lunedì 18 settembre 2017

FABRIZIO GIULIMONDI: "RIFORMA DELLE PROCEDURE FALLIMENTARI" - CONCLUSIONI


I recenti e noti fenomeni che hanno interessato il mercato, comportando una crescita esponenziale del numero delle imprese in crisi, hanno puntato più che mai i riflettori sulla capacità del legislatore di fornire risposte adeguate, ma allo stesso tempo veloci, alla complessità dei mutamenti economico sociali. E per risolvere i nuovi conflitti che questa realtà pone, tutelando i numerosi ed eterogenei interessi economici complessi che risultano coinvolti, è bene tenere presente che “chi maneggia il diritto deve saper comprendere il valore di quegli interessi, saperli soppesare e all’occorrenza equamente contemperare”.        
E’ proprio in questi ultimi termini che si è espresso il Presidente Rordorf, al quale è stato affidato il delicato compito di presiedere la commissione incaricata di elaborare il disegno di legge di Delega al Governo per la riforma organica delle discipline della crisi d’impresa e dell’insolvenza (l’A.S. 2681 è attualmente in discussione presso la Commissione giustizia del Senato, approvato come AC 3671 bis lo scorso 1 febbraio dall’Aula della Camera dei deputati e, nelle prossime settimane, approderà all’Assemblea senatoria per la discussione e la votazione, forse, definitiva): un disegno ispirato dalla consapevolezza che un percorso fruttuoso deve muoversi all’insegna dell’armonia, in modo tale che le visioni della realtà da parte del legislatore, della giurisdizione e dell’economia siano sempre meno sfalsate e più conciliabili.       
Il disegno di legge in oggetto persegue la realizzazione di un progetto assai ambizioso che, dopo numerosi interventi che in passato, in modo occasionale ed asistematico, hanno variamente modificato la cd. Legge fallimentare, ha ora finalmente l’obiettivo di attuare una riforma organica della materia.         
La disciplina dell’insolvenza e delle procedure concorsuali, prevista dall’antico R.D. 19 marzo 1942, n. 267, richiedeva ormai da tempo una rivisitazione massiccia e ciò non solo per l’essere per certi aspetti anacronistica ed inadeguata al nuovo contesto socio-economico, ma anche per i problemi interpretativi ed applicativi che si sono via via venuti a creare a seguito di interventi di modifica episodici ed emergenziali. Il che ha spesso prodotto il moltiplicarsi delle controversie, con conseguente rallentamento e crescente onerosità delle procedure.       
Numerosi, e notevoli, sono i problemi riscontrati dagli operatori del settore – complessità dell’apparato normativo, incertezza del diritto, farraginosità e lentezza delle procedure, eccessiva burocratizzazione – problemi che spesso hanno come conseguenza diretta la lesione degli interessi che la disciplina dovrebbe invece tutelare, e cioè gli interessi dei creditori al soddisfacimento dei propri diritti e l’interesse del debitore, oltre che pubblico, alla prosecuzione dell’attività d’impresa. A ciò si aggiungevano, altresì, le sollecitazioni provenienti dall’Unione Europea ad adottare una legislazione concorsuale nuova e più moderna.
Prima di esaminare il contenuto e la portata dei nuovi interventi, ricordiamo brevemente dove eravamo rimasti lo scorso anno. Già il d.l. 83/2015, conv. in l. 132/2015, si poneva in un’ottica competitiva e pro-concorrenziale, partendo da un dato critico della realtà, e cioè dal fatto che l’azienda che entrava nella spirale negativa faticava ad uscirne, non godendo più della fiducia delle banche le quali interrompevano le linee di credito, ed era pertanto costretta a cessare l’attività, con gravi conseguenze per l’economia tutta, anche in termini di perdita di occupazione. Il d.l. 83/2015 da un lato semplifica e dall’altro incentiva, ponendosi dal punto di osservazione sia del debitore, sia dei creditori. Ed infatti già con tale intervento si prevedevano una maggiore competitività nel concordato preventivo, il favor per la ristrutturazione aziendale, stimolando il debitore ad avere un comportamento collaborativo, il rinnovamento delle procedure esecutive, con la riduzione dei tempi per i singoli adempimenti ed il miglioramento delle forme di pubblicità. Ma tutto ciò, evidentemente, non è risultato sufficiente.   
Molti dei problemi sopra illustrati rimanevano aperti. Si è reso perciò necessario un vero e proprio mutamento culturale nell’approccio all’insolvenza, la quale  va affrontata come fatto fisiologico nel ciclo vitale dell'impresa, da prevenire con strumenti nuovi ed adeguati.       
Anche le scelte semantiche evidenziano segni di discontinuità rispetto al passato: prima fra tutte l’espunzione dalla legge della parola “fallimento”, cui tradizionalmente si ricollega un’accezione di negatività che rievoca discredito, anche personale, che accompagna ed etichetta sia l’impresa in senso oggettivo, sia il soggetto imprenditore. Si è in tal modo accolto l'orientamento di altri sistemi europei (Francia, Germania e Spagna), e l’espressione “fallimento” con i suoi derivati sono stati sostituiti da quella più neutra di “liquidazione giudiziale”. Cambia, poi, il significato di alcune espressioni già in uso - come quella di “crisi” - e vengono poste le basi per rivisitare la nozione di insolvenza, quale “evento che può presentarsi ad ogni livello di svolgimento dell’attività economica, sia essa in forma organizzata (ossia, imprenditoriale nel senso tradizionale), professionale o personale”, che deve essere affrontata secondo una logica unitaria che è quella della sopravvivenza del soggetto economico (in senso lato) e della sua capacità di adempiere alle obbligazioni e garantire lavoro.   
Ciò che l’odierno legislatore si propone, è di offrire gli strumenti per una tutela del credito ed una disciplina delle procedure concorsuali che passino attraverso una normativa non solo moderna ed efficace, ma anche organica, armoniosa, semplificata, capace di superare le incertezze e la frammentarietà che caratterizzano la materia.   
Il mercato internazionale, infatti, richiede accountability, per cui la disciplina deve essere migliorata sul piano della prevedibilità delle decisioni, in quanto solo una giurisprudenza uniforme offre certezze alle imprese e concorre a recuperare credibilità di fronte agli investitori stranieri. Il disegno di legge, dunque, è concepito in modo da realizzare il principio della certezza sia del diritto (oggettivo), sia dei diritti (soggettivi). Ed allora, da una parte, si riformulano le disposizioni che hanno dato luogo a contrasti interpretativi al fine di superarli, e dall’altra, si provvede a dare stabilità alle situazioni giuridiche soggettive, aumentando le preclusioni alla proposizione di eccezioni e limitando la retroattività degli effetti di alcuni meccanismi giuridici, evitando in tal modo che situazioni ormai cristallizzate possano essere rimesse in discussione ex post.
Strettamente connessa a tale necessità di mettere ordine e fare chiarezza nell’attuale complessità normativa è l’esigenza di semplificazione, che rappresenta uno dei leitmotiv di questa riforma. Essa è realizzata con una pluralità di misure, tra cui vi sono, a titolo esemplificativo, degli importanti passi in avanti nella digitalizzazione delle procedure, con la previsione di modalità di consultazione telematica del ceto creditorio, dell’obbligo in determinati casi di inviare comunicazioni via pec, e della proposizione telematica delle domande.
Nella medesima ottica, si è inteso realizzare l’obiettivo dell’armonizzazione. Così deve essere letta la previsione dell’obbligo di adottare un unico modello processuale per l’accertamento dello stato di crisi o di insolvenza, unificando sia dal lato oggettivo – e cioè con riferimento alla procedura da seguire – sia da quello soggettivo. Si intende, infatti, assoggettare a tale procedimento di accertamento qualsiasi categoria di debitore, sia esso persona fisica o giuridica, individuo o società, imprenditore commerciale o agricolo, artigiano, e addirittura professionista o consumatore. Il tutto, però, tenendo conto delle peculiarità e soprattutto delle dimensioni di ciascuna categoria.        
Per una tutela moderna del credito, poi, si rende indispensabile velocizzare le procedure, che devono diventare più snelle ed informali, in modo da poter tempestivamente porre un freno alle situazioni di crisi. La celerità, infatti, serve non solo ai creditori (le banche lamentano la zavorra dei crediti deteriorati), ma anche al debitore, al fine di evitare che le lungaggini delle procedure e l’eccessiva onerosità delle stesse (altro punto su cui si interviene è proprio quello della riduzione dei costi, a volte tali da assorbire quasi totalmente l’attivo) comportino il definitivo ed irreversibile depauperamento del suo patrimonio.         
Altro punto chiave è il potenziamento delle soluzioni anticipate e negoziate della crisi. Viene posto l’accento sulla necessità di individuare il sorgere di uno stato di crisi il prima possibile, così da poter tempestivamente attivare procedure di allerta che impediscano di giungere alla conclamata insolvenza e, più in generale, l’innescarsi di situazioni critiche gravi ed irreversibili, con contestuale aumento delle probabilità di salvataggio dell’impresa. Questa possibilità sarà attuata con la predisposizione di misure di riorganizzazione dell'impresa tali da favorire il superamento delle situazioni di difficoltà e prevenire gli stati di insolvenza.     
Cambia culturalmente lo stesso concetto di gestione della crisi, la quale dovrà sempre più richiamare un'idea di recupero in via confidenziale dalla medesima, che oggi, invece, è vissuta come stato preliminare al fallimento.  
 Le procedure sono sempre più caratterizzate dall’informalità, prevedendosi la possibilità di dialogare con gli organi giudiziari con modalità più dirette ed immediate, e si svolgono all’insegna della negoziazione. Il momento della trattativa tra debitore e creditori, anche in via confidenziale e stragiudiziale, ma sotto  il controllo e la vigilanza dell’organo giudiziario a tal scopo opportunamente coadiuvato da organi di natura tecnica, viene privilegiato rispetto a soluzioni meramente liquidatorie. Ciò perché si è ormai acquisita la consapevolezza che la soluzione alle crisi d’insolvenza non risieda nell’assalto al patrimonio liquidabile del debitore – mai sufficiente a soddisfare, neanche parzialmente, le pretese creditorie – bensì nel consentire l’attivo recupero della vita economica del debitore, con il supporto dell’ordinamento e degli organi giudiziari, cercando di salvaguardare per quanto possibile la continuità aziendale.         
In particolare, viene introdotta una procedura di composizione assistita della crisi, affidata ad appositi organismi, potenziando il ruolo e parallelamente la professionalità degli OCC (organismi vigilati dal Ministero della Giustizia), che richiederanno sempre maggiori competenze ai professionisti. Tutti gli attori coinvolti, del resto, devono essere sempre più attrezzati, formati e specializzati, per non soccombere davanti a censure di arretratezza culturale e tecnica rispetto alle esigenze di crescita economica delle imprese.     
Infine, si ricorda il duplice intervento in tema di garanzie. In primo luogo, viene espressamente consentita e regolata la fattispecie del patto marciano, che, a determinate condizioni, fa venir meno i limiti tradizionalmente previsti dal divieto di patto commissorio. Inoltre, si ha l’introduzione di una garanzia mobiliare peculiare, un pegno senza spossessamento del debitore, fornendo risposta alle esigenze, più volte e da tempo sollevate dal mondo delle imprese, di consentire la costituzione in pegno dell’azienda, senza però sottrarre la gestione al debitore-imprenditore. Questa, infatti, appare l’unica strada realmente percorribile per salvaguardare la continuità aziendale, favorendo peraltro l’aumento della produttività, a vantaggio di tutti, specie dei creditori.

