI (FAZI EDITORE)



“La portinaia del 17. I segreti del Vieux Moulin” di Emma Cortesi (Fazi Editore) è un romanzo giallo, stile Agatha Christie, elegante, morbido, raffinato, aristocratico, che fa respirare l’aria parigina di Montmartre, un’aria appartenente ad epoche Bohémien. Intrigano del libro i tempi, la recitazione, le movenze e l'ambientazione da pièce teatrale.

Le parole sanno di gauloises e di tè pregiato, di vino rosso francese d’annata e odore di mobilio di tempi andati: “Uscirono, infine, lasciandosi alle spalle l’odore di carta, inchiostro e tempo”.

Antoine è un ex commissario, mentre Berthe è una portinaia, attenta e acuta, di un palazzo vintage abitato da persone dotate ognuna di una propria stramberia. Antoine e Berthe sono accomunati dai dettagli.

Il cadavere è troppo composto. Il dubbio soverchiante. Il passato, come tutti i passati, torna per portare il suo carico di verità e risposte a domande che aspettano da troppo tempo.

La Cortesi usa parole “nutrienti” ed i personaggi sono vocaboli che non si riescono a scrivere, frasi che non si concludono, periodi ben costruiti ma che finiscono male.

Le pagine scorrono innanzi agli occhi del lettore come cioccolatini che si sciolgono piacevolmente in bocca, per poi lasciarvi, inaspettata, una punta di amaro.

Fabrizio Giulimondi

martedì 21 luglio 2026

“TUTTI I COLORI DEL BUIO" di CHRIS WHITAKER (EINAUDI)

 


“La tua vita. O almeno una parte. Dipingila con tutti i colori che conosci, così che io possa vederla, che noi possiamo vederla”.

Romanzo di grande fascino quello partorito dalla mente di Chris Whitaker “Tutti i colori del buio” (Einaudi), 740 pagine di pura potenza artistica, articolato e complesso come lo è solo il cervello umano, non incasellabile in un determinato genere letterario.

Il viso di Patch è coperto da una benda come un pirata. Patch viene dal buio e vive ne buio, ben conoscendo, però, l’arte dei colori. Patch cerca Grace perché lo scantinato lo ha segnato per sempre. Patch non sa se Grace esista davvero o è il prodotto allucinatorio del buio dello scantinato. Patch cerca Grace perché: “Lei era una costellazione impossibile da mappare. Era bella e odiosa, nuvole temporalesche e pioggia estiva”. Patch dipinge e rapina banche. Patch ha salvato la bella e ricca Misty da un terrifico destino e il destino accomuna Patch e Saint che ha fatto un patto con Dio.

Non v’è personaggio che non sia decritto e, quindi, percepito dal lettore nella sua interezza, nella sua fisicità, nella sua intimità.

La grande letteratura americana è tornata con le tracce dell’immancabile bullismo e il ballo di fine anno perché è la vita che viene offerta al pubblico, la vita in tutta la sua tragicità e nelle sue pieghe più nascoste e macabre. Il dolore, è un libro sul dolore e sul riscatto, sulla lotta e il coraggio contro le tempeste e le avversità, sulla speranza contro la probabilità del male, sulla luce che si insinua come lingua di fuoco nella densità delle tenebre.

In Patch e Saint la colpa e l’innocenza di confondono in un binomio eroico.

Norma, Eli Aaron, Charlotte, Sammy, Marty Tooms, la signora Meyer e ancora molti altri protagonisti, co-protagonisti, non protagonisti e comparse giganteggiano nel Bene e nel Male, tutti crepitanti in una narrazione nella quale il rosso si mescola con l’arancione per fondersi nel giallo e mischiarsi all’ocra. Il racconto lumeggia come le tinte di un dipinto di Patch che evoca un passato che la sua mente non riesce ancora a comprendere.

È una adolescenza che non finisce, ostacolata da ricordi orribili che non si dissipano all’imbrunire ma si moltiplicano per ripresentarsi come esattori senza scrupoli il mattino dopo. Nel buio sono precipitati alcuni ragazzini e nel buio sono costretti a vivere loro malgrado.

Gli amori indimenticabili che si alimentano e si consumano perché condannati ad una danza dove ci si avvicina per poi allontanarsi immediatamente dopo.

Grace è una ossessione senza fondo, senza via di uscita, un buco nero che gravita intorno al dubbio: chi era con Patch in quello scantinato? Un assillo che, espandendosi, inquina e contamina, aggiunge ombre ad un futuro che stenta a decollare.

Le decine di adolescenti scomparse nel nulla sono il clangore di sottofondo della storia: “Le ragazze scomparse, sono come uno sfarfallio di luce su una mappa buia. Ne vedo uno e mi dirigo verso di esso, ma si spegne prima che io arrivi. E poi un altro”.

Il trauma cresce, lievita, si gonfia, si ingigantisce, riempie e rimpolpa ogni singola locuzione, ogni singolo tracciato letterario. L’irrisolto si decuplica, implode ed esplode, si incarna e disincarna.

