martedì 20 febbraio 2018

“IL FONDAMENTALISTA RILUTTANTE” DI MOHSIN HAMID (EINAUDI)


Il fondamentalista riluttante (Super ET) (Italian Edition) by [Hamid, Mohsin]

Il titolo in parte fa pensare che si parli di terrorismo islamista ed è in parte vero, almeno nella superficie, ma nelle viscere del racconto “Il fondamentalista riluttante” di Mohsin Hamid (Einaudi, 2007, da cui è stato tratto l’omonimo film di Mira Nair nel 2012) tratta del lutto e della sua elaborazione.

La morte per incidente del ragazzo di Erica e la di lei scomparsa (suicidio?) sono il vero baricentro della storia che si dipana fra un prima e un dopo: lo spartiacque è l’11 settembre 2001.
Prima un pakistano capace era un nuovo acquisto dell’intelligencija statunitense; dopo solo un individuo ontologicamente sospetto.
Il casus narrativo è un dialogo fra il protagonista, Changez (il giannizzero) e un misterioso interlocutore, attraverso il quale vengono ripercorsi delicatamente spazi e tempi di anime divelte da tragedie umanitarie e personali, che si fondono con il passar del romanzo in un unico dramma di nome lutto.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 19 febbraio 2018

"A CASA TUTTI BENE" DI GABRIELE MUCCINO


Gabriele Muccino è l’esteta del dramma e ha abituato il pubblico con il suo filone cinematografico americano (La ricerca della felicità, Sette anime, Padri e figlie) a lavori ad alta tensione e densità tragica.
Il film corale “A casa tutti bene” riprende la linea artistica tracciata da L’ultimo bacio (2000), sviscerando entro il solco della migliore tradizione commediografa italiana i rapporti familiari fra il grottesco, il ridanciano e l’angosciante.
I marosi impediscono la partenza dalla splendida isola di Ischia di una gens al completo che si è riunita per festeggiare i 50 anni di matrimonio della coppia capostipite. Ovviamente, il rimanere tutti insieme per più ore del previsto e il passare due giorni e due notti all’interno delle stesse mura domestiche fa emergere le magagne di ogni singola coppia. Brutali dinamiche parentali esplodono in maniera improvvisa e confusa, quasi come biglie impazzite, fra zii, nipoti, cugini, cognati, nuore, coniugi ed ex coniugi, nuore, fratelli e sorelle, genitori e figli La pellicola respira in pieno la produzione filmistica italiana, tutta tesa alla demolizione della famiglia tradizionale, esattamente all’opposto della maggior parte dei film di marca hollywoodiana che la esalta e la fa divenire un simbolo della grandezza patriottica a stelle e strisce.
E’ evidente che l’iter narrativo trasuda delle vicende personali del regista con la sua famiglia reale e i noti e violenti contrasti con il fratello attore Silvio Muccino.
Dovrebbe lasciare l’amaro in bocca ma l’intento dell’Autore non è raggiunto: lo spettatore italiano oramai è abituato al leitmotiv degli artisti di casa nostra tutti propensi a configurare il nucleo familiare come veste, forma ed espressione di ipocrisia borghese (usando l’antico linguaggio marxiano) e di vetuste tradizioni oramai accantonate da più veritiere modalità di vivere i propri sentimenti. Questa freschezza è inverata dalla giovane coppia sedicenne - interpretata da due novelli attori, Elisa Visari e Renato Raimondi - ancora non ingobbita dal fardello matrimoniale, fardello ben esplicitato dalla frase “A me la famiglia sta sul cazzo!”, urlata dal capofamiglia Pietro.
Il cast degli interpreti è di altissimo livello e v’è una porzione del migliore cinema italiano, una parte del quale segue da anni Gabriele Muccino: Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Tea Falco, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore, Ivano Marescotti, Giulia Michelini, Giampiero Morelli, Stefania Sandrelli, Gianmario Tognazzi, Valeria Solarino.
Sarebbe interessante comprendere quanto l’arte fotografi la realtà e quanto, invece, la condizioni, magari dileggiando, con garbo e ironia, una dimensione esistenziale la cui destrutturazione sta conducendo la società italiana ad una mucillagine priva di figli, esposta alle intemperie esterne e assente di futuro.
Ai posteri l’ardua sentenza ma, nel frattempo, “A casa tutti bene” è consigliabile.
Fabrizio Giulimondi



venerdì 16 febbraio 2018

"CECITÀ” DI JOSÉ SARAMAGO (FELTRINELLI).



