venerdì 26 dicembre 2025

"BUEN CAMINO" di GENNARO NUNZIANTE con CHECCO ZALONE



Il sesto film con Luca Medici in arte Checco ZaloneBuen camino”, diretto dal suo regista storico Gennaro Nunziante (ad eccezione di “Tolo Tolo”), si smarca dal Checco “classico”, inserendo le tradizionali gag scorrette in un contesto maggiormente riflessivo.

La figlia di Checco (Letizia Arnò) intraprende il cammino di Santiago di Compostela come ricerca spirituale per fuggire dal modello di ricchezza esagerata e lusso sfrenato in cui il padre è immerso e che ostenta sfacciatamente.

La vis comica non politicamente corretta propria di Checco Zalone in questa pellicola è depotenziata, diluendosi nel cammino che egli stesso compie e che lo conduce a riavvicinarsi alla figlia abbandonando, così, i vecchi parametri.

Apprezzo gli aspetti religiosi inseriti nel tracciato del film e l’ex voto “molto caro” a Checco offerto alla Madonna affinché la figlia non ceda a orientamenti sessuali innaturali, certamente molto in voga in questa era.

Mi auguro che “Buen camino” abbia più spettatori di “Avatar- Fuoco e cenere” di James Cameron.

Fabrizio Giulimondi





domenica 21 dicembre 2025

“NORIMBERGA” di JAMES VANDERBILT

 


Norimberga” di James Vanderbilt è il terzo film hollywoodiano sullo storico processo (20.11.1945-1.10.1946) - svoltosi nella città tedesca di Norimberga (dove il 15 settembre 1935 fu varata la legislazione antisemita germanica) - che mise alla sbarra ventidue (un ventitreesimo si era suicidato prima del suo inizio e un altro ancora fu giudicato in contumacia) fra i più importanti gerarchi nazisti,  primo fra tutti il Reichsmarschall Hermann Göring, numero due del regime nazionalsocialista, Vice-Cancelliere del Reich e creatore della polizia politica segreta Gestapo.

Le due pellicole precedenti – con molti punti in comune – sono del 1961 (“Vincitori e vinti” di Stanley Kramer) e del 2000 (“Il processo di Norimberga” di Yves Simoneau).

Norimberga” è tratto dal libro del 2013 di Jack El-Hai "The Nazi and the Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of Minds at the End of WWII" e narra nel dettaglio il rapporto creatosi fra Göring (interpretato dal “gladiatore” – questa volta in versione malvagia e luciferina - Russell Crowe) e lo psichiatra che gli fu affiancato durante la detenzione (“Freddie Mercury” Rami Malek).

La icastica locuzione adoperata da Hannah Arendt “la banalità del male” riferita ad Adolf Eichmann, può essere, mutatis mutandis, applicata ad Hermann Göring, il cui fascino sottilmente penetra l’intelletto dello strizzacervelli Douglas Kelley.

La didascalica narrazione cineastica coinvolge e convince lo spettatore, per interpretazione e contenuti, comunicazione verbale e specie non verbale.

Indubbiamente di grande suggestione artistica sono le punteggiature in bianco e nero di pochi secondi che ritraggono il Tribunale internazionale (composto da giudici statunitensi, britannici, francesi e sovietici) in modo estremamente simile alle immagini di repertorio del tempo.

Peccato per due sbavature: una di natura ideologica che vede un insulso attacco – non troppo sotterraneo – a Papa Pio XII; l’altra di ordine storico, collocando le impiccagioni dei dodici condannati a morte il 1° ottobre 1946, mentre sono avvenute la notte fra il 15 e il 16 ottobre 1946, in attuazione delle sentenze emanate la notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1946.

La scena delle impiccagioni (volute al posto delle fucilazioni dai componenti sovietici del Tribunale) è indubbiamente carica di pathos tragico nella loro crudezza e verosimiglianza.

L’interrogativo posto da Göring al “suo” psichiatra, seppur rivolto da un “demonio”, umano solo nelle sue apparenze esteriori, rimane a galleggiare nella sala: con quale “forza morale” chi ha fatto vaporizzare centinaia di migliaia di civili giapponesi a Hiroshima e Nagasaki giudica gli altri? Con quale parametro sono giudicate le camicie brune da chi, come gli stalinisti, adoperano metodi molto simili a quelli hitleriani?