L’intelaiatura è profondamente spirituale e la morale è nel pathos del racconto. Dio è il Grande Presente del libro.

“La vedeva in una miscela di colori: la pelle titanio, terra d’ombra cangiante e alizarina; i suoi occhi blu di Prussia, i capelli striati scuri ammorbiditi con terra di Siena e colpi di luce”.

Fabrizio Giulimondi

venerdì 10 luglio 2026

"I CONVITATI DI PIETRA" di MICHELE MARI (EINAUDI): VINCITORE DEL PREMIO STREGA 2026

 


Il vincitore del Premio Strega edizione 2026 è il romanzo “I convitati di pietra” di Michele Mari (Einaudi).

22 luglio 1975 - 22 luglio 2051.

Milano. 77 incontri conviviali.

La prima è una cena fra trenta ragazzi diplomati l’anno precedente.

Ogni anno ripetono lo stesso rituale nella stessa data.

In mezzo c’è una riffa.

Ogni anno ognuno mette una somma di denaro in un fondo.

Gli ultimi tre che rimarranno in vita si divideranno la somma, una somma cospicua.

Sono trenta, poi tre, poi uno.

Il tempo avanza insieme alle malattie e l’inevitabile Ossuta.

È un romanzo sul tempo, sul suo avanzare, sul cinismo, su amicizie impreviste, sulla ossessione pornografica, sul crimine per denaro, sulla superficialità e la profondità, sulla fragilità fisica e mentale.

I contorni delle personalità dei personaggi si rendono più marcati nel trascorrere degli anni e delle cene.

Il fluire della storia mette a fuoco caratteri, miserie e eleganze dell’animo.

La letteratura è strettamente interconnessa con il cinema e quest’ultimo con i fumetti. I colori si mischiano in un unico colore del tutto nuovo, nitido nella sua confusione, confuso nel suo nitore, perché è il caos a potare il nuovo ordine e solo l’ordine fa cessare il caos.

Gene Hackman è un convitato di pietra. I compagni di classe che non vi sono più sono convitati di pietra.

Sono ventinove i convitati di pietra.

Fabrizio Giulimondi

sabato 6 giugno 2026

"IL DOLORE DELL'OCA" di GIULIANA SALVI

 


“La verde aggiusta, la bianca rilassa e la blu rallegra, ricordi?”

“Il dolore dell’oca” (Einaudi) è la seconda fatica letteraria di Giuliana Salvi che ha fatto il suo fortunato debutto nel 2025 con “Clementina”.

“Il dolore dell’oca” è un intrigante thriller psicologico ben ritmato fra suspense e colpi di scena.

Nikita e Erica sono il transfer l’una dell’altra, speculari nel dramma e nella fuga Naso e Drago, mentre le madri e le nonne delle co-protagoniste non sono altro che l’espressione di una medesima tensione affettiva e tragica.

Ectoplasmatico ed onirico, impalpabile e sin troppo reale il racconto si fa bere sino all’ultima goccia, fra un codice ed un segnale che il lettore invero non coglie.

L’oscurità è il filo con cui la Salvi ricama la storia, nella quale presenze reali e irreali narrano angosce, malattie mentali e fragilità.

Il dolore dell’oca in realtà appartiene, prima o poi, ad ognuno di noi: due collanine di scarso valore ne sono il legame.

“Preferisce essere protetta nella menzogna che nuda alla verità”.   

Fabrizio Giulimondi

sabato 16 maggio 2026

“SE STASERA VIENE IL MARE” (CLAUDIO GRENZI EDITORE) di CLAUDIO LECCI e MARIELLA DI MONTE

 


“…ma non mi chieda chi sono. Sono lo stesso di ieri, di sempre: uno che non sa bene chi sia e che ogni giorno è un altro, ma della banca realmente sono il cassiere, e gli argani sui miei pescherecci li manovro io. Io faccio gelati e domo leoni”.

“Se stasera viene il mare” (Claudio Grenzi Editore) di Claudio Lecci e Mariella Di Monte, è un libro dalle molteplici sfaccettature, poliedrico e pirandelliano. Angelo Battelli è Uno, Nessuno, Centomila, cinematograficamente Split di M. Night Shyamalan, musicalmente La favola mia di Renato Zero, un costume sardo a più maschere.

La narrazione è a quattro mani, dotata di stili, toni e ritmi del tutto diversi gli uni dagli altri, come un brano scritto da due autori che raccontano la stessa storia con due spartiti differenti nel genere musicale: spartiti l’uno giudiziario e l’altro investigativo, sebbene autobiograficamente caratterizzati.

La biografia di Lecci e Di Monte si snocciola in storie e personaggi, tutti attentamente scrutati.

Le citazioni si rincorrono, come Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, Maigret di Simenon o le vibrazioni erotiche di Tinto Brass nel film La Chiave.

