venerdì 15 marzo 2019

“DOMANI È UN ALTRO GIORNO” di SIMONE SPADA


Domani è un altro giorno” di Simone Spada è un film imperdibile, intenso, denso di sguardi, che si origina da un duo recitativo mozzafiato (Valerio Mastandrea e Marco Giallini, amici dai tempi universitari) per svilupparsi in una triangolazione (Anna Ferzetti, sorella di Giallini) rutilante di affetti mai archiviati. Questa pellicola ruota intorno alla mimica, alle espressioni mimiche, che divengono linguaggio potente, comico e drammatico, corporeo e spirituale, anima, gesticolazione, scambio giocoso dove la parola cede il passo ad un alternarsi ilare di fonemi informi, sorrisi accennati, occhiate furbe e più significanti di una ordinata modulazione di vocaboli e suoni articolati.
Amenità e drammaticità vanno a braccetto come nella normale dinamica esistenziale umana: al pianto segue la dolce vigoria di un abbraccio, ad un momento di triste silenzio la sagace battuta frutto di una antica amicizia rinnovata negli occhi, nella bocca, sul viso, in una incessante espressività fisica.
Questo film è sentimento in eterno divenire, emozione profusa a piene  grazie ad un caleidoscopio di energia interpretativa ed estetica artistica.
Fabrizio Giulimondi  


domenica 10 marzo 2019

"LA PRIMA E ALTRI RACCONTI" di ANTONELLA AZZONI (ALBATROS)


Antonella Azzoni, già Autrice del fascinoso “Amore e morte del Cavaliere F. de S” (edizioni Pagine), che nel 2016 ha ricevuto la Segnalazione Particolare della Giuria al 41° Premio Letterario di Poesia, Narrativa e Saggistica “Giuseppe Frunzi”, emerge negli scaffali delle librerie con la raccolta “La prima e altri racconti” (Albatros). Stile morbido, soffice, felpato, pastello, quasi che l’inchiostro sparso dal tratto della penna voglia entrare negli occhi del lettore di soppiatto, attratto dall’Autrice con una ipnotica scrittura. Le parole hanno la consistenza di un panno di cachemire purpureo, settecentesco. La penna della Azzoni è un pennello e il foglio una tavolozza, anzi no, uno spartito, e le mani sfiorano la tastiera di un pianoforte. D’altronde, quale è la differenza fra parola cantata e gorgheggiata, quella scritta, un tocco di pennello e la manipolazione impressa con forza su una bitorzoluta massa marmorea, se non la diversità di un segno estetico scaturito da una medesima scintilla emozionale e divina.
Subdolamente vellutato, apparentemente estemporaneo, come se fosse non voluto, il tratteggio psicologico si incunea in ogni personaggio e le evidenze talora di natura psichiatrica emergono in maniera sempre più pressante fra le pieghe ondulate delle storie, sulla cui calma lacuale irrompe una brezza vigorosa quanto inaspettata. L’Autrice ha un proprio angolo prospettico che inizialmente pone al di fuori dei personaggi, per poi avvicinarlo ad essi ed entrarvi e irradiarli dal di dentro, illuminati dalla loro vera interiorità: non una anonima donna o un anodino uomo ma ben altro, come se un ectoplasma prima invisibile si rilevasse nella sua autenticità corporea.
Scrittura e lirica, letteratura e teatro, parole e sonorità musicali classiche, ambientazioni raffinate parigine, ironia e una punta di aristocrazia in una Scrittrice che più che Alice Monroe ricorda Autori russi, sì Autori russi naturalizzati francesi, ed evoca un espressionismo che dal livello pittorico di Chagall passa a quello letterario, in una metamorfosi  kafkiana che vede "Il Funambolo" dell’ultimo racconto  - innamorato di una Belle Helène moderna e in carne ed ossa e non di quella omerica dell’Iliade e dell’Odissea o della Elena fatta amare da Faust per volontà di Goethe -  trasformarsi non in un orrido insetto ma in un aggraziato uccello, pronto a trillare.  
Ogni storia è uno sguardo onirico, una visione immaginifica che può inquietare l’animo del lettore che penetra in un fitto reticolato misterioso e criptico di sogni che potrebbero, invero, essere la realtà o, all’inverso, di dimensioni del reale che potrebbero essere solo immagini proiettate nelle menti di chi dorme e non sa di farlo. Il selciato del percorso narrativo è cosparso di un tempo senza tempo e di uno spazio senza spazio.
Nutrirsi non di cibo ma dei suoi colori e dei suoi odori è l’incanto poetico che invito ogni lettore a vivere.
Fabrizio Giulimondi

