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mercoledì 15 luglio 2026

"ELECTION DAY" di GIORGIO AMATO

 


Election day” di Giorgio Amato è un flimetto simpatico, a tratti divertente, entro la traiettoria della commedia italiana dei malintesi e degli equivoci, purtroppo del tutto ideologicamente orientato, la cui conclusione è costituita dalla convinzione che chi non accetta coppie omosessuali, immigrati e tutte le imposizioni ideologiche della Sinistra ha il cervello mangiato da un batterio.

Gli attori sono volti noti del cinema italiano (Angela Finocchiaro, Giorgio Tirabassi, Antonio Gerardi, Maria Amelia Monti): della Finocchiaro mi piace ricordare le sue gesta durante una trasmissione televisiva, quando disse ad un gruppo di ragazzini che i loro padri erano delle “merde”.

Fabrizio Giulimondi




mercoledì 1 luglio 2026

“AFTER LIFE - QUAL È IL TUO RICORDO PIÙ BELLO?” di KORE'EDA HIROKAZU

 


After Life - Qual è il tuo Ricordo più Bello?” del giapponese Kore'eda Hirokazu non tratta artisticamente un tema nuovo, ma certamente lo affronta con una tonalità ben diversa da quella occidentale: il passaggio dalla vita alla morte.

Da “Il Paradiso può attendere” degli americani Warren Beatty e Buck Henry al nipponico “After Life” vi è un sistema solare di distanza.

Questa pellicola prodotta nel Sol Levante è onirica, magica, poetica, riflessiva, dalle movenze lente, gli sguardi assorti e i visi contemplativi, nulla a che vedere con l’action movie targato a stelle e strisce.

Certamente il film è destinato ad un target di pubblico ben preciso, che un tempo avremmo definito da cinema “d’essai”.

Le tinte chiaroscurali ovattano le immagini ben facendo percepire lo stato privo di tempo e di spazio che vivono le anime, in cerca del più bel ricordo della loro vita per poter transitare definitivamente nell’Aldilà.

Fabrizio Giulimondi




mercoledì 17 giugno 2026

“DISCLOSURE DAY” di STEVEN SPIELBERG

 


Sua Maestà il Cinema Steven Spielberg torna alla sua amata fantascienza con “Disclosure Day”, riprendendo narrazioni e luci che richiamano “Incontri ravvicinati del terzo tipo” e “E.T. l’extra-terrestre” .

Anche qui ci sono due prescelti, anche qui un uomo e una donna: la giornalista televisiva Margaret Fairchild (Emily Blunt) e il matematico Daniel Kellner (Josh O'Connor), con l’innesto di natura spirituale rappresentato dalla ex novizia Jane Blankenship (Eve Hewson). È proprio quest’ultima a dettare il tracciato riflessivo della pellicola: “Perché in un universo così immane dovremmo esserci solo noi?” … “Tu credi in Dio ma non credi più agli uomini”.

La costruzione della storia si snocciola piano piano rendendosi sempre più intellegibile agli spettatori, sino a giungere al “Giorno della Rivelazione”, fino al messaggio alieno il cui contenuto non sarà dato conoscere, lasciandolo alla immaginazione del pubblico che, forse, ben capirà quale esso sia.

Un racconto costruito impeccabilmente calato nel rischio imminente dello scoppio della terza guerra mondiale a cui, forse, può porre rimedio la saggezza di una lontana civiltà.

Una rivelazione dirompente può costruire o distruggere? E' meglio sapere o non sapere?

La verità è che la fantascienza non esiste e non è mai esistita, essendo soltanto un’anticipazione artistica della realtà.

Fabrizio Giulimondi

 



giovedì 21 maggio 2026

"MICHAEL" di ANTOINE FUQUA

 


La figura incombente, tirannica e direi angosciante del padre traccia la narrazione del film Michael si Antoine Fuqua sulle gesta musicali e danzanti del mito del pop Michael Jackson. A otto anni Michael Jackson già mostra i segni evidenti del proprio talento e a dieci è già una star con i Jackson Five.

Il padre è un operaio in una piccola cittadina dell’Indiana e vuole riscattare la propria vita in bianco e nero sfruttando sino allo schiavismo, anche a colpi di frusta sulle gambe, le doti canore e artistiche dei propri cinque figli maschi e, primo fra tutti, il piccolo Michael.