Attori protagonisti e non protagonisti sono unificati dalla complessità e, se Angelo Battelli è un giorno un gelataio, un altro giorno un bancario, un altro ancora un pescatore e, poi, un circense e ancora e ancora altro, i suoi accompagnatori in questo giallo introspettivo sono affetti dalla stessa patologia psichiatrica senza però renderlo visibile, al pari della sua psichiatra “Ersilia, come lui affetta da personalità multipolare, in equilibrio tra i ruoli di medico, donna, moglie, amante e innamorata”; di suo marito Andrea Testa (“La scena che lo aspettava avrebbe scosso la loro monotona vita fatta di scadenze e orari, equivoci tollerati, bugie infantili, disagi formattati, sconfinamenti omologati”); di Morena Battelli, moglie del “matto”, che “non si accettava  e chiedeva a sé stessa di più pretendendo dagli altri le risposte che lei non sapeva darsi e che, comunque, non l’avrebbero mai appagata. Non era ingorda e tuttavia non era mai sazia”; di Pancusler, primario e amante e testimone di nozze della propria amante.

Angelo Battelli è costretto ad avere più personalità per adeguarsi alle molteplici pretese che i suoi genitori e la moglie Morena hanno nei suoi confronti.

Ersilia ha un marito, due amanti e tre ipotesi di reato, o forse ve n’è una quarta: “- Il quadrilatero Devoto, Testa, Pancusler, Battelli è irregolare – pensò”.

“La sua droga era la vita, lo spacciatore il caso”.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 20 aprile 2026

"ELEGIA AMERICANA" di J.D.VANCE

 


Gli Stati Uniti raccontati da J.D.Vance nel 2017 in “Elegia americana” (Garzanti) - con trasposizione filmica nel 2020 ad opera di Netflix - sono quelli dei diseredati, delle famiglie povere e disoccupate che conoscono solo il linguaggio della violenza e della aggressione verbale, sono gli Stati Uniti degli hillbilly, dei montanari nella accezione più negativa, dei cafoni, dei burini.

Una narrazione morbida e ruvida, di grande interesse e bellezza nei suoi lati oscuri, perché l’adolescenza del futuro Vice Presidente degli States è stata vissuta con una madre tossica, entro un perimetro di brutalità e del tutto privo di orizzonti.

Il riscatto arriva attraverso lo studio. Il riscatto arriva attraverso la vita. Il riscatto arriva grazie all’amore vero e costante dei nonni materni, perché di “padri” J.D.Vance ne ha avuti cinque!

La famiglia stabile è alla base di tutto e tutto può salvare e redimere, mentre i nuclei familiari “mobili”, “liquidi” e “multiformi”  destrutturano individui e comunità.

Le radici a cui è radicato l’essere umano sono strettamente connesse alle radici piantate e annaffiate da un nonno e nonna, da una sorella ed una zia.

Il gergo dei cazzotti e degli insulti muta in una nuova forma di relazione, pacifica e costruttiva.

L’amore di una fidanzata poi moglie fa intravedere orizzonti prima oscurati.

Il cambiamento non lo portano i servizi sociali ma la volontà umana e una nuova tensione morale. I servizi sociali sono sullo sfondo, strumento ancillare della lotta di una persona che scopre o riscopre la Fede e, così, un nuovo paradigma esistenziale.

L’odore di stallatico della campagna del Kentucky confluisce nel tono intimo, malinconico e sentimentale di un così amabile e abile stile letterario.

Fabrizio Giulimondi

domenica 15 marzo 2026

“LA RAGAZZA D’ARIA” di ANDREEA SIMIONEL (RIZZOLI)

 


“La Gioconda mi ha chiesto di parlare dei miei demoni. Non capisce un cazzo. Pensa che i miei demoni siano tanti, irraggiungibili, misteriosi, astratti, inspiegabili. Il mio demone è uno. IL CIBO. Ha tante facce, colori, confezioni.”.

La seconda opera (autobiografica?) della scrittrice rumena Andreea Simionel “La ragazza d’aria” (Rizzoli) è un inno alla vita attraverso la discesa agli inferi della patologia psichiatrica dei disturbi alimentari.

L’ossessione per il cibo, il conteggio delle calorie per tutto ciò che si mangia o si beve, la fame, i corpi scheletrici che vengono visti o percepiti sempre in sovrappeso, le anime adolescenziali devastate, il dominio dell’appetito come dominio di se stessi e della propria sofferenza, un dolore che non ha un nome, solo domande senza risposte.

L’anoressia simile ad una possessione diabolica, un annientamento di se stessi, lento, graduale, incessante, un suicidio senza voler morire.

Aryna è una adolescente rumena che vive a Torino con una famiglia serenamente modesta.

Anna è più grande ed è figlia di genitori dell’alta borghesia ligure.

In comune hanno la fame e la voglia di non saziarla: “L’odio, la rabbia, il senso di non essere abbastanza ce li ho anche io, mentre i nostri genitori sono diversi.”.

Entrambe si conoscono in un centro residenziale specializzato per questo tipo di malattie mentali.

Aryna e Anna sono delle Thelma e Louise che non vogliono saltare con l’auto nel Grand Canyon.