Il disegno di legge Rordorf, pur rappresentando attualmente il fronte principale sul quale siamo impegnati nel settore delle procedure concorsuali e più in generale nella lotta al risanamento delle imprese in crisi, non è l’unico. Parallelamente, infatti, sono in atto altre misure.    
Ci sono quelle, sul tavolo del CSM, volte a garantire una maggiore trasparenza nell’attribuzione degli incarichi nei fallimenti. Esse daranno il via a monitoraggi e buone pratiche per agevolare la vigilanza dei capi degli uffici sul conferimento degli incarichi di consulenza a curatori, periti e amministratori giudiziari. Si implementerà, inoltre, la buona prassi consistente nel rendere pubblici annualmente sul sito internet dell’ufficio giudiziario gli elenchi di incarichi per ciascuna sezione.
E’ stato emanato il d.l. 59/2016, conv. in l. 119/2016, recante Disposizioni urgenti in materia di procedure esecutive e concorsuali, cd. Decreto banche, il quale ha previsto – tra le altre cose – un maggiore uso della telematica nei fallimenti ed una procedura esecutiva più veloce per evitare la dispersione di valori, oltre ad aver sottolineato la centralità della formazione dei professionisti delegati alle vendite (notai, avvocati e commercialisti). Si punta, ancora una volta, sull’innovazione: emblematica, al proposito, l’istituzione del portale delle vendite pubbliche, un registro elettronico con l’obiettivo finale di garantire lo svolgimento on line delle procedure esecutive (espropriazione immobiliari, procedure di insolvenza e strumenti di gestione della crisi). 
Da ultimo, nella consapevolezza che l’efficacia della risposta normativa e giurisdizionale dipende anche dalla razionalizzazione dell’accesso alla giustizia e dalla semplificazione delle forme del processo, siamo al lavoro sul disegno di semplificazione e deflazione del processo civile, nell’ambito di un programma di "degiurisdizionalizzazione" nella composizione dei conflitti, già avviato con la mediazione obbligatoria, la negoziazione assistita e la risoluzione telematica delle controversie transfrontaliere per i consumatori, che sta dando ottimi risultati. 
L’esame del disegno di legge in parola, in conclusione, sta proseguendo in Parlamento, con l’impegno, da parte del legislatore, ad essere in grado di intercettare i bisogni dell’impresa moderna con velocità ed efficienza, ma anche con efficacia degli strumenti normativi rispetto al fine giuridico-economico, tenendo conto che tutti gli interessi coinvolti devono essere conciliati, perché – per riprendere le parole della Corte Costituzionale (Corte Cost. n. 85 del 2013) – i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca tra loro, senza che sia possibile individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri.


Fabrizio Giulimondi



"DUNKIRK" DI CHRISTOPHER NOLAN

Dunkirk è l’anglicismo di Dunkerque, la località marittima francese teatro fra il 26 maggio e il 3 giugno 1940 del colossale rimpatrio -  su ordine di Churchill -  di 335.000 soldati britannici, sotto i colpi della aeronautica tedesca, a seguito dell’occupazione del territorio transalpino ad opera della Wehrmacht.
All’inizio vi furono le lunghe e sconvolgenti scene iniziali dell’opera di Steven Spielberg “Salvate il soldato Ryan”. Poi, dopo lungo tempo, ecco Dunkirk, del pirotecnico Christopher Nolan, le cui capacità artistiche e creative le abbiamo già ben conosciute con “Memento”.
Dunkirk possiede delle particolarità che lo rendono unico dentro il ricchissimo filone cinematografico bellico: mai si era vista una pellicola che contenesse 106 minuti ininterrotti di guerra. Realismo puro. Voi vivrete 106 minuti di guerra. Il sonoro e la colonna sonora (Hans Zimmer) determinano nell’animo dello spettatore uno stato di permanente tensione che sconfina, talora, nell’angoscia. Autenticità allo stato brado: i colpi delle mitragliatrici e le esplosioni delle bombe sembrano che attingano proprio Voi.
Coralità. Questo film è corale, corale e interpretato da attori che esprimono il dolore, il terrore, l’entusiasmo e l’attesa più con le espressioni mimiche e corporee che con la parola. I volti dei soldati, degli ufficiali e dei civili punteggiano la storia. Forse i veri protagonisti-eroi sono i tanti civili che andarono a soccorrere oltre Manica i loro militi per trasportarli verso le bianche costiere di Dover.
Christopher Nolan fa seguire al suo pubblico l’azione scenica da tre punti prospettici: la terra, il mare e il cielo.
Ad un sonoro da Oscar si aggiunge una fotografia (Hoyte Van Hoytema) da “Statuetta”. Nello scenario maestoso delle spiagge, della volta e dell’oceano di Dunkerque le battaglie aeree e navali si susseguono senza tregua, incollando, suggestionando e terrorizzando lo spettatore.  
Un colossal didattico e didascalico che si inserisce nella migliore tradizione americana dei film “di guerra”.

