domenica 11 febbraio 2024

"CUORE NERO" di SILVIA AVALLONE (RIZZOLI)

 


Nessuno vuole il male vicino perché ha paura di contaminarsi”.

Quando si ha difficoltà a scrivere una recensione vuole dire che il libro ti è entrato dentro con una tale moltitudine di emozioni da non riuscire a trovare ordine nelle parole: queste ti attanagliano vorticando intorno a te in un turbinio di sentimenti.

Cuore nero” di Silvia Avallone (Rizzoli) non avrà pietà di voi e vi lascerà soli, travolti da stati d’animo come un torrente irascibile in piena.

Il passato non passa perché cancella il presente e risucchia il futuro. Presente e futuro sono sotto la coltre degli abiti cenciosi e maleodoranti del passato.

La sofferenza dei protagonisti è quella del lettore che opera un processo di metamorfosi in Bruno, Emilia e Riccardo attraverso uno stile letterario pungentemente delicato, addirittura morbido.

Cuore Nero” racconta il dolore, quello vero, quello tragico, quello che necessita di tagli in ogni parte del corpo per ridimensionarne gli effetti. Il dolore senza orizzonti per una finta fatalità, per una malattia mortale e per un crimine orrendo, devasta, destruttura, decompone, divide, cancella, annienta, ma può anche rigenerare ed unire, perché è famiglia anche quando c’è un padre che lotta per la figlia detenuta in un penitenziario minorile, avvertendo accanto la presenza della moglie, perché una mamma non muore mai e l’amore di un padre non conosce limiti: “Una famiglia è una fune, Adelaide. Un cavo d’acciaio che ti tiene, qualunque cosa accada”. Un padre che ricorda eroi mitologici greci. La mancanza di una madre che inverte l’incedere del tempo. Un fratello e una sorella che vedono languire le proprie esistenze nell’attimo in cui scompaiono dalla loro visuale i genitori. “La vita non chiede permesso, non si lascia programmare. Anzi, adora prenderti per il culo”.

Senza una famiglia si precipita nel buio. Fuggire da se stessi conduce alla propria cancellazione. Occorre riconoscere le proprie colpe, anche se terribili, non fuggire più da loro. Riccardo non è mai fuggito, si è caricato sulle spalle il pesante fardello della figlia e, a testa alta, ha cercato di aiutarla a scrollarsi di dosso i macigni che le zavorrano il futuro: “Fatte non foste a viver come brute”.

Lo Stato dovrebbe intervenire prima, quando una ragazzina è abusata e una moglie massacrata. Dopo potrebbe essere tardi per troppi: “ ‘E perché’ le aveva risposto la maschera occhialuta, grigio-imperturbabile della burocrazia, ‘che vita normale pretendi?’ ”.

Bruno è lo Stato. La direttrice del carcere è lo Stato. La cura degli altri e la passione per i classici consentono il superamento delle Colonne d’Ercole non solo altrui, ma anche proprie: “La verità è che né tu, né io, né nessuno è mai veramente fottuto finché è vivo”.

Bruno ed Emilia compiono un cammino a ritroso per ritrovarsi, perdonare e perdonarsi, consegnando il proprio dramma alle parole che lo assorbono togliendogli la patina del silenzio.

Questo romanzo, accompagnando l’anima dall’abisso all’alba, risulta essere di una bellezza struggente, che disvela lo scarno confine fra Bene e Male e quanto le persone debbano perdonarsi e perdonare, conoscere e riconoscersi, per tornare a scrutare la vita con occhi chiari.

Sui desideri non abbiamo potere, dobbiamo solo trovare il coraggio di ascoltarli”.

Fabrizio Giulimondi

 

 

 

domenica 4 febbraio 2024

"LA LIBRERIA DEI GATTI NERI" di PIERGIORGIO PULIXI



Romanzo thriller che tiene il lettore inchiodato alla sedia, “La libreria dei gatti neri” di Piergiorgio Pulixi (Marsilio Lucciole) rappresenta la migliore letteratura noir italiana.