Aryna placherà anche la fame di Anna.

La bulimia.

Sei come gli altri ti fanno sentire o pensi che ti fanno sentire. Sono gli altri a legittimare il tuo corpo ossuto. La tua fisicità è come pensi che gli altri la percepiscano e la giudichino.

La scrittura è terapeutica. La lettura è terapeutica. La scrittura e la lettura sono architetture di ricostruzione della propria interiorità e, quindi, delle proprie membra.

La boxe è il percorso.

“Restare sveglia a guardarmi vivere è bellissimo e spaventoso.”.

Fabrizio Giulimondi

mercoledì 11 febbraio 2026

“GUERRA FINANZIARIA. IL MERCATO VINCE SEMPRE” (EDUSC) di ANGELO PALETTA

 


L’interdisciplinarietà è la nuova ed indispensabile dimensione scientifica lunga la quale si interconnettono le branche della cultura, gli studi e le ricerche nelle variegate discipline a cui gli intelletti accedono e attendono.

Il monadismo non è più parte delle accademie e degli atenei perché ogni fatto o atto dipana le proprie conseguenze in più campi e settori che ne sono allo stesso tempo causa primigenia o secondaria.

L’economia e la finanza non sono ottiche solipsiche, bensì intimamente legate al mondo reale e ai tranci di scienza. La solitudine dello scienziato può andare bene per romantiche raffigurazioni artistiche ma non certamente per il moderno e rigoroso studioso occidentale. Il rigore scientifico e l’abbraccio a 360 gradi della analisi dei fenomeni economico-finanziari e, quindi, sociologici e giuridici come risvolti fatalmente conseguenziali, li riscontriamo nel saggio di Angelo Paletta “Guerra finanziaria. Il mercato vince sempre” (EDUSC).

Paletta segue un tracciato puntuale, persino puntuto, attento, meticoloso, quasi implacabile nel chirurgico uso della strumentazione gnoseologica e della metodologia teorica e pratica. La concatenazione dei fatti, lo snodarsi degli episodi storici e la cronologia antropica lontana e vicina provocano impatti economici e finanziari che, a loro volta, condizionano e influenzano la fenomenologia umana: un fatto o un atto determina una conseguenza che a sua volta muta in causa o concausa in un incessante divenire eracliteo.

L’Autore razionalizza con la lente di ingrandimento della economia fatti di per sé irrazionali o che prescindono dalla volontà umana, prevedibili o imprevedibili, come guerre lontane e recenti, epidemie ed opzioni politiche ed istituzionali.

L’economia e la finanza non sono strumenti neutri, tutt’altro, sono mezzi che possono contribuire in modo parimenti devastante alle armi “classiche” alle guerre (c.d. “guerra ibrida” includente armamenti e eserciti, l’universo Cyber e, appunto, l’economia e la finanza), costituendone l’architettura centrale e la pietra angolare: non cancellano direttamente e visibilmente l’esistenza degli esseri umani ma possono, seppur indirettamente, condurli con pari efficienza alla morte fisica, morale o psichica annientando le fondamenta delle Nazioni cui appartengono.

Angelo Paletta è un chirurgo che con il bisturi incide la superficie del visibile per penetrare nella zona oscura e scandagliare domande e risposte (e se la risposta fosse la domanda?).

La prospettiva è quella di un liberale che offre una sua Weltanschauung: a chi offre altri angoli prospettici, altri punti di fuga, il compito di svellere i ragionamenti portati avanti dall’Autore, indicando altri Zeitenwende scientifici.

E infine: è il diritto che si deve piagare alle regole economiche o è l’economia a doversi genuflettere alla volontà del Legislatore?

A voi lettori l’ardua sentenza.

Fabrizio Giulimondi  

lunedì 9 febbraio 2026

"PICCOLI FANTASMI" di GREGG DUNNETT (STORM)


“Il ricordo che Gale aveva di quell’uomo non era altro che un insieme di dettagli sparsi. La sua rabbia. Gli occhi cattivi e penetranti. Lo strano contrasto fra il giardino anteriore così curato e il degrado e il disordine sul retro. La stanza con i serpenti.”.

“Piccoli Fantasmi” di Gregg Dunnett (Storm) è un thriller adrenalitico - carico di suspense e colpi di scena e dotato di una consistente ibridazione parapsicologica - che si legge tutto d’un fiato.

Una bambina di dieci anni e tre mesi, Layla Martin, è stata sequestrata, violentata e poi uccisa due anni prima. Il fratello Gale ha la stessa età. Gale da allora ha molti problemi personali, relazionali e scolastici. Gale ha però un dono che gli altri non hanno: Gale vede e sente la sorella; Gale vede e sente il suo fantasma. Il mondo degli adulti non deve saperlo perché tanto non ci crederebbe: il tentativo con la cugina è stato fallimentare.

I genitori (Rachel e Jon), annientati dal dolore, vogliono sapere a tutti i costi l’identità dell’assassino ma nulla in due anni è uscito fuori, nonostante gli sforzi del pervicace detective Kieran Clarke, che prova un ultimo tentativo: partecipare alla trasmissione televisiva Crimebusters.