Fabrizio Giulimondi




mercoledì 13 settembre 2017

FABRIZIO GIULIMONDI: "I MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI"


“Un Paese capace di futuro legge le risorse spese per l’infanzia e l’adolescenza come investimenti e non come costi.” (Anonimo)

I flussi migratori costituiscono una realtà sociale e giuridica ineludibile nelle dinamiche della contemporaneità.
I movimenti migratori hanno attraversato e ritmato il corso della civiltà, arricchendo di scambi e mescolanze la storia. L'epoca presente è caratterizzata da un fenomeno migratorio la cui tendenza predominante è costituita da uno spostamento dai Paesi del sud del mondo e dall'est europeo verso il più ricco occidente.

L’emergenza migranti che sta investendo l’Italia e, più nello specifico, l’aumentato numero di minorenni non accompagnati che ogni anno raggiungono le coste italiane ha indotto il nostro Paese a superare l’approccio emergenziale e a pianificare un sistema di governance con l’obiettivo di individuare, in una logica di sistema, interventi più idonei per la tutela dei minorenni non accompagnati e garantire in modo uniforme il loro diritto alla protezione, alla rappresentanza e all’accoglienza.

Nel 2016, sono stati oltre 25 mila i minori stranieri non accompagnati sbarcati sulle nostre coste. Il 92% degli under 18 arrivati e il 14,2% di tutti gli arrivi via mare. Una cifra record pari quasi al doppio di quella registrata l’anno precedente. La maggior parte proviene dall’Africa: al primo posto in graduatoria i giovani eritrei (3.714; il 15,4% dei minorenni arrivati nel 2016), seguono i gambiani (3.119; il 12,9%) e i nigeriani (2.932; 12,1%). Da notare che, di contro, è diminuito il numero di quelli giunti insieme ai genitori: 2.400 nel 2016, mentre erano stati 13.000 nel 2014. I dati sono stati diffusi dalla Fondazione ISMU che, in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (15 gennaio 2017), ha deciso di dedicare un focus a questo particolare settore dell’immigrazione nel nostro Paese (per un'accurata anali si statistica del fenomeno migratorio in Italia, anche in relazione al tema in esame, alla data del 7 marzo 2017 e comparazione con gli anni precedenti cfr. http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/cruscotto_statistico_giornaliero_6_marzo_2017.pdf)

Per quanto attiene, invece, alla categoria dei “minori non accompagnati, si fa riferimento alla definizione data a livello internazionale dal Comitato sui diritti del fanciullo, istituito dall’omonima Convenzio­ne, nel Commento generale n. 6 su Trattamento dei bambini separati dalle proprie famiglie e non accompagna­ti, fuori dal loro paese d’origine (2005), secondo cui per minori non accompagnati si intendono quei bambini, aventi un’età inferiore a diciotto anni – fatta eccezione per quegli Stati che prevedono un’età diversa per il raggiungimento della maggiore età – che sono stati separati da entrambi i geni­tori o da altri parenti, e che sono privi delle cure di un adulto che, per legge o per consuetudine, ha tale responsabilità.

Per quanto attiene all’ordinamento interno, per minore straniero non accompagnato, “si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o di altri Stati dell'Unione Europea che, non avendo presentato domanda di asilo politico, si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato privo di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell'ordinamento italiano” (art. 1, comma 2, Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 9 dicembre 1999, n. 535). Oltre ai minori completamente soli, rientrano in questa definizione anche i minori affidati di fatto ad adulti, compresi parenti entro il quarto grado, che ne siano tutori o affidatari in base ad un provvedimento formale, in quanto questi minori sono comunque privi di rappresentanza legale secondo la legge italiana.

Lo status di “inespellibili, permette loro di aver diritto ad un permesso di soggiorno per motivi di “minore età” valido fino al compimento del diciottesimo anno.
Al compimento della maggiore età, il minore straniero non accompagnato può proseguire la sua permanenza regolare in Italia, se dimostra di trovarsi nel nostro Paese da almeno tre anni e di aver effettuato un percorso di integrazione della durata di almeno due anni.

“Prima di diventare un immigrato, - adoperando la bella immagine di Amin Maalouf -  si è un emigrato; prima di arrivare in un Paese, si è dovuto abbandonarne un altro, e i sentimenti di una persona verso la terra che ha abbandonato non sono mai semplici. […] Parallelamente i sentimenti che si provano verso il Paese d’adozione non sono meno ambigui. Se ci si è venuti è perché vi si spera una vita migliore […] tale aspettativa è allo stesso tempo carica di apprensione di fronte all’ignoto”.

Ai minori stranieri non accompagnati in aggiunta alle norme previste in generale dalla legge italiana in materia di assistenza e protezione dei minori si applicano le norme riguardanti:

1) il collocamento in luogo sicuro del minore che si trovi in stato di abbandono; la competenza in materia di assistenza dei minori stranieri é attribuita, come per i minori italiani, all’ente locale (in genere il comune);
2) l’affidamento del minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo a una famiglia o a una comunità; può essere disposto dal Tribunale per i minorenni (affidamento giudiziale) oppure, nel caso in cui ci sia il consenso dei genitori o del tutore, può essere disposto dai servizi sociali e reso esecutivo dal giudice tutelare (affidamento consensuale); la legge non prevede che per procedere all’affidamento si debba attendere la decisione del Comitato per i minori stranieri sulla permanenza del minore in Italia;
3) l’apertura della tutela per il minore i cui genitori non possano esercitare la potestà.
Nel caso in cui entrambi i genitori esercenti la potestà manchino definitivamente o momentaneamente, dal nostro ordinamento sono previsti una serie di interventi a protezione del minore. Tali interventi, previsti ed applicati per i minori italiani come rimedi a situazioni eccezionali, hanno trovato una nuova e amplissima applicazione dedicandosi ai minori di origine straniera.
Per rispondere a questo eccezionale afflusso migratorio e all’aggravamento delle condizioni per la predisposizione di adeguate misure di accoglienza dei migranti, sono state previste dal Governo disposizioni straordinarie per fronteggiare lo stato di emergenza.

Il Parlamento ha recentemente approvato la legge 7 aprile 2017, n. 47 (“Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati”).

I primi tre articoli definiscono l'ambito di applicazione soggettivo della disciplina e affermano, tra gli altri, i seguenti principi:
1.   il principio generale del divieto di respingimento alla frontiera dei minori. Si stabilisce che i minori stranieri non accompagnati sono titolari dei diritti in materia di protezione dei minori a parità di trattamento con i minori di cittadinanza italiana o dell'Unione europea. Il provvedimento di espulsione di competenza del tribunale per i minorenni può essere adottato a condizione che non comporti un rischio di danni gravi per il minore;
2.   vengono disciplinate le procedure per l'identificazione del minore attraverso un documento anagrafico, avvalendosi della collaborazione delle autorità diplomatiche – consolari;
3.   viene prevista l’istituzione di un Sistema informativo nazionale dei minori non accompagnati;
4.   sono contemplate due sole tipologie: il permesso di soggiorno per minore età e quello per motivi familiari;
5.   fra gli istituti che l’articolato è volto a rafforzare vi sono anche quelli che, presso ogni Tribunale per i minorenni, sia istituito un elenco di tutori volontari. In materia di accoglienza, viene previsto che tutti i minori non accompagnati, indipendentemente dalla richiesta di protezione internazionale, possano accedere al Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati;
6.   v’è, altresì, il riconoscimento di alcuni diritti ai minori non accompagnati, tra i quali quello all'assistenza sanitaria e al diritto all'istruzione.
In conclusione, si può affermare che il testo di legge in parola vuole privilegiare la continuità affettiva dei bambini rimasti orfani, prevedere il diritto ad un’adeguata assistenza psicologica, farmaceutica e sanitaria e disporre l’istituzione di un fondo di solidarietà in loro favore, così da assicurargli un sostegno nella formazione scolastica e universitaria, oltre la possibilità di un futuro impegno nelle Amministrazioni pubbliche.