Non è facile parlare di un Premio Nobel per la letteratura (1998), men che meno di un’opera letteraria densa, pastosa e complessa, carica di significati escatologici, teologici, filosofici, sociologici, metafisici, come “Cecità” di José Saramago (Feltrinelli).
Con una narrazione fantasiosa, immaginifica, apocalittica, crepuscolare e catacombale, “Cecità” è estetizzata da un costrutto stilistico che determina uno stato ansiogeno e confusionale in chi legge. Il libro è un lungo, interminabile, periodo senza soluzione di continuità - inframezzato da, quasi superflue, punteggiature -  che fonde singoli episodi in una unica storia, dialoghi magmatici in un sola conversazione.  Questo romanzo sembra interiorizzare una frastornante musicalità polifonica ricondotta, nel passare delle pagine, ad una coralità sinfonica.
L’ ironica, sbeffeggiante, tragica voce narrante, interpola l’inabissarsi del lettore verso oscurità inenarrabili non indicando mai i nomi di personaggi antropologicamente ben delineati, sostituendoli con sintagmi e locuzioni composti da metafore di matrice epica latina e greca. Gli aspetti favolistici, fantastici, onirici evocano la letteratura nipponica di Murakami e latino-americana di Gabriel García Márquez: il realismo magico irrompe nella scrittura di Saramago, i cui elementi ultraterreni e misterici si combinano con un realismo sviscerato sino alle più cupe conseguenze.
L’inquieta ars scribendi del Nobel portoghese compare come una risultante della, talora, allucinatoria pittura fiamminga e delle visioni orgiastiche e nauseabonde di alcuni cantici infernali danteschi.
In “Cecità”  sembra di vedere Dante, Brueghel e Bosch, dopo una metamorfosi kafkiana, riplasmati da esperte mani in una scultura costretta ad immergersi in un vortice di parole (o è la letteratura che è divenuta scultura?). Questa plesso scultoreo- letterario impietosamente palesa un ammasso di corpi indistinguibili fra di loro, spogliati non solo dei propri vestiti ma della stessa propria natura umana. Corpi informi deprivati della propria individualità che si trasformano in una massa animalesca di carne, lurida, bestialmente contorta, involuta in direzione di uno stadio primordiale, perché gli occhi non vedono improvvisamente e inspiegabilmente più nulla, salvo una marea lattiginosa. Soltanto una donna, la moglie dell’oculista, continua ad avere il dono della vista, pur dovendo nascondere al mondo questa sua miracolosa deroga al “malbianco” che la circonda. Le quotidiane azioni che agevolmente – e senza che il raziocinio ci si fosse mai soffermato -  ogni persona compiva prima dell’avvento della lattea cecità, divengono ora un esercizio di sforzo erculeo, dirompente nel fisico, nella mente e nell’anima.
L’umanità è privata di se stessa ed esterna la sua putrescenza nel momento in cui muta in massa cieca. L’Autore mostra l’uomo per quello che è nel momento in cui rimane senza luce.  La scrittura prende la forma di masse oscene, terrifiche e disgustose di donne e uomini vittime o carnefici di ogni tipo di ignominia, oramai bestie senza sguardo pronte a nutrirsi impudicamente di rancido e ributtante simulacro di cibo, aduse ad accoppiarsi fra corpi lerci penetrati senza esser visti, assenti fra assenze, senza più alcuna essenza umanoide.  La persona non c’è più perché la negazione della vista la rende ectoplasma a se stessa. La luce è corporea ma il suo venire meno muta la chimica e la fisica in buio dell’anima. Colui che è cieco non lo è solo negli occhi ma, per lo Scrittore, lo è fatalmente anche nella sua interiorità. Chi è cieco dentro vede solo in apparenza, pensa di vedere, invero non vede alcunché, pur non accorgendosene, poiché chi è cieco non vede non solo le cose visibili ma neanche quelle invisibili: il chiaro e lo scuro sono solo due colorazioni fittiziamente diverse di una medesima dimensione del reale.
Le parole in Saramago possiedono una forza animalesca cibandosi della disperazione di chi vuole continuare a vivere. I vocaboli vengono prosciugati dalla volgare ipocrisia di cui l’aggettivazione li ammanta, aggettivi che edulcorando il linguaggio e lo depotenziano di quella primitiva energia interna che lo fa, altrimenti, giganteggiare: “Gli aggettivi non servono a niente, se una persona ne ammazza un’altra, per esempio, sarebbe meglio enunciarlo così, semplicemente, e confidare che l’orrore dell’atto, di per sé, fosse tanto scioccante da dispensarci dal dire che è stato orribile, Vuol dire che abbiamo parole in più, Voglio dire che abbiamo sentimenti in meno, Oppure ce li abbiamo, ma non usiamo più le parole che potrebbero esprimerli. E dunque li perdiamo … L’unico miracolo che possiamo fare sarà quello di continuare a vivere … difendere la fragilità della vita giorno per giorno, come se fosse lei la cieca, e non sapesse dove andare, e forse è proprio così, forse la vita non lo sa davvero, si è abbandonata nelle nostre mani dopo averci reso intelligenti, e noi l’abbiamo portata a questo … Non ha trovato risposta, le risposte non vengono ogniqualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l’unica risposta possibile.”