All’ombra del padre, il giovanissimo, giovane e adulto Michael Jackson, nonostante diverrà il Numero Uno al mondo, osannato e adulato da folle svenevoli e piangenti, manterrà una inguaribile fragilità emotiva, che lo porterà ad una non accettazione del proprio viso e del proprio colore della pelle (spacciata per vitiligine), rimanendo eterno fanciullo, vicino ai bambini oncologici anche se le cronache racconteranno ben altro.

Ottimamente raccontati il legame con i fratelli e la vicinanza amorevole della madre.

Il genio appare in tutta la sua magnificenza nella creazione del primo cortometraggio di lancio di un “pezzo”, da cui origina uno specifico genere di video musicale: “Thriller”.

Il nipote di Michael Jackson, Jaafar Jackson, interpreta lo zio quasi identificandosi con lui: i tipici passi di danza con i piedi che scivolano sul palco, gli acuti improvvisi, le sonorità vocali ed i brevi versi sonori che intermezzano l’esecuzione del brano, i movimenti del corpo repentini, a scatti. Voce, mimica e corpo in Michael divengono un unico scintillio artistico: la canzone non è solo voce ma anche corpo, viso, luce e occhi.

Il pubblico vede Michael Jackson non vede un attore che lo interpreta.

Il film non raggiunge le vette di “Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer, ma è certamente godibile, sia nel contenuto e nella costruzione dei personaggi che – e non potrebbe essere altrimenti -  nella musica e nel ballo.

Il finale “tronco” apre ad un sequel.

Fabrizio Giulimondi



giovedì 7 maggio 2026

"ILLUSIONE" di FRANCESCA ARCHIBUGI

 


Illusione” di Francesca Archibugi è un film intenso – con qualche sbavatura e talvolta surreale -  durante il quale lo spettatore non riesce a distrarsi sia per la trama che per la recitazione degli attori, tutti di ottima stoffa (Jasmine Trinca, Vittoria Puccini, Michele Riondino, Francesca Reggiani, Aurora Quattrocchi, Filippo Timi, Anastasia Doaga), una recitazione tratteggiata da una profonda espressività dei volti.

La protagonista, la prostituta rumena quindicenne Rosa Lazar, è interpretata da una brava e vivace Angelina Andrei, capace di una interpretazione del proprio ruolo con l’intera sua fisicità, dalla mimica facciale alla luminosità degli occhi sino alla continua movenza del corpo.

La Archibugi è stata brava a rendere la tragicità della storia senza passare per la truculenza delle immagini, facendo intuire sesso e violenza in chiave ellenica.

Indubbiamente interessante è lo studio non solo dei singoli personaggi (la “vergine moldava” e sua madre, la giudice, lo psicologo, il vicequestore) ma anche delle dinamiche fra di loro.

Il cambio scenico fra Perugia, Bruxelles, Strasburgo e un piccolo villaggio vicino Bucarest fornisce movimento e respiro alla narrazione.

Fabrizio Giulimondi



domenica 8 marzo 2026

"UN BEL GIORNO" di e con "FABIO DE LUIGI"

 


Un bel giorno” di e con Fabio De Luigi e Virginia Raffaele è una commedia italica serena e divertente, che scorre limpida come un ruscello fra gag, malintesi, dissimulazioni e equivoci. Il film fa rientrare la cinematografia italiana leggera dentro i canoni classici della commedia vecchio stile, depurandola da ideologismi, volgarità e nudi: Fabio De Luigi riesce bene nell’intento con il suo caratteristico comportamento impacciato e bonario.

Quattro figlie e tre figli da nascondere non è operazione facile da compiere ma il quattro volte regista riesce a far trascorrere allo spettatore 93 minuti sereni … e di questi tempi non è cosa da poco.

Fabrizio Giulimondi



domenica 15 febbraio 2026

"LAVOREREMO DA GRANDI" di ANTONIO ALBANESE

 


Lavoreremo da grandi” è il titolo infelice del settimo film come regista di Antonio Albanese (nel quale veste anche i panni dell’attore) di una classica commediola italiana, a tratti divertente, senza paramenti ideologici (ringraziando Dio!). Le doti di Albanese come attore non sono paragonabili a quelle di Albanese come regista: quanto buone le prime, quanto scarse le seconde.

La pellicola sanza ‘nfania e sanza lodo è ambientata negli splendidi spettacoli lacustri del novarese, anche se l’azione scenica è prevalentemente sviluppata negli interni, mostrando una recitazione orale e fisica più teatrale che cinematografica, tanto che a tratti sembra di assistere ad una pièce in teatro.

