lunedì 24 luglio 2023

"MI LIMITAVO AD AMARE TE" di ROSELLA POSTORINO (FELTRINELLI)

 


Nel mondo una volta c’era tua madre e ora non c’è più, c’era un corpo, una voce, un flusso di pensieri, un insieme di gesti riconoscibili, di vezzi lessicali e idiosincrasie, e ora non ci sono più

Si può recensire una emozione?

Si può recensire una lunga e possente emozione?

Si può?

Mi limitavo ad amare te” di Rosella Postorino (Feltrinelli) - seconda al Premio Strega 2023 (prima in pectore), vincitrice del Premio Campiello nel 2018 (“Le assaggiatrici”) e di numerosi altri prestigiosi premi letterari - è una lunga e possente emozione. Un romanzo scritto con l’inchiostro della emozione e dei sentimenti più profondi e drammatici, dove la solitudine governa la storia ed è dentro gli occhi dei bambini di Sarajevo, fuggiti in Italia dall’”Assedio” (5.4.1992-29.2.1996) e dai cecchini cetnici che si divertivano ad ammazzare i figli davanti alle madri per godere della loro insaziabile angoscia e sofferenza.

Vi sarà difficile dimenticare le ragazze ed i ragazzi co-protagonisti della trama.

A Omar vogliono imporre una madre e un padre. Ma lui la madre già ce l’ha, e anche una casa e una città, Sarajevo. Omar sente che la madre è ancora viva anche se tutti dicono che è morta.

Nada ha i capelli biondi e un coltello le ha tolto un dito. Lo dice anche il nome: lei non è nulla ma vorrebbe tanto essere qualche cosa. Nada vorrebbe unire la sua solitudine con quella di Danilo che vuole dimenticare Sarajevo, i cetnici, la guerra, le teste mozzate dei serbi con cui i croati giocano a pallone. Anche Sen, fratello di Omar, vuole lasciare nell’oblio quella puzza di morte e orrore ed essere solo e unicamente italiano. Jagoda, sorella di Danilo, non vuole dimenticare, vuole ritornare, perché il balbettio della paura e dell’ansia  la conduce a dover aiutare prima sua madre e  poi suo padre. Azra, la madre di Danilo e Jagoda, mollerà quando tutto sarà finito, perché solo quando tutto è finito esplode ciò che lei ha visto e ha vissuto: gli stupri etnici, una crudeltà senza alcun limite umano.  Dio qui non c’è.

Ivo è il fratello di Nada, ha conosciuto la guerra. Non capiva perché doveva uccidere qualcuno ma lo ha dovuto fare. Questa guerra non gli appartiene più e sarà una madre prostituta che pensava di non avere più a salvarlo e a fargli incontrare di nuovo la sorella Nada. Nada, però, vuole dire “Niente” e neanche il fratello la vuole, ma la speranza è dura a morire e una nuova vita fa assumere alla esistenza tutto un nuovo colore e sapore.

Nino è la speranza. Nino è la vita: “Nada diventò madre in quel momento, lei che non era mai stata figlia”.

Sul sottofondo il vociare buono ed aspro di suore e volontari che impegnano il tempo a dare un nuovo e diverso tempo a chi ha conosciuto sin da bambino l’inferno in terra.

Doveva soffocare la speranza. Ma la speranza gli turbinava nella pancia e nella testa e nella gola”.

Il dolore permea tutto, come la solitudine, e contribuisce alla solitudine, perché separa anime e corpi.

Il dialogo notturno bolognese fra Danilo e Nada produce brividi su brividi, sospende il respiro e accelera i battiti, dà corpo ad atmosfere che non si disciolgono al calare delle parole.

La guerra è una nuvola nera impenetrabile che, una volta che si dirada, non lascia nulla come prima corrompendo e decomponendo al suo passaggio qualsiasi essere umano e qualunque  luogo.

La Postorino con intima bellezza racconta la devastazione interiore che un figlio incontra quando perde tragicamente i propri genitori e la sua rinascita, nella scoperta della loro esistenza in vita.

È strano pensare che il corpo che ti ha messo al mondo non sia più al mondo, che il luogo da cui hai avuto origine sia scomparso, è come se il mare avesse inghiottito la terra in cui sei nato”.

Un racconto che segna. Un racconto indelebile.

Non vi capisco, aveva replicato Ivo, con questa idea che voler vivere sia più logico o più sano che arrendersi alla morte. Non è più saggio lasciare che la morte ci prenda, dato che è inevitabile?”.