Fabrizio Giulimondi








"IL SETTIMO ESORCISTA" DI FABIO GIRELLI (PIEMME)


Il settimo esorcista di [Girelli, Fabio]
Crux sancta sit mihi lux
Non draco sit mihi dux
Vade retro satana
Nunquam suade mihi vana
Sunt mala quae libas
Ipse venena bibas
Demonologia, esorcismi, delitti seriali simbolici a scopo religioso, preti ossessionati e compulsivi, satanismo, temi triti e ritriti affrontati da anni dal cinema e dalla letteratura. Negli anni settanta la cinematografia e gli scrittori hanno prodotto pellicole e romanzi di altissima caratura. Oramai siffatti argomenti sono stati sviscerati abbondantemente e non riescono più a dare alcun brivido allo spettatore e al lettore. Solo personalità come Donato Carrisi con i suoi libri riescono a tenere alto l’onore del thriller esoterico in Italia e nel Mondo. Credo che Carrisi, al pari del grande e compianto Giorgio Faletti, possano essere i referenti letterari di Fabio Girelli (già vincitore con “Marmellata di Rose” del Premio Micro-editoria italiana 2014), che con la sua ultima opera “Il settimo esorcista” (Piemme) ritorna su queste tematiche con poca efficacia e mordente. Si rimane perplessi dell’editing, che lascia correre su passaggi chiaramente grotteschi (non appositamente grotteschi) e irrealistici, oltre lo stile eccessivamente didascalico che fa perdere di suspense la trama. Il protagonista - un vice questore bipolare, tabagista e sociopatico che si accompagna con una transessuale (ricorda tanto, troppo, Niente di Vero tranne gli occhi di Faletti) è alla ricerca di un serial killer legato a storie esorcistiche e di possessione. L’ambientazione è nella magica Torino e nei suoi sotterranei (scimmiottando le straordinarie ed inquietanti descrizioni di una Roma catacombale realizzate da Carrisi), in cui ex voto e dipinti sono l’innesco degli omicidi.

Fabrizio Giulimondi



lunedì 11 settembre 2017

FABRIZIO GIULIMONDI: MAGISTRATURA E INTELLIGENCE

  • ·  NUOVO APPROCCIO CULTURALE NEI CONFRONTI DEI SERVIZI DI INFORMAZIONE

In Italia è esistito un clima culturale non favorevole al riconoscimento della funzione esercitata dagli apparati della sicurezza nazionale. La diffidenza nei confronti degli organismi informativi nasce da quell’idea di “Servizi deviati” oramai radicata nella pubblica opinione a causa di una lunga sequenza di avvenimenti da cui è stata segnata la storia italiana della seconda metà del Novecento.
La stessa Corte con la decisione n. 86 del 77 fece venire il sospetto di esserne influenzata nel dettare il decalogo del segreto di Stato, avendo cura di precisare: non potranno mai essere oggetto di segreto di Stato i fatti eversivi dell’ordine costituzionale, perché in questi casi il segreto non consentirebbe la tutela dell’esistenza e della sopravvivenza stessa dello Stato democratico. Conseguentemente, ciò che attenta allo Stato democratico non può essere protetto con il segreto. La legge del ’77 recepì integralmente tale indicazione e la legge del 2007 l’ha reiterata.
Oggi, per porre mano alla costruzione di una nuova cultura della sicurezza è necessario operare, innanzitutto, incisive revisioni semantiche e concettuali.
Atteso che gli organismi di informazione per la  sicurezza sono al Servizio dell’interesse nazionale e che le informazioni sono alla base delle  decisioni politiche, la prima revisione semantica riguarda proprio  il termine “intelligence” al quale, quando è usato in senso soggettivo, conviene sostituire espressioni come “apparati di sicurezza dello Stato”, intesi come insieme di strutture governative impegnate nella raccolta e nell’analisi di informazioni di fonte aperta o coperta, volte ad individuare i pericoli che corre la sicurezza della Repubblica e a decide le azioni necessarie per tutelarla.
Altrettanto necessaria è una chiarificazione concettuale che riduca l’eccessiva sovrapposizione tra la nozione di ordine e sicurezza pubblica e quella di sicurezza nazionale. Siffatte nozioni sono innegabilmente correlate eppure nettamente distinte, alle quali corrispondono due diverse missioni dell’Amministrazione statale: la prima consiste nel garantire la pacifica convivenza dei cittadini e il loro diritto ad essere “liberi dalla paura”. Tradizionalmente questo compito veniva assolto in via esclusiva dall’apparato statale, mediante le Forze di Polizia e, nei casi di ricorso allo strumento del processo penale, dalla magistratura e gli uffici giudiziari. Oggi lo scenario è mutato, perché all’azione delle amministrazioni statali si è affiancata quella delle autonomie locali, in particolare quelle comunali, cosicché si può parlare di una “sicurezza partecipata”.
La seconda, ossia la tutela della sicurezza nazionale, persegue l’obiettivo primario e sovraordinato a quelli appena descritti, consistente nella sopravvivenza stessa della Repubblica e comprendente la sua integrità territoriale, l’autonomia delle Istituzioni democratiche sulle quali è fondata, la libertà di perseguire gli interessi fondamentali per la Comunità nazionale.
Si può ritenere che troppe volte in Italia l’atteggiamento nei confronti dei Servizi di informazione è paragonabile a quello che circonda l’attività delle lobby nei confronti del circuito politico-parlamentare. Tutti sanno che il lobbying immette nel procedimento legislativo informazioni preziose, grazie alle quali è possibile delineare meglio il quadro dei rapporti economici su cui una nuova legge andrà ad incidere e quali potranno essere gli effetti della nuova normativa in termini di costi-benefici dai diversi punti di vista. L’opinione dominante, però, vede ancora i lobbisti come una realtà “semi - malavitosa” che deve stare fuori la porta del Parlamento.
Parimenti accade per i Servizi di informazione, dei quali si parla quasi esclusivamente per mettere in evidenza ciò che non va, mentre viene spesso tenuto nell’ombra il contributo informativo che i Servizi forniscono al funzionamento delle strutture pubbliche e, anche, dell’impresa privata.
Pertanto sorge più che mai la necessità di promuovere e diffondere una cultura della sicurezza che richieda un lavoro specifico per migliorare la percezione che la società civile ha degli apparati della sicurezza dello Stato, delle missioni loro affidate e, per quanto possibile, di ciò che fanno per svolgerle con efficacia, nel rispetto della Costituzione e delle leggi.
Si dovrebbe in primo luogo far cogliere all’opinione pubblica il valore di una funzione che attualmente è completamente nuova, poiché gli scenari e le dinamiche della globalizzazione ci costringono a reinterpretare in chiave moderna ed attuale il concetto di difesa dell’indipendenza dello Stato, dell’integrità del territorio nazionale e delle istituzioni democratiche. La concezione della sicurezza si dilata e, conseguentemente, si ampliano gli orizzonti dei Servizi di informazione, non solo in senso spaziale, ma anche per quanto riguarda i campi di intervento: si pensi all’economia, un campo nuovo ed estremamente complesso, nel quale appare con chiarezza l’estensione dell’azione dei Servizi dalla sicurezza dello Stato all’interesse nazionale.
E’ lungimirante interpretare la nozione di sicurezza nazionale in senso evolutivo e ricomprendervi la tutela degli interessi nazionali anche di natura economico-finanziaria. I Servizi di informazioni e sicurezza possono essere chiamati a operante per proteggere le grandi imprese specie se di rilevanza strategica.
Viviamo, infatti, in un epoca in cui, venuta meno “la Cortina di Ferro” e, con essa, la netta separazione tra “amici” e “nemici”, il problema venuto alla ribalta è l’esistenza di competitor commerciali fra gli stessi  Stati Membri dell’ Unione europea.
Molti ordinamenti si sono dotati di strumenti atti a rafforzare il proprio dominio economico non solo al proprio interno ma anche dentro altrui territori e in seno alla sfera internazionale. Basti pensare che la Francia ha iniziato ad organizzare un’intelligence economica già alla fine degli anni ’80, sotto la presidenza Mitterand, allorquando fu fondata la Ecole de guerre economique.
E con una riforma varata dal Presidente Clinton nel ’94, i Servizi degli Stati Uniti hanno ricevuto mandato di tutelare e promuovere il benessere economico degli americani, seguendo gli sviluppi politici, economici, sociali e militari in tutte le parti del mondo, in tutti i settori in cui fossero coinvolti interessi americani, e dove le informazioni da fonti aperte fossero insufficienti.
Compito di una intelligence istituzionale moderna, quindi, è il reperimento delle informazioni necessarie a tutelare gli interessi della propria Nazione nella competizione internazionale
La 124 del 2007 intercetta questo cambio di passo, già avvertito dai nostri connazionali come evidenzia il rapporto dell’Eurispes 2016 che indica nel 64% l’indice di gradimento degli italiani nei confronti della nostri apparati di sicurezza (in riferimento all’anno 2015).  
La cennata normativa contiene alcune previsioni alla luce delle quali possono trarsi interessanti piste interpretative: il secondo comma dell’art. 30, secondo il quale il COPASIR verifica che l’attività si svolga “nell’esclusivo interesse e per la difesa della Repubblica e delle istituzioni”; l’art. 39, comma 1, a mente del quale: “Sono coperti dal segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione sia idonea a recare danno all’integrità della Repubblica anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, all’indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato”.
Queste disposizioni possono far ritenere  sussistenti le condizioni di base per la legittimità di un intervento dei Servizi di informazione e sicurezza a tutela di interessi economici di carattere strategico-nazionale, qualificati come tali attraverso una precisa assunzione di responsabilità politica.
Queste innovative considerazioni sono inverate nella stessa intitolazione della riforma del 2007 “Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica”, essendo evidenziate in modo chiaro che le attività svolte dalle Agenzie non sono finalizzate solamente alla difesa dello Stato nelle sue componenti fondamentali (Popolo, territorio e sovranità), ma si stendono fino a coprire il complesso degli interessi della collettività nazionale.

