“Election day” di Giorgio Amato è un flimetto simpatico,
a tratti divertente, entro la traiettoria della commedia italiana dei malintesi
e degli equivoci, purtroppo del tutto ideologicamente orientato, la cui
conclusione è costituita dalla convinzione che chi non accetta coppie
omosessuali, immigrati e tutte le imposizioni ideologiche della Sinistra ha il
cervello mangiato da un batterio.
Gli attori sono volti noti del cinema
italiano (Angela Finocchiaro, Giorgio
Tirabassi, Antonio Gerardi, Maria Amelia Monti): della Finocchiaro mi piace ricordare le sue gesta durante una
trasmissione televisiva, quando disse ad un gruppo di ragazzini che i loro
padri erano delle “merde”.
“After Life - Qual è il tuo Ricordo più
Bello?” del giapponese Kore'eda
Hirokazu non tratta artisticamente un tema nuovo, ma certamente lo affronta
con una tonalità ben diversa da quella occidentale: il passaggio dalla vita
alla morte.
Da “Il
Paradiso può attendere” degli americani Warren Beatty e Buck Henry al nipponico
“After Life” vi è un sistema solare
di distanza.
Questa
pellicola prodotta nel Sol Levante è onirica, magica, poetica, riflessiva, dalle
movenze lente, gli sguardi assorti e i visi contemplativi, nulla a che vedere
con l’action movie targato a stelle e
strisce.
Certamente
il film è destinato ad un target di
pubblico ben preciso, che un tempo avremmo definito da cinema “d’essai”.
Le
tinte chiaroscurali ovattano le immagini ben facendo percepire lo stato privo
di tempo e di spazio che vivono le anime, in cerca del più bel ricordo della
loro vita per poter transitare definitivamente nell’Aldilà.
Sua
Maestà il Cinema Steven Spielberg
torna alla sua amata fantascienza con “Disclosure Day”, riprendendo narrazioni e luci che richiamano “Incontri ravvicinati
del terzo tipo” e “E.T. l’extra-terrestre” .
Anche
qui ci sono due prescelti, anche qui un uomo e una donna: la giornalista
televisiva Margaret Fairchild (Emily
Blunt) e il matematico Daniel Kellner (Josh
O'Connor), con l’innesto di natura spirituale rappresentato dalla ex
novizia Jane Blankenship (Eve Hewson).
È proprio quest’ultima a dettare il tracciato riflessivo della pellicola: “Perché
in un universo così immane dovremmo esserci solo noi?” … “Tu credi in Dio ma non
credi più agli uomini”.
La
costruzione della storia si snocciola piano piano rendendosi sempre più intellegibile
agli spettatori, sino a giungere al “Giorno della Rivelazione”, fino al
messaggio alieno il cui contenuto non sarà dato conoscere, lasciandolo alla
immaginazione del pubblico che, forse, ben capirà quale esso sia.
Un
racconto costruito impeccabilmente calato nel rischio imminente dello scoppio
della terza guerra mondiale a cui, forse, può porre rimedio la saggezza di una
lontana civiltà.
Una
rivelazione dirompente può costruire o distruggere? E' meglio sapere o non
sapere?
La
verità è che la fantascienza non esiste e non è mai esistita, essendo soltanto
un’anticipazione artistica della realtà.
La
figura incombente, tirannica e direi angosciante del padre traccia la
narrazione del film Michael si Antoine Fuqua sulle gesta musicali e
danzanti del mito del pop Michael Jackson. A otto anni Michael Jackson già mostra
i segni evidenti del proprio talento e a dieci è già una star con i Jackson Five.
Il
padre è un operaio in una piccola cittadina dell’Indiana e vuole riscattare la
propria vita in bianco e nero sfruttando sino allo schiavismo, anche a colpi di
frusta sulle gambe, le doti canore e artistiche dei propri cinque figli maschi e,
primo fra tutti, il piccolo Michael.
All’ombra
del padre, il giovanissimo, giovane e adulto Michael Jackson, nonostante
diverrà il Numero Uno al mondo, osannato e adulato da folle svenevoli e
piangenti, manterrà una inguaribile fragilità emotiva, che lo porterà ad una
non accettazione del proprio viso e del proprio colore della pelle (spacciata
per vitiligine), rimanendo eterno fanciullo, vicino ai bambini oncologici anche
se le cronache racconteranno ben altro.