Fabrizio Giulimondi


giovedì 15 febbraio 2018

PIERO CORIGLIANO: "QUATTRO NOTE SUI R.E.M."


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Correva l’anno 1992, quando i R.E.M. diedero alle stampe questo “Automatic for the people”.
E’ uscita a Novembre 2017 la versione rimasterizzata dell’album, ristampato per i suoi 25 anni in due versioni ‘extralarge’, una da due cd, con il disco originale remixato e l’unico concerto live registrato dalla band nel ’92, e l’altra (Deluxe) con 20 demo mixati nel 1992 e il disco stesso ascoltabile in versione “sonora” Dolby Atmos.
Solo un anno prima, grazie ai mandolini e al pathos del singolo “Losing my religion” i R.E.M., fino a quel momento conosciuti come la band di punta del rock indipendente americano, avevano sfondato a livello internazionale, facendo entrare ai primi posti delle classifiche “Out of time”. Quest’ ultimo era un disco di folk-rock maturo e mainstream, con alcuni singoli capaci di fare breccia presso le categorie più disparate di ascoltatori.
La band dopo “Out of time” decise, a sorpresa, di non fare un tour promozionale, col quale avrebbe capitalizzato al meglio le vendite milionarie del disco e si chiuse pazientemente in studio a registrare delle nuove canzoni, che confluirono in “Automatic for the people”.
Il risultato è un disco cupo e malinconico, funereo e notturno, che tratta a piene mani il tema della mortalità, degli affetti e delle fragilità umane, con un suono barocco, delicato e migliorato da raffinate orchestrazioni, dirette dal sapiente lavoro di John Paul Jones, ex bassista dei Led Zeppelin.
Forse è riduttivo definire “Automatic for the people un disco, perché musiche, testi e atmosfere di queste 12 canzoni sono così interconnessi da creare un tutt’ uno di visioni oniriche, sogni, ricordi, orizzonti, frammenti di vita, immagini, delusioni e speranze.
Ingredienti messi insieme dai quattro R.E.M. con un sapiente lavoro di ‘cucitura’, realizzato col produttore Scott Litt, e ammantati in un mood dimesso, specchio dei tempi incerti che si vivevano negli Stati Uniti finita l’era Reagan, con i tanti dilemmi che si portava con sé il periodo post Guerra Fredda e verso l’incerta fase di transizione di fine ventesimo secolo.
La strumentazione è prevalentemente acustica, con inserti di banjo, armoniche, organi, bouzouki. In realtà lo stile delle canzoni può essere considerato come un’evoluzione più matura del disco precedente, anche se al tempo stesso vi prende le distanze: laddove Out of time era solare e spensierato, Automatic risulta invece cupo, scarno, malinconico e minimalista.
Questo testimonia anche la volontà del gruppo di non sedersi sugli allori del successo, ma di cercare di recuperare una dimensione più personale e introspettiva.
Il viaggio parte con “Drive”, che è anche il singolo apripista dell’album.
Singolo che non concede nulla agli stereotipi commerciali, partendo in modo lento e ipnotico con un lieve, insistito arpeggio chitarristico e un sottofondo ammaliante, per poi esplodere lentamente con la grande entrata della chitarra elettrica e di una spettacolare sezione d’ archi. Stipe canta: “hey kids, rock and roll, nobody tells you where to go” ovvero dei versi criptici (nel suo stile) ma che sembrano dire ai giovani: seguite la vostra via, vivete la vostra vita, non cercate mai quello che vi dicono gli altri.
La canzone vive sull’ alternanza vuoti/pieni e sfuma lentamente, così come era iniziata.
Due chitarre che si rincorrono e il tema dell’eutanasia sono il sottofondo di “Try not to breathe”, una melodia semplice e raffinata che vive nel controcanti di Stipe e Mills e nel ritornello i suoi passaggi migliori. Un organo ne accompagna il lento incedere nel finale, il testo racconta di un anziano che giunto alla fine della sua vita, ne ricorda i momenti più belli e struggenti e mette in evidenza l’argomento degli affetti.
La musica è un pretesto per toccare temi importanti e evocare visioni suggestive, tutto “Automatic” richiede attenzione per l’ascolto in se stesso ma anche per i temi che sono trattati attraverso di esso.
The sidewinder sleeps tonite” costituisce un momento di evasione rispetto ai primi due brani, grazie a un intreccio scintillante fra organo e chitarra e uno Stipe che canta (e bene) in tonalità molto alte, facendo il verso a ‘The lion sleeps tonite’, con liriche originali e al limite dell’incomprensibile. Il risultato è ottimo e riesce ad allentare un pò il clima, senza allentarlo troppo al tempo stesso.
Segue “Everybody hurts” e sin dai suoi primi momenti si ha la sensazione di essere immersi nel mood dei primi due brani.