L’opera rifugge la mostrificazione delle Croci Uncinate per evitare di renderle diverse da noi e far pensare ai posteri che è stata una “unica” irruzione della demonologia della storia. È proprio la storia ad insegnare che questi “mostri” sono in mezzo a noi, vivono di noi e con noi, noi possiamo collaborarvi consapevolmente o inconsapevolmente e potremmo esserlo noi stessi senza saperlo, non essendosi ancora verificate le condizioni perché la nostra “monstrità” si palesi.

Il film di James Vanderbilt ci fa riflettere sul se nel recentissimo periodo pandemico non stava avvenendo, con altre forme e modalità, qualche cosa di simile, nell’odio sociale e di Stato nei confronti dei c.d. “No-Vax”.

Un ultimo appunto può essere di interesse degli studiosi di diritto e si collega nel preambolo del film alla figura della Pubblica Accusa rappresentata dal giudice Robert H. Jackson (Mike Shannon): la necessità di individuare la base normativa, giurisprudenziale e dottrinale, unitamente ai principi sovranazionali, su cui costruire gli organi giudicanti e inquirenti insieme alle regole processuali e le prescrizioni sostanziali penali.

Il film, semplice e complesso nello stesso tempo, da vedere e far vedere segnatamente alle scolaresche, ci impone di meditare al di là di schemi precostituiti, costringendoci ad una doverosa e, direi, fatale attualizzazione del racconto.

Fabrizio Giulimondi




mercoledì 17 dicembre 2025

“VITA PRIVATA” di REBECCA ZLOTOWSKI



Vita privata” di Rebecca Zlotowski è una pellicola cervellotica e complessa di non facile lettura in cui psichiatria, psicoanalisi, metempsicosi e la complessità dei rapporti fra madre e figli, fra coniugi e fra psichiatra e pazienti si intrecciano in modo arzigogolato e confuso. La indubbia bravura di Jodie Foster nei panni di una psichiatra che non ascolta i propri pazienti, limitandosi a registrarne le sedute, non sblocca la lentezza dello sviluppo narrativo. Il suicidio di una donna seguita dalla Foster (Virginie Efira) costituisce il punto cruciale della storia che porterà ad un cambio di approccio terapeutico e, di rimando, anche esistenziale di Lilian Steiner.

Fabrizio Giulimondi




giovedì 4 dicembre 2025

“IL LEONE CHE È AGNELLO: ALLA RICERCA DELLA VERITÀ CHE SALVA” (LUMEN CORDIUM) di GIOVANNI D'ERCOLE



In a time of universal deceit, telling the truth is a revolutionary act”. Questa frase erroneamente attribuita a George Orwell si addice a pennello alla nuova fatica letteraria del Vescovo Giovanni D’Ercole, “Il leone che è agnello: alla ricerca della verità che salva” (Lumen cordium).

Quid est Veritas? È la domanda che pone Pilato a Gesù.

Pilato è un governatore spietato, dalla crocifissione facile e dai metodi brutali, ma davanti al silenzio d quell’uomo massacrato si sente turbato, spaesato, spiazzato. Pilato percepisce l’innocenza del Cristo ma è terrorizzato dalla folla urlante.

Quid est Veritas?

Pilato è ognuno di noi, assomma in sé l’Umanità molto meglio di Giuda.

Don Giovanni D’Ercole scrive pagine memorabili su Pilato ed il silenzio del Messia. Il lettore sarà spinto a leggerle più volte per assaporarne il significato più segreto e intimo.

Pilato. Il silenzio di Cristo. Quid est Veritas? La mia verità è uguale alla tua? Esiste una sola verità o più verità? O nessuna verità? L’unica verità è nella assenza di verità?

Siamo nell’epoca in cui l’uomo è colpevole, è colpevole di esistere perché egli è la causa primaria dei danni al pianeta e degli orrori di cui la storia è testimone. La natura trasformata in ideologia ambientalista, ecologista e animalista. La scienza idolatrata come neo religione giacobina il cui autentico DNA è lo scientismo. Fare figli danneggia l’ambiente e toglie libertà all’uomo prometeico. L’uomo, dio di se stesso, si autodetermina nella propria essenza antropologica sostituendo alla realtà la percezione di essa.

