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martedì 11 marzo 2025

"LA RAGAZZA DELLO SPUTNIK" (1999) di MURAKAMI (EINAUDI SUPER ET)

 


La ragazza dello Sputnik” (1999) dell’immenso scrittore nipponico Murakami (Einaudi Super ET) si inserisce in pieno nello stile letterario del realismo magico di Gabriel García Márquez.

La ragazza dello Sputnik” è un romanzo in cui la sensualità percorre come corrente elettrica tutte le trame del racconto, facendo vibrare i personaggi di una luce lunare che irradia ogni contorno nascosto delle loro personalità. Nessuno è una persona sola ma tutti hanno un lato illuminato dai raggi solari riflessi dalla Luna e un lato immerso in una oscurità misterica ed intrigante: “Davanti a me si apriva un’oscurità senza fondo, dietro di me c’era un mondo pallidamente illuminato … Rimasi sotto l’assedio della Luna, della forza di gravità, dell’agitazione nell’atmosfera … La luce della Luna distorceva i suoni, dissolveva i significati e seminava dubbi.”.

La musica classica traccia un luogo immateriale ed invisibile dove si incontra chi c’è con chi non c’è pur essendoci come fumo che si scioglie nel vento.

Quale è la differenza fra segno e simbolo?

Murakami accarezza l’animo del lettore lasciandolo nella eterea incertezza poetica di un finale senza tempo né spazio, immaginifico e sognante, un finale della stessa sostanza della sabbia che confonde l’orizzonte del deserto con il cielo bruno-rossastro, cielo esso stesso deserto, cielo esso stesso sabbia con venature ocra.

Ma dentro di me qualcosa era bruciato, e non esisteva più. Era scorso del sangue. Qualcuno, qualcosa che era dentro di me se ne è andato. La faccia nascosta, senza una parola. La porta si è aperta, la porta si è richiusa. La luce si è spenta. Questo è l’ultimo giorno per la persona che sono. Il mio ultimo tramonto. Spuntata l’alba, il me di adesso non ci sarà più. Nel mio corpo entrerà un altro.”.

Fabrizio Giulimondi

martedì 13 dicembre 2022

"IL MALE CHE GLI UOMINI FANNO" di SANDRONE DAZIERI (HarperCollins)

 


Chi ama il thriller infarcito di serial killer, ragazzine scomparse, sequestrate ed uccise, tensione, suspence, azione, capovolgimenti di trama e di situazione, coupe de theatre, scene mozzafiato, è tempo che si legga l’ultimo romanzo di Sandrone DazieriIl male che gli uomini fanno” (HarperCollins).

Oggi e Ieri. Due donne: Francesca e Itala, un avvocato pieno di rimorsi e una poliziotta piena di “peccati”. Non sono unite da nulla salvo dal tempo e da una lunga scia di sangue. La polizia penitenziaria irrompe in un racconto giallo e ne diventa protagonista.

Non fatevi ingannare dalle apparenze, nulla è come sembra. Non distraetevi, pensate a leggere.

Il Male da sempre esercita un fascino irresistibile sull’essere umano e, in modo ancor più possente, qualora il Male sia incarnato da un omicida seriale.

Con Baudelaire l'arte rivendica il diritto a trattare il brutto anche nella sua forma più estrema, quella del disgustoso. Già Aristotele si era posto la domanda sul perché nell'arte ci attrae ciò che nella vita ci spaventa o ci ripugna. Il Male è una calamita per gli uomini la cui esistenza si nutre del permanente contrasto fra malvagità e bontà. La vita umana è una sempiterna scelta fra il Bene ed il Male, la cui linea di confine non è sempre così marcata, nitida, netta. C’è chi somministra dolore pensando di giungere in tal modo a ciò che è benigno.

La mente non è un unicum ma una realtà misteriosa ed inestricabile, non dominata affatto dall’uomo, che corre il rischio di ingannarsi qualora pensasse di sapersi gestire compiutamente.