La svolta si ha con l’ectoplasmatica Layla e grazie all’amore del fratello Gale il cui affetto è ultraterreno.

Il ritmo è serrato e la concentrazione del lettore non si abbassa mai.

L’Autore disvela le dinamiche terrifiche e torbide dello psicopatico protagonista del romanzo che gode nel dominare le sue vittime, le cui sofferenze e terrore provocano in lui scariche massive di testosterone, ossitocina, dopamina e kisspeptina che, connettendosi con il sistema sinaptico, entrano in circolo e ne fanno esplodere la pazzia criminale. La tortura, l’abuso sessuale, l’eliminazione della libertà, la paura e l’angoscia innalzano la deificazione del “mostro” dandogli sensazioni che null’altro al mondo può fornirgli.

L’invisibile è reale e anche più reale del visibile, ciò che i “grandi” non riescono proprio a comprendere: la chiave di volta la scoprirà l’eterea e impalpabile Layla.

Il finale, simile al famoso film del 1990 di Jerry Zucker “Ghost”, è di grande impatto emozionale, anche se è tutta la trama ad essere punteggiata da sentimenti veri e forti.

Fabrizio Giulimondi  

mercoledì 4 febbraio 2026

“LEADERSHIP GENERAZIONALE DALLA A ALLA GEN Z” (DAVIDE FALLETTA EDITORE) di STEFANO DI BENEDETTO

 


“Leadership Generazionale dalla A alla Gen Z” (Davide Falletta Editore) di Stefano Di Benedetto è una intuizione che si è fatta scrittura e, quindi, saggio.

Quattro generazioni che possono e debbono convivere nella stessa unità spazio-temporale, il luogo di lavoro.

Quattro generazioni che si sono sviluppate nel tempo in modo diversificato, modificando anche radicalmente la concezione del lavoro -  visto non più in senso zaloniano -  e dei propri spazi personali.

Quattro generazioni che hanno cambiato la relazione con il mondo esterno grazie all’avvento della rivoluzione digitale e l’irruzione dei social nelle loro esistenze.

Senior (i c.d. Boomer), Millenials, Generazione X e Generazione Z costituiscono l’ossatura di una diversa modalità di percepire la professione e la realtà.

La domanda se siano le diverse dinamiche lavorative e la nuova filosofia che vi sottende ad aver cambiato via via le generazioni, oppure siano quest’ ultime ad aver mutato l’essenza dell’impegno remunerato, è di pari grado al quesito se sia nato prima l’uovo o la gallina, ma certamente Di Benedetto, con la sua nuova fatica letteraria, cerca di dare soluzioni concrete ed appetibili alla massima valorizzazione del contributo che tutte e quattro le generazioni procurano al prodotto finale.

Ogni apporto manuale o intellettuale è necessario e prezioso per la conclusione favorevole di qualsiasi tipologia di esercizio professionale: “Il più grande errore che mi sono reso conto fanno le aziende, è che non ti evidenziano l’importanza e la funzionalità del tuo ruolo. Non ti fanno vedere qual è il tuo reale apporto, piccolo o grande che sia, nel raggiungimento di determinati risultati aziendali. E questo è frustante.” (Bernardo Panichi).

Il libro è costellato di interviste a grandi capi di azienda di primaria importanza nazionale ed internazionale e ai grand commis, in virtù delle quali vengono date chiavi di lettura di particolare interesse, specie nel tentativo di comprendere l’arcano, ossia come far andare d’accordo le quattro generazioni all’interno dello stesso luogo di lavoro.

Il Senior è la bussola e il giovane Millenial, X o Z il maratoneta. Non contano solo le hard skill (le competenze tecniche stricto sensu) ma anche e, talora soprattutto, le soft skill (le capacità analitiche, individuali e relazionali).

Le pagine su cosa siano l’esperienza ed il fallimento sono di grande forza, impegnative ed incisive allo stesso tempo:” L’esperienza si misura nella capacità di apprendere, di leggere per tempo i trend, di adattarsi, di restare curiosi anche dopo vent’anni nello stesso ruolo … Quando l’errore è vissuto come una macchia indelebile, ogni passo rischia di diventare paralisi. Eppure il mercato del lavoro non aspetta. Cambia, spinge, seleziona chi osa. E allora, che fare? Il compito dei leader oggi è ribaltare questa dinamica. Rendere l’errore una parte legittima del percorso, non un incubo da evitare. In un ambiente sicuro, l’errore smette di essere un fallimento e diventa un esperimento.”.

Fabrizio Giulimondi

giovedì 4 dicembre 2025

“IL LEONE CHE È AGNELLO: ALLA RICERCA DELLA VERITÀ CHE SALVA” (LUMEN CORDIUM) di GIOVANNI D'ERCOLE



“In a time of universal deceit, telling the truth is a revolutionary act”. Questa frase erroneamente attribuita a George Orwell si addice a pennello alla nuova fatica letteraria del Vescovo Giovanni D’Ercole, “Il leone che è agnello: alla ricerca della verità che salva” (Lumen cordium).