Ottimamente
raccontati il legame con i fratelli e la vicinanza amorevole della madre.
Il
genio appare in tutta la sua magnificenza nella creazione del primo
cortometraggio di lancio di un “pezzo”, da cui origina uno specifico genere di
video musicale: “Thriller”.
Il
nipote di Michael Jackson, Jaafar Jackson,
interpreta lo zio quasi identificandosi con lui: i tipici passi di danza con i
piedi che scivolano sul palco, gli acuti improvvisi, le sonorità vocali ed i brevi
versi sonori che intermezzano l’esecuzione del brano, i movimenti del corpo
repentini, a scatti. Voce, mimica e corpo in Michael divengono un unico scintillio
artistico: la canzone non è solo voce ma anche corpo, viso, luce e occhi.
Il
pubblico vede Michael Jackson non vede un attore che lo interpreta.
Il
film non raggiunge le vette di “Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer, ma è certamente
godibile, sia nel contenuto e nella costruzione dei personaggi che – e non
potrebbe essere altrimenti - nella
musica e nel ballo.
“Illusione” di Francesca Archibugi è un film intenso – con qualche sbavatura e
talvolta surreale - durante il quale lo
spettatore non riesce a distrarsi sia per la trama che per la recitazione degli
attori, tutti di ottima stoffa (Jasmine
Trinca, Vittoria Puccini, Michele Riondino, Francesca Reggiani, Aurora
Quattrocchi, Filippo Timi, Anastasia Doaga), una recitazione tratteggiata
da una profonda espressività dei volti.
La
protagonista, la prostituta rumena quindicenne Rosa Lazar, è interpretata da
una brava e vivace Angelina Andrei,
capace di una interpretazione del proprio ruolo con l’intera sua fisicità,
dalla mimica facciale alla luminosità degli occhi sino alla continua movenza del
corpo.
La Archibugi è stata brava a rendere la
tragicità della storia senza passare per la truculenza delle immagini, facendo
intuire sesso e violenza in chiave ellenica.
Indubbiamente
interessante è lo studio non solo dei singoli personaggi (la “vergine moldava”
e sua madre, la giudice, lo psicologo, il vicequestore) ma anche delle
dinamiche fra di loro.
Il
cambio scenico fra Perugia, Bruxelles, Strasburgo e un piccolo villaggio vicino
Bucarest fornisce movimento e respiro alla narrazione.
“Un bel giorno” di e con Fabio De Luigi e Virginia Raffaele è una commedia italica serena e divertente, che
scorre limpida come un ruscello fra gag,
malintesi, dissimulazioni e equivoci. Il film fa rientrare la cinematografia
italiana leggera dentro i canoni classici della commedia vecchio stile,
depurandola da ideologismi, volgarità e nudi: FabioDe Luigi riesce
bene nell’intento con il suo caratteristico comportamento impacciato e bonario.
Quattro
figlie e tre figli da nascondere non è operazione facile da compiere ma il
quattro volte regista riesce a far trascorrere allo spettatore 93 minuti sereni
… e di questi tempi non è cosa da poco.
“Lavoreremo da grandi” è il titolo
infelice del settimo film come regista di Antonio
Albanese (nel quale veste anche i panni dell’attore) di una classica
commediola italiana, a tratti divertente, senza paramenti ideologici
(ringraziando Dio!). Le doti di Albanese
come attore non sono paragonabili a quelle di Albanese come regista: quanto
buone le prime, quanto scarse le seconde.
La
pellicola sanza ‘nfania e sanza lodo è
ambientata negli splendidi spettacoli lacustri del novarese, anche se l’azione
scenica è prevalentemente sviluppata negli interni, mostrando una recitazione orale
e fisica più teatrale che cinematografica, tanto che a tratti sembra di
assistere ad una pièce in teatro.
Gli altri
attori sono “seconde file” note del cinema italiano: Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Francesco Brandi.
L’autentico
genere horror nasce e muore negli
anni ’70 con un prologo negli anni ’60 ed epigoni dagli anni ’80 in poi,
epigoni sempre più zuppi di sangue, mutilazioni e truculenza e sempre più
scarsi di trama, attese e tremori.