Gli altri attori sono “seconde file” note del cinema italiano: Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Francesco Brandi.

Fabrizio Giulimondi




martedì 10 febbraio 2026

"SEND HELP" di SAM RAIMI

 


L’autentico genere horror nasce e muore negli anni ’70 con un prologo negli anni ’60 ed epigoni dagli anni ’80 in poi, epigoni sempre più zuppi di sangue, mutilazioni e truculenza e sempre più scarsi di trama, attese e tremori.

Sam Raimi è un regista cult del genere horror e fantastico e per anni ha abbracciato la Marvel con la produzione su Spider Man.

L’ultimo suo lavoro “Send help” non è certamente un “film di paura” avvicinandosi invero alla filmografia attinta da alcune opere di Stephen King come “Misery non deve morire”.

L’ambientazione su un’isola deserta dopo un tragico incidente aereo risulta essere un buon cocktail fra Robinson Crusoe, “Cast away”, “L’isola del dottor Moreau” e “King Kong”, insieme a tutta la cinematografia avente come set uno spazio misterioso e apparentemente disabitato in mezzo all’oceano, con storie di naufraghi e di abbandono nella solitudine e nell’infinito.

Un po' Adamo ed Eva e un po' “Paredise” “Send Help” si fa vedere, con alcuni tratti trash e qualche comparsata della poetica splatter tarantiniana.

La morale si evidenzia dalla mutazione situazionale della protagonista (Rachel McAdams), da “sfigata” ma geniale dipendente di una grande società americana, sfruttata e denigrata per la sgradevolezza dell’aspetto ed i modi impacciati e maldestri, a dominatrice del proprio “capo” (Dylan O'Brien), incapace, tracotante e molto sleale.

Fabrizio Giulimondi




martedì 3 febbraio 2026

"LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE" di KIRILL SEREBRENNIKOV




La scomparsa di Josef Mengele” del regista russo Kirill Serebrennikov, tratto dall’omonimo romanzo del francese Oliver Guez, è un film in chiaro-scuro come le tinte che dominano la pellicola, con rari sprazzi a colori.

Certamente Serebrennikov poteva osare di più nel far comprendere agli spettatori di quali indicibili orrori si è macchiato l’”Angelo della Morte”, il “Medico di Auschwitz” (interpretato dal “nomade” August Diehl), morbosamente e criminalmente attratto dallo studio dei fratelli gemelli monozigoti, che trattava come “materia inerte”.

Il Regista ha voluto concentrarsi sulla paranoia che avvinghiava Mengele di essere catturato dal Mossad, specie dopo il sequestro di Eichmann nel 1960. Mengele viene raccontato lungo gli anni, dai tempi dei fulgori del nazionalsocialismo sino alla vecchiaia, vissuta da solo, povero, abbandonato e disprezzato anche dal figlio che aveva scoperto chi egli fosse e di quali aberrazioni si era macchiato. Il decesso è stato naturale, cosa che un poco dispiace.

Serebrennikov ha dichiarato che la sua opera vuole essere un vaccino contro futuri orrori: temo che il passato e la cronaca attuale lo abbiano già smentito.

La lingua tedesca, portoghese e spagnola, espressione dei luoghi di fuga del criminale, forniscono un ulteriore tocco di autenticità e veridicità.

Fabrizio Giulmondi





lunedì 2 febbraio 2026

"LA GRAZIA" di PAOLO SORRENTINO

 


Paolo Sorrentino è indubbiamente uno dei più eleganti e raffinati registi del cinema italiano, affermatosi anche sullo scenario internazionale con il Premio Oscar 2014 a “La Grande Bellezza” come Miglior Film Straniero.

La nuova opera “La grazia” conferma certamente l’affascinante linea artistica e creatrice del grande cineasta partenopeo.

Il fido attore Toni Servillo questa volta ricopre le vesti di un Presidente della Repubblica, rigoroso (detto “cemento armato”) e autenticamente cattolico, durante il semestre bianco, affiancato da una figlia fine giurista (anche più del padre), caparbia e sua affettuosa tiranna (Anna Ferzetti).

Entro ambienti quirinalizi maestosi e fascinosi sono cinque i temi intorno ai quali rotea la narrazione: la firma presidenziale ad un disegno di legge governativo sull’eutanasia, due domande di grazia in qualche modo correlate al fine vita, Aurora - l’amata moglie morta otto anni prima -  e il suo presunto tradimento.