Fabrizio Giulimondi

 

venerdì 21 luglio 2023

"CATTIVA COSCIENZA" di DAVIDE MINNELLA

 


Cattiva coscienza” di Davide Minnella è una classica commedia italiana “di nuovo corso”, di cui Edoardo Leo e Massimiliano Bruno ne sono i capostipiti: brillante, amena e simpatica in superficie e sagace e profonda nel suo nocciolo. Commedia valoriale che ventila il dubbio che il libero arbitrio, in realtà, non esista, in quanto ognuno di noi è in qualche modo sempre manovrato da qualcuno o qualche cosa. Probabilmente se le persone fossero veramente libere di decidere tutte avrebbero intrapreso ben altre strade. Ottimamente riuscita l’introduzione dell’elemento del soprannaturale, riflettendo il Regista su quanto siano eterodirette  le scelte degli esseri umani.

La domanda, al termine della visione, sorge spontanea: la c.d. cattiva coscienza non è quella che ci potrebbe liberare dalla c.d. buona coscienza che ci spinge, invece, verso deliberazione che ci rendono infelici sul lavoro, nella vita affettiva ed amicale per una vita intera? Va dove ti porta il cuore o dove ti porta la mente? O entrambi se si è fortunati e ci si riesce?

Attrici e attori freschi che rendono bene la dinamicità del racconto che segue buoni ritmi narrativi e comici.

Fabrizio Giulimondi




martedì 11 luglio 2023

"COME D'ARIA" (ELLIOT) di ADA D'ADAMO: VINCITORE PREMIO STREGA 2023

 




Non è facile per me scrivere dell’ultimo lavoro letterario vincitore del Premio Strega 2023, “Come d’aria” (Elliot) di Ada d’Adamo, deceduta lo scorso 1” aprile di tumore, pochi giorni dopo aver saputo che era entrata nella “cinquina”.

Quando si è finito di leggere “Come d’aria” si avverte un senso di vuoto, di densità e di complessità.

Vuoto, perché avresti voluto continuare a leggerlo.

Densità, perché il lettore si imbatte nella tragicità di due esistenze, una tragicità composta e indomita.

Complessità, perché mentre l’Autrice invoca insistentemente, anche con una famosa lettera al quotidiano La Repubblica, il “diritto” all’aborto, sostenendo che lo avrebbe esercitato se avesse saputo in gravidanza che la figlia Daria sarebbe nata gravemente disabile, contemporaneamente, lungo tutto il percorso narrativo, racconta dell’amore incondizionato del nonno (il padre di Ada), del babbo Alfredo (il compagno, poi marito, di Ada) e del proprio. Avrebbe sul serio soppresso la destinataria di tanto amore? Di tanto riempimento della sua e delle altrui vite?

Ringrazio l’Autrice di aver usato il verbo più idoneo, “uccidere”, coraggio inusitato in un’epoca di tirannide linguistica.

Come d’aria” è una madre che partorisce una figlia gravemente disabile dopo aver abortito un anno prima per non perdere il proprio compagno, lo stesso compagno che adorerà un anno dopo quella bambina, Daria, che avrebbe voluto far abortire anche questa volta. Sarebbe stato adorato anche il primo figlio se non fosse stato soppresso? E Daria sarebbe nata se Ada avesse partorito il suo primogenito? E l’amica Francesca - che aveva abortito dopo aver scoperto che il bambino in grembo era affetto dalla stessa patologia di Daria - quando tiene in braccio Daria e la culla avrebbe voluto rimettersi dentro quel bambino abortito?

Ada si ammala gravemente di tumore, quel cancro che le impedirà di ricevere da viva, lo scorso 6 luglio, il Premio letterario italiano più prestigioso.

John Donne diceva: “La malattia è la miseria massima, la massima miseria della malattia è la solitudine”.

La solitudine genera disperazione ed è la disperazione che porta ai suicidi, agli aborti e all’eutanasia.

Cara Ada, hai scritto un libro magico come tua figlia, chissà se un mondo con meno solitudine e più vicinanza fisica ed affettiva ti farebbe cambiare idea sull’aborto. O forse avevi cambiato già idea quando, mentre giacevi su quel letto di ospedale e gridavi il tuo “No! No!”, ti hanno immobilizzato e praticato la sedazione per procedere alla interruzione della gravidanza?

Cara Ada, concordo con te su quanto hai scritto fra le righe dense della tua autobiografia: il Covid ha fatto capire ad un Occidente dimentico della malattia e della morte, che la malattia e la morte sono componenti naturali della esistenza umana.

Un libro lirico, emozionante, danzante e autentico come le vite di Ada, Daria e Alfredo, come le loro vicinanze e lontananze: “So che la nostra vita è andata così, che nella lontananza e nella distanza abbiamo scritto la nostra storia e che in questa storia gli spazi bianchi hanno avuto un peso tanto quanto le pagine scritte”.

