“La bambina che amava Tom Gordon” (1999)
di Sua Maestà Stephen King (Sperling & Kupfer), è un romanzo allo
stesso tempo agorafobico e claustrofobico ambientato nei boschi del New England,
dove Trisha si perde stufa della ennesima insopportabile litigata fra la madre e
il fratello, oramai certa che il padre non tornerà vivendo con un’altra donna.
Fisica
e metafisica si rincorrono e le figure allucinatorie che danzano dinanzi ali
occhi della bambina di nove anni, sempre più magra e febbricitante, tracciano
il percorso da lei compiuto per cercare di salvarsi.
I
boschi e le foreste, da sempre, nella letteratura e nell’arte pittorica,
contengono sprazzi di inquietudine, ansia e angoscia e, Stephen King rende questi stati d’animo l’autentico costrutto della
storia. La particolarità stilistica ulteriore è il ritmo a inning imposto alla sagoma narrativa.
L’ambientazione
diviene un tutt’uno con l’atmosfera che assurge a pathos del racconto: ambientazione, atmosfera e pathos sono inverati in Trisha che non
sa più distinguere la realtà dalla immaginazione, mutando in onirico ogni
passaggio del romanzo che, in tal modo, sarà percepito dal lettore come una
costellazione di dubbi.
È vero
o è il prodotto delle creazioni di una bambina denutrita e ammalata?
Fabrizio Giulimondi