·        FORMAZIONE E INTELLIGENCE
La formazione assume una importanza tattica e strategica in una visone di lungo periodo, ineludibile in seno ad uno scenario nazionale, europeo ed internazionale.
La formazione delle persone chiamate a lavorare negli apparati della sicurezza dello Stato e, in prospettiva, ad assumervi responsabilità verticistica, rende sempre più necessario un contatto, un’osmosi tra questo mondo e quello accademico e magistratuale. Un approfondimento delle tematiche legate alla sicurezza interna ed internazionale dello Stato ad opera dei magistrati può aiutare questi ultimi a meglio comprendere certi “meccanismi” e rafforzare ulteriormente il proprio ruolo di primario rilievo nel contrasto al terrorismo di matrice politica e religiosa.
Un esempio ci viene dal modo anglosassone, dove la intelligence community attinge assai spesso all’Accademia, non solamente in termini di contributi alle attività di analisi, ma anche e soprattutto in termini di formazione e selezione del personale da assumere. 
Tali considerazioni mettono a fuoco due esigenze fondamentali: la prima è quella di fare dell’intelligence un elemento della cultura generale, inserendola nei programmi universitari. La seconda relativa alla formazione specifica, necessaria a preparare i professionisti del settore, con particolare riferimento a quelli da impiegare nelle attività di analisi delle informazioni raccolte, attività che rivestono oggi un’importanza crescente. L’università può e deve svolgere un ruolo fondamentale, preparando le nuove generazioni di laureati ad affrontare con professionalità le innumerevoli e proteiformi criticità legate alla sicurezza nazionale e ad apprendere le tecniche di informazioni a quest’ultima correlate. Parimenti, il Consiglio Superiore della Magistratura e i Consigli Giudiziari possono fornire il loro decisivo e autorevole contributo ad un settore in cui giudici e pubblici ministeri non possono non essere coinvolti ed interessati.

  • ·        INTELLIGENCE E MAGISTRATURA

Formare una classe professionale, a partire da quella magistratuale, che abbia nel proprio bagaglio tecnico i fondamentali della cultura della sicurezza, conosca le missioni istituzionali dei Servizi di informazione, i limiti del loro modus operandi, l’apporto che si è in grado di fornire alla sicurezza dello Stato e dell’intero sistema-Paese. Una classe dirigente e una magistratura che abbia contezza di cosa si possa chiedere a chi lavora per la sicurezza nazionale e che sia in grado di valutare criticamente le informazioni prodotte dai Servizi di informazione.
A questo proposito occorre sottolineare che raramente il “prodotto” dei Servizi è costituito da informazioni certe; al contrario, si tratta quasi sempre di notizie che, seppur attentamente vagliate sotto il profilo della affidabilità, sono assai spesso relative ad eventi probabili o solamente possibili. Spetta, dunque, al decisore politico la scelta sul se e come utilizzarle nell’interesse dello Stato e della Comunità nazionale.
Appare necessario creare un sistema di rapporti stabili tra il sistema della sicurezza nazionale, la magistratura ed il mondo accademico.
Non da ultimo non può mancare il coinvolgimento del “Quarto Potere” in questa operazione di collegamento fra Poteri e Funzioni dello Stato, al fine di attingere al meglio la tutela della sicurezza nazionale.
La creazione di un movimento culturale che, partendo dalle università, passi per la magistratura per coinvolgere progressivamente i mezzi di comunicazione di massa, provocherebbe presumibilmente effetti benefici anche ai fini di una migliore percezione dell’intelligence da parte dei cittadini.
Lo stesso rischio di conflitti fra magistratura e intelligence è stato ridimensionato dalla innovativa riforma del 2007 che ha introdotto l’istituto delle “garanzie funzionali”, causa di giustificazione speciale per gli appartenenti ad AISE ed AISI e a quanti, pur esterni ai Servizi, siano chiamati a cooperare con essi nel corso di attività autorizzate.
La scriminante in parola esclude la rilevanza penale (e civile) degli atti compiuti dagli agenti dei Servizi nell’interesse superiore dello Stato che, altrimenti, sarebbero astrattamente configurabili come reati. Più volte, infatti, con costante giurisprudenza, la Corte costituzionale ha avuto modo di affermare che la Sicurezza del Paese è bene giuridico prioritario prevalente sugli altri, in quanto fondamento degli altri.
Il disposto dell’art. 17 richiede che i comportamenti da scriminare ricevano una preventiva ed esplicita autorizzazione del Presidente del Consiglio o dell’Autorità delegata (solitamente un Sottosegretario alla Presidenza dei Ministri con delega ai Servizi o un Ministro senza portafoglio), da rilasciarsi volta per volta dopo un’ attenta comparazione degli interessi istituzionali pubblici e privati in gioco. Non sussiste alcun elenco tassativo, poiché ciò avrebbe potuto condizionare o compromettere talune attività operative che, svolgendosi in contesti fluidi e in continua evoluzione, sarebbero state difficilmente prevedibili ab origine
Questo sistema elaborato a seguito del caso Abu Omar, costituisce primariamente una garanzia per gli agenti, in quanto, col dato oggettivo dell’autorizzazione preventiva, viene eliminato ogni fraintendimento o rischio interpretativo successivo.
Non sono in ogni caso autorizzabili delitti diretti a mettere in pericolo o ledere la vita, l’integrità fisica, la personalità individuale, la libertà personale, la libertà morale, la salute o l’incolumità di una o più persone, o reati contro organi costituzionali o contro le assemblee regionali, contro i diritti politici del cittadino nonché altri delitti espressamente previsti dalla legge, non sia effettuata nelle sedi di partiti politici rappresentati in Parlamento o in un’assemblea o Consiglio regionale, nelle sedi di Organizzazioni sindacali o nei confronti di giornalisti professionisti iscritti all’albo. Del pari, non sono autorizzabili i delitti contro l’amministrazione della giustizia, salvo che si tratti di condotte di favoreggiamento personale o reale indispensabili alle finalità istituzionali dei Servizi e regolarmente autorizzate, che non si sostanzino in false dichiarazioni all’autorità giudiziaria oppure nell’occultamento della prova del delitto.
A fonte di questa “licenza di delinquere”, l’ordinamento pone come limite una condizione di “proporzionalità”.
Nella fase operativa l’agente dovrà valutare che le condotte antigiuridiche da lui compiute siano indispensabili e proporzionate al conseguimento degli obiettivi dell’operazione, procedendo ad una comparazione degli interessi pubblici con quelli privati coinvolti, in modo di recare il minor danno possibile agli interessi lesi.
E’ da sottolineare, inoltre, che l’esistenza di una causa di giustificazione speciale non esclude l’applicabilità di quelle generali, che - anzi - potranno essere ravvisate in caso di inapplicabilità delle garanzie funzionali.
E’ utile notare, infine, che per le norme vigenti (così come per il sistema antecedente) il personale dei Servizi, anche quello transitato dai corpi di polizia, non riveste qualifica di polizia giudiziaria e, quindi, non è soggetto al generale obbligo (gravante sul pubblico ufficiale giusto ex art. 331 c.p.p.,) di denuncia all'autorità giudiziaria dei fatti costituenti reato, bensì dovrà riferire al rispettivo direttore, il quale a sua volta informerà il Presidente del Consiglio dei ministri.
Spetterà, invece, ai direttori dei servizi ed al direttore del DIS il compito di fornire ai competenti organi di polizia giudiziaria le informazioni e gli elementi di prova relativamente a fatti configurabili come reati.

