“La Gioconda mi ha chiesto di parlare dei
miei demoni. Non capisce un cazzo. Pensa che i miei demoni siano tanti,
irraggiungibili, misteriosi, astratti, inspiegabili. Il mio demone è uno. IL
CIBO. Ha tante facce, colori, confezioni.”.
La
seconda opera (autobiografica?) della scrittrice rumena Andreea Simionel “La ragazza
d’aria” (Rizzoli) è un inno alla
vita attraverso la discesa agli inferi della patologia psichiatrica dei
disturbi alimentari.
L’ossessione
per il cibo, il conteggio delle calorie per tutto ciò che si mangia o si beve,
la fame, i corpi scheletrici che vengono visti o percepiti sempre in
sovrappeso, le anime adolescenziali devastate, il dominio dell’appetito come
dominio di se stessi e della propria sofferenza, un dolore che non ha un nome, solo
domande senza risposte.
L’anoressia
simile ad una possessione diabolica, un annientamento di se stessi, lento,
graduale, incessante, un suicidio senza voler morire.
Aryna
è una adolescente rumena che vive a Torino con una famiglia serenamente
modesta.
Anna è
più grande ed è figlia di genitori dell’alta borghesia ligure.
In
comune hanno la fame e la voglia di non saziarla: “L’odio, la rabbia, il senso di non essere abbastanza ce li ho anche io,
mentre i nostri genitori sono diversi.”.
Entrambe
si conoscono in un centro residenziale specializzato per questo tipo di malattie
mentali.
Aryna
e Anna sono delle Thelma e Louise che non vogliono saltare con l’auto nel Grand
Canyon.
Aryna
placherà anche la fame di Anna.
La bulimia.
Sei
come gli altri ti fanno sentire o pensi che ti fanno sentire. Sono gli altri a
legittimare il tuo corpo ossuto. La tua fisicità è come pensi che gli altri la
percepiscano e la giudichino.
La
scrittura è terapeutica. La lettura è terapeutica. La scrittura e la lettura
sono architetture di ricostruzione della propria interiorità e, quindi, delle
proprie membra.
La
boxe è il percorso.
“Restare sveglia a guardarmi vivere è
bellissimo e spaventoso.”.
Fabrizio Giulimondi
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