Sam Raimi è un
regista cult del genere horror e fantastico e per anni ha
abbracciato la Marvel con la produzione
su Spider Man.
L’ultimo
suo lavoro “Send help” non è
certamente un “film di paura” avvicinandosi invero alla filmografia attinta da
alcune opere di Stephen King come “Misery non deve morire”.
L’ambientazione
su un’isola deserta dopo un tragico incidente aereo risulta essere un buon cocktail fra Robinson Crusoe, “Cast away”,
“L’isola del dottor Moreau” e “King Kong”, insieme a tutta la cinematografia
avente come set uno spazio misterioso
e apparentemente disabitato in mezzo all’oceano, con storie di naufraghi e di
abbandono nella solitudine e nell’infinito.
Un po'
Adamo ed Eva e un po' “Paredise” “Send
Help” si fa vedere, con alcuni tratti trash
e qualche comparsata della poetica splatter
tarantiniana.
La
morale si evidenzia dalla mutazione situazionale della protagonista (Rachel McAdams), da “sfigata” ma geniale
dipendente di una grande società americana, sfruttata e denigrata per la
sgradevolezza dell’aspetto ed i modi impacciati e maldestri, a dominatrice del proprio
“capo” (Dylan O'Brien), incapace, tracotante
e molto sleale.
“La scomparsa di Josef Mengele” del
regista russo Kirill Serebrennikov,
tratto dall’omonimo romanzo del francese Oliver Guez, è un film in chiaro-scuro
come le tinte che dominano la pellicola, con rari sprazzi a colori.
Certamente
Serebrennikov poteva osare di più
nel far comprendere agli spettatori di quali indicibili orrori si è macchiato l’”Angelo
della Morte”, il “Medico di Auschwitz” (interpretato dal “nomade” August Diehl), morbosamente e
criminalmente attratto dallo studio dei fratelli gemelli monozigoti, che
trattava come “materia inerte”.
Il
Regista ha voluto concentrarsi sulla paranoia che avvinghiava Mengele di essere
catturato dal Mossad, specie dopo il sequestro di Eichmann nel 1960. Mengele viene
raccontato lungo gli anni, dai tempi dei fulgori del nazionalsocialismo sino
alla vecchiaia, vissuta da solo, povero, abbandonato e disprezzato anche dal
figlio che aveva scoperto chi egli fosse e di quali aberrazioni si era
macchiato. Il decesso è stato naturale, cosa che un poco dispiace.
Serebrennikov ha
dichiarato che la sua opera vuole essere un vaccino contro futuri orrori: temo
che il passato e la cronaca attuale lo abbiano già smentito.
La
lingua tedesca, portoghese e spagnola, espressione dei luoghi di fuga del
criminale, forniscono un ulteriore tocco di autenticità e veridicità.
Paolo Sorrentino è
indubbiamente uno dei più eleganti e raffinati registi del cinema italiano,
affermatosi anche sullo scenario internazionale con il Premio Oscar 2014 a “La
Grande Bellezza” come Miglior Film Straniero.
La
nuova opera “La grazia” conferma certamente
l’affascinante linea artistica e creatrice del grande cineasta partenopeo.
Il
fido attore Toni Servillo questa
volta ricopre le vesti di un Presidente della Repubblica, rigoroso (detto “cemento
armato”) e autenticamente cattolico, durante il semestre bianco, affiancato da
una figlia fine giurista (anche più del padre), caparbia e sua affettuosa
tiranna (Anna Ferzetti).
Entro
ambienti quirinalizi maestosi e fascinosi sono cinque i temi intorno ai quali
rotea la narrazione: la firma presidenziale ad un disegno di legge governativo
sull’eutanasia, due domande di grazia in qualche modo correlate al fine vita, Aurora
- l’amata moglie morta otto anni prima - e il suo presunto tradimento.
Di chi sono i giorni?
Bisogna essere così pervicaci nella
ricerca della verità?
Il diritto è prospetticamente vicino o
lontano dalla realtà?
Il
Ministro della giustizia (Massimo
Venturiello) volteggia nelle austere stanze intorno al Presidente, al pari
di un rapace che, puntata la preda, cerca di ghermirla.