  • ·        INTELLIGENCE, SEGRETO DI STATO E MAGISTRATURA

La tutela del segreto è la regola base del sistema di cooperazione tra Servizi ed è, quindi, di fondamentale importanza che le informazioni sensibili per la difesa degli interessi nazionali e della vita delle persone siano salvaguardate da tutti i Servizi in ogni circostanza.
La tutela del segreto nello scambio di informazioni con i Servizi stranieri ha un forte fondamento nel nostro ordinamento costituzionale ed è coerentemente richiamata nella legge di riforma del 2007.
Il profilo del “segreto condiviso”, ossia il tema della condivisione del segreto fra i diversi organismi appartenenti all’ordinamento italiano o a più ordinamenti, è costituzionalmente fondato sui doveri generali indicati dalla Carta: fedeltà alla Costituzione e alle leggi, difesa della Patria, doveri dei funzionari della Pubblica Amministrazione, complesso di diritti e doveri in relazione all’appartenenza dell’Italia ad una organizzazione internazionale.
Il processo penale costituisce il luogo ove può sorgere una problematicità sulla condivisione del segreto di Stato, potendo sorgere un potenziale conflitto fra tutela di quest’ultimo, l’obbligatorietà della azione penale e il principio del contraddittorio.
L’Autorità giudiziaria, nelle vesti delle Procure Generali e delle Procure della Repubblica, è chiamata a cogestire i segreti dell’attività di prevenzione, sia essa di polizia sia essa dei Servizi di informazione per la sicurezza.
La legge dispone che le intercettazioni dei Servizi siano autorizzate dalla Procure Generali, mentre quelle preventive anti-terrorismo e quelle giudiziarie siano autorizzate dalle Procure della repubblica. Può capitare che le prime si intersechino con le seconde, intersecazione che deve essere saggiamente governata.
Con particolare riguardo alla condivisione del segreto uno spunto interessante è rappresentato dall’art. 27, comma 5, legge 124/2007, laddove prevede che il pubblico ministero può mantenere il segreto sugli atti d’indagine. La norma usa a tale riguardo termini particolarmente stringenti:”Il pubblico ministero provvede sempre con decreto succintamente motivato a disporre il mantenimento del segreto sugli atti ai quali partecipano addetti ai Servizi di informazione per la sicurezza o al DIS fino alla chiusura delle indagini preliminari”. Tale disposizione si applica, ad esempio, quando nel corso di un procedimento giudiziario devono essere assunte le dichiarazioni di un addetto ai Servizi di informazione per la sicurezza o al DIS.
Si tratta di una condivisione parziale di un segreto  prevista per la realizzazione di un comportamento tra le esigenze dei Servizi di informazione per la sicurezza e quelle del Pubblico Ministero.
Il rapporto  tra i Servizi di informazione per la sicurezza  e l’Autorità giudiziaria non può che ispirarsi ai canoni della leale cooperazione istituzionale, fattore che può sensibilmente ridurre le possibilità di conflitti, sempre possibili in ragione della ineliminabile diversità delle funzioni: da una parte, individuare e perseguire i responsabili dei reati, interrompendone le attività criminose; dall’altra acquisire le informazioni necessarie per la sicurezza della Repubblica, sicurezza che, come ha sottolineato la stessa Corte costituzionale, in alcuni casi può coincidere con il bene politico fondamentale: la sopravvivenza stessa dello Stato e della Comunità nazionale.
Come più volte sottolinea la Consulta, l’efficace bilanciamento di compiti ed attribuzioni è pienamente coerente con il principio di primazia assunto dal valore della sicurezza democratica quale presupposto sostanziale della garanzia e del riconoscimento di ogni altro interesse.
I reiterati attentati terroristi islamisti richiedono una immediata risposta da parte delle Agenzie informative, unitamente alle altre Amministrazioni statuali, magistratura in primis. La normativa in vigore è molto chiara a parametrare i caveat entro cui l’azione dei Servizi di informazione possa svolgersi. Il legislatore, nel più ampio contesto di riforma dei Servizi di informazione per la sicurezza della Repubblica, ha introdotto con la legge 124 del 3 agosto 2007 limiti e margini di manovra.  Prima dell’intervento del 2007 era esclusivamente prevista la possibilità di applicare o confermare il segreto di Stato da parte del Presidente del Consiglio all’intera operazione nel cui ambito erano state compiute le condotte da scriminare. La legge 124/2007 ha tracciato una visione di fondo, riconoscendo apertamente che l’attività istituzionale dell’intelligence è volta a tutelare il supremo interesse nazionale. Entro tale perimetro il legislatore ha previsto lo strumento delle già indicate “garanzie funzionali”, implementate, a seguito dei numerosi attentati terroristici che hanno colpito l’Europa nell’ultimo biennio, dal decreto legge 174/2015. Il legislatore ha previsto per gli operatori di intelligence la possibilità di essere autorizzati, nell’ambito delle garanzie funzionali, a porre in essere specifici atti riconducibili ad atti terroristici, fra cui l’arruolamento, l’addestramento e l’organizzazione di trasferimenti con finalità con finalità di terrorismo. Si tratta di una novità di assoluto rilievo, poiché in precedenza il sistema normativo escludeva l’efficacia delle garanzie funzionali per le condotte nei confronti delle quali non poteva essere opposto il segreto di Stato, incluse quelle relative a fatti di terrorismo.
L’opera degli organismi informativi tocca temi delicati, spesso scivolosi, anche quando entra in gioco il complesso rapporto con la magistratura, che nell’ultimo periodo si è andato caratterizzando per la comune volontà di superare quella che Mario Caligiuri ha definito “diffidenza reciproca”, al fine condiviso di giungere a una sempre più stretta collaborazione tra due fondamentali apparati dello Stato. Il terrorismo sostanzia il principale nemico alla sicurezza dello Stato la quale, come più volte ribadito anche dalla Corte costituzionale, si pone come “interesse supremo e imprescindibile a confronto del quale tutti gli altri interessi risultano essere inevitabilmente recessivi”.