Di chi sono i giorni?

Bisogna essere così pervicaci nella ricerca della verità?

Il diritto è prospetticamente vicino o lontano dalla realtà?

Il Ministro della giustizia (Massimo Venturiello) volteggia nelle austere stanze intorno al Presidente, al pari di un rapace che, puntata la preda, cerca di ghermirla.

Di chi sono i giorni? A chi appartengono? Di chi è la vita?

Il Papa è nero (diversamente da “The Young Pope”), con capelli lunghi, orecchino e moto-dotato, ma non fatevi trarre in inganno dall’aspetto: non è un Pontefice progressista, tutt’altro.

L’amore indimenticato e indimenticabile per la moglie Aurora è aurorale.

I simbolismi sorrentiniani si sono ritratti come il mare dalla spiaggia. Non siamo dinanzi a “Youth”, alla “Grande Bellezza” o a “Parthenope”. I simboli sono più rarefatti, meno marcati e meno eccessivi, sicuramente maggiormente comprensibili: il vento gagliardo, il robot-cane che precede il Presidente e la sua scorta, il cavallo morente e sofferente.

La critica d’arte Coco Valori (Milvia Marigliano) punteggia il film con la sua intelligente sofferenza e comicità, mentre le musiche house e tecno ritmano l’incantevole fotografia scenica di Daria D’Antonio.

Rimaniamo in attesa di altri premi nazionali ed internazionali.

Fabrizio Giulimondi  




sabato 31 gennaio 2026

"LE COSE NON DETTE" di GABRIELE MUCCINO

                                



Le cose non dette”, ultima bellissima opera di Gabriele Muccino, si colloca ampiamente nella tradizione cineastica drammatica del Regista romano che, con varie intensità, sfumature e tinte, giganteggia dal 1998 nel cinema italiano. “Le cose non dette” non possiede l’implacabile tragicità di “La ricerca della felicità” (2006) e di “Sette anime” (2008), ma riprende gli spunti artistici, interpretativi e narrativi di “L’ultimo bacio (2001) e di “Baciami ancora” (2010).

La visione destrutturante della famiglia e dei rapporti di coppia incide non con il bisturi ma con il machete sui legami amorosi (o presunti tali) dei protagonisti della storia. Lo sguardo di Muccino - immerso in una luce arabeggiante radiosa e cupa – indugia ad analizzare le dinamiche che governano le vite interiori ed esteriori dei coniugi Carlo (uno Stefano Accorsi che riprende in pieno la mimica disperata e persa nel vuoto di “L’ultimo bacio”) ed Elisa (la bella e dai modi eleganti e raffinati Miriam Leone) e dei coniugi Paolo (un sempre intenso Claudio Santamaria) e Anna (Carolina Crescentini, straordinariamente “fuori di testa”), insieme alla figlia Vittoria (Margherita Pantaleo). Outsider è Blu, amante fragile e pericolosa di Carlo (Beatrice Savigniani).

Il set è Tangeri in Marocco, città intellettuale e bohémien, dove la vacanza delle due famiglie esplode in un finale allo stesso tempo verdiano e shakespeariano. La patologica follia intrisa di cattiveria di Anna devasta la personalità della figlia Vittoria, macera il marito Paolo, imputridisce il rapporto di (pseudo-) amicizia con Carlo ed Elisa. Sono i sentimenti senzapelle di Carlo per Blu a fare da detonatore al coup de théâtre finale: la vita non è forse un concatenarsi di coup de théâtre?

Elisa e Paolo sono anime vere, pulite, sincere, capaci di sentimenti profondi e autentici. Elisa e Paolo sono vittime dei disturbi psichici di Anna e degli impeti brutalmente passionali di Carlo e Blu e putrescenti di Vittoria.

L’alibi, vocabolo gettato apparentemente per caso in mezzo ai dialoghi serrati e ansiogeni, assume una chiave di lettura decisiva.

Fabrizio Giulimondi




giovedì 29 gennaio 2026

“NO OTHER CHOISE” di PARK CHAN-WOOK

 


Con “No other choise” di Park Chan-wook continua l’ascesa del cinema sud-coreano, affermatosi già con “Parasite” di Bong Joon-ho (vincitore nel 2019 della Palma d’oro a Cannes e nel 2020 di sei Premi Oscar, del Golden Globe e del David di Donatello).

