“La scomparsa di Josef Mengele” del
regista russo Kirill Serebrennikov,
tratto dall’omonimo romanzo del francese Oliver Guez, è un film in chiaro-scuro
come le tinte che dominano la pellicola, con rari sprazzi a colori.
Certamente
Serebrennikov poteva osare di più
nel far comprendere agli spettatori di quali indicibili orrori si è macchiato l’”Angelo
della Morte”, il “Medico di Auschwitz” (interpretato dal “nomade” August Diehl), morbosamente e
criminalmente attratto dallo studio dei fratelli gemelli monozigoti, che
trattava come “materia inerte”.
Il
Regista ha voluto concentrarsi sulla paranoia che avvinghiava Mengele di essere
catturato dal Mossad, specie dopo il sequestro di Eichmann nel 1960. Mengele viene
raccontato lungo gli anni, dai tempi dei fulgori del nazionalsocialismo sino
alla vecchiaia, vissuta da solo, povero, abbandonato e disprezzato anche dal
figlio che aveva scoperto chi egli fosse e di quali aberrazioni si era
macchiato. Il decesso è stato naturale, cosa che un poco dispiace.
Serebrennikov ha
dichiarato che la sua opera vuole essere un vaccino contro futuri orrori: temo
che il passato e la cronaca attuale lo abbiano già smentito.
La
lingua tedesca, portoghese e spagnola, espressione dei luoghi di fuga del
criminale, forniscono un ulteriore tocco di autenticità e veridicità.
Fabrizio Giulmondi
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