  • ·        INTELLIGENCE E RADICALIZZAZIONE VIOLENTA NEL CARCERE

Il contrasto del fenomeno del terrorismo islamico e l’elevato numero di detenuti di origine e/o fede islamica ristretti negli istituti di pena Italiani, hanno compulsato il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ad immaginare attività finalizzate alla prevenzione del reclutamento tra i detenuti per reati comuni di militanti delle organizzazioni terroristiche gravitanti nell’area dell’integralismo islamico.
In particolare, l’innalzamento della minaccia terroristica di matrice jihadista ha indotto il D.A.P. ad adottare, nel corso degli anni, una serie di misure di controllo di carattere preventivo sempre più affinate, volte a contrastare la fenomenologia fondamentalista.
I risultati di tali attività vengono condivise, in un’ottica di cooperazione, con il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (C.A.S.A.) e con la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
Il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo è un tavolo permanente, presieduto dal Direttore Centrale della Polizia di Prevenzione, nel cui ambito vengono condivise e valutate le informazioni sulla minaccia terroristica interna ed internazionale.
La duttilità e la snellezza della metodologia di lavoro, unitamente alla costante attività di consultazione e raccordo tra le diverse componenti, consentono al Comitato un’approfondita e tempestiva valutazione delle notizie, finalizzata ad attivare le necessarie misure di prevenzione e contrasto.
Vi prendono parte le forze di polizia a competenza generale, Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, le Agenzie di intelligence, AISE ed AISI, e, per i contributi specialistici, la Guardia di Finanza ed il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
In tale contesto, in considerazione della collaborazione tra l’Amministrazione Penitenziaria ed il Dipartimento Giustizia minorile e di comunità, dal 2015 il DAP segnala al CASA anche tutti i fatti inerenti detenuti minori coinvolti in una presunta radicalizzazione violenta.
Il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, per le predette attività e per quelle connesse al fenomeno del rischio di radicalizzazione violenta in carcere, si avvale stabilmente del Nucleo Investigativo Centrale.
Il N.I.C. del Corpo di Polizia penitenziaria analizza ed elabora quotidianamente i dati forniti dalle articolazioni territoriali, confluiti in appositi database, attraverso l’aggregazione delle notizie acquisite.
Nello specifico, l’attività di analisi e studio del fenomeno del radicalismo e proselitismo condotta dal Nucleo Investigativo Centrale è articolata su tre diversi livelli di osservazione assegnati in base al grado del rischio di radicalizzazione e alla personalità del soggetto.
Il sistema di raccolta delle informazioni provenienti dal contesto penitenziario è fondamentalmente basato sull’osservazione empirica e si realizza con l’acquisizione di tutti i dati inerenti la vita intramuraria e i contatti con l’esterno (dalla routine quotidiana alle relazioni comportamentali ed eventuali sanzioni disciplinari, dai flussi di corrispondenza ai colloqui visivi e telefonici, dalle somme di denaro ai pacchi in entrata e in uscita dal penitenziario, ecc).
Trattasi di un’attività fondata sulla conoscenza del detenuto che avviene anche attingendo ad informazioni legittimamente detenute dall’amministrazione penitenziaria che, debitamente aggregate, possono essere utilizzate al fine di svolgere una puntuale attività di prevenzione.
La sottile linea, che può dividere la legittima pratica religiosa da un possibile fenomeno di radicalizzazione violenta, impone un’osservazione anzitutto scevra da condizionamenti e molto particolareggiata.
L’adozione di ideologie o orientamenti radicali è, infatti, prima di tutto un processo psicologico che si manifesta con un cambiamento di mentalità che non sempre comporta necessariamente modifiche visibili nell’apparenza o nelle azioni. Solo se ad un cambiamento di mentalità si associa una modifica del comportamento, diventa possibile individuare il rischio di radicalizzazione.
Definire la radicalizzazione, come abbiamo già accennato, non è facile, perché è un processo complicato e con molteplici aspetti relativi alle varie fasi e ai diversi fattori condizionanti.
In ogni caso, la radicalizzazione violenta può essere definita come un processo di evoluzione personale per la quale un individuo adotta idee ed obiettivi politici o politico-religiosi sempre più radicali, con la convinzione che il raggiungimento di tali obiettivi giustifichi i metodi estremi.
Tale processo, può indurre un individuo o un gruppo ad accettare, sostenere o incoraggiare l’uso della violenza come mezzo politico-religioso.
E’ un processo dinamico, non necessariamente lineare, che può essere lento e graduale o al contrario manifestarsi in modo repentino ed esplosivo.
In alcuni casi generato da influenze esterne, come un leader carismatico o una dinamica di gruppo, in altri può aver luogo come processo interno di auto radicalizzazione, magari scatenata da fattori come Internet, video, cd, in concomitanza a fattori personali individuali.
In ogni caso, si suole individuare 4 fasi tipiche di radicalizzazione:
1.   la pre-radicalizzazione: vi rientrano i meccanismi personali scatenanti, i fattori contestuali che rendono un individuo ricettivo all’estremismo.
2.   l’identificazione: la fase attraverso cui singoli individui, influenzati da fattori sia esterni sia interni, iniziano a esplorare le narrative radicali, facendoli sempre più allontanare dalle loro identità precedenti, iniziando ad associare se stessi con modelli radicali.
3.   l’indottrinamento: la fase nella quale progressivamente i singoli individui intensificano l’approfondimento delle ideologie radicali e concludono che è necessario agire per la causa.
4.   la jihadizzazione: consiste nell’impegno personale dell’individuo a passare all’azione violenta, allo scopo di promuovere la sua ideologia e di trasformare conseguentemente la società. L’estremismo violento consiste nel promuovere, sostenere o commettere atti che sono finalizzati a difendere un’ideologia che invoca una supremazia razziale, nazionale, etnica o religiosa o che si oppone ai principi ed ai valori fondamentali della democrazia e che possono portare anche alla pianificazione, preparazione e esecuzione di atti terroristici.
In questo contesto, anche in presenza di una particolareggiata sorveglianza del personale di Polizia penitenziaria, le barriere linguistiche e la mancanza di conoscenze culturali a volte rendono più difficoltosa l’individuazione di comportamenti sospetti.
Fondamentale risulta, in proposito, la corretta formazione del personale del Corpo di Polizia penitenziaria, che si trova a svolgere il quotidiano e delicatissimo compito di porre alla attenzione la numerosa popolazione detenuta di fede musulmana.
La stessa Unione europea ha più volte ribadito la necessità di formazioni specializzate per il personale penitenziario (cfr. Manuale sulla radicalizzazione violenta- - Commissione europea 2008, Raccomandazione del Comitato dei Ministri del 10 ottobre 2012 e Risoluzione del Parlamento europeo del 25 novembre 2015).
Per rendere più incisivo e capillare il contrasto al fenomeno sono stati predisposti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria specifici moduli di formazione a partire dal 2005 e tutt’ora in atto.
Attività di coordinamento, supporto ed informazione, vengono inoltre quotidianamente fornite dal Nucleo Investigativo Centrale del Corpo di Polizia penitenziario che si occupa dello studio, della raccolta e dell’analisi dei dati forniti dalle singole strutture penitenziarie.

