“Leadership
Generazionale dalla A alla Gen Z” (Davide
Falletta Editore) di Stefano Di
Benedetto è una intuizione che si è fatta scrittura e, quindi, saggio.
Quattro generazioni che possono e
debbono convivere nella stessa unità spazio-temporale, il luogo di lavoro.
Quattro generazioni che si sono
sviluppate nel tempo in modo diversificato, modificando anche radicalmente la
concezione del lavoro - visto non più in
senso zaloniano - e dei propri spazi personali.
Quattro generazioni che hanno
cambiato la relazione con il mondo esterno grazie all’avvento della rivoluzione
digitale e l’irruzione dei social
nelle loro esistenze.
Senior (i c.d.
Boomer), Millenials, Generazione X e Generazione Z costituiscono l’ossatura
di una diversa modalità di percepire la professione e la realtà.
La domanda se siano le diverse
dinamiche lavorative e la nuova filosofia che vi sottende ad aver cambiato via
via le generazioni, oppure siano quest’ ultime ad aver mutato l’essenza dell’impegno
remunerato, è di pari grado al quesito se sia nato prima l’uovo o la gallina, ma
certamente Di Benedetto, con la sua nuova
fatica letteraria, cerca di dare soluzioni concrete ed appetibili alla massima
valorizzazione del contributo che tutte e quattro le generazioni procurano al
prodotto finale.
Ogni apporto manuale o intellettuale
è necessario e prezioso per la conclusione favorevole di qualsiasi tipologia di
esercizio professionale: “Il più grande
errore che mi sono reso conto fanno le aziende, è che non ti evidenziano l’importanza
e la funzionalità del tuo ruolo. Non ti fanno vedere qual è il tuo reale
apporto, piccolo o grande che sia, nel raggiungimento di determinati risultati aziendali.
E questo è frustante.” (Bernardo Panichi).
Il libro è costellato di interviste a
grandi capi di azienda di primaria importanza nazionale ed internazionale e ai grand commis, in virtù delle quali
vengono date chiavi di lettura di particolare interesse, specie nel tentativo
di comprendere l’arcano, ossia come far andare d’accordo le quattro generazioni
all’interno dello stesso luogo di lavoro.
Il Senior è la bussola e il giovane Millenial, X o Z il
maratoneta. Non contano solo le hard
skill (le competenze tecniche stricto
sensu) ma anche e, talora soprattutto, le soft skill (le capacità analitiche, individuali e relazionali).
Le pagine su cosa siano l’esperienza
ed il fallimento sono di grande forza, impegnative ed incisive allo stesso
tempo:” L’esperienza si misura nella capacità
di apprendere, di leggere per tempo i trend, di adattarsi, di restare curiosi
anche dopo vent’anni nello stesso ruolo … Quando l’errore è vissuto come una
macchia indelebile, ogni passo rischia di diventare paralisi. Eppure il mercato
del lavoro non aspetta. Cambia, spinge, seleziona chi osa. E allora, che fare?
Il compito dei leader oggi è ribaltare questa dinamica. Rendere l’errore una
parte legittima del percorso, non un incubo da evitare. In un ambiente sicuro,
l’errore smette di essere un fallimento e diventa un esperimento.”.
Fabrizio Giulimondi
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