No other choise” è un film surreale che rimarca la condizione di iper-capitalismo che vive la società sud-coreana, agli estremi antipodi del feroce sistema comunista nord-coreano: in entrambi i fronti l’essere umano è schiacciato da regole economiche e sociali che ne devastano l’esistenza.

La perdita del lavoro senza alcun paracadute assistenziale può annientare il cittadino sud-coreano, come accade al protagonista della pellicola Man-soo, interpretato da Byung-Hun Lee, che pur di riprendersi la vita agiata che aveva in precedenza e che faceva vivere alla famiglia, accetta di compiere qualunque atto, anche di natura omicidiaria. Man-soo però è un assassino pasticcione, perché in realtà non lo è e quindi si arrabatta contro se stesso, un assassino ambivalente costretto dalle circostanze nonostante se stesso.

È un’opera che mette al centro la paternità - una paternità disposta a tutto per i due figli - e la famiglia. La moglie alla fine è complice del marito e le lezioni di violoncello della figlia ed il suo futuro sono posti in primo piano.

Non secondario è lo scenario post-umano che si prospetta, in cui l’Intelligenza Artificiale si sostituisce ai lavoratori, i robot alle persone e nei luoghi dove prima v’erano uomini e donne ora regna solo il silenzio ritmicamente interrotto dal ronzio artificiale delle macchine. Man-soo, pur di percepire di nuovo il suono della umanità, si mette cuffie che riproducono il vociare rumoroso della presenza lavorativa umana.

Fabrizio Giulimondi




lunedì 26 gennaio 2026

"PRENDIAMOCI UNA PAUSA" di CHRISTIAN MARAZZITI



Prendiamoci una pausa” di Christian Marazziti è una classica commedia all’italiana sull’amore, i problemi di coppia, le separazioni, i divorzi, gli adii, gli allontanamenti e, ovviamente, le “pause di riflessione”.

Non ci troviamo certamente dinanzi ad una commedia italiana degli anni ’50 e ’60 ma ad una ordinaria commedia dei nostri giorni, intrisa di politicamente corretto e di indottrinamento ideologico, dove, guarda caso, le uniche coppie felici e senza problemi sono quelle omosessuali (coppie di uomini, perché le apparizioni lesbiche sono trattate in modo futile e tranchant). Le crisi riguardano anche la propria “liquidità” e mi chiedo se la assunzione di coscienza di non essere gay ma eterosessuale, che ad un certo punto viene esplicitata da un personaggio della storia, non possa offendere il variegato mondo LGBT.

Una pennellata di altri tempi, quasi in bianco e nero, è rappresentata dalla coppia matrimoniale Giallini-Gerini, che si perdono e si ritrovano in un ballo “vecchio stile” durante i festeggiamenti per lo sposalizio della figlia, sposalizio compiuto in Chiesa (mi chiedo se sia poco inclusivo).

Il cast è tutto alla grande insegna del cinema italiano: dai volti noti (i già citati e bravissimi Marco Giallini e Claudia Gerini, Paolo Calabresi, Fabio Volo, Ilenia Pastorelli, Ricky Memphis, Lucia Ocone, Aurora Giovinazzo, Daniela Poggi, Simona Marchini e Alessandro Haber) a quelli meno noti o di nuovo conio come Gianluca Brundo, Jenny De Nucci e Rebecca Coco Edogamhe.

La pellicola, certamente scorrevole, manca di un autentico guizzo narrativo.

Fabrizio Giulimondi






venerdì 26 dicembre 2025

"BUEN CAMINO" di GENNARO NUNZIANTE con CHECCO ZALONE



Il sesto film con Luca Medici in arte Checco ZaloneBuen camino”, diretto dal suo regista storico Gennaro Nunziante (ad eccezione di “Tolo Tolo”), si smarca dal Checco “classico”, inserendo le tradizionali gag scorrette in un contesto maggiormente riflessivo.

La figlia di Checco (Letizia Arnò) intraprende il cammino di Santiago di Compostela come ricerca spirituale per fuggire dal modello di ricchezza esagerata e lusso sfrenato in cui il padre è immerso e che ostenta sfacciatamente.

La vis comica non politicamente corretta propria di Checco Zalone in questa pellicola è depotenziata, diluendosi nel cammino che egli stesso compie e che lo conduce a riavvicinarsi alla figlia abbandonando, così, i vecchi parametri.

Apprezzo gli aspetti religiosi inseriti nel tracciato del film e l’ex voto “molto caro” a Checco offerto alla Madonna affinché la figlia non ceda a orientamenti sessuali innaturali, certamente molto in voga in questa era.