Fabrizio Giulimondi



Titolo importante che racchiude il senso della ricerca condotta da Mario Caligiuri sul tema della comunicazione, il quale con la sua convinzione e la sua consueta pacata passione civile” (cit. Cons. Carlo Mosca – Prefazione al saggio di cui alla pag. 5), ha profuso un impagabile impegno per creare il primo Master in Intelligence presso lAteneo di Cosenza.
Invero, già dai primi anni 2000, l’Autore del saggio in commento riteneva necessario eliminare il velo di oscurità in cui era avvolto il sistema dei c.d. Servizi segreti, troppo spesso visti come uno Stato nello Stato o piuttosto, il lato oscuro dello Stato.
La rivista intitolata Per Aspera ad Veritatem, attualmente Gnosis, pubblicava un saggio dello stesso Autore dal titolo “Intelligence: un problema di comunicazione istituzionale?. Attraverso una tale disamina, Caligiuri focalizzava lattenzione su un evidente problema di comunicazione di cui auspicava una rapida soluzione. Sosteneva, infatti, e ritengo che lo creda anche oggi, forse con maggior forza del passato, che la comunicazione tra Istituzioni dovesse essere sinergica, specie in settori tanto delicati come quello della salus rei republicae. In altri termini, facilitare la comunicazione tra Amministrazioni doveva essere uno dei compiti principali della futura legge sui Servizi…”
A distanza di anni, però, sembra che il problema non sia stato del tutto risolto, tanto che, allinterno del saggio del Caligiuri, viene evidenziata la perdurante diffidenza nei confronti dellintelligence, nonostante le aperture avvenute mediante la legge di riforma del 2007.
Intelligence e magistraturaDalla diffidenza reciproca alla collaborazione necessaria, segue il filo conduttore del superamento delle diffidenze e auspica che vengano gettate le basi di un percorso che può rivelarsi idoneamente finalizzato a fronteggiare le future sfide del mondo globalizzato.
Più precisamente, mediante unattenta analisi e attraversando gli ultimi decenni della storia Repubblicana, vengono portati allattenzione del lettore i diversi rapporti di forza verificatisi tra il potere esecutivo cui i Servizi appartengono e a cui direttamente riferiscono e il potere giudiziario.
Tale confronto, secondo l’Autore, è dovuto – e se ne condivide limpostazione – ad una diversità di ruoli e di funzioni che rende, di fatto, difficilmente conciliabili i due mondi. Luno, quello della magistratura, caratterizzato, in genere, dalla pubblicità degli atti e delle attività; laltro, quello dei Servizi segreti, caratterizzato piuttosto da una spiccata riservatezza.
Tuttavia, a fronte di tale apparente incomunicabilità, è indubbio, così come lAutore segnala, che con l’approvazione della Legge n.124 del 2007 siano stati creati degli spazi di comunicazione, dei punti di convergenza o, se si preferisce, di interazione tra i due mondi. A mero titolo esemplificativo, è il caso di indicare la facoltà del Presidente del Consiglio dei Ministri il quale può richiedere allAutorità Giudiziaria competente, direttamente o a mezzo del direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, copie di atti di procedimenti penali e informazioni scritte sul loro contenuto ritenute indispensabili per lo svolgimento delle attività  di intelligence e ciò anche in deroga al divieto stabilito dal codice di procedura penale a causa del segreto istruttorio. Allo stesso modo, è duopo ricordare che all‘Autorità giudiziaria, è consentito laccesso e la visibilità degli atti che si trovano presso gli Uffici dei Servizi, ai sensi dell’articolo 256 bis del codice di procedura penale, introdotto dall’articolo 15 della legge di riforma dei Servizi del 2007. Ciò detto, va segnalato che, nonostante le dette aperture, si assiste ancora ad alcune decise prese di posizione, specie da parte del potere esecutivo che pretende il rispetto delle proprie prerogative istituzionali. Per dovere di completezza, è opportuno precisare che ogniqualvolta la magistratura, adottando provvedimenti suoi propri con l’intento di perseguire il superiore interesse della giustizia, incontra l’opposizione del segreto di Stato, si assiste al rapporto di forza sopra succintamente espresso.
Di grande rilievo, a seguito del caso del rapimento di Abu Omar, le due ordinanze della Corte Costituzionale nn. 124 e 125 dellottobre 2007, e la sentenza n. 106 del 3 aprile 2009, con cui la Corte ha confermato le precedenti pronunce, chiarendo che il segreto di Stato trova la sua ragione nel “supremo interesse della sicurezza dello Stato nella sua personalità internazionale, e cioè l’interesse dello Stato-comunità alla propria integrità territoriale, alla propria indipendenza e – al limite – alla stessa sua sopravvivenza”. Questo principio, espresso nel testo costituzionale nella formula solenne dell’art. 52, che afferma essere sacro dovere del cittadino la difesa della Patria”, viene rafforzato da ulteriori norme costituzionali che fissano elementi e momenti imprescindibili del nostro Stato. In particolare, vanno tenuti presenti la indipendenza nazionale, i principi della unità e della indivisibilità dello Stato (art. 5) e la norma che riassume i caratteri essenziali dello Stato stesso nella formula di “Repubblica democratica” (art. 1).
Dunque, è in questa ampia accezione che deve intendersi l’espressione con cui conclude la Corte: “È con riferimento, quindi, non al solo art. 52 Cost., bensì a tale più ampio complesso normativo, che si può “parlare della sicurezza esterna ed interna dello Stato, della necessità di protezione da ogni azione violenta o comunque non conforme allo spirito democratico che ispira il nostro assetto costituzionale dei supremi interessi che valgono per qualsiasi collettività organizzata a Stato e che, come si è detto, possono coinvolgere la esistenza stessa dello Stato”.
Ciò spiega il motivo per cui rispetto a questi valori, gli altri, pur essendo di rango costituzionale, debbano essere bilanciati e, ove dovesse rendersi necessario, essere anche considerati recessivi.
La Corte costituzionale ha voluto dunque riaffermare, con una certa fermezza, forse ancora maggiore di quella espressa nelle precedenti sentenze (n. 110/1998, 410/1998 e 487/2000), che l’accertamento penale si arresta e deve cedere il passo al cospetto del valore supremo tutelato attraverso il segreto di Stato. Detto in altri termini, il segreto di Stato costituirebbe un effettivo sbarramento al potere giurisdizionale, anche se solo e nei limiti dell’atto o del documento cui il segreto accede e a partire dal momento in cui l’esistenza del segreto ha formato oggetto di comunicazione alla Autorità giudiziaria procedente.
Letta in questa termini sembra che la Corte abbia assunto una posizione netta e ben definita. Tuttavia, nel decidere il caso concreto sembra, invece, che abbia lasciato qualche dubbio, specie quando, andando oltre i principi tratti dalle precedenti decisioni in tema di segreto di Stato, ha introdotto un principio del tutto nuovo, ovvero quello di non indifferenza” del segreto medesimo. Ciò ha indotto la Corte a ritenere che lopposizione del segreto, in qualunque momento avvenga, non può essere considerata come indifferente da parte dell’Autorità Giudiziaria, che ha l’obbligo di attivarsi per evitare l’ulteriore diffusione dell’informazione segreta e per avviare la procedura di verifica della conferma del segreto.
Quanto finora esposto trova conferma nelle motivazioni della Corte, la quale, pur rilevando la superiorità” del segreto di Stato, afferma che il meccanismo della opposizione del segreto di Stato presuppone, per sua stessa natura, che esso, di regola, preceda e non segua  l’acquisizione e l’utilizzazione dell’atto, del documento o della notizia in vista della salvaguardia della salus rei publicae, che giustifica erga omnes l’imposizione del vincolo, anche a scapito delle altrettanto primarie esigenze di accertamento insite nell’esercizio della giurisdizione penale”.
Ciò detto e avviandomi alla conclusione, è chiaro che le affermazioni della Corte si fondino sulla preminenza della tutela degli interessi di rango primario sottesi al segreto. Fatte tali premesse e considerato come preminente il superiore interesse dello Stato alla conservazione della propria integrità, non rimane che auspicare, per le prossime generazioni, lo sviluppo di un percorso culturale-comunicativo che si sviluppi fin dalle aule universitarie. In tal senso, l’affermazione del prof. Caligiuri “Lintelligence potrebbe rappresentare locchio vigile delle èlite politiche di fronte allinevitabile mondo che verrà” rimane di grande attualità.