La Sardegna è sullo sfondo e la trama è chiazzata dalla crudezza di Saw e della tragicità di ordinari quanto terrifici fatti di cronaca.

Con uno stile oliato e semplice la scrittura giunge diretta al pubblico che viene trascinato in un vortice di delitti degni del più lucido e feroce serial killer.

È la produzione cinematografica horror ad insegnarci quanto librerie, biblioteche e teatri siano set perfetti per azioni criminali a causa delle atmosfere che li permeano ed il sottofondo velatamente pauroso che si percepisce entrandovi.

Una libreria è il proscenio; il proprietario il narratore inconsapevole; il gruppo appassionato di libri gialli lo spazio umano dove si cerca la verità; Nunzia, grande intelletto devastato dall’Alzheimer, è la chiave di volta; i poliziotti i simpatici figuranti; i gatti neri i comprimari.

Ironia e violenza si susseguono per abbracciarsi nei momenti clou, mentre Edgar Allan Poe con la sua “La lettera rubata” è il coup de théâtre.

È solo apparentemente tutto così complesso, “in realtà è tutto estremamente semplice e la risposta è lì, dove meno te l’aspetti, celata sotto una coltre di banalità”.

I battiti cardiaci accelerano, il respiro di fa più corto ed ansiogeno, il finale di sta avvicinando, si avvicina, è arrivato.

Fabrizio Giulimondi

 

lunedì 22 gennaio 2024

"LIBERI DI SCEGLIERE" di GIACOMO CAMPIOTTI

 


Liberi di scegliere” di Giacomo Campiotti, è un film liberamente ispirato alla vita del giudice Roberto di Bella (uno straordinario Alessandro Preziosi interpreta la toga Marco Lo Bianco), prima Presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, poi di Catania.

Di Bella fu il primo magistrato che decise di rompere i legami familiari fra i figli dei boss e le loro famiglie adottando provvedimenti di sospensione o decadenza dalla potestà genitoriale.

Dal 2012 quaranta ragazzini sono stati salvati così.

Dal 2012 madri e mogli sono state salvate così.

È un’opera sulla solitudine di chi, nel decidere, rifiuta di adeguarsi alla stantia reiterazione di decisioni. Quello del protagonista è coraggio vero, non avendo nulla a che fare con le locuzioni “virilità” o “coraggio” con cui si traduce l’etimo greco della parola 'Ndrangheta: andraghatía.

Le decisioni che contano comportano sofferenza, dolore e audacia: il vero audace è colui che, pur avendo paura, va avanti lo stesso.

Il futuro si cambia con le decisioni di chi non si adegua, di chi, pur pieno da mille timori, non si ferma.

L’appartenenza alla 'Ndrangheta (con un fatturato mondiale annuo di 53 miliardi di euro) non è una scelta ma una eredità; è contrapposizione fra un’accezione degenere di famiglia e lo Stato; è vincolo di sangue che sparge sangue.

La famiglia Tripodi è una 'Ndrina e tutti i suoi componenti o sono morti ammazzati o stanno in galera, anche al 41 bis. Non vi sono vie di scampo, né di fuga, non v’è alcuna scelta né autonomia decisionale.

Il film si incentra su quelle scelte, sulle alternative alla vita da ratti dei miliardari capi mafia, sulla libertà e la libertà di scelta.

Giovanni Tripodi aveva intenzione di cambiare vita ma il sangue infetto dalla “mafiosità” ha prevalso. Il fratello Domenico il cambiamento lo compie, con la sorella Teresa.

Il cambiamento è travaglio, dolore, presa di coscienza, pianto, liberazione. Il bagno in mare di Domenico con i suoi compagni di comunità è una esplosione liberatoria di gioia e di un nuovo senso della propria esistenza, scena ben lontana da quella plumbea di “Gomorra”.

È un lavoro cinematografico sulle mine vaganti, su come inceppano il sistema e lo fanno impazzire, al pari di cellule portatrici di molecole che invece di fare ammalare l’organismo lo sanano.

