Paolo Sorrentino è
indubbiamente uno dei più eleganti e raffinati registi del cinema italiano,
affermatosi anche sullo scenario internazionale con il Premio Oscar 2014 a “La
Grande Bellezza” come Miglior Film Straniero.
La
nuova opera “La grazia” conferma certamente
l’affascinante linea artistica e creatrice del grande cineasta partenopeo.
Il
fido attore Toni Servillo questa
volta ricopre le vesti di un Presidente della Repubblica, rigoroso (detto “cemento
armato”) e autenticamente cattolico, durante il semestre bianco, affiancato da
una figlia fine giurista (anche più del padre), caparbia e sua affettuosa
tiranna (Anna Ferzetti).
Entro
ambienti quirinalizi maestosi e fascinosi sono cinque i temi intorno ai quali
rotea la narrazione: la firma presidenziale ad un disegno di legge governativo
sull’eutanasia, due domande di grazia in qualche modo correlate al fine vita, Aurora
- l’amata moglie morta otto anni prima - e il suo presunto tradimento.
Di chi sono i giorni?
Bisogna essere così pervicaci nella
ricerca della verità?
Il diritto è prospetticamente vicino o
lontano dalla realtà?
Il
Ministro della giustizia (Massimo
Venturiello) volteggia nelle austere stanze intorno al Presidente, al pari
di un rapace che, puntata la preda, cerca di ghermirla.
Di chi sono i giorni? A chi appartengono? Di
chi è la vita?
Il
Papa è nero (diversamente da “The Young Pope”), con capelli lunghi, orecchino e
moto-dotato, ma non fatevi trarre in inganno dall’aspetto: non è un Pontefice
progressista, tutt’altro.
L’amore
indimenticato e indimenticabile per la moglie Aurora è aurorale.
I
simbolismi sorrentiniani si sono ritratti come il mare dalla spiaggia. Non
siamo dinanzi a “Youth”, alla “Grande Bellezza” o a “Parthenope”. I simboli
sono più rarefatti, meno marcati e meno eccessivi, sicuramente maggiormente
comprensibili: il vento gagliardo, il robot-cane che precede il Presidente e la
sua scorta, il cavallo morente e sofferente.
La
critica d’arte Coco Valori (Milvia
Marigliano) punteggia il film con la sua intelligente sofferenza e comicità,
mentre le musiche house e tecno ritmano l’incantevole fotografia scenica
di Daria D’Antonio.
Rimaniamo
in attesa di altri premi nazionali ed internazionali.
Fabrizio Giulimondi
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