“E di questo presagire, muggire, grugnire, si
era nutrita ogni sua alba”.
Il
Premio Campiello 2026 è stato assegnato a Marcello
Fois per “L’immensa distrazione”
(Einaudi).
Il
romanzo è piastrellato di descrizioni fascinose e particolareggiate di
qualunque aspetto del racconto, vuoi che siano di un corpo, di una personalità,
della natura o di un oggetto.
Con stile
morbido e boleriano l’Autore accentra la sua narrazione sulla famiglia
Manfredini, dai nonni ai bisnipoti unitamente a parenti collaterali, con un
pulviscolare profusione di personaggi minori per ruolo ma non per struttura
estetica ed interiore.
Il
romanzo in qualche modo ricorda il film di Ettore Scola “La famiglia”
evocandone dinamiche e peculiarità caratteriali.
Non
esistono personaggi buoni e personaggi cattivi ma soltanto personaggi che
illustrano una umanità nel mezzo, grigio-chiara o grigio-scura.
È descritta
la morte al ritmo della storia, dal nazi-fascismo ai cellulari, con le sonorità
psichedeliche dei Pink Floyd.
Un
morto che si scopre non morto pur essendo morto: artifizio artistico
mirabolante!
“Si manifestò piuttosto nella tranquillità di
accettare la moltitudine di errori che in quella breve stagione che era stata
la sua esistenza mortale, aveva commesso”.
Le
pagine sulla vita vista da un morto che si percepisce accora vivo costituiscono
momenti di densa riflessione per il lettore: “Ora non sembrava uno spreco pensare al tempo perso, alle occasioni sciupate,
alle frasi non dette, alle attese disattese, alle risposte non date, agli
appuntamenti falliti, agli incontri elusi, alle accortezze non escogitate, alle
occasioni sperperate, alle riflessioni non elaborate, alle passioni dissipate,
ai soldi spesi".
Questo
romanzo, credetemi miei cari lettori, è un’autentica occasione per soffermarsi sui
alcuni suoi passaggi, e riflettere, ma riflettere sul serio.
Fabrizio Giulimondi