Ci sarebbe poco da dire, se non invitare all’ ascolto. Un semplice arpeggio di chitarra di Buck introduce verso una melodia corposa e cantata con intensità da aria funebre da Michael Stipe; il basso di Mills gira a meraviglia, la chitarra elettrica e la batteria si limitano a pochi interventi che accompagnano il momento di maggiore climax emozionale. Il tema è quello della sofferenza e del disagio esistenziale, quelli di un aspirante suicida che viene invitato a non cedere e continuare a vivere. ‘Take comfort in your friends’ e il ripetersi della frase ‘No, no, no, you’ re not alone’ sottolineano il messaggio positivo che i R.E.M. vogliono trasmettere, pur parlando di morte e dolore.
Il video felliniano che accompagnò la canzone è un must ed è consigliabile non perderlo.
New Orleans Instrumental n.5” è un brano strumentale, riflessivo e notturno al quale segue “Sweetness follows”, splendido blues in cui la voce matura e melodica di Stipe, anche qui bravissimo, viene sorretta da un magico impasto sonoro di chitarra acustica e violoncello prima ed organo poi. Ovvero, come fare grande musica con pochi, semplici ‘ingredienti’.
Qui la morte viene vista con gli occhi innocenti di un ragazzo che deve dare sepoltura ai suoi genitori: il senso della riflessione remmiana è di tenere sempre vivo il ricordo, a fronte del rischio dell’insensibilità e del tempo che passa, insomma un invito a recuperare la pienezza degli affetti.
Monty got a raw deal” rappresenta l’omaggio dolceamaro a Montgomery Clift, celebre attore che negli anni 50’ dissipò tutte le sue fortune tra alcool e droga, andando incontro a una morte dannata e prematura.
Un arpeggio di Buck lo introduce, segue la decisa entrata della batteria, l’accompagnamento di armoniche e bouzouki ne guida l’incedere lento e straniante, quasi drammatico, con Stipe che canta su tonalità basse. Il personaggio sfortunato di Monty viene raffigurato come “buried in the sand” (sepolto nella sabbia) e “strung up in a tree” (appeso a un albero), immagini efficacissime che simboleggiano il destino di quest’ uomo solo.
Sembra chiaro l’invito a non farsi travolgere dalle facili e vacue promesse della celebrità, quasi un’auto raccomandazione da parte del gruppo.
Il cammino di “Automatic for the people” continua con “Ignoreland”, che arriva con la sua ritmica dissonante e un piglio decisamente rock’n’roll, rappresentando un episodio a parte nell’ album: Stipe snocciola versi velocissimi, quasi incomprensibili, che in realtà mascherano un’invettiva politica dai toni accesi ed accorati contro le presidenze americane di Reagan e Bush.
Star me kitten” è invece, in antitesi, un tranquillo momento di pace, un’oasi sonora in cui tutti i sensi sembrano per un attimo placarsi. Qui una dolce chitarra di sottofondo accompagna versi magici e sospesi, con sottili ricami jazzistici, preparando all’ ascolto del trittico finale.
Segue “Man on the moon”, canzone che celebra il ricordo del comico anni 60′ Andy Kaufman. Anch’ egli aveva avuto in vita una sorte tragica e da incompreso, nonostante lo humour e l’ ironia dei suoi personaggi. Verrà riscoperto, proprio grazie ai R.E.M. fino al film in suo omaggio diretto da Milos Forman.
Il testo è una sorta di dialogo surreale con lo sfortunato protagonista, accompagnato da un incedere ritmico vibrante, ammiccante e pop ma calibrato con classe dai R.E.M., con Stipe che nel cantato omaggia Elvis Presley e un’impennata chitarristica di Buck a conferire un tocco di epicità.
Nightswimming” è una dolce e soffusa ballata pianistica che incanta, un piccolo capolavoro di semplicità ed emozioni.
Il breve stacco iniziale prepara l’ingresso di un pianoforte che recita da protagonista, splendido ed evocativo come le luci della luna richiamate nel testo. L’ atmosfera è intrisa di nostalgia e di memorie del passato, di un’adolescenza vissuta attraverso nuotate notturne, foto antiche poggiate sul cruscotto e sfuggenti incontri amorosi, poi perduta irrimediabilmente.
Find the river” conclude l’album, introdotta da pochi, toccanti accordi di chitarra. La voce di Stipe irrompe con versi poetici e leggeri, armoniosi e compatti.
Tutto è rallentato, eppure gradevole e autenticamente sentito da parte dei quattro R.E.M., che firmano un’altra perla piena di intensità. La ricerca del fiume rispecchia ancora la metafora esistenziale della ricerca di se stessi e della propria via.
Il dolce pianoforte in sottofondo, un coro e una fisarmonica nel ritornello accompagnano i momenti migliori di questa gemma, fino alla sua conclusione lenta e inesorabile, come il percorso del fiume che finisce nell’ oceano.
Piero Corigliano