Di chi sono i giorni? A chi appartengono? Di
chi è la vita?
Il
Papa è nero (diversamente da “The Young Pope”), con capelli lunghi, orecchino e
moto-dotato, ma non fatevi trarre in inganno dall’aspetto: non è un Pontefice
progressista, tutt’altro.
L’amore
indimenticato e indimenticabile per la moglie Aurora è aurorale.
I
simbolismi sorrentiniani si sono ritratti come il mare dalla spiaggia. Non
siamo dinanzi a “Youth”, alla “Grande Bellezza” o a “Parthenope”. I simboli
sono più rarefatti, meno marcati e meno eccessivi, sicuramente maggiormente
comprensibili: il vento gagliardo, il robot-cane che precede il Presidente e la
sua scorta, il cavallo morente e sofferente.
La
critica d’arte Coco Valori (Milvia
Marigliano) punteggia il film con la sua intelligente sofferenza e comicità,
mentre le musiche house e tecno ritmano l’incantevole fotografia scenica
di Daria D’Antonio.
Rimaniamo
in attesa di altri premi nazionali ed internazionali.
“Le cose non dette”, ultima bellissima
opera di Gabriele Muccino, si
colloca ampiamente nella tradizione cineastica drammatica del Regista romano
che, con varie intensità, sfumature e tinte, giganteggia dal 1998 nel cinema italiano.
“Le cose non dette” non possiede l’implacabile
tragicità di “La ricerca della felicità” (2006) e di “Sette anime” (2008), ma
riprende gli spunti artistici, interpretativi e narrativi di “L’ultimo bacio
(2001) e di “Baciami ancora” (2010).
La visione
destrutturante della famiglia e dei rapporti di coppia incide non con il
bisturi ma con il machete sui legami amorosi (o presunti tali) dei protagonisti
della storia. Lo sguardo di Muccino - immerso
in una luce arabeggiante radiosa e cupa – indugia ad analizzare le dinamiche
che governano le vite interiori ed esteriori dei coniugi Carlo (uno Stefano Accorsi che riprende in pieno la
mimica disperata e persa nel vuoto di “L’ultimo bacio”) ed Elisa (la bella e dai
modi eleganti e raffinati Miriam Leone)
e dei coniugi Paolo (un sempre intenso Claudio
Santamaria) e Anna (Carolina
Crescentini, straordinariamente “fuori di testa”), insieme alla figlia
Vittoria (Margherita Pantaleo). Outsider è Blu, amante fragile e pericolosa
di Carlo (Beatrice Savigniani).
Il set è Tangeri in Marocco, città
intellettuale e bohémien, dove la
vacanza delle due famiglie esplode in un finale allo stesso tempo verdiano e shakespeariano.
La patologica follia intrisa di cattiveria di Anna devasta la personalità della
figlia Vittoria, macera il marito Paolo, imputridisce il rapporto di (pseudo-)
amicizia con Carlo ed Elisa. Sono i sentimenti senzapelle di Carlo per Blu a fare da detonatore al coup de théâtre finale: la vita non è forse
un concatenarsi di coup de théâtre?
Elisa
e Paolo sono anime vere, pulite, sincere, capaci di sentimenti profondi e
autentici. Elisa e Paolo sono vittime dei disturbi psichici di Anna e degli
impeti brutalmente passionali di Carlo e Blu e putrescenti di Vittoria.
L’alibi,
vocabolo gettato apparentemente per caso in mezzo ai dialoghi serrati e
ansiogeni, assume una chiave di lettura decisiva.
Con “No other choise” di Park Chan-wook continua l’ascesa del
cinema sud-coreano, affermatosi già con “Parasite” di Bong Joon-ho (vincitore
nel 2019 della Palma d’oro a Cannes e nel 2020 di sei Premi Oscar, del Golden Globe
e del David di Donatello).
“No other choise” è un film surreale che rimarca
la condizione di iper-capitalismo che vive la società sud-coreana, agli estremi
antipodi del feroce sistema comunista nord-coreano: in entrambi i fronti l’essere
umano è schiacciato da regole economiche e sociali che ne devastano l’esistenza.