Liberi di scegliere” mostra senza infingimenti la tragedia di essere madri, mogli, figli e figlie di mafiosi, descrivendo la forza centrifuga che vorrebbe farli fuggire, costretti invece a rimanere dalla forza centripeta della Terra e della famiglia. Lo spettatore vive questo dramma e avverte la potenza evocatrice di parole come scelta, libertà, alternativa, cambiamento, vita da fogna che muta in vita piena, che sa dell’odore della stazione e del treno che porta verso nuovi orizzonti e dell’abbraccio di due fratelli che hanno un sorriso, finalmente autentico e non più chimico, dipinto sul viso.

Fabrizio Giulimondi







 

 

sabato 30 dicembre 2023

"ADAGIO" di STEFANO SOLLIMA

 


Fra i tempi musicali lenti troviamo l’adagio, che, come direbbe Sartre, è anche un avverbio che esaspera la lentezza di un movimento, ma persino un film, “Adagio” di Stefano Sollima, che porta sul Grande Schermo un’azione scenica in totale contrasto con avverbio e sostantivo.

Il sottobosco suburbano e dell’anima percorre le rotaie di esistenza fatte di baccanali orgiastici e dionisiaci moderni, non certamente dissimili da quelli antichi, lungo pendii di storie di corruzione in divisa, nella cornice di una nuova Suburra romana puntellata di volti pasoliniani, visi efebici e donne boccaccesche e felliniane.

Al ritmo del rap ed house, ma anche delle sonorità del Califfo, i migliori attori della cinematografia italiana (Pierfrancesco Favino, Toni Servillo e Valerio Mastandrea, accompagnati da un ottimo Adriano Giannini) fanno vivere le ultime battute degli epigoni degli uomini della Banda della Magliana.

Narrazione avvincente e convincente immersa nei fumi tossici di uno dei tanti incendi di rifiuti che hanno avviluppato la periferia romana, incorniciata in una fotografia a tinte accentuatamente accese di una Roma infuocata dai rovi e dal caldo asfissiante estivo.

I bassifondi che fungono da set della malavita ruotano intorno al primo tratto della Tangenziale Est della Capitale, riportando la memoria dello spettatore a “Suburra” (film e serie), “Non essere cattivo” e a “Lo chiamavano Jeeg Robot”.

Film che, come tutti quelli del filone cui appartiene, fa uscire l’ibristofilia che è in noi.

Fabrizio Giulimondi


                            


giovedì 28 dicembre 2023

500ma RECENSIONE: "L'EDUCAZIONE DELLE FARFALLE" di DONATO CARRISI (LONGANESI)



Un Donato Carrisi in splendida forma è tornato nelle librerie con “L’educazione delle farfalle” (Longanesi). Romanzo bellissimo ed avvincente, “L’educazione delle farfalle”, con una narrazione didascalica, sviluppa una storia con tinte thriller ma spire psicoanalitiche, che trascinano il lettore dentro le conseguenze tragiche della perdita di un figlio e l’elaborazione del  lutto (sembra di leggere alcune pagine dell’opera scientifica di Antonio Onofri); entro la formazione della memoria e la sua manipolazione e deformazione; all’interno dei  legami ancestrali fra genitori e figli e di come un trauma possa  riverberarsi anche a distanza di anni nelle relazioni umane; nel misterioso sviluppo psichico di una donna che avrebbe voluto abortire e diviene una  madre che non accetta di subire la menzogna dell’apparenza.

Un romanzo valoriale, catartico e liberatorio, ambientato, come spesso accade nei libri di Carrisi, in una piccola cittadina di montagna in presenza di comunità religiose fortemente identitarie, dove la realtà non è mai tale.

Prestare attenzione ai particolari, ad una porta accostata, ad una finestra aperta: è un caso? È voluto? È stato fatto apposta per evocare altro?

La Festa delle Fate Farfalle.

Un battito d’ali di farfalla che, come dice il matematico e meteorologo Edward Lorenz, può creare una catastrofe in un’altra parte del pianeta.