martedì 13 febbraio 2018

“ORE 15:17 - ATTACCO AL TRENO" DI CLINT EASTWOOD


L’epopea gloriosa del cinema eroico americano continua con il film “Ore 15:17 - Attacco al treno” del grande attore, ora valente regista, Clint Eastwood.
I protagonisti delle vicende, realmente accadute, non sono interpretati da attori di lungo corso ma dagli stessi che hanno vissuto quelle gesta coraggiose nel lontano 21 agosto del 2015, fermando a mani nude un armatissimo miliziano dell'ISIS, pronto a fare una strage su un treno della tratta Amsterdam – Parigi su territorio francese.
Clint Eastwood mette in luce la normalità delle loro vite, l’amore di questi tre ragazzi di Sacramento per i viaggi, per l’Italia e per l’Europa, il loro amore per la Patria e il desiderio di servirla aiutando come soldati il prossimo.
In un mondo che pare esaltare la pochezza, la viltà, il disprezzo per i valori patriottici, il regista mette in luce la nobiltà d’animo di giovani uomini che conducevano vite normali, con adolescenze anche a tratti difficili, talora infarcite di delusioni professionali ed umane.
Dietro bellissime carrellate panoramiche di Roma, Firenze e Venezia il film trascorre placidamente sino alla sterzata energetica finale, durante il quale emerge la grandezza di giovani che nella loro semplicità d’animo mostrano il vigore fisico e morale di chi crede fermamente in valori incrollabili.
La produzione artistica di Eastwood è didattica e fortemente valoriale (basta pensare a Gran Torino, Invictus e American Sniper) e, tramite la “spensieratezza” di un’opera cinematografica, mostra all’attento spettatore la visione spirituale che deve sottendere ogni agire umano.

Fabrizio Giulimondi





venerdì 9 febbraio 2018

"FOIBA ROSSA. NORMA COSSETTO, STORIA DI UN’ITALIANA” DI EMANUELE MERLINO E BENIAMINO DELVECCHIO (FERROGALLICO EDITRICE)