Mi auguro che “Buen camino” abbia più spettatori di “Avatar- Fuoco e cenere” di James Cameron.

Fabrizio Giulimondi





domenica 21 dicembre 2025

“NORIMBERGA” di JAMES VANDERBILT

 


Norimberga” di James Vanderbilt è il terzo film hollywoodiano sullo storico processo (20.11.1945-1.10.1946) - svoltosi nella città tedesca di Norimberga (dove il 15 settembre 1935 fu varata la legislazione antisemita germanica) - che mise alla sbarra ventidue (un ventitreesimo si era suicidato prima del suo inizio e un altro ancora fu giudicato in contumacia) fra i più importanti gerarchi nazisti,  primo fra tutti il Reichsmarschall Hermann Göring, numero due del regime nazionalsocialista, Vice-Cancelliere del Reich e creatore della polizia politica segreta Gestapo.

Le due pellicole precedenti – con molti punti in comune – sono del 1961 (“Vincitori e vinti” di Stanley Kramer) e del 2000 (“Il processo di Norimberga” di Yves Simoneau).

Norimberga” è tratto dal libro del 2013 di Jack El-Hai "The Nazi and the Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of Minds at the End of WWII" e narra nel dettaglio il rapporto creatosi fra Göring (interpretato dal “gladiatore” – questa volta in versione malvagia e luciferina - Russell Crowe) e lo psichiatra che gli fu affiancato durante la detenzione (“Freddie Mercury” Rami Malek).

La icastica locuzione adoperata da Hannah Arendt “la banalità del male” riferita ad Adolf Eichmann, può essere, mutatis mutandis, applicata ad Hermann Göring, il cui fascino sottilmente penetra l’intelletto dello strizzacervelli Douglas Kelley.

La didascalica narrazione cineastica coinvolge e convince lo spettatore, per interpretazione e contenuti, comunicazione verbale e specie non verbale.

Indubbiamente di grande suggestione artistica sono le punteggiature in bianco e nero di pochi secondi che ritraggono il Tribunale internazionale (composto da giudici statunitensi, britannici, francesi e sovietici) in modo estremamente simile alle immagini di repertorio del tempo.

Peccato per due sbavature: una di natura ideologica che vede un insulso attacco – non troppo sotterraneo – a Papa Pio XII; l’altra di ordine storico, collocando le impiccagioni dei dodici condannati a morte il 1° ottobre 1946, mentre sono avvenute la notte fra il 15 e il 16 ottobre 1946, in attuazione delle sentenze emanate la notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1946.

La scena delle impiccagioni (volute al posto delle fucilazioni dai componenti sovietici del Tribunale) è indubbiamente carica di pathos tragico nella loro crudezza e verosimiglianza.

L’interrogativo posto da Göring al “suo” psichiatra, seppur rivolto da un “demonio”, umano solo nelle sue apparenze esteriori, rimane a galleggiare nella sala: con quale “forza morale” chi ha fatto vaporizzare centinaia di migliaia di civili giapponesi a Hiroshima e Nagasaki giudica gli altri? Con quale parametro sono giudicate le camicie brune da chi, come gli stalinisti, adoperano metodi molto simili a quelli hitleriani?

L’opera rifugge la mostrificazione delle Croci Uncinate per evitare di renderle diverse da noi e far pensare ai posteri che è stata una “unica” irruzione della demonologia della storia. È proprio la storia ad insegnare che questi “mostri” sono in mezzo a noi, vivono di noi e con noi, noi possiamo collaborarvi consapevolmente o inconsapevolmente e potremmo esserlo noi stessi senza saperlo, non essendosi ancora verificate le condizioni perché la nostra “monstrità” si palesi.

Il film di James Vanderbilt ci fa riflettere sul se nel recentissimo periodo pandemico non stava avvenendo, con altre forme e modalità, qualche cosa di simile, nell’odio sociale e di Stato nei confronti dei c.d. “No-Vax”.

Un ultimo appunto può essere di interesse degli studiosi di diritto e si collega nel preambolo del film alla figura della Pubblica Accusa rappresentata dal giudice Robert H. Jackson (Mike Shannon): la necessità di individuare la base normativa, giurisprudenziale e dottrinale, unitamente ai principi sovranazionali, su cui costruire gli organi giudicanti e inquirenti insieme alle regole processuali e le prescrizioni sostanziali penali.