La
perdita del lavoro senza alcun paracadute assistenziale può annientare il
cittadino sud-coreano, come accade al protagonista della pellicola Man-soo,
interpretato da Byung-Hun Lee, che
pur di riprendersi la vita agiata che aveva in precedenza e che faceva vivere
alla famiglia, accetta di compiere qualunque atto, anche di natura omicidiaria.
Man-soo però è un assassino pasticcione, perché in realtà non lo è e quindi si arrabatta
contro se stesso, un assassino ambivalente costretto dalle circostanze
nonostante se stesso.
È un’opera
che mette al centro la paternità - una paternità disposta a tutto per i due
figli - e la famiglia. La moglie alla fine è complice del marito e le lezioni
di violoncello della figlia ed il suo futuro sono posti in primo piano.
Non
secondario è lo scenario post-umano che si prospetta, in cui l’Intelligenza Artificiale si sostituisce ai lavoratori, i robot alle persone e nei luoghi dove prima v’erano
uomini e donne ora regna solo il silenzio ritmicamente interrotto dal ronzio
artificiale delle macchine. Man-soo, pur di percepire di nuovo il suono della
umanità, si mette cuffie che riproducono il vociare rumoroso della presenza
lavorativa umana.
“Prendiamoci una pausa” di Christian Marazziti è una classica
commedia all’italiana sull’amore, i problemi di coppia, le separazioni, i
divorzi, gli adii, gli allontanamenti e, ovviamente, le “pause di riflessione”.
Non ci
troviamo certamente dinanzi ad una commedia italiana degli anni ’50 e ’60 ma ad
una ordinaria commedia dei nostri giorni, intrisa di politicamente corretto e
di indottrinamento ideologico, dove, guarda caso, le uniche coppie felici e
senza problemi sono quelle omosessuali (coppie di uomini, perché le apparizioni
lesbiche sono trattate in modo futile e tranchant).
Le crisi riguardano anche la propria “liquidità” e mi chiedo se la assunzione
di coscienza di non essere gay ma
eterosessuale, che ad un certo punto viene esplicitata da un personaggio della
storia, non possa offendere il variegato mondo LGBT.
Una pennellata
di altri tempi, quasi in bianco e nero, è rappresentata dalla coppia
matrimoniale Giallini-Gerini, che si perdono e si ritrovano in
un ballo “vecchio stile” durante i festeggiamenti per lo sposalizio della
figlia, sposalizio compiuto in Chiesa (mi chiedo se sia poco inclusivo).
Il cast è tutto alla grande insegna del
cinema italiano: dai volti noti (i già citati e bravissimi Marco Giallini e Claudia Gerini, Paolo Calabresi, Fabio Volo, Ilenia
Pastorelli, Ricky Memphis, Lucia Ocone, Aurora Giovinazzo, Daniela Poggi,
Simona Marchini e Alessandro Haber)
a quelli meno noti o di nuovo conio come Gianluca
Brundo, Jenny De Nucci e Rebecca Coco
Edogamhe.
La
pellicola, certamente scorrevole, manca di un autentico guizzo narrativo.
Il
sesto film con Luca Medici in arte Checco
Zalone “Buen camino”, diretto
dal suo regista storico Gennaro
Nunziante (ad eccezione di “Tolo Tolo”), si smarca dal Checco “classico”, inserendo le tradizionali gag scorrette in un
contesto maggiormente riflessivo.
La
figlia di Checco (Letizia Arnò) intraprende il cammino di
Santiago di Compostela come ricerca spirituale per fuggire dal modello di
ricchezza esagerata e lusso sfrenato in cui il padre è immerso e che ostenta
sfacciatamente.
La vis comica non politicamente corretta
propria di Checco Zalone in questa
pellicola è depotenziata, diluendosi nel cammino che egli stesso compie e che
lo conduce a riavvicinarsi alla figlia abbandonando, così, i vecchi parametri.
Apprezzo
gli aspetti religiosi inseriti nel tracciato del film e l’ex voto “molto caro” a Checco offerto alla Madonna affinché la
figlia non ceda a orientamenti sessuali innaturali, certamente molto in voga in
questa era.
Mi auguro
che “Buen camino” abbia più
spettatori di “Avatar- Fuoco e cenere” di James Cameron.