Dazieri insinua la narrazione nei pertugi abominevoli del nostro animo, mostrando agli occhi del lettore cosa siamo capaci di fare.

 

Fabrizio Giulimondi

sabato 19 novembre 2022

“SCONTENTI. PERCHÉ NON CI PIACE IL MONDO IN CUI VIVIAMO” di MARCELLO VENEZIANI (MARSILIO NODI)








Scontenti. Perché non ci piace il mondo in cui viviamo” di Marcello Veneziani (Marsilio Nodi) è in qualche modo il secondo tempo di “La cappa”. L’energia cinetica non si era ancora dispersa, non aveva perso di potenza, la bellezza era in moto, in ansia di poter prorompere dalla penna del filosofo pugliese.

Nel tempo dell’apparire, dell’eterna giovinezza e dell’ossessione per l’autodeterminazione dei capricci personali elevati a diritti umani universali, la scontentezza fiorisce come un balsamo venefico fra le pieghe di un “Io” divinizzato.

L’essere umano è in permanente mutazione, esiste e persiste in costante conflitto con la Natura con cui ha ingaggiato una lotta per sostituirla con sempre nuove “non-identità”.

L’essere umano si fabbrica come soggetto mutante, oggetto dei propri desideri volti a plasmarlo sempre in qualche cosa di diverso, in un ansiogeno smarcarsi dalla sua impronta primigenia. La Natura è sostituita dall’ecosistema, l’egocentrismo si trasforma in eco-centrismo.

L’uomo è responsabile di ogni nefandezza e si è messo al bando per essere governato dalle sue vittime: l’Ambiente inclusivo ed animalista.

La scontentezza è ciò che qualifica e aggettiva l’uomo d’oggi o, forse, costituisce il carattere coessenziale della sua natura innata.

Rimanere legati alla propria memoria è uno dei più gravi peccati civili che possa essere compiuto: “Guy Debord notava: «Si sono tolte alle persone tutte le certezze fisse delle quali vivevano e si è anche sottratto e materialmente mutato, nel loro ambito effettivo, tutto ciò che conoscevano e credevano». In questo modo, concludeva, non li hanno resi più liberi; al contrario, sono più schiavi del loro scontento.

Dopo aver coltivato l’alienazione intorno a lui l’uomo si è industriato per alienare se stesso: il corpo gli è dato, gli è disposto, gli è imposto, intollerabile argine alla propria divina libertà. Alienarsi e sradicarsi sono gli ultimi atti per affermare l’”Io” creatore, non succube di nessuno se non delle proprie passioni transitorie, novello Prometeo che ruba il fuoco per donarlo al suo Ego. Dal sistema tolemaico si è passati a quello copernicano per approdare al modello “selficentrico”: l’essere umano gira intorno a se stesso in un vortice asfittico di scontentezza, moderna accidia libera da ogni insopportabile lacciolo morale, etico e religioso.

Il desiderio si costruisce come soggetto e l’individuo ne è l’oggetto. Il desiderio si sostituisce a Dio, agli Dei e al Mito, rompe gli argini e si fa norma indiscussa, incontrovertibile e incontrastabile. Nel desiderio dover essere ed essere coincidono.

Veneziani a questo punto palesa la sua blasfemia: “L’uomo non è il signore dell’universo, la nostra vita non è assoluta e perenne; riduciamo le pretese e i desideri, recuperiamo il senso del limite, accettiamo il destino con amor fati.”.

Il transitorio rimuove le radici e rende la persona fluttuante e priva di orizzonte. Riscoprire il senso dell’Assoluto e dell’Eterno, del Tempo e dello Spazio, di noi come figli non di una incolore ripetitività ma discendenti di  quella Umanità che ha fecondato un futuro fatto di scoperte e meraviglie, e non solo infarcito di catastrofi e tragedie. La paura priva l’uomo del suo domani, rendendolo piccolo dinanzi alle sfide che lo attendono, “in sintonia con fonti a noi superiori e meno transitorie di noi; la tradizione, la trascendenza, la comunità, i legami, l’amore.”.