Il film, semplice e complesso nello stesso tempo, da vedere e far vedere segnatamente alle scolaresche, ci impone di meditare al di là di schemi precostituiti, costringendoci ad una doverosa e, direi, fatale attualizzazione del racconto.

Fabrizio Giulimondi




mercoledì 17 dicembre 2025

“VITA PRIVATA” di REBECCA ZLOTOWSKI



Vita privata” di Rebecca Zlotowski è una pellicola cervellotica e complessa di non facile lettura in cui psichiatria, psicoanalisi, metempsicosi e la complessità dei rapporti fra madre e figli, fra coniugi e fra psichiatra e pazienti si intrecciano in modo arzigogolato e confuso. La indubbia bravura di Jodie Foster nei panni di una psichiatra che non ascolta i propri pazienti, limitandosi a registrarne le sedute, non sblocca la lentezza dello sviluppo narrativo. Il suicidio di una donna seguita dalla Foster (Virginie Efira) costituisce il punto cruciale della storia che porterà ad un cambio di approccio terapeutico e, di rimando, anche esistenziale di Lilian Steiner.

Fabrizio Giulimondi




martedì 18 novembre 2025

"IL MAESTRO" di ANDREA DI STEFANO

 


Il maestro” di Andrea Di Stefano è un film forzatamente drammatico che parte certamente da uno spunto interessante, per essere però strutturato e sviluppato in modo scarsamente appagante per un pubblico esigente, specie se un attore del livello di Pierfrancesco Favino - che ricopre le vesti della figura cardine della storia, Raul Gatti - non riesce a dare un valore aggiunto alla pellicola.

Raul Gatti è una vecchia gloria del tennis caduto in disgrazia dopo l’abuso di droghe, alcol e donne.

Felice Milella è un tredicenne (Tiziano Menichelli) a cui il padre Pietro (Giovanni Ludeno) ha fatto credere di essere un potenziale campione del tennis, imponendo alla moglie e all’altra figlia sacrifici immotivati.

Raul diviene il maestro di Felice, due mondi inconciliabili per età, origini familiari e modo di concepire la vita.

Il racconto rotea intorno all’idea che il fallimento faccia parte della vita e vada accettato, comprendendo i propri limiti e l’inutilità del perseguimento di sogni che non hanno alcun aggancio con la realtà.

Ribadisco: l’idea è senza dubbio buona ma il Regista avrebbe dovuto costruirla in maniera diversa, anche perché lo stesso Favino ne esce svilito nella propria indubbia bravura.

Fabrizio Giulimondi



sabato 15 novembre 2025

"ANNA" di e con MONICA GUERRITORE



Film intenso, struggente, malinconico, commovente, a tinte variegate, “Anna”, di e con Monica Guerritore, ripercorre a macchie di leopardo la vita della immensa Anna Magnani, magnificamente interpretata da Monica Guerritore.

Più che la narrazione esistenziale della Magnani, la pellicola racconta le emozioni, i sentimenti, il volto, le “rughe”, gli sguardi della grande attrice romana. Il suo Popolo era quello di Roma: lo stagnaro, il netturbino, il vetturino, il pizzardone, la prostituta, il bottegaio, il fruttivendolo. Sono costoro che le teneva compagnia la notte, lei nottambula incallita. Erano coloro che la vedevano girovagare per le strade vuote, silenziose e incantevoli della Roma degli anni ’40, ’50 e ’60, loro che stavano sotto la finestra di Nannarella mentre moriva.

Palma d’oro a Cannes nel 1946 con “Roma città aperta” di Roberto Rossellini, per il quale provò per tutta la vita una inestinguibile fiamma di amore, un amore tragico e intramontabile.

Premio Oscar nel 1956 per “La rosa tatuata” di Tennessee Williams, che non le portò fortuna.

Una figura drammatica, sofferente, con un figlio poliomielitico lasciato spesso solo in una clinica di lusso.

Anna, sempre insoddisfatta e in contrasto con se stessa, i produttori e i registi.

Romana sanguigna e verace, la Magnani ha incarnato la vera Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini.

Fellini, De Sica, Totò, Carlo Ponti, Moravia, Montanelli, la rinuncia a “La ciociara”, il più fervido mondo culturale e cinematografico italiano.

Poi, il teatro con Zeffirelli e la sua Medea, che incarnava scenicamente il profondo e incessante dolore interiore della Magnani e, con Medea, la morte.

Una parte di Anna Magnani ve la porterete a casa.