Nella “Grande Narrazione” immaginata da Klaus Schwab, fondatore del World Economia Forum di Davos, si potrebbe trovare la chiave di lettura di molti accadimenti contemporanei.

Il cristianesimo è posto ai margini della vita politica e sociale probabilmente per colpa degli stessi cristiani, perennemente preoccupati di offendere la sensibilità altrui, specie quella islamica. Sui rapporti fra cristianesimo e islam mons. D’Ercole ci regala passaggi di grande intensità, passaggi irradiati dalla esperienza pastorale personale da lui vissuta in Marocco.

Si anela in Occidente ad una libertà senza argini, dall’aborto alla eutanasia, alla legalizzazione e liberalizzazione di droghe di ogni genere, alle unioni omosessuali e poliamorose, al divorzio sempre più celere, alla maternità surrogata, alla autodeterminazione sessuale di se stessi. Possiamo constatare un Occidente più felice e più pacifico?

Quid est Veritas?

Il terrore di morire nel periodo pandemico ha fatto dimenticare in un sol colpo a molti popoli questa sfrenata pulsione di libertà, facendogli accettare misure di particolare disumanità, a partire dall’abbandono degli anziani nelle RSA, crollati nella depressione e disperazione e fatti morire da soli: la libertà non serviva più, contava solo la salute.

Quid est Veritas? Est vir qui adest!

Una lettura agevole accompagnata da simbologie e allegorie, meditazioni di antichi e attuali grandi pensatori, da Aristotele a Pasolini.

Il cristianesimo messo ai margini perché di ostacolo alla libertà senza orizzonti: siamo più sereni ora?

Ecce homo … Io non trovo in lui colpa alcuna”. E poi Pilato lo ha mandato alla morte in croce.

Il saggio di Giovanni d’Ercole è una riflessione su interrogativi che ci poniamo anche quando sembra che non lo facciamo: “Siamo tutti riuniti sotto la domanda, divisi nelle nostre risposte” (E.E. Schmitt).

Consiglio vivamente la lettura di “Il leone che è agnello”, rara occasione di uscire per qualche ora dalla opprimente cappa in cui siamo immersi.

Fabrizio Giulimondi

domenica 30 novembre 2025

“IL REATO DI PENSARE. OLTRE IL CONFORMISMO, ESERCIZI DI LIBERTÀ” di PAOLO CREPET (MONDADORI)



Occorre sapersi conquistare le cose belle, altrimenti diventiamo collezionisti di mediocrità o, peggio, scartiamo le difficoltà per codardia. Ogni bellezza, senza eccezione alcuna, trasuda fatica.”

Il reato di pensare. Oltre il conformismo, esercizi di libertà” di Paolo Crepet (Mondadori) è una sinfonia della creatività divisa in trentacinque partiture; un arpeggio armonico di idee e riflessioni; una profonda boccata di ossigeno per disinquinare cervelli all’ammasso, menti intossicate dal conformismo, dal Politically Correct e dal Wokimso, intelletti offuscati da una densa cappa orwelliana imposta dal Pensiero Unico.

Il reato di pensare” è un mosaico di parole e immagini, è letteratura espressionista con al centro la riconquista dell’intelligenza, della ricerca di risposte e dell’analisi delle verità sull’obnubilamento e l’imbarbarimento delle coscienze. Saggio scorrevole e di grande interesse, “Il reato di pensare” si apre a qualunque mente, basta che abbia il vivo desiderio di percepire la complessità delle dinamiche del mondo.

Paolo Crepet indica la riscoperta della fatica come metodo di salvazione, rifuggendo la scorciatoia della “comodità” causa della perdita della capacità di pensare da parte di molti, forse troppi: “Anche il pensare porta con sé una forma di dolore, perché è faticoso per antonomasia”.

Pensare, tornare a pensare, tornare alla durezza del pensiero, autentica chiave di lettura del libro e chiave di volta delle nostre esistenze: ”Come ha detto Jorge Luis Borges, ‘non c’è piacere più complesso del pensiero’“.

Riappropriamoci dell’essere discutibili e avversiamo l’indiscutibilità: “Se c’è una cosa che apprezzo in una persona è che sia discutibile, nel senso che faccia discutere per le idee che propone … Che vi siano così pochi uomini e donne discutibili per molti è un sollievo, per me è il segno di un declino culturale”.