Fabrizio Giulimondi

 

 

sabato 9 luglio 2022

"I BAMBINI SILENZIOSI” di PATRICIA GIBNEY

 


Lo schema narrativo del thriller è rispettato in pieno, con innesti di pedo-crime che risentono delle nazionalità irlandese della Autrice, Patricia Gibney, che si cimenta nel suo ennesimo romanzo giallo con al centro dell’azione la detective Lottie Parker: “I bambini silenziosi” (Newton Compton editori)

La tensione emotiva è costante ed inizia sin dalle prime battute del libro. L’atmosfera costantemente in allarme non fa mai sentire il lettore sicuro. I dialoghi serrati danno un tempo rapido alla narrazione che precipita sul finale – e non potrebbe essere altrimenti- in un ritmo elevato. Le pulsazioni cardiache crescono mentre le storie, inizialmente scisse, si incastonano l’una con l’altra, in modo scoppiettante, dentro un mosaico di psicopatia criminale e fanatismo religioso.

La punteggiatura del racconto è espressa dalla voce oscura del pluriomicida che funge da voce narrante: “Nessuno si è preso la briga di guardarmi. Nessuno sapeva chi camminava tra loro. Ero invisibile agli occhi di tutti. Ma non per molto.

Sto venendo a prenderti.”.

I mostri sono fra noi, si occultano vestendo manti di bigia normalità. Poi uccidono, perché è di questo che si nutrono, della morte dell’altro per saziare il loro appetito infernale.

Io uccido per salvarti l’anima.

 

Fabrizio Giulimondi

lunedì 27 giugno 2022

DIVORZIO DI VELLUTO di JANA KARŠAIOVÁ


Ci sono espressioni che portano in sé l’atmosfera del periodo storico, sono testimonianze degli schemi mentali che sì, proprio come dici tu, Mirka, dopo un po' scompariranno”.

Quanto la lingua determina il flusso della storia e porta divisioni, scissioni e nascite di nuovi stati! I cechi e gli slovacchi, due popoli, due nazioni, due idiomi: il 1º gennaio 1993 la Cecoslovacchia partorisce la Repubblica ceca e la Slovacchia. Il linguaggio trasforma un cittadino in straniero: i cechi in Slovenia e gli slovacchi nella Repubblica ceca.

Le storie raccontate in “Divorzio di velluto” (Feltrinelli) dalla scrittrice di Bratislava Jana Karšaiová si inseriscono in questo frangente della storia, sono forgiate dal fuoco dello shock di una separazione voluta dai governi ma probabilmente non da quelle comunità.

Gli amori, i sentimenti, le lontananze, le tinte scure che connotano gli animi dei personaggi, quasi tutti al femminile, sono il sottofondo, lieve o fragoroso, di quel momento dettato dalla fine dell’impero sovietico.

I pensieri e gli stati interiori sono sopiti, come piedi poggiati sulla moquette. Il romanzo non narra presenze, ma solo assenze, distanze fisiche e mentali. Ciò che non si ha e non si è incarna il vero tessuto del racconto.

Lei non viveva i dolori in quel modo, li seppelliva, non sapeva come fare altrimenti”.

Le stesse città fungono da ambientazione confuse in un veloce movimento di donne e uomini che si spostano dall’una all’altra senza soluzione di continuità: Praga, Bratislava, Verona, Bologna….e sullo sfondo una lontana America.

Le persone sono solo in apparenza in un luogo perché in realtà sono altrove, con i loro corpi ed i loro pensieri. La Karšaiová riempie gli spazi ed il tempo di spazi e di tempi che sono in altri luoghi e in altre epoche. La fisicità non vuole dire esserci: le menti e gli spiriti non sono lì ma in cerca di qualche cosa che i personaggi non riescono ad afferrare. La separazione non è stata solo politica ed istituzionale ma dentro le comunità, le famiglie, le persone.