giovedì 28 febbraio 2019

"GREEN BOOK" di PETER FARRELLY: PREMIO OSCAR 2019 COME MIGLIOR FILM


Green Book” di Peter Farrelly, vincitore immeritato e “inspiegabile” del "Premio Oscar 2019 come Miglior Film", segue una narrazione scontata e esangue su temi triti e ritriti trattati da altri Autori con ben altro spessore artistico, valenza contenutistica e linguaggio interpretativo ed emozionale, come “7 anni schiavo”, “Amistad” e “The Butler. Un maggiordomo alla Casa Bianca”.
I “Quasi amici” sono l’uno all’opposto dell’altro (ovviamente): l’uno (Don Shirley, musicista realmente esistito e interpretato da Mahershala Ali)  siede su una poltrona dorata, fisica e metaforica, raffinato, colto, virtuoso pianista classico, nero e omosessuale  negli States degli  anni ’60; l’altro (Tony Lip, anch’egli vissuto veramente, il cui ruolo è ricoperto da Viggo Mortensen), italiano, inevitabilmente con la pancia, mangia-spaghetti, parlata siciliana alla “Il Padrino”  (sembra di sentir parlare Al Pacino), avvezzo alla corruzione e a menar le mani, rozzo.
L’impressione che si ha è che, mentre è esplicita (e giusta) la condanna all’atteggiamento razzistico nei confronti di Don Shirley, sembra che Tony Lip incarni, invece,  l’ autentica concezione che molti americani (incluso  Peter Farrelly) abbiano (tutt’ora) degli italiani, visto che nella prodiga produzione cinematografica statunitense l’idioma dei personaggi nostrani è cadenzato sempre dalla calata dialettale siciliana, ognuno di loro caratterizzato per la pochezza caratteriale e per la facilità al crimine, alla violenza e alla corruttela.
Il finale è noiosamente scontato, nonostante mi aspettassi uno scatto di orgoglio e di brio da parte del Regista. I due, nel giro di poche settimane, assorbiranno le parti migliori della personalità dell’altro: l’italiano passerà dallo gettare nel pattume i bicchieri dove hanno bevuto due persone nere a ritenerle (e meno male!) par sue (nel giro di poche settimane!), oltre ad imparere a scrivere appassionate lettere di amore alla moglie (la brava Linda Cardellini); Don Shirley, dal canto suo, scenderà dal piedistallo, mangerà anche lui pollo fritto e suonerà la musica” della sua gente”.
Green Book” è il regno dello stereotipo e del banale, di un becero pregiudizio mal raccontato, del linguaggio “politicamente corretto”, ridicolmente “politicamente corretto”, che tiranneggia se stesso a tal punto da riuscire a non rispettare nemmeno il gergo autentico degli anni del bieco odio razziale del “Profondo Sud” (secondo Voi usavano la locuzione “persone di colore” o “nigger”?): forse anche il grigiore assume un vigore estetico.
Ps: “Green Book” era l’osceno libello che riportava i locali, i ristoranti, gli alberghi e tutti i luoghi di divertimento, museali e di cultura che potevano essere frequentati dalla Black people
Fabrizio Giulimondi


sabato 23 febbraio 2019

ALESSIA GIULIMONDI: "LETTERA A NONNO"