Quid est Veritas? È la domanda che pone Pilato a Gesù.

Pilato è un governatore spietato, dalla crocifissione facile e dai metodi brutali, ma davanti al silenzio d quell’uomo massacrato si sente turbato, spaesato, spiazzato. Pilato percepisce l’innocenza del Cristo ma è terrorizzato dalla folla urlante.

Quid est Veritas?

Pilato è ognuno di noi, assomma in sé l’Umanità molto meglio di Giuda.

Don Giovanni D’Ercole scrive pagine memorabili su Pilato ed il silenzio del Messia. Il lettore sarà spinto a leggerle più volte per assaporarne il significato più segreto e intimo.

Pilato. Il silenzio di Cristo. Quid est Veritas? La mia verità è uguale alla tua? Esiste una sola verità o più verità? O nessuna verità? L’unica verità è nella assenza di verità?

Siamo nell’epoca in cui l’uomo è colpevole, è colpevole di esistere perché egli è la causa primaria dei danni al pianeta e degli orrori di cui la storia è testimone. La natura trasformata in ideologia ambientalista, ecologista e animalista. La scienza idolatrata come neo religione giacobina il cui autentico DNA è lo scientismo. Fare figli danneggia l’ambiente e toglie libertà all’uomo prometeico. L’uomo, dio di se stesso, si autodetermina nella propria essenza antropologica sostituendo alla realtà la percezione di essa.

Nella “Grande Narrazione” immaginata da Klaus Schwab, fondatore del World Economia Forum di Davos, si potrebbe trovare la chiave di lettura di molti accadimenti contemporanei.

Il cristianesimo è posto ai margini della vita politica e sociale probabilmente per colpa degli stessi cristiani, perennemente preoccupati di offendere la sensibilità altrui, specie quella islamica. Sui rapporti fra cristianesimo e islam mons. D’Ercole ci regala passaggi di grande intensità, passaggi irradiati dalla esperienza pastorale personale da lui vissuta in Marocco.

Si anela in Occidente ad una libertà senza argini, dall’aborto alla eutanasia, alla legalizzazione e liberalizzazione di droghe di ogni genere, alle unioni omosessuali e poliamorose, al divorzio sempre più celere, alla maternità surrogata, alla autodeterminazione sessuale di se stessi. Possiamo constatare un Occidente più felice e più pacifico?

Quid est Veritas?

Il terrore di morire nel periodo pandemico ha fatto dimenticare in un sol colpo a molti popoli questa sfrenata pulsione di libertà, facendogli accettare misure di particolare disumanità, a partire dall’abbandono degli anziani nelle RSA, crollati nella depressione e disperazione e fatti morire da soli: la libertà non serviva più, contava solo la salute.

Quid est Veritas? Est vir qui adest!

Una lettura agevole accompagnata da simbologie e allegorie, meditazioni di antichi e attuali grandi pensatori, da Aristotele a Pasolini.

Il cristianesimo messo ai margini perché di ostacolo alla libertà senza orizzonti: siamo più sereni ora?

“Ecce homo … Io non trovo in lui colpa alcuna”. E poi Pilato lo ha mandato alla morte in croce.

Il saggio di Giovanni d’Ercole è una riflessione su interrogativi che ci poniamo anche quando sembra che non lo facciamo: “Siamo tutti riuniti sotto la domanda, divisi nelle nostre risposte” (E.E. Schmitt).

Consiglio vivamente la lettura di “Il leone che è agnello”, rara occasione di uscire per qualche ora dalla opprimente cappa in cui siamo immersi.

Fabrizio Giulimondi

domenica 30 novembre 2025

“IL REATO DI PENSARE. OLTRE IL CONFORMISMO, ESERCIZI DI LIBERTÀ” di PAOLO CREPET (MONDADORI)



“Occorre sapersi conquistare le cose belle, altrimenti diventiamo collezionisti di mediocrità o, peggio, scartiamo le difficoltà per codardia. Ogni bellezza, senza eccezione alcuna, trasuda fatica.”

“Il reato di pensare. Oltre il conformismo, esercizi di libertà” di Paolo Crepet (Mondadori) è una sinfonia della creatività divisa in trentacinque partiture; un arpeggio armonico di idee e riflessioni; una profonda boccata di ossigeno per disinquinare cervelli all’ammasso, menti intossicate dal conformismo, dal Politically Correct e dal Wokimso, intelletti offuscati da una densa cappa orwelliana imposta dal Pensiero Unico.

“Il reato di pensare” è un mosaico di parole e immagini, è letteratura espressionista con al centro la riconquista dell’intelligenza, della ricerca di risposte e dell’analisi delle verità sull’obnubilamento e l’imbarbarimento delle coscienze. Saggio scorrevole e di grande interesse, “Il reato di pensare” si apre a qualunque mente, basta che abbia il vivo desiderio di percepire la complessità delle dinamiche del mondo.