I loro figli non avrebbero smesso di intrecciarsi, di cercarsi, specchi di loro stessi, a volte innamorati, a volte indifferenti, ma intenzionati a guadagnarsi il proprio posto nel mondo”.

Fabrizio Giulimondi

PS Nonostante l’autrice non sia italiana, il lavoro ha potuto partecipare (poi escluso in uno degli stadi della selezione) alla competizione per il Premio Strega 2022.


 

domenica 1 agosto 2021

"I SETTE KILLER DELLO SHINKANSEN" di ISAKA KŌTARŌ



Aveva gettato in una disperazione ancora più profonda un uomo già disperato di trovarsi di fronte alla morte. Non era da tutti, e Ōji se ne gloriava.”.

Il celebre scrittore crime nipponico Isaka Kōtarō è arrivato nelle librerie di tutto il mondo con “I sette killer dello Shinkansen” (Einaudi), “giallo” claustrofobico, surreale e introspettivo.

La storia corre in equilibrio lungo una corda come un funambolo, è una narrazione funambolica quella che compie l’Autore del Sol Levante, fra incisività e, almeno apparenti, ingenuità.

Il racconto è ambientato dentro un treno-proiettile giapponese e si struttura in un movimento conseguenziale di fermoimmagine che compaiono e scompaiono come un convoglio che appare e scompare fuori e dentro una galleria.

La forma è quella del thriller ma, in realtà, è un breve trattato di sociologia e sulla psicologia di massa e le tecniche manipolatorie delle coscienze. Kōtarō compie una disamina puntuale sulla malvagità umana e sulla sua autogiustificazione, analizzandola ad uno stadio che rasenta la purezza. Tutto nasce da questa domanda: “Perché non si può ammazzare a piacimento un essere umano? L’origine è il genocidio del Ruanda del 1994 per giungere, con il bisturi dell’arte letteraria simile a quella di Baudelaire, a penetrare dentro un’anima putrefatta, l’anima di un ragazzino di 13 anni.

Il libro è un diesel e si muove in maniera pachidermica acquisendo energia e motilità solo nell’avanzare della lettura.

Spunti di immenso interesse e palese attualità emergono dalle pagine del romanzo: alle persone non viene tolta la libertà ma sono esse stesse che se la fanno sottrarre convinte di non poter fare altrimenti.

Io adoro che in questa maniera la gente finisca sotto il controllo di un grande potere.  Cadendo nella trappola della necessità di giustificarsi e difendersi, le persone procedono naturalmente in una certa direzione. Osservare questo fenomeno per me è divertentissimo. Sarebbe il massimo avere in mano quel potere di controllo, non credi? Massacri come in Ruanda, incidenti dovuti agli ingorghi stradali…se ne avessi la capacità, potrei causarli io stesso.

-         Manipolando l’informazione, intendi?”

 

Fabrizio Giulimondi


domenica 11 aprile 2021

“LA LEGGENDA DI FIORE” di MARCELLO VENEZIANI (MARSILIO)



Si può recensire un’emozione?

Si possono recensire sentimenti che si affastellano alla rinfusa senza poterli più governare, né controllare, né porvi freni o rimedi?