La forma espressiva del fumetto rimanda all’infanzia e possiede i sapori e i contorni ludici della giocosità e della fiaba.
Lo scintillio intellettuale e quel lampo artistico colorato di genio che riposa nelle menti di alcuni esseri umani hanno mosso Emanuele Merlino e Beniamino Delvecchio (“Foiba rossa. Norma Cossetto, storia di un’italiana”, Ferrogallico editrice) ad eleggere il fumetto come forma estetica e comunicativa per raccontare la storia di una ragazza, di anni 23, italiana, nativa dell’Istria, vilipesa e stuprata da diciassette partigiani comunisti titini e gettata ancora viva in una foiba, nella notte fra il 4 e il 5 ottobre 1943. Quella ragazza si chiamava Norma Cossetto.
Merlino - apprezzato studioso e storico -  e Delvecchio, inconfondibile disegnatore di Diabolik il cui tratto di matita lo si riconosce anche in questo lavoro - con immagini rapide e metodo didattico e didascalico, narrano di Norma Corsetto e, tramite il suo eroico martirio, delle indicibili sofferenze di quei 10.000 italiani infoibati e dell’indescrivibile dramma di 350.000 esuli italiani dalmati, istriani e giuliani.
Le ideazioni di Emanuele Merlino, nel trasformarsi nelle raffigurazioni fumettistiche di Beniamino Delvecchio, mai si compiacciono della violenza e della truculenza, velatamente evocandole similmente a tragedie della Grecia classica, sussurrando al lettore abissi e orrore.
Le immagini, ancor più della parola, ancor più dello scritto, fanno sentire, fanno provare, forgiano emozioni, talvolta in maniera autenticamente prorompente.
Io mi sono sentito sull’orlo della foiba.
Io mi sono sentito inghiottire nell’oscurità di quel pozzo senza fondo dove Norma Cossetto e altri 10.000 italiani sono stati precipitati, molti ancora vivi, insieme alla carcassa di un cane nero in modo che non potessero riposare neanche da morti, secondo una leggenda slava.
Io ho visto senza vedere 17 belve titine abusare uno alla volta, per 17 volte, di una ragazza che voleva solo laurearsi e cantare il suo amore per L’Italia.
Io ho sentito il freddo, le urla, il terrore, la ferocia della ghenga comunista.
Merlino e Delvecchio mostrano poco ma irrompono, delicatamente e senza riguardi, nel lettore senza sonoro, effetti speciali o schermi pluridimensionali. Solo immagini, solo disegni, solo fumetto.
L’Autore e il Disegnatore realizzano un’opera di maieutica socratica facendo partorire ed emergere verità inabissate nell’oblio programmato da una storiografia ideologicamente orientata (e, in quanto tale, negatrice di se stessa).
L’Autore e il Disegnatore ridonano il sorriso ad una ragazza che voleva solo laurearsi e rendere onore ad una Patria in cui credeva e che così tanto amava da accettare il martirio.
Quella laurea, Norma Cossetto, l’ha ricevuta ad honorem dall’Università di Padova l’8 maggio 1949.
Cartine geografiche e scritti perimetrano a livello territoriale e storico gli accadimenti raccontati, ma saranno i disegni a prendere il sopravvento. I tratti di matita sfumano e si confondono nei ricordi e i ricordi non sono altro che intimi sentimenti che sembravano evaporati e che invece divengono emozioni, che  finalmente possono liberarsi e librarsi in un pianto non più trattenibile.
Fabrizio Giulimondi

lunedì 5 febbraio 2018

"THE POST" DI STEVEN SPIELBERG


Steven Spielberg è il cinema e il cinema è Steven Spielberg.
L’ “attacco” alla “Salvate il soldato Ryan” e le ambientazioni rarefatte newyorkesi insieme ad atmosfere raffinate evocanti la morbidezza ed eleganza scenica del film “Il ponte delle spie”, ricamano un lavoro cinematografico (The Post di Steven Spielberg) al quale la triangolazione Spielberg, Meryl Streep e Tom Hanks fa scalare vette himalayane autoriali, attoriali, recitative, interpretative, estetiche ed artistiche.
“La libertà di stampa serve il governato non il governante”, questo è quanto stabilito la Corte Suprema degli Stati Uniti e questo è il fil rouge che percorre trenta anni di menzogne sulla guerra in Vietnam, partendo dal 1950 per giungere al 1971.
Il Pentagon Papers è il documento riservato proveniente dalle segrete stanze del Ministero della Difesa statunitense, che finisce prima nelle mani del New York Times e poi approda sulle scrivanie del Washington Post, il cui editore (Meryl Streep) e il direttore (Tom Hanks) giganteggiano nella storia sia come protagonisti delle vicende sia come eccelsi attori. La figura originariamente sopita e titubante dell’editrice assumerà connotati eroici, anche grazie al supporto del suo direttore, verso l’imbrunire di una pellicola che merita di essere vista e di ricevere molte “Statuette”.
L’accorto mixage e shakeraggio di più elementi, come il puntiglioso rispetto della storia nelle sue pieghe anche di natura giudiziaria, lo scrutinio delle immani pressioni politiche e istituzionali subite dai protagonisti delle avvenimenti, unitamente all’attenta analisti introspettiva di personalità ben delineate nei loro tratti psicologici e caratteriali, colloca "The post" nel firmamento della grande tradizione cineastica americana di cui Spielberg è l’impareggiabile imperatore.
Fabrizio Giulimondi