Mi manca l’idea che tu sia ancora qui su questa terra. Mi manca sapere che sei qui, a una fermata metro da casa, a meno di un chilometro a piedi. Mi manca chiederti di stringermi i pantaloni e aggiungere fori alla cintura. Mi manca il fischio dell’apparecchio acustico nell’abbracciarti e quando ti schiarisci la voce e si sente dall’altra stanza. Mi manca sapere che stai silenzioso a capotavola e non dici niente non perché non capisci, ma perché non senti bene. Mi manca vederti salutare in fondo alle scale quando te ne vai e come sorridi quando vedi le nipoti tutte insieme. Mi mancano già i viaggi e saperti a Chiauci d’estate, dove saresti rimasto anche tutto l’inverno.
Hai lasciato buchi sulle mie magliette e un vestito ancora da finire. Hai lasciato a casa discorsi importanti e poi l’ospedale ti ha mangiato le parole.
Non sono sicura di ricordare l’ultima frase che mi hai rivolto, ma gli occhi sì: mi ricordo l’ultimo sguardo. E ricordo questo sorriso di cui tutti parlano, quello che ora è rimasto dentro le fotografie. Il vuoto si è annidato negli angoli e fra le pareti, eppure mi appare solo temporaneo, come se dovessi rientrare da un momento all’altro, come se, quando dormo nel letto con nonna, tu sia solo andato a dormire da Pasquale. E se studio in cucina, nella mia mente tu stai solo guardando la TV con le cuffie. È facile pensare che se non ci sei è solo perché non ti sento, solo perché hai sempre fatto poco rumore nel camminare, solo perché devi ancora arrivare per il pranzo. È automatico credere che se non sei venuto ad aprirmi la porta all’ingresso è perché sei andato in bagno o stai apparecchiando la tavola in soggiorno. Non riesco a non convincermi che tu sia solo in un’altra stanza, una che non possiamo vedere, un’estensione della casa, una protesi del cuore. Non posso pensare che tu non stia ancora mangiando con noi, che non ci prepari più il caffè, che non passeggi la sera di Natale. Aspetto sempre un attimo prima di chiudere la porta quando nonna sale a casa, come se tu fossi ancora giù e, più lento, stessi salendo le scale dietro a lei. E anche in quei momenti penso che tu sia solo rimasto a casa ad ascoltare la musica. Non avevo mai riflettuto su quanto certe abitudini siano dure a mandar via, su quanto la tua assenza assomigli a un breve intoppo passeggero, dove tu non ci sei ma solo per il momento. Questo mi fa credere che forse davvero la morte non è niente, è solo un altro punto di vista, una differente prospettiva. Sei solo passato in quell’altra stanza, ma, in effetti, sei rimasto sempre qui, in silenzio come facevi prima, a camminare con noi senza troppe parole.
E se fa male quando non ci sei è per tutto il bene che hai fatto quando c’eri; se ci rimangono i buchi in mano è perché sei sempre stato lì a ricucirli tutti quando noi non riuscivamo a farlo; se restano sul tavolo i vestiti incompleti è perché portiamo tutti gli altri addosso: i segni di una vita che si è cucita a mano la propria eredità, i segni che indicano che sei rimasto qui anche se te ne sei andato. Sei rimasto nelle giacche e nei ditali, negli spilli sulle maniche e l’ago e il filo. Sei rimasto dove sei sempre stato e noi adesso sappiamo dove aggrapparci quando il tuo odore sembra sfumare via dalle cose.
Questi oggetti e questo amore sono la tua eternità, perché se fa male quando non ci sei è per tutto il bene che hai fatto quando c’eri.
Alessia Giulimondi