La leggenda di Fiore” di Marcello Veneziani (Marsilio) è la valle dove confluiscono i tanti lavori di Veneziani che, a mo’ di fiumi carsici, trasudano dalla terra al ridosso della vallata per riempirla con una intramontabile bellezza dalle sembianze di un lungo racconto. Una narrazione per simboli e metafore che assumono la forma di parole che, imbarcazioni immaginarie, trasportano pensieri resi visibili dal linguaggio della poesia e della prosa: la poesia sfuma in prosa e, solitarie compagne di viaggio, si confondono nell’idioma filosofico occhieggiante la teologia. “La leggenda di Fiore” è una creatura mitologica, autobiografica nella intimità, alchemica nell’approccio, mistica e misterica nel contenuto, contemplativa, eremitica, sciamanica e melodiosa, onirica e favolistica nell’orizzonte. L’Autore verga un viaggio geo-religioso in cui non lo spazio ed il tempo, ma la spiritualità e l’”Altrove” guidano Fiore. Veneziani è il cantore della profondità e della ricerca, degli interrogativi che costituiscono la vera trama del romanzo come nodi di un tappeto persiano, pressanti e incessanti, vividi come il rosso acceso che tinge i petali dei gladioli, pugni diretti allo stomaco, richiamanti altri interrogativi e altri ancora, florilegio di bozzetti che non si trasformeranno mai in pittura essendo essi stessi, nella loro finitezza, minuscole opere d’arte.

La leggenda di Fiore” è una storia di Maestri e figli e di padri e discepoli, fra Gibran e Tolkien, dove fiere dantesche accompagnano Fiore, novello Ulisse, Marco Polo dei giorni nostri, mentre ingaggia un viaggio metafisico fra Occidente e Oriente che si incrociano, al termine, nella Terra di Mezzo, luogo nel quale Est e Ovest si sciolgono e si fondono.

Un lungo dolce addio dal quale la morte sboccia dopo la vita come un fiore muta in frutto, ben consapevole Fiore che la morte non è il futuro ma solo il passato, ergendosi dinnanzi a sé, maestosa, luminescente, un’altra vita.

Viaggiava da Oriente a Occidente, sempre nel Sud, come a tracciare una geografia dello spirito sottratta agli eventi, alle guerre, agli imperi, agli stati; dove i luoghi non erano schiavi dei tempi, agli angoli estremi del pianeta, dove era possibile conoscere la verità nuda e indifesa delle cose.”.

Fabrizio Giulimondi

 


martedì 23 marzo 2021

"PRONTUARIO DEL CONSIGLIERE COMUNALE" di FRANCESCO PETROCCHI

Prontuario del consigliere comunale. Guida per orientarsi negli enti locali - Francesco Petrocchi - copertina

"E proprio a chi amministra ancora con coraggio, competenza e onestà e a chi lo farà in futuro, voglio dedicare questo libello.".

L'idea di Francesco Petrocchi di dare alle stampe un manuale teorico-pratico in una materia così poco indagata, quanto ostica, come quella ogni giorno maneggiata da amministratori e consiglieri comunali, sindaci e assessori, mi pare non solo intelligente ma molto utile. Gli operatori dei territori ogni giorno affrontano questioni estremamente complesse e di non poco momento, che originano dal diritto costituzionale, per attraversare quello amministrativo in tutte le sue più variegate articolazioni e, infine, terminare in quello degli enti locali.

Il taglio non solo è teorico e pratico ma lo scritto è permeato della esperienza dell'Autore che, nello stendere il "Prontuario del consigliere comunale" (Historica-Giubileo Regnani editore) ha infuso le sue emozioni, la propria passione politica, il personale ira et studium.

Il linguaggio è agile e gli slanci eruditi sono gradevoli. riuscendo a sottolineare con vigore alcuni passaggi resi così particolarmente efficaci.

Petrocchi sembra dire "È tornata di moda la competenza ed io vi fornisco uno strumento per esserlo ancor di più": l'onestà è la precondizione per un uomo delle Istituzioni, ma, sia chiaro, la preparazione è la condizione necessaria ed imprescindibile.

L'Autore, da uomo ben radicato nella politica e nei luoghi ove essa si esercita, ne conosce le fragilità umane, a partire dalla vanità: (Max Weber) "L'uomo politico deve dominare in sé stesso, ogni giorno e ogni ora, un nemico del tutto banale e fin troppo umano: la vanità....".