Fabrizio Giulimondi  



giovedì 13 novembre 2025

"LA VITA VA COSÌ" di RICCARDO MILANI

 


La vita va così” è un bel film di Riccardo Milani anche se ideologicamente orientato. Attori di grande caratura come Diego Abatantuono (ricco, imprenditore edilizio e per giunta di Milano, fatalmente “cattivo”); Aldo Bagio senza Giovanni e Giacomo, che passa da “cattivo”(mentre lavorava per l’impresa edile) a “buono”, quando prende contezza della importanza di lasciare nel godimento della comunità locale una spiaggia paradisiaca nel sud della Sardegna, invece di fornire alla stessa Terra  2500 posti di lavoro, più l’indotto; Virginia Raffaele, figlia e grande sostenitrice del pastore sardo protagonista delle vicende, sarda orgogliosa e verace che ritiene più utile lasciare fratelli, nipoti, amici e compaesani in gravi disagi economici e lavorativi piuttosto che accettare dodici milioni di euro; Geppi Cucciari, giudice sarda che si intrattiene senza alcun problema a dialogare con la parte ricorrente (il pastore sardo) prima di emettere la sentenza (quindi già scritta), si accompagnano ad attori neofiti al pari di Giuseppe Ignazio Loi, vero pastore sardo sino all’età di 84 anni quando è stato scoperto dal regista, interprete di Efisio, ossia Ovidio Marras, realmente esistito, deceduto nel gennaio 2024 e che ha combattuto una battaglia ventennale – vincendola -  contro una grande impresa edilizia che voleva costruire un resort in quella zona.

Efisio è un personaggio straordinario, autentico, granitico, irremovibile nel suo “No!” anche quando per anni si trova non solo tutto il suo paese contro ma anche parte della propria famiglia. Quella straordinaria bellezza naturale non deve essere goduta da pochi e per arricchire taluni ma deve essere a disposizione di tutti.

Il ballo finale che coinvolge l’intero paese e ogni singolo attore al ritmo di armonica è molto molto “acchiappante”.

Una sola domanda conseguente al problema che ricorre per tutta la durata del film, ossia la fuga di giovani e meno giovani dalla Sardegna: ma se è visto come bieco capitalismo l’impresa che porta 2500 cittadini del posto ad essere assunti, oltre l’indotto, quale altra soluzione si può adottare? Sicuri che il “No!” orgoglioso, indomito, coraggioso e carico di dignità di Efisio non nasconda l’egoismo di un vecchio disinteressato alle sofferenze e ai notevoli disagi dei suoi compaesani?

Fabrizio Giulimondi




martedì 11 novembre 2025

"CINQUE SECONDI" di PAOLO VIRZÌ

 


Cinque secondi” di Paolo Virzì artisticamente e contenutisticamente è di altissimo livello. Narrazione e recitazione si abbracciano trascinando lo spettatore in una storia profonda e densa di significati. Ogni fatto raccontato ha più risvolti non esistendo una sola interpretazione, perché la realtà è molto più complessa della superficialità con cui gli occhi talora la guardano.

Valerio Mastandrea nei panni di Adriano è semplicemente straordinario e assomma in sé la tragicità della moltitudine di aspetti che compongono un essere umano, una sofferenza e un dolore che sovrastano anche la sua ex moglie (Ilaria Spada) e che non le fanno vedere ciò che si cela dentro il marito.

Il gruppo di hippie laureati – naturisti e superficiali - avvicinano di nuovo Adriano alla vita dopo essere precipitato in uno stato sociopatico.

Profondamente umano è Adriano che, surclassando l’ideologia che cancella la figura paterna, manifesta la sua paternità non solo con il figlio Matteo ma anche con Matilde (Galatea Bellugi), contessina e capetta, incinta di un “patriarcale” ragazzo dei “figli dei fiori”.

Le dichiarazioni spontanee di Adriano nell’aula del tribunale rapiscono il pubblico, che non è più in sala ma dentro lo schermo.

Sullo sfondo della campagna toscana – a parte la allegra compagnia sessantottina di viticoltori– tutti vivono un dramma personale e la parrucca bionda di Giuliana (Valeria Bruni Tedeschi) nasconde altro come il suo cuore desidera altro.

È un film sui padri in un’epoca storica in cui vengono quotidianamente demoliti.

Il finale appare chiaro, ma in realtà non lo è, perché l’essere umano prima di essere formato di membra costituisce una dimensione spirituale carica di mistero.

Fabrizio Giulimondi