La nuova ideologia globalizzante e totalizzante vuole rimuovere dall’essere umano, sin dalla sua infanzia, la possibilità dell’inciampo, tenendolo ogni individuo lontano da ogni rischio di “disallineamento”, qualificando razzista, omofoba o sessista qualsiasi idea non rientrante nel modello costruito dal Grande Fratello. Il nuovo e unico comandamento è una reductio ad unitatem dell’azione cerebrale in modo che nessuno incorra in una presunta sofferenza, così che tutti possano vivere in una grigia mediocrità di massa. La nuova “felicità” è raggiungibile con il semplice inserimento di parole scorrette nel novello “Indice” post-moderno: l’abrogazione delle parole conduce automaticamente e fatalmente l’abolizione dei pensieri pericolosi.

Forse questo è l’obiettivo finale: depotenziare le immagini, le parole, il pensiero”.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 24 novembre 2025

"LA VEDOVA" di JOHN GRISHAM (MONDADORI)

 


John Grisham ha tirato fuori dalla sua fantasmagorica mente artistica un altro impedibile giallo letterario, “La vedova” (Mondadori), che si ascrive indubitabilmente nella grande tradizione della letteratura statunitense.

Il selciato della narrazione è costituito dalla procedura penale a stelle e strisce e certamente i giuristi ne saranno affascinati.

Di grande interesse i costanti richiami ai precedenti giurisprudenziali ma il lettore sarà colpito per come l’Autore affronti con schiettezza la drammaticità degli errori giudiziari e l’illegittimità di non poche detenzioni penitenziarie.

Sanità, aule giudiziarie e galera sono il tessuto connettivo delle vicende che sconvolgono l’esistenza di Simon, un mediocre avvocato civilista, dedito soprattutto al diritto testamentario e fallimentare, padre di tre figli che adora, con un matrimonio collassato alle spalle e una certa qual attrazione per il gioco d’azzardo.

Grisham adopera uno stile morbido, scorrevole e chiaro, capace di spiegare didascalicamente tutti i passaggi che portano uno sventurato alla condanna all’ergastolo o alla pena di morte.

La magistratura giudicante - terza ed equidistante dalla Accusa e dalla Difesa, entrambi avvocati – dall’Autore è vista con maggiore benevolenza rispetto alla figura del procuratore, innamorato delle proprie tesi colpevoliste, anche quando le prove portano a ben altri verdetti.

Biscotti allo zenzero e tallio, una vecchietta tanto adorabile, hacker, un sociopatico in penombra e i meccanismi, talora oscuri e putridi, del mondo forense nella sonnolenta provincia degli States.

Che spreco. Di tempo, di danaro, di emozioni, di vita. Quanta sofferenza inutile. Ci sarebbe stato tanto da dire, però mancava l’energia per farlo”.

Fabrizio Giulimondi

martedì 18 novembre 2025

"IL MAESTRO" di ANDREA DI STEFANO

 


Il maestro” di Andrea Di Stefano è un film forzatamente drammatico che parte certamente da uno spunto interessante, per essere però strutturato e sviluppato in modo scarsamente appagante per un pubblico esigente, specie se un attore del livello di Pierfrancesco Favino - che ricopre le vesti della figura cardine della storia, Raul Gatti - non riesce a dare un valore aggiunto alla pellicola.

Raul Gatti è una vecchia gloria del tennis caduto in disgrazia dopo l’abuso di droghe, alcol e donne.

Felice Milella è un tredicenne (Tiziano Menichelli) a cui il padre Pietro (Giovanni Ludeno) ha fatto credere di essere un potenziale campione del tennis, imponendo alla moglie e all’altra figlia sacrifici immotivati.

Raul diviene il maestro di Felice, due mondi inconciliabili per età, origini familiari e modo di concepire la vita.

Il racconto rotea intorno all’idea che il fallimento faccia parte della vita e vada accettato, comprendendo i propri limiti e l’inutilità del perseguimento di sogni che non hanno alcun aggancio con la realtà.

Ribadisco: l’idea è senza dubbio buona ma il Regista avrebbe dovuto costruirla in maniera diversa, anche perché lo stesso Favino ne esce svilito nella propria indubbia bravura.

Fabrizio Giulimondi