È un testo che non solo dovrebbe essere letto, quasi obbligatoriamente, da chiunque abbia in animo di avvicinarsi in modo professionale ai luoghi delle amministrazioni municipali - ancor di più se già vi è dentro -, ma anche dal quisque de populo che ne potrebbe rimanere affascinato: "Siamo la Nazione dei mille campanili. E in ogni comune è custodita la traccia della identità e del sentimento italiani. In ogni comune è passata la storia e la civiltà. E i sindaci, gli amministratori delle migliaia di città e di borghi, le cui strade sono segnata dalle vestige valorose dei nostri progenitori, si assumono la rappresentanza di un frammento, più o meno grande, di quella identità, di quella storia, di quella incrollabile bellezza.".

Fabrizio Giulimondi

venerdì 19 marzo 2021

"LA CITTÀ DI VAPORE" di CARLOS RUIZ ZAFÓN

 


È uscita postuma “La città di vapore” (Mondadori), l’ultima opera dell’immenso autore iberico Carlo Ruiz Zafón, morto lo scorso anno.

Zafón è letteratura pura.

Zafón è architettura barocca che si fa linguaggio e inchiostro.

La città di vapore” è una summa di storie tinte di mistero, imbevute di gotico, in cui il soprannaturale si sostituisce al reale.

Il lettore respira le stradine più nascoste di Barcellona e ne intravede scorci scarsamente illuminati.

La magia si fa parola e la parola alchimia e l’alchimia un fitto reticolato di sonorità somigliante ad un arabesco linguistico, costituente la vera trama dei racconti che si susseguono legati l’uno all’altro per essere, poi, tutti insieme affasciati alla quadrilogia “Il cimitero dei libri dimenticati”. La ricchezza dei vocaboli si interseca come in un tappeto persiano, in un arazzo del ‘500 fiorentino finemente intarsiato, in una cuspide merlettata di una cattedrale che si erge maestosa nei cieli francesi tardo medievali: la narrazione è la parola stessa che, polimorfa, è forma e sostanza, mezzo e contenuto.

Le storie sono chiazze spettrali, rapidi colpi di pennello, abbozzi di personaggi, bozzetti di caratteri.

L’ultimo saluto letterario di Zafón è “un santuario, un cimitero di idee e invenzioni, di parole e prodigi”.

I grandi scrittori, in realtà, non muoiono mai perché vivono in eterno nei loro libri.

Fabrizio Giulimondi

martedì 19 gennaio 2021

"LA FINE DELLA STORIA E L'ULTIMO UOMO" ("THE END OF HISTORY AND THE LAST MAN") di FRANCIS FUKUYAMA

 


"La fine della storia e l'ultimo uomo" ("The End of History and the Last Man") di Francis Fukuyama, traduttore Delfo Ceni, editore Free Press, 1992

La potenza del Pensiero, la bellezza dell'Idea, la filosofia, la politologia e la storia che innalzano la mente umana ad sidera coeli, il coraggio di guardare dal basso e dall'alto l'asfittico e monocorde flusso di immaginazioni che affliggono la vuota pochezza delle riflessioni globali.

Il sublime non si commenta, il superlativo non si recensisce.

Norberto Bobbio in "Destra e sinistra" contrappose il proprio pensiero a quello di Fukuyama il quale, con forza e audacia, ha proclamato: "1. la storia non progredisce attraverso un processo di eguagliamento dei diseguali, ma al contrario, attraverso la lotta individuale o collettiva per la supremazia; 2) l'aspirazione degli uomini, realisticamente e non utopisticamente interpretata, è non l'eguaglianza, ma la superiorità attraverso la concorrenza e la vittoria sul nemico.".

Dietro metafore e argomentazioni di amplissimo respiro, arricchite da evocazioni di concezioni antiche e moderne, "La fine della storia e l'ultimo uomo" è un saggio che non si può non leggere, rileggere e studiare.