Paolo Crepet indica la riscoperta della fatica come metodo di salvazione, rifuggendo la scorciatoia della “comodità” causa della perdita della capacità di pensare da parte di molti, forse troppi: “Anche il pensare porta con sé una forma di dolore, perché è faticoso per antonomasia”.

Pensare, tornare a pensare, tornare alla durezza del pensiero, autentica chiave di lettura del libro e chiave di volta delle nostre esistenze: ”Come ha detto Jorge Luis Borges, ‘non c’è piacere più complesso del pensiero’“.

Riappropriamoci dell’essere discutibili e avversiamo l’indiscutibilità: “Se c’è una cosa che apprezzo in una persona è che sia discutibile, nel senso che faccia discutere per le idee che propone … Che vi siano così pochi uomini e donne discutibili per molti è un sollievo, per me è il segno di un declino culturale”.

La nuova ideologia globalizzante e totalizzante vuole rimuovere dall’essere umano, sin dalla sua infanzia, la possibilità dell’inciampo, tenendolo ogni individuo lontano da ogni rischio di “disallineamento”, qualificando razzista, omofoba o sessista qualsiasi idea non rientrante nel modello costruito dal Grande Fratello. Il nuovo e unico comandamento è una reductio ad unitatem dell’azione cerebrale in modo che nessuno incorra in una presunta sofferenza, così che tutti possano vivere in una grigia mediocrità di massa. La nuova “felicità” è raggiungibile con il semplice inserimento di parole scorrette nel novello “Indice” post-moderno: l’abrogazione delle parole conduce automaticamente e fatalmente l’abolizione dei pensieri pericolosi.

“Forse questo è l’obiettivo finale: depotenziare le immagini, le parole, il pensiero”.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 24 novembre 2025

"LA VEDOVA" di JOHN GRISHAM (MONDADORI)

 


John Grisham ha tirato fuori dalla sua fantasmagorica mente artistica un altro impedibile giallo letterario, “La vedova” (Mondadori), che si ascrive indubitabilmente nella grande tradizione della letteratura statunitense.

Il selciato della narrazione è costituito dalla procedura penale a stelle e strisce e certamente i giuristi ne saranno affascinati.

Di grande interesse i costanti richiami ai precedenti giurisprudenziali ma il lettore sarà colpito per come l’Autore affronti con schiettezza la drammaticità degli errori giudiziari e l’illegittimità di non poche detenzioni penitenziarie.

Sanità, aule giudiziarie e galera sono il tessuto connettivo delle vicende che sconvolgono l’esistenza di Simon, un mediocre avvocato civilista, dedito soprattutto al diritto testamentario e fallimentare, padre di tre figli che adora, con un matrimonio collassato alle spalle e una certa qual attrazione per il gioco d’azzardo.

Grisham adopera uno stile morbido, scorrevole e chiaro, capace di spiegare didascalicamente tutti i passaggi che portano uno sventurato alla condanna all’ergastolo o alla pena di morte.

La magistratura giudicante - terza ed equidistante dalla Accusa e dalla Difesa, entrambi avvocati – dall’Autore è vista con maggiore benevolenza rispetto alla figura del procuratore, innamorato delle proprie tesi colpevoliste, anche quando le prove portano a ben altri verdetti.

Biscotti allo zenzero e tallio, una vecchietta tanto adorabile, hacker, un sociopatico in penombra e i meccanismi, talora oscuri e putridi, del mondo forense nella sonnolenta provincia degli States.

“Che spreco. Di tempo, di danaro, di emozioni, di vita. Quanta sofferenza inutile. Ci sarebbe stato tanto da dire, però mancava l’energia per farlo”.

Fabrizio Giulimondi

martedì 18 novembre 2025

"LA BUGIA DELL'ORCHIDEA" di DONATO CARRISI (LONGANESI)

 


“Quella donna aveva un segreto. E il suo segreto è il movente della strage … Non esistono persone senza segreti … Quei segreti finiranno in una tomba insieme a chi li custodisce”.

L’ultimo romanzo thriller del grande Donato Carrisi “La bugia dell’orchidea” (Longanesi) è geniale, semplicemente geniale.

Nazareth. Casolare rosso. Campagna. Fuga dalla città e terre da coltivare. Una famiglia composta da padre, madre e tre figli di 11 anni, 7 anni e 14 mesi.

Lui sgozza gli altri quattro. Non ci sono dubbi, è stato lui, anche perché è zuppo di sangue non suo e confessa.

Questo è quello che dice la cronaca giudiziaria.

Una lettera anonima e una foto che rivela molto, come nel lavoro “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson.

Un profumo dolciastro, fruttato. Lettino e seggiolone. Affresco del buio come i cacciatori del buio. Solletico della creatività.

Sovrapposizione fra realtà e immaginazione, fra fantasia e accaduto realmente, fra Oltretomba e mondo: è più reale l’irreale o è più irreale il reale?

X. Che cosa è questa X?

Paretur ad periculum.