venerdì 22 febbraio 2019

“NOSTALGIA DEGLI DEI. UNA VISIONE DEL MONDO IN DIECI IDEE" di MARCELLO VENEZIANI


 
E se la massima realizzazione umana non fosse essere e sentirsi interamente liberi e sovrani del proprio agire e pensare, ma al contrario se fosse beatitudine e grandezza sentirsi nelle mani del destino, specchi che riflettono la sua luce, esecutori del superiore ordine del destino, o della sua benevola rappresentazione, la Provvidenza?”
Potrei spendere molti vocaboli e impegnarmi in entusiastiche ed apologetiche esaltazioni nell’abbracciare l’ultima fatica filosofica di Marcello VenezianiNostalgia degli dei. Una visione del mondo in dieci idee” (Marsilio nodi), potrei, ma non lo farò. Non lo farò perché, in realtà, questa portentosa ultima opera di Veneziani deve essere letta, ineluttabilmente letta, in quanto tocca il divino che è in noi e intercetta il sublime che è fuori di noi.
Ogni pagina è un racconto del mistero, ogni periodo un saggio in sé, ogni parola evoca lidi di riflessione che fanno viaggiare la mente nell’ “Altrove” e i neologismi (iniezioni di erudita intelligenza) aprono l’intelletto verso altri mondi, in direzione di volte celesti che indicano percorsi inesplorati, visoni filosofiche e di introspezioni letterarie, che almanaccano su ogni frammento di cui l’essere umano vive e la cui anima si nutre.
Potenza poetica, canto lirico, sguardo epico, onnipresenza del pensiero.
Idee, come spazi privi di orizzonte e di argini, dilagano senza alcun ostacolo negli occhi, nella mente e nel cuore del lettore, che vedrà compiersi in lui il fenomeno del corpo astrale: la lettura farà uscire la propria anima dal corpo che potrà vagare liberamente in dimensioni a lui sconosciute, che gli diverranno via via però sempre più familiari.
Pensiero glorioso che si fa letteratura che non è null’altro che una polluzione di inesauribili emozioni che tolgono il fiato e affiancano la lettura nel suo incedere, radicandosi inscindibilmente nell’immaginario di colui che legge perché sono parte di lui. Questo capolavoro è un viaggio per tornare all’origine, nel cui verso ogni viaggio si orienta, un viaggio di ritorno, un cammino a ritroso, ognuno verso la propria Itaca. Anche il futuro è solo il passato che attende di verificarsi.
Pensiero vivente, “Nostalgia degli dei” germoglia intelligenza come sinfonia polifonica e politeista dell’anima che si apre a una Idea avvinghiata alla Parola, sangue che trasporta pulsioni interiori, per poi mutare, come una farfalla che lascia le sue vestigia di crisalide, in scrittura, carne del Pensiero.
La Parola è modello e messaggio, presagio e profezia: “Fu Pensiero a sedurre Parola o fu Parola a provocare Pensiero?”
Tra Nietzsche e i presocratici, fra Platone, Beethoven e l’immensità dell’arte che è estetica della nostalgia, nostalgia del Passato, nostalgia di Futuro, nostalgia del Presente, nostalgia dell’Uomo, nostalgia di Bellezza.
Necessità spasmodica di eccelso. Voglia di Mito. Tensione per l’immortalità.
Atto di amore per l’Uomo, pensiero voluttuoso, desiderio irrefrenabile di tornare all’ “intelligere” come unico modo di ricomporre l’essere umano nel sua primigenia architettura esistenziale.
I passaggi del libro come paesaggi rimarranno a galleggiare nello spazio e non se ne andranno facilmente perché il lettore vorrà trattenerli a sé.
Credere in Dio è una possibilità – o un rischio – ma pensare in Dio è una necessità.  E’ impossibile pensare senza un ordine di connessioni che parta dall’Uno … Dio è il nostro colmo e il nome della nostra mancanza. La morte di Dio è la perdita del nostro confine e dunque la dispersione dell’intelligenza nel caos
E ora un poco di silenzio, per favore.
Fabrizio Giulimondi

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domenica 10 febbraio 2019

"ANNI LENTI" di FERNANDO ARAMBURU


Dopo l’immane successo di “Patria”, vincitore del Premio Strega europeo edizione 2018, Fernando Aramburu si conferma un grande interprete della narrativa iberica con l’ultima sua fatica letteraria “Anni lenti” (Guanda).