Fabrizio Giulimondi

domenica 22 novembre 2020

“LE PARTICELLE ELEMENTARI” di MICHEL HOUELLEBECQ


Sarebbe bello se l’io fosse un’Illusione, anche se comunque sarebbe un’illusione dolorosa

Le particelle elementari” (Bompiani) è la terza opera di Michel Houellebecq che recensisco. Lo scrittore francese, famoso per essere l’autore di “Sottomissione”, a causa del quale è stato messo sotto scorta per le minacce di morte islamiste, ha partorito un romanzo particolarmente complesso, consigliabile a persone maggiorenni che non si infastidiscano dei numerosi e troppi passaggi erotico-pornografici che punteggiano – fastidiosamente – la narrazione incisiva, affascinante, affabulante, coinvolgente, intelligente, erudita e tormentata.

Lo scrittore attraverso la più brutale e violenta decadenza morale dei protagonisti, due fratelli e le loro “amiche” costellanti il proprio mondo, percorre il tramonto dell’Occidente (per dirla con Spengler) per aver sprezzantemente messo da parte e cancellato la sua storia, le sue radici e la sua spiritualità. Houellebecq è un Virgilio che indica al mondo quanto possa essere infernale la vita degli uomini quando essa è costruita con le fondamenta e le mura fatte della più pura e materialistica libertà. La tensione del racconto è proprio verso la spiritualità e la religione tramite l’illustrazione di una tossica disperazione e di una venefica solitudine malata di sesso. Il lavoro si regge su tre gambe: la solitudine, la disperazione e una sessualità putrida e forsennata, sino alle aberrazioni snuff del satanismo.

L’elemento erotico e pornografico è presente in ogni scritto di Houellebecq ma qui assume un connotato esasperato e esasperante, vero baricentro della storia e forza motrice autodistruttiva e di isolamento esistenziale. La parte più cupa e disgregante della letteratura e della cinematografia di Pasolini permea non pochi momenti narrativi e descrittivi de “Le particelle elementari”. La liberazione transalpina ed europea dei costumi ha condotto l’uomo al più tragico solipsismo. Il senso di invecchiamento, inutilità, malattia e morte avvolgono drammaticamente ed inesorabilmente gli attori quarantenni (in realtà ancor prima) del romanzo, mentre la libertà assoluta e deificata accompagna loro in direzione del totale vuoto interiore, del tutto privo di una prospettiva di futuro, ove i figli non si possono più avere perché l’aborto non è un atto di liberazione ma di negazione (“Non si rendeva conto di vivere l’esperienza concreta della libertà; qualunque cosa fosse era terribile, e Annabelle era destinata a non essere più la stessa, dopo quei dieci minuti”). Il vuoto aleggia per tutta la lettura, impregna le parole ed assorbe il lettore che lo percepisce come reale, conseguenza di un edonismo lugubre e asfissiante che non ha emancipato i protagonisti ma li ha resi servi.

Accattivanti la fungibilità fra modelli scientifici e sistemi di pensiero completamente diversi fra di loro, come la fisica, la biologia, la chimica e la letteratura, oltre l’interscambio fra profonde riflessioni filosofiche e teologiche con studi tecnico-scientifici.

Possenti e chiarificatrici, riassuntive dell’idea che sottende centinaia di pagine da leggere, nonostante passi brutali e finanche disgustosi, sono queste poche righe: “Coppia e famiglia rappresentano l’ultima isola di comunismo primitivo in seno alla società liberale. La liberazione sessuale ebbe come effetto la distruzione di queste comunità intermedie, le ultime a separare l’individuo dal mercato. Un processo di distruzione che continua oggigiorno.”.

