domenica 21 dicembre 2025

“NORIMBERGA” di JAMES VANDERBILT

 


Norimberga” di James Vanderbilt è il terzo film hollywoodiano sullo storico processo (20.11.1945-1.10.1946) - svoltosi nella città tedesca di Norimberga (dove il 15 settembre 1935 fu varata la legislazione antisemita germanica) - che mise alla sbarra ventidue (un ventitreesimo si era suicidato prima del suo inizio e un altro ancora fu giudicato in contumacia) fra i più importanti gerarchi nazisti,  primo fra tutti il Reichsmarschall Hermann Göring, numero due del regime nazionalsocialista, Vice-Cancelliere del Reich e creatore della polizia politica segreta Gestapo.

Le due pellicole precedenti – con molti punti in comune – sono del 1961 (“Vincitori e vinti” di Stanley Kramer) e del 2000 (“Il processo di Norimberga” di Yves Simoneau).

Norimberga” è tratto dal libro del 2013 di Jack El-Hai "The Nazi and the Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of Minds at the End of WWII" e narra nel dettaglio il rapporto creatosi fra Göring (interpretato dal “gladiatore” – questa volta in versione malvagia e luciferina - Russell Crowe) e lo psichiatra che gli fu affiancato durante la detenzione (“Freddie Mercury” Rami Malek).

La icastica locuzione adoperata da Hannah Arendt “la banalità del male” riferita ad Adolf Eichmann, può essere, mutatis mutandis, applicata ad Hermann Göring, il cui fascino sottilmente penetra l’intelletto dello strizzacervelli Douglas Kelley.

La didascalica narrazione cineastica coinvolge e convince lo spettatore, per interpretazione e contenuti, comunicazione verbale e specie non verbale.

Indubbiamente di grande suggestione artistica sono le punteggiature in bianco e nero di pochi secondi che ritraggono il Tribunale internazionale (composto da giudici statunitensi, britannici, francesi e sovietici) in modo estremamente simile alle immagini di repertorio del tempo.

Peccato per due sbavature: una di natura ideologica che vede un insulso attacco – non troppo sotterraneo – a Papa Pio XII; l’altra di ordine storico, collocando le impiccagioni dei dodici condannati a morte il 1° ottobre 1946, mentre sono avvenute la notte fra il 15 e il 16 ottobre 1946, in attuazione delle sentenze emanate la notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1946.

La scena delle impiccagioni (volute al posto delle fucilazioni dai componenti sovietici del Tribunale) è indubbiamente carica di pathos tragico nella loro crudezza e verosimiglianza.

L’interrogativo posto da Göring al “suo” psichiatra, seppur rivolto da un “demonio”, umano solo nelle sue apparenze esteriori, rimane a galleggiare nella sala: con quale “forza morale” chi ha fatto vaporizzare centinaia di migliaia di civili giapponesi a Hiroshima e Nagasaki giudica gli altri? Con quale parametro sono giudicate le camicie brune da chi, come gli stalinisti, adoperano metodi molto simili a quelli hitleriani?

L’opera rifugge la mostrificazione delle Croci Uncinate per evitare di renderle diverse da noi e far pensare ai posteri che è stata una “unica” irruzione della demonologia della storia. È proprio la storia ad insegnare che questi “mostri” sono in mezzo a noi, vivono di noi e con noi, noi possiamo collaborarvi consapevolmente o inconsapevolmente e potremmo esserlo noi stessi senza saperlo, non essendosi ancora verificate le condizioni perché la nostra “monstrità” si palesi.

Il film di James Vanderbilt ci fa riflettere sul se nel recentissimo periodo pandemico non stava avvenendo, con altre forme e modalità, qualche cosa di simile, nell’odio sociale e di Stato nei confronti dei c.d. “No-Vax”.

Un ultimo appunto può essere di interesse degli studiosi di diritto e si collega nel preambolo del film alla figura della Pubblica Accusa rappresentata dal giudice Robert H. Jackson (Mike Shannon): la necessità di individuare la base normativa, giurisprudenziale e dottrinale, unitamente ai principi sovranazionali, su cui costruire gli organi giudicanti e inquirenti insieme alle regole processuali e le prescrizioni sostanziali penali.

Il film, semplice e complesso nello stesso tempo, da vedere e far vedere segnatamente alle scolaresche, ci impone di meditare al di là di schemi precostituiti, costringendoci ad una doverosa e, direi, fatale attualizzazione del racconto.

Fabrizio Giulimondi




Nessun commento:

Posta un commento