La morte di un figlio come un male incurabile che, invece di ucciderti, ti costringe a vivere.

Ciò che ci lega gli uni agli altri sono i segreti.

Gli uomini non sono mai un unicum, ma appartengono al multiverso, ad universi paralleli dove vivono esistenze anche opposte le une dalle altre.

Ognuno è allo stesso tempo dott. Jekyll e Mr. Hyde.

Ognuno è lo gnomo buono ed il fratello cattivo de “Il magico villaggio di Noiv”: ma Noiv non è il bifronte di Vion, la località nella quale si svolge il racconto?

Le parole sono importanti, hanno un peso, una loro fisicità, nella vita, come nella morte: il nome Aurora può essere confuso con Aurélie!

L’educazione delle farfalle” vi inchioderà alla sedia. Non potrete smettere di leggerlo finché il finale nel sopraggiungere vi impedirà di smettere di pensare a quanto avete appena vissuto.

Fabrizio Giulimondi


venerdì 15 dicembre 2023

"VOLUNTAS DEI" di MARCO BRUSCHI

 


Non è certo un neofita del genere giallo-storico Marco Bruschi, che ambienta il suo ultimo lavoro, “Voluntas Dei” (Arpeggio Libero), nella Roma fascista e nazi-fascista e, poi, in quella a cavallo della prima decade del 2000.

Le storie si insinuano nelle vicende che hanno squassato la storia dell’Italia e della Chiesa cattolica: dai rapporti tra Mafia e Vaticano, allo IOR, alle “voci” sulla presunta non naturalità della morte di Papa Giovanni Paolo I, agli appetiti pedofili di taluni ecclesiastici, sino alle “misteriose” dimissioni di Papa Benedetto XVI.

Alcune ingenuità non tolgono il ritmo narrativo su un soft-thriller, che ripercorre un tipo di giallistica a sfondo storico che vede corifei autorevoli come Valerio Massimo Manfredi e Danila Comastri Montanari, ma che, talora purtroppo, cade in stantii attacchi al mondo cardinalizio, sacerdotale e papale: la storia ha dato le sue risposte ai “silenzi” di papa Pio XII, rimanendo, pertanto, ingenerosa la persistente aggressione alla sua grandiosa figura novecentesca (“Giusto fra le Nazioni” per la comunità ebraica).

Fabrizio Giulimondi  

sabato 4 novembre 2023

"C’È ANCORA DOMANI" di e con PAOLA CORTELLESI

 


C’è ancora domani” di e con Paola Cortellesi è un’opera prima proiettata verso il Premio David di Donatello 2024 come "Miglior Film".

Il bianco e nero, nel potenziare la bellezza visiva del film, fa tornare lo spettatore indietro al neo realismo di De Sica. La caratura interpretativa degli attori (Valerio Mastandrea, Emanuela Fanelli, Giorgio Colangeli, Vinicio Marchioni) rende la recitazione fluida e penetrante, godibile e incisiva. La violenza del marito Ivano su Delia (una impareggiabile Cortellesi) è resa artisticamente tramite la danza, puro genio creativo, danza che funge anche da strumento di falsa pacificazione. La tensione durante il pranzo di fidanzamento della figlia Marcella (Romana Maggiora Vergano) è avvertita realmente in sala, con la platea pronta alla esplosione di violenza, che rimane però celata, nel rispetto dello spirito ellenico.

Il mistero è dentro una lettera ricevuta da Delia e il tempo si addensa in due date: il 2 giugno 1946, e al giorno successivo, il 3 giugno 1946.

In questa pellicola riverbera la più possente e grandiosa tradizione cinematografica italiana, sia come direzione che come gestualità attoriale.

I momenti comici punteggiano e rafforzano il pathos e la tragicità della narrazione.

Dietro la macchina da presa scorrono decenni di scene e fermoimmagine cineastici post bellici nostrani, accompagnati dai brani degli anni ’40, dai ritmi house, rap e breakdance e dalle sonorità musicali di Dalla.

Silenzio, è buio in sala.

Fabrizio Giulimondi