Fabrizio Giulimondi

sabato 3 giugno 2023

“A CHE DISTANZA È IL CIELO” di BRUNO MANCA

 


Quello che hai costruito può essere distrutto; non importa, tu costruisci….Quello che hai sognato può non realizzarsi; non importa, tu continua a sognare.”.

Una ragazza di nome Amelia di anni 18 è da diciotto anni che attende l’Ossuta perché il suo cuore, sin dai primi giorni di vita, ha mostrato la propria fragilità e quello nuovo di zecca che le stava arrivando si è perso fra le spine degli arbusti.

A che distanza è il cielo” di Bruno Manca (Narrativa TEA) è un inno alla vita ed al suo godimento attimo per attimo.

A che distanza è il cielo” dà voce ad una celebrazione della famiglia, ai padri e alle madri adottivi ed alle mamme ritrovate dopo essersi ritrovate.

A che distanza è il cielo” è il dialogo serrato fra Amelia e il “Comandante”, ossia Dio la cui migliore qualità è l’ascolto.

In un’epoca pagana e materialista questo romanzo ripercorre la ricerca spirituale di una ragazzina adottata che adora il proprio “papi”, mentre ha un rapporto più complesso con sua madre, la quale, dietro il muro di libri che legge di continuo, nasconde il proprio dolore. Non esiste nulla di più personale della sofferenza, nulla di più individuale, diversificandosi in miliardi di rivoli, tutti tragici, tutti imperscrutabili.

Ogni personaggio è marcato, umano, straordinario nella propria ordinarietà, eroe della porta accanto, come don Stefano, gigante in una fede che sente che sta evaporando, o l’entomologo che cura le ali rovinate delle farfalle, perché ogni essere vivente, anche il più piccolo e nascosto, merita di vivere con dignità.

Amelia parla per metafore meteorologiche e tramite il linguaggio tecnico dell’arte di pilotare un aereo. I piloti che hanno fatto la storia della aeronautica mondiale sono i suoi idoli - non le rock star -, idoli come lo statunitense Sully Sullenberger.

Lo stile è morbido, affabile, ironico e il pathos è diluito nelle pagine del racconto per evitare la condensa della drammaticità, pur mantenendo Manca il lettore ben inchiodato ad una costante tensione emotiva.

Potremmo dire che questo romanzo, di indubbio valore narrativo ed etico, ha la sua intelaiatura nella corrispondenza epistolare fra Dio ed una giovane ragazza che si prepara – e prepara i suoi genitori adottivi, sua madre, il suo amico sacerdote e Davide – alla morte.

Difficile non commuoversi nelle battute finali.

Non rimpiango niente. Ho giocato. Ho perduto. Fa parte del mio mestiere. Ma, quantomeno, ho respirato il vento di mare.”.

Fabrizio Giulimondi  

lunedì 8 maggio 2023

"CESARE PAVESE IL MITO" a cura di MARCELLO VENEZIANI




Il momento mitico è per definizione pre-storico, limitare: non appena lo s’intravede o lo si sfiora, quel tanto di esso che è scorto o toccato è già calato nella storia, nella vita umana, e qui vive non più miticamente, bensì come volizione, come fantasia poetica, come pensiero, secondo le leggi della realtà.”.

La produzione saggistica del filosofo Marcello Veneziani non cessa di fuoriuscire dai confini dell’ordinario e di liberarci dalla coltre asfissiante che, come una cappa, limita ogni giorno la nostra visione mentale. L’ultima opera, “Cesare Pavese il mito” (Vallecchi), a cura di Marcello Veneziani, detronizza il grande letterato ed intellettuale piemontese dallo scranno ideologico nel quale l’intellighenzia comunista, e poi progressista, lo ha intabarrato, per liberarlo dalle superfetazioni ideologiche e dalle incrostazioni politico-partitiche.

Esiste una bibliografia di Cesare Pavese che gravita nell’orbita dell’irrazionale, dell’epico e del mito, ben lontana dal racconto ufficiale portato avanti dai cantori della cultura marxista, come Italo Calvino. In “Cesare Pavese il mito” lo storicismo materialista cede il passo a marcate venature spirituali e metafisiche, eroiche e nietzschiane.

Pavese è stato quello raccontato dagli epigoni della Sinistra letteraria e militante, ma anche quello che Veneziani riporta in questo saggio imperlato di erudizione e pensiero sommo: la letteratura italiana abbraccia quella europea e nordamericana, allungando il proprio sguardo sulla tragedia e commedia ellenica, fra teatro dell’antichità e neorealismo cinematografico italico degli anni ’40.