“Norimberga” di James Vanderbilt è il terzo film hollywoodiano sullo storico
processo (20.11.1945-1.10.1946) - svoltosi nella città tedesca di Norimberga
(dove il 15 settembre 1935 fu varata la legislazione antisemita germanica) - che
mise alla sbarra ventidue (un ventitreesimo si era suicidato prima del suo
inizio e un altro ancora fu giudicato in contumacia) fra i più importanti gerarchi
nazisti, primo fra tutti il Reichsmarschall Hermann Göring, numero
due del regime nazionalsocialista, Vice-Cancelliere del Reich e creatore della
polizia politica segreta Gestapo.
Le due
pellicole precedenti – con molti punti in comune – sono del 1961 (“Vincitori e
vinti” di Stanley Kramer) e del 2000 (“Il processo di Norimberga” di Yves
Simoneau).
“Norimberga” è tratto dal libro del 2013
di Jack El-Hai "The Nazi and the
Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of
Minds at the End of WWII" e narra nel dettaglio il rapporto creatosi
fra Göring (interpretato dal “gladiatore” – questa volta in versione malvagia e
luciferina - Russell Crowe) e lo
psichiatra che gli fu affiancato durante la detenzione (“Freddie Mercury” Rami Malek).
La
icastica locuzione adoperata da Hannah Arendt “la banalità del male” riferita
ad Adolf Eichmann, può essere, mutatis
mutandis, applicata ad Hermann Göring, il cui fascino sottilmente penetra l’intelletto
dello strizzacervelli Douglas Kelley.
La didascalica
narrazione cineastica coinvolge e convince lo spettatore, per interpretazione e
contenuti, comunicazione verbale e specie non verbale.
Indubbiamente
di grande suggestione artistica sono le punteggiature in bianco e nero di pochi
secondi che ritraggono il Tribunale internazionale (composto da giudici statunitensi,
britannici, francesi e sovietici) in modo estremamente simile alle immagini di
repertorio del tempo.
Peccato
per due sbavature: una di natura ideologica che vede un insulso attacco – non troppo
sotterraneo – a Papa Pio XII; l’altra di ordine storico, collocando le
impiccagioni dei dodici condannati a morte il 1° ottobre 1946, mentre sono
avvenute la notte fra il 15 e il 16 ottobre 1946, in attuazione delle sentenze emanate
la notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1946.
La
scena delle impiccagioni (volute al posto delle fucilazioni dai componenti
sovietici del Tribunale) è indubbiamente carica di pathos tragico nella loro crudezza e verosimiglianza.
L’interrogativo
posto da Göring al “suo” psichiatra, seppur rivolto da un “demonio”, umano solo
nelle sue apparenze esteriori, rimane a galleggiare nella sala: con quale “forza
morale” chi ha fatto vaporizzare centinaia di migliaia di civili giapponesi a
Hiroshima e Nagasaki giudica gli altri? Con quale parametro sono giudicate le
camicie brune da chi, come gli stalinisti, adoperano metodi molto simili a
quelli hitleriani?
L’opera
rifugge la mostrificazione delle Croci Uncinate per evitare di renderle diverse
da noi e far pensare ai posteri che è stata una “unica” irruzione della
demonologia della storia. È proprio la storia ad insegnare che questi “mostri”
sono in mezzo a noi, vivono di noi e con noi, noi possiamo collaborarvi
consapevolmente o inconsapevolmente e potremmo esserlo noi stessi senza
saperlo, non essendosi ancora verificate le condizioni perché la nostra “monstrità”
si palesi.
Il
film di James Vanderbilt ci fa
riflettere sul se nel recentissimo periodo pandemico non stava avvenendo, con
altre forme e modalità, qualche cosa di simile, nell’odio sociale e di Stato
nei confronti dei c.d. “No-Vax”.
Un ultimo
appunto può essere di interesse degli studiosi di diritto e si collega nel
preambolo del film alla figura della Pubblica Accusa rappresentata dal giudice Robert
H. Jackson (Mike Shannon): la
necessità di individuare la base normativa, giurisprudenziale e dottrinale, unitamente
ai principi sovranazionali, su cui costruire gli organi giudicanti e inquirenti
insieme alle regole processuali e le prescrizioni sostanziali penali.
