mercoledì 11 ottobre 2023

"UN PAESE FELICE" di CARMINE ABATE (MONDADORI)

 



Carmine Abate, il cantore della terra e il poeta delle radici, ha scritto un libro che sa di zagara e di polvere: “Un paese felice” (Mondadori).

Esistono racconti tragici che si nascondono nelle pieghe della storia e che spetta alla lirica della parola disvelare ad un mondo sonnolento e disincantato.

Vi sono parole che possiedono la potenza evocatrice della profezia, come Eranova. Ci sono paesini, chiusi dentro i confini della bellezza, fra l’orizzonte del mare e l’arcipelago delle montagne, che sono destinati ad essere distrutti perché così vuole l’insensatezza umana, l’ottusità che, in quanto tale, è già portatrice di violenza.

 Eranova è una parola. Eranova è un luogo, un luogo fisico, un’espressione geografica, uno spazio dell’anima, una novella Hora, una Carfizzi che non esiste più.

Sartre nella parola Florence vi vedeva una città toscana, ma anche una bella donna.

Nella parola Eranova si intravede la fisica e la metafisica di un tratto di terra, si scruta la dimensione rinchiusa nell’anima ove tutti noi amiamo rifugiarci.

Eranova esisteva. Ora non esiste più.

1970-1971.

1983.

Un paese viene cancellato, e la descrizione, lenta, implacabile, che ne fa lo scrittore arbëreshë equivale ad un coltello tagliente che lentamente, molto lentamente, entra nelle carni del lettore.

Questa brutalità appare piano piano, fra un mare mozzafiato, profumi che magnificano l’aria e una comunità vera, una comunità autentica, fatta di uomini, donne, ragazzi, amori giovanili, famiglie, bambini che sciamano in spiaggia come atto di resistenza.

E poi si percepiscono odori di pietanze saporitose e piccanti e volti antichi e occhi profondi e una umanità saggia sciolta implacabilmente in una cecità densa.

Canti bucolici latini che nidificano fra idiomi calabresi per germogliare dentro di noi, oramai prigionieri del presente, desiderosi di avere ancora un passato che non venga cancellato da un futuro arcigno e beffardo.

Abate usa uno stile delicato, profumato, gustoso e soffice, per vibrare una coltellata impietosa finale.

Il dramma è che il set non è il proscenio di una tragedia greca, ma la realtà di un paesino incantevole, abitato da genti vere, che oggi non esiste più.

Eranova è “la nostra storia, la nostra memoria. Senza, non siamo niente”.

Fabrizio Giulimondi

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