Anni ’60, dove tutto è lento sotto la dittatura franchista e lo scontro fra Spagna e indipendentismo basco si fa terrorismo e si fa ETA.
I temi di “Patria” si ritrovano in questo romanzo in modo più assopito, meno virulento. La “questione” umana è sviluppata con uno stile morbido, color pastello, lasciando l’Autore nelle retrovie le lotte politiche e le azioni e reazioni di guerriglia, accennandole soffusamente come un barlume di luce profusa da una vecchia abat-jour di prima della guerra civile.
L’artifizio artistico rotea intorno al dialogo fra la voce narrante e lo stesso Aramburu, aiutato a costruire una nuova storia che abbia come baricentro il candore rurale di un ragazzino introiettato in una dimensione dell’anima che ne cambierà alla lunga lo spirito, ma non per molto. Lo Scrittore è molto attento a che le passioni, i rancori e gli odi politici e le divisioni partitiche non prendano il sopravvento sui personaggi, i cui mutamenti non sono mai così marcati, mai così dirompenti, rimanendo ognuno di loro sempre se stesso, introspettivamente inalterato dalle prime battute al crepuscolo della storia.
La delicatezza è la cifra narrativa di “Anni lenti” che racconta una Umanità che non si fa “metarmofosizzare” da alcuna vicenda della vita: la sgradevolezza non è mai tale e, alla fine dei conti, nulla inficerà l’intima bontà dell’uomo. Al rancore e alla turpitudine non è permesso di penetrare troppo nelle donne e negli uomini che fuoriescono dalle pagine, e anche i profili delle personalità più vistosamente negativi in realtà sono guardati con occhi bonari e sornioni: Maripuy si avvicina a quei contorni di suocera delineati da Goldoni e, prima, da Plauto e Terenzio; la “leggerezza” di sua figlia Mari Nieves è vista con comprensione e suo padre - marito di Maripuy - , zio Vincente, nel suo succube silenzio, che tutto appare accettare e di tutto disinteressarsi, mostra una inaspettata nobiltà d’animo; il piccolo narratore possiede i lineamenti di un eroe, un eroe di tutti i giorni, come i grossolani, rozzi e maleodoranti Chacho e Julen, nascosti possessori di un coraggio salvifico. Nessuno è cattivo, nessuno malvagio, tutti tratteggiati con un lieve tocco chiaro-scuro di matita.
Con Zafon Aramburu condivide, contrastandola, la Spagna di Franco prediligendo, però, appoggiare sullo sfondo torture e tirannide, volendo, invece, incidere sulla carta in modo tridimensionale l’interiorità di esseri autenticamente umani, dai cui volti traspare una luce che gli eventi non potranno in alcun modo oscurare.
Fabrizio Giulimondi 

sabato 9 febbraio 2019

AI MARTIRI


Risultati immagini per 1o febbraio giorno del ricordo foto

Migliaia di donne vilipese nei loro corpi e nelle loro anime
La loro colpa?
Essere italiane.
Vedo corpi cadere vivi in antri senza fondo e senza luce.
La loro colpa?
Essere italiani.
Entrano nella mia casa, devastano le mie cose sì care. Nulla è più mio. Tutto nelle mani di belve partigiane comuniste. Tutto nelle mani di belve titine.
La mia colpa?
Essere italiano.
La Patria gettata in una foiba.
Essere italiano non è una colpa oh voi che avete stuprato, torturato, vilipeso, ammazzato, cercato di cancellare esistenze in un buco luciferino.
Essere italiano è un destino che un Dio prodigo ha voluto donare ai migliori dei Suoi figli.
IO NON DIMENTICO.
Fabrizio Giulimondi