Il
film, semplice e complesso nello stesso tempo, da vedere e far vedere segnatamente
alle scolaresche, ci impone di meditare al di là di schemi precostituiti, costringendoci
ad una doverosa e, direi, fatale attualizzazione del racconto.
“Vita privata” di Rebecca Zlotowski è una pellicola cervellotica e complessa di non
facile lettura in cui psichiatria, psicoanalisi, metempsicosi e la complessità dei
rapporti fra madre e figli, fra coniugi e fra psichiatra e pazienti si
intrecciano in modo arzigogolato e confuso. La indubbia bravura di Jodie Foster nei panni di una psichiatra
che non ascolta i propri pazienti, limitandosi a registrarne le sedute, non
sblocca la lentezza dello sviluppo narrativo. Il suicidio di una donna seguita dalla
Foster (Virginie Efira) costituisce il punto cruciale della storia che
porterà ad un cambio di approccio terapeutico e, di rimando, anche esistenziale
di Lilian Steiner.
“Il maestro” di Andrea Di Stefano è un film forzatamente drammatico che parte certamente
da uno spunto interessante, per essere però strutturato e sviluppato in modo scarsamente
appagante per un pubblico esigente, specie se un attore del livello di Pierfrancesco Favino - che ricopre le
vesti della figura cardine della storia, Raul Gatti - non riesce a dare un
valore aggiunto alla pellicola.
Raul
Gatti è una vecchia gloria del tennis caduto in disgrazia dopo l’abuso di
droghe, alcol e donne.
Felice
Milella è un tredicenne (Tiziano Menichelli)
a cui il padre Pietro (Giovanni Ludeno)
ha fatto credere di essere un potenziale campione del tennis, imponendo alla
moglie e all’altra figlia sacrifici immotivati.
Raul
diviene il maestro di Felice, due mondi inconciliabili per età, origini
familiari e modo di concepire la vita.
Il
racconto rotea intorno all’idea che il fallimento faccia parte della vita e vada
accettato, comprendendo i propri limiti e l’inutilità del perseguimento di
sogni che non hanno alcun aggancio con la realtà.
Ribadisco:
l’idea è senza dubbio buona ma il Regista avrebbe dovuto costruirla in maniera
diversa, anche perché lo stesso Favino
ne esce svilito nella propria indubbia bravura.
Film
intenso, struggente, malinconico, commovente, a tinte variegate, “Anna”, di e con Monica Guerritore, ripercorre a macchie di leopardo la vita della
immensa Anna Magnani, magnificamente interpretata da Monica Guerritore.
Più
che la narrazione esistenziale della Magnani, la pellicola racconta le
emozioni, i sentimenti, il volto, le “rughe”, gli sguardi della grande attrice
romana. Il suo Popolo era quello di Roma: lo stagnaro, il netturbino, il
vetturino, il pizzardone, la prostituta, il bottegaio, il fruttivendolo. Sono
costoro che le teneva compagnia la notte, lei nottambula incallita. Erano
coloro che la vedevano girovagare per le strade vuote, silenziose e incantevoli
della Roma degli anni ’40, ’50 e ’60, loro che stavano sotto la finestra di Nannarella mentre moriva.
Palma
d’oro a Cannes nel 1946 con “Roma città aperta” di Roberto Rossellini, per il
quale provò per tutta la vita una inestinguibile fiamma di amore, un amore
tragico e intramontabile.
Premio
Oscar nel 1956 per “La rosa tatuata” di Tennessee Williams, che non le portò
fortuna.
Una
figura drammatica, sofferente, con un figlio poliomielitico lasciato spesso
solo in una clinica di lusso.
Anna,
sempre insoddisfatta e in contrasto con se stessa, i produttori e i registi.
Romana
sanguigna e verace, la Magnani ha incarnato la vera Mamma Roma di Pier Paolo
Pasolini.
Fellini,
De Sica, Totò, Carlo Ponti, Moravia, Montanelli, la rinuncia a “La ciociara”,
il più fervido mondo culturale e cinematografico italiano.
Poi, il
teatro con Zeffirelli e la sua Medea, che incarnava scenicamente il profondo e
incessante dolore interiore della Magnani e, con Medea, la morte.