“Le dimensioni del polpastrello facevano pensare a una mano piccola”.

Una scrittura diretta, implacabile, ritmata da vicende sempre più avvincenti e misteriche.

Ciò che esiste non sempre è visibile: esiste più l’invisibile del visibile. L’essere umano è un antro nel quale convivono il celestiale ed il luciferino.

Uno stratagemma artistico superlativo.

Salvati.

2005.2015.2025. Dieci anni. Dieci anni. La Famiglia C., Alfredo F, la scrittrice dai multiformi nomi e Bratska Vŭlk: “La malvagità è un batterio che prolifera nella muffa dell’odio e nel rancore stagnante e la cui contagiosità passa attraverso il racconto di certe storie”.

“Gli scrittori vedono cose che gli altri non riescono a vedere”.

Fabrizio Giulimondi

sabato 15 novembre 2025

“L’OROLOGIAIO DI BREST” di MAURIZIO DE GIOVANNI (FELTRINELLI)

 


Tredici maggio 1984, ore 11. La vita di Vera cambierà del tutto. La vita di Andrea è già cambiata del tutto ma lo scoprirà solo dopo molti anni.

Lei è la figlia dell’assassinato. Lui il figlio dell’assassino.

L’ultima fatica letteraria di Maurizio de Giovanni “L’orologiaio di Brest” (Feltrinelli) impedisce al lettore di interrompere la lettura anche solo per un attimo, perché la trama è come il sofisticato ingranaggio di un orologio pregiato.

Nulla, ma proprio nulla è come appare.

I coup de théâtre si avvinghiano l’uno all’altro in continuazione.

Il 1° febbraio 1985 si avvia la Dottrina Mitterrand.

I personaggi non lo sanno ma le loro esistenze sono legate inscindibilmente l’una all’altra.

Vera e Andrea e Flavia e Maddalena e Bea ed un importantissimo ecclesiastico a capo di una misteriosa Entità immaginifica come quelle di Dan Brown e Carlo-ragazzo dai lunghi capelli e Marcello e Bruno e Marco e Contini.

Nulla, ma proprio nulla è come appare.

La carica narrativa, al pari dell’incedere stilistico e del ritmo emotivo, non abbandonano mai il romanzo.

Siete sicuri di essere quello che dite di essere?

Fabrizio Giulimondi

giovedì 13 novembre 2025

"DI SPALLE A QUESTO MONDO" di WANDA MARASCO (NERI POZZA), VINCITORE DEL PREMIO CAMPIELLO 2025

                               


Vincitore del Premio Campiello 2025, “Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco (Neri Pozza) è un romanzo complesso, certamente non per tutti.

La scrittura, raffinata e lirica, utilizza tutte le gradazioni dei registri linguistici, finanche quello barocco per la ricerca puntuale, talora ossessiva ed estenuante, di vocaboli aulici, obsoleti, rari, in disuso, antiquati, arcaici e dotti, incluse le reiterate invenzioni neologistiche.  La costruzione delle frasi non sempre rende agevole la lettura del romanzo.  Il testo assume un tocco di musicalità grazie al dialetto napoletano che inframezza i periodi.

La storia del conflitto fra garibaldini e borbonici nella Napoli iniziatica ottocentesca assume il ruolo di colonna sonora della narrazione.

Il racconto vortica intorno a Ferdinando, un apprezzato medico, accademico e parlamentare, mentalmente instabile e alla bella consorte russa Olga, costretta a mandare il coniuge in manicomio per i ripetuti comportamenti folli e poi, nella conclusione, a fare altro.

Amore e morte si accoppiano e si nutrono l’uno dell’altro.

La torre non è solo un edificio da cui si osserva dall’alto il mondo e le vicissitudini umane.

La paura è il collante di tutta la storia. È la paura la parola più utilizzata ed è la paura ad essere il motore di ogni azione e decisione dei protagonisti, dei co-protagonisti, degli attori non protagonisti e delle comparse.

Donne e uomini si muovono nelle loro esistenze compulsati da amori tragici, pulsioni di morte e un costante stato di paura.

Amore, morte e paura.

Napoli nasce dalla morte di Partenope, il Vesuvio dal dio romano Vulcano, Ferdinando e Olga si rispecchiano in Orfeo e Euridice.

La zoppia accompagna l’incedere di Olga che si fa carico della psiche malata del marito, estetica del disequilibrio relazionale fra le persone, disarmonia invisibile che muta in sofferenza fisica.

Il romanzo è costituito da una ragnatela di suoni divenuti tratti di penna imprigionanti i personaggi nelle loro debolezze mentali e caratteriali. Ferdinando, Olga e la loro cerchia di amici e conoscenti sono incatenati in se stessi, privi dell’ardire necessario per liberarsi dalla proprie sbarre interiori. Olga al termine capisce e agisce, decisione che il lettore potrebbe non comprendere, costretto alla riflessione nei giorni successivi alla chiusura le libro.

“Di spalle a questo mondo” è certamente autentica letteratura italiana.

Fabrizio Giulimondi