Preparatevi: vi immergerete senza bombole d’ossigeno nel più nobile ed elevato cantico allo spirito, nel quale ogni scienza, arte e disciplina si uniscono in un amplesso dionisiaco e incorporeo.

La ricerca sul Mito - che Veneziani sta compiendo in queste sue ultime fatiche -  permea anche quest’ultimo lavoro, disvelando ai lettori la metà lunare sconosciuta di Pavese, quella mistica, estatica, contemplativa e misterica. Di Pavese Veneziani scopre “Il poeta – creatore di favole – (è) geloso e studioso di questi luccichii aurorali che di ogni bella favola sono l’avvio e l’alimento. Far poesia significa portare a evidenza e compiutezza fantastica un germe mitico.”

Il simbolo astrae la memoria per far vivere il passato nel presente e tramandarlo nel futuro grazie alla potenza del mito, immortale e, pertanto, capace di togliere all’umanità la finitudine che la depaupera: “Sensazioni remote che si sono spogliate, macerandosi a lungo, di ogni materia, e hanno assunto nella memoria la trasparenza dello spirito.”.

Fabrizio Giulimondi

domenica 30 aprile 2023

“IL SOL DELL’AVVENIRE” di e con NANNI MORETTI

 


Il sol dell’avvenire” di e con Nanni Moretti è un lavoro in alcuni suoi spunti felliniano, divertente e mesto, un amarcord triste, ironico e fantasioso dei giorni a cavallo fra l’ottobre ed il novembre del 1956, che videro la rivolta del popolo ungherese contro il proprio governo comunista, rivolta repressa dai carri armati sovietici con l’avvallo del Partito Comunista Italiano di Togliatti.

Moretti interpreta se stesso mentre inizia le riprese di un film proprio su come una sezione romana del P.C.I. al Quarticciolo ha vissuto quei giorni.

Il regista, con il suo cast storico (Margherita Buy, Silvio Orlando), insieme ad altri molti innesti che rendono l’opera corale, come Barbara Bobulova, Teco Celio, Francesco Brandi e ancora ulteriori, nel riprendere alcune tematiche già tratteggiate in “Palombella Rossa”, cita immagini e leit motiv presenti in “Bianca” (l’attenzione per le scarpe), “Mia madre” (il fortissimo legame con la mamma) e “Caro diario” (il disprezzo per l’abuso della violenza e del sangue nei film).

Già in “Ecce Bombo” il direttore – attore inizia il compimento di un cammino di critica della Sinistra, prima comunista, poi in eterna fase di transizione. Ne “Il sol dell’avvenire” lo sguardo è sempre più stanco e disincantato, rivolto ad un passato che avrebbe condotto ad un diverso presente, se – a detta dell’Autore – il Partito Comunista avesse intrapreso una direzione opposta nel 1956.

Troviamo di nuovo l’amore per il ballo e la musica, rigorosamente italiana, specie degli anni ’60, come abbozzato già in “Aprile”.

La pellicola, indubbiamente gradevole, mostra un Nanni Moretti che, come molti suoi colleghi, dopo anni e anni di produzione cineastica di ottima qualità estetica e narrativa, palesa una disillusione per la contemporaneità e uno scetticismo per il futuro, rivolgendo, alla fine, la propria curiosità solo al passato, magari per rimodellarlo.

Fabrizio Giulimondi




venerdì 14 aprile 2023

“L’ESORCISTA DEL PAPA” di JULIUS AVERY

 


L’esorcista del Papa” di Julius Avery, ossia una occasione mancata! Il famoso Padre Gabriele Amorth – morto nel 2016 – viene tratteggiato in modo caricaturale, assomigliando più a Sean Connery ne “Il nome della rosa” che a Padre Merrin nel film cult “L’esorcista” da cui, però, il regista copia ampi passaggi narrativi e scene clou.

La realtà è che tutti cercano di imitare l’opera del 1973 di William Friedkin ma nessun neanche vi si avvicina.

Una occasione persa perché, dai tanti e contenutisticamente corposi libri di Padre Amorth, poteva essere tratta una pellicola di grande interesse cinematografico ed artistico.

V’è da dire che vi sono alcuni spunti inventivi relativi alla Santa Inquisizione spagnola di qualche interesse.

La stessa scelta degli attori è errata a causa della abissale differenza fisica e nel modo di parlare ed atteggiarsi di Russell Crowe con Padre Amorth; parimenti Franco Nero con San Papa Giovanni Paolo II.

Forse è meglio occupare il proprio tempo a leggersi gli scritti del grande esorcista piuttosto che vedere questo film.

Fabrizio Giulimondi