“La vita va così” è un bel film di Riccardo Milani anche se ideologicamente
orientato. Attori di grande caratura come Diego
Abatantuono (ricco, imprenditore edilizio e per giunta di Milano,
fatalmente “cattivo”); Aldo Bagio
senza Giovanni e Giacomo, che passa da “cattivo”(mentre lavorava per l’impresa
edile) a “buono”, quando prende contezza della importanza di lasciare nel
godimento della comunità locale una spiaggia paradisiaca nel sud della Sardegna,
invece di fornire alla stessa Terra 2500
posti di lavoro, più l’indotto; Virginia
Raffaele, figlia e grande sostenitrice del pastore sardo protagonista delle
vicende, sarda orgogliosa e verace che ritiene più utile lasciare fratelli, nipoti,
amici e compaesani in gravi disagi economici e lavorativi piuttosto che
accettare dodici milioni di euro; Geppi
Cucciari, giudice sarda che si intrattiene senza alcun problema a dialogare
con la parte ricorrente (il pastore sardo) prima di emettere la sentenza (quindi
già scritta), si accompagnano ad attori neofiti al pari di Giuseppe Ignazio Loi, vero pastore sardo sino all’età di 84 anni
quando è stato scoperto dal regista, interprete di Efisio, ossia Ovidio Marras,
realmente esistito, deceduto nel gennaio 2024 e che ha combattuto una battaglia
ventennale – vincendola -contro una
grande impresa edilizia che voleva costruire un resort in quella zona.
Efisio
è un personaggio straordinario, autentico, granitico, irremovibile nel suo “No!”
anche quando per anni si trova non solo tutto il suo paese contro ma anche parte
della propria famiglia. Quella straordinaria bellezza naturale non deve essere goduta
da pochi e per arricchire taluni ma deve essere a disposizione di tutti.
Il ballo
finale che coinvolge l’intero paese e ogni singolo attore al ritmo di armonica
è molto molto “acchiappante”.
Una
sola domanda conseguente al problema che ricorre per tutta la durata del film,
ossia la fuga di giovani e meno giovani dalla Sardegna: ma se è visto come bieco
capitalismo l’impresa che porta 2500 cittadini del posto ad essere assunti,
oltre l’indotto, quale altra soluzione si può adottare? Sicuri che il “No!”
orgoglioso, indomito, coraggioso e carico di dignità di Efisio non nasconda l’egoismo
di un vecchio disinteressato alle sofferenze e ai notevoli disagi dei suoi
compaesani?
“Cinque secondi” di Paolo Virzì artisticamente e contenutisticamente è di altissimo
livello. Narrazione e recitazione si abbracciano trascinando lo spettatore in
una storia profonda e densa di significati. Ogni fatto raccontato ha più
risvolti non esistendo una sola interpretazione, perché la realtà è molto più complessa
della superficialità con cui gli occhi talora la guardano.
Valerio Mastandrea nei
panni di Adriano è semplicemente straordinario e assomma in sé la tragicità
della moltitudine di aspetti che compongono un essere umano, una sofferenza e
un dolore che sovrastano anche la sua ex moglie (Ilaria Spada) e che non le fanno vedere ciò che si cela dentro il
marito.
Il
gruppo di hippie laureati – naturisti
e superficiali - avvicinano di nuovo Adriano alla vita dopo essere precipitato
in uno stato sociopatico.
Profondamente
umano è Adriano che, surclassando l’ideologia che cancella la figura paterna,
manifesta la sua paternità non solo con il figlio Matteo ma anche con Matilde (Galatea Bellugi), contessina e capetta, incinta
di un “patriarcale” ragazzo dei “figli dei fiori”.
Le
dichiarazioni spontanee di Adriano nell’aula del tribunale rapiscono il
pubblico, che non è più in sala ma dentro lo schermo.
Sullo
sfondo della campagna toscana – a parte la allegra compagnia sessantottina di
viticoltori– tutti vivono un dramma personale e la parrucca bionda di Giuliana
(Valeria Bruni Tedeschi) nasconde
altro come il suo cuore desidera altro.
È un
film sui padri in un’epoca storica in cui vengono quotidianamente demoliti.
Il
finale appare chiaro, ma in realtà non lo è, perché l’essere umano prima di
essere formato di membra costituisce una dimensione spirituale carica di
mistero.