Fabrizio Giulimondi

 


lunedì 7 settembre 2020

"TERRA ALTA" di JAVIER CERCAS (UGO GUANDA EDITORE), VINCITORE PREMIO PLANETA 2019



La letteratura iberica, insieme a quella nordamericana, da anni attorciglia con tentacoli di vivida bellezza il lettore, avvolto nelle spire di passaggi letterari intensi e incantevoli, ricchi di avventurosi stilemi e giochi artistici che seguono le rotte imperscrutabili degli stormi di uccelli.
"Terra Alta" (Ugo Guanda editore), vincitore del prestigioso "Premio Planeta" 2019 e scritto da uno straordinario autore spagnolo, Javier Cercas, è un thriller letterario altamente consigliabile per la piacevolezza narrativa in cui ci si immerge, nella quale una rete di personaggi si incastra nella tela di Penelope di storie, prima risucchiate in sabbie mobili, poi tirate fuori dalla liana salvifica dallo Scrittore. Il registro è acuto sin dalle prime battute e nulla è scontato e lasciato a caso. Il monolitico protagonista è Melchor, amabile anti-eroe ellenico, verso cui il lettore gravita per cerchi concentrici attratto da una forza irresistibile cui non può opporsi: Melchor è una calamita, anzi, è "la" calamita.
Cercas raccoglie i mondi descritti e i caratteri linguistici presenti nelle grandi opere spagnole, assorbendo e facendo proprio, ma in maniera del tutto peculiare e personale, il genius loci che aleggia in Aramburu, Zafón e Cervantes: un tocco divino che accoglie e interiorizza la tradizione per restituirla con luci diverse, regole ruminate, mutati angoli prospettici.
Sullo sfondo, con garbo, si osservano le vicende legate all'indipendentismo catalano e ai crimini franchisti e repubblicani compiuti durante la guerra civile, una sorta di acufene necessario per non distogliere le discendenze dal ricordo. "Terra Alta" scava nel sentimento di giustizia che ognuno di noi possiede in cuor suo, scevro da forme, apparati e codicilli, indagando minuziosamente su quella tensione morale che "fa prevalere le proprie regole sulle regole comuni, la giustizia intima sulla giustizia pubblica, il diritto naturale sul diritto formale, la legge di Dio sulla legge degli uomini.".
Il libro di Javier Cercas è un lungo, imprevedibile e sommo commentario a "I miserabili" di Victor Hugo, una osmosi fra generi letterari, scambio generoso di energie culturali ed intelligenze che, come correnti sotterranee marine, fondono, confondono e mescolano l'800 francese con il 2020 ispanico.  
Non v'è magia più autentica ed emozionante che incontrare la Parola in un Romanzo con la R maiuscola, dove la spregevolezza di uomini meschini è appannata, forse offuscata o, probabilmente, oscurata, dalla nobiltà d'animo di persone non dimentichi della propria umanità.
Fabrizio Giulimondi

lunedì 31 agosto 2020

"LE OMBRE" di "ALEX NORTH"


Le ombre”, secondo romanzo del britannico Alex North (Mondadori), entra a pieno titolo nella scuola letteraria thriller di Stephen King, anche se il fatto che non sia stato scritto dal Genio americano lo si nota, specie nella parte conclusiva.

La trama richiama alla mente “It”, “Pet Sematary” ed altri capolavori del Maestro dell’horror, forse perché l’Autore, pregno della letteratura di King, anche senza volerlo, ne “copia” idee, immagini e suggestioni. Persino in questo romanzo sussistono gli elementi sociali cari alle opere di Stephen King, come il problema del bullismo e del plagio fra adolescenti. Lo stile è scorrevole, agile e ben oleato.
La narrazione prende ma la tensione cala verso il termine come se risentisse di una stanchezza finale, di una scarsa capacità di acciuffare l’idea vincente che faccia svoltare il romanzo, che non irrompe ma, al crepuscolo, frena.
Il bosco, metafora dantesca, è il luogo oscuro che nel suo sistema complesso, misterioso e chiuso, impenetrabile alla luce e privo di orizzonti certi, da sempre riempie di inquietudine l’animo umano, inquietudine che provoca ogni possente bellezza della natura: il bosco è l’estetica dell’interiorità umana più nascosta.
Le ombre” racconta l’oscurità che si cela in ogni essere umano che rimane inarrivabile come una folta macchia di inestricabili alberi.
Fabrizio Giulimondi