venerdì 24 luglio 2020

"SAGGIO SULLA LUCIDITÀ" di JOSÉ SARAMAGO



Saggio sulla lucidità” del Premio Nobel per la Letteratura José Saramago (Universale Economica Feltrinelli) è un calcio nel sedere nella più brutale realtà, resa fintamente fantascientifica: sono passati nove anni da “Cecità” (del 1995, mentre “Saggio sulla lucidità” è stato pubblicato nel 2004) e quattro dalle vicende raccontate in “Cecità”.
Bianco continua ad essere il colore dominante: bianco come la tinta perennemente vista dagli improvvisi e inspiegabili ciechi di massa in “Cecità” e bianca come la scheda riposta nell’urna dall’83 per cento della popolazione della Capitale.
Questa votazione fa saltare il sistema e impazzire il Potere.
Il colpevole di quella che è ritenuta una preordinata sommossa contro la democrazia deve essere trovato costi quel che costi, ed è qui che si palesa l’anello di congiunzione con l’opera precedente.
Questo tipo di letteratura sarebbe stata ascrivibile, prima dell’avvento del Covid, a quella distopica che vede capofila Orwell e Huxley, oppure a quella realistica e magica alla Murakami e Márquez, ma letta oggi diviene neorealista.
La lettura conduce a provare un fastidioso brivido nell’inconscio: è fantasia o potrò accadere sul serio o, peggio, sta già capitando?
La caratteristica estetica della tecnica grafica è sempre la medesima: lo scritto è compatto, senza soluzione di continuità, e le virgole seguite dalle maiuscole indicano l’inizio di una affermazione, di un discorso e di un dialogo; i punti interrompono la conseguenzialità ossessiva delle descrizioni delle interlocuzioni o degli accadimenti, determinando uno stato inizialmente inavvertito di disagio. Il lettore ha pochi secondi per recuperare il fiato, pochi secondi per attingere ossigeno dall’esterno: i pensieri sono pericolosi, come le idee e le parole, e vanno repressi, imprigionati, vietati, ma, attenzione, non in modo esplicito, ufficiale.
Lo faceva concentrato per tenere i pensieri a distanza, per farli entrare a uno a uno, dopo aver loro domandato cosa portavano, il fatto è che coi pensieri non c’è prudenza che basti, alcuni ci si presentano con un’arietta di ingenuità ipocrita e subito dopo, ma troppo tardi, manifestano quanto sono malvagi”.

Fabrizio Giulimondi 

martedì 21 luglio 2020

"TRA DUE MARI" di CARMINE ABATE (MONDADORI OSCAR 451)














 


È stata rieditata dalla Mondadori Oscar 451 la terza opera di Carmine Abate "Tra due mari" (2002). Chi conosce la produzione letteraria dello scrittore arbëreshë intravede in questo lavoro gli spunti artistici che saranno sviluppati ampiamente e morbidamente nei romanzi successivi, da "Il bacio del pane" a "La collina del vento", da "La felicità dell'attesa" a "La festa del ritorno" e "Le stagioni di Hora".
La Terra, le radici, la famiglia, quella autentica, che si riunisce in grandi cucine e gode della piccantezza di pietanze cucinate da mani antiche e della robustezza di vino rosso forte e denso, costituiscono il canovaccio dei libri di Abate. Le trame si alternano fra la Germania, il Trentino e la Calabria e Roccalba, in "Tra due mari", è "Hora" con un altro nome, luogo fisico e dell'anima, trasposizione-amarcord di Carfizzi, paesino calabro nativo dell'Autore: ne sentite gli odori e la calura e, ad un certo punto, l'afa vi attanaglia il respiro, che viene alleviato soltanto quando si accinge ad odorare il sambuco e il bergamotto.
Il Fondaco del Fico è uno spazio che può essere solo sterpaglia e serpi o un'area dove erigere un albergo e un ristorante: tutto dipende dalla risolutezza di Giorgio Bellusci; il Fondaco del Fico non è altro che la metafora della testardaggine e del riscatto, nonostante la cupa ombra incombente della 'ndrangheta.
La voce narrante è Florian, il ragazzino dietro al quale si cela Carmine Abate- Alexandre Dumas che, da decenni, ci accarezza l'anima con una letteratura composita, delicata, nella quale le parole profumano e i profumi tintinnano delle sonorità linguistiche dell'italiano, del calabrese, dell' arbëreshë e del tedesco, mentre le sonorità si mischiano  a pietanze saporitose, ad affetti intramontabili che le distanze non riescono a domare e a piante insradicabili  legate da radici robuste e impavide a zolle innaffiate dal sangue di  umanità fiere e mai vinte.
"Tra due mari", fra il sentore salino dello Ionio e quello pungente delle alghe del Tirreno, è estetica dell'intimità da cui ognuno di noi non può più fuggire.
È tempo di incamminarci verso Roccalba.
Fabrizio Giulimondi  

domenica 12 luglio 2020

"OHIO" di STEPHEN MARKLEY



La gente trascorre la propria vita quasi in coma, ignara del substrato fisico che la circonda.”.
Oramai i grandi romanzi sono targati a stelle e strisce come è ampiamente confermato dall’opera prima di Stephen Markley (Einaudi) “Ohio”, romanzo che sviluppa un reticolato di storie al cui interno si affollano volti poliedrici come voci di un coro, dissonanti sì fra di loro, ma diretti verso un’unica direzione.
Seppur nel limite della ideologia liberal e degli stereotipi del politicamente corretto che costringono conservatori e tradizionali ad essere necessariamente brutti e cattivi, contrapposti a luminescenti omosessuali portatori salvifici di un nuovo credo, il lettore è catturato dalle descrizioni di ambientazioni mai eguali e dalla penetrazione negli anfratti delle personalità dei personaggi.
Questo lavoro – seguendo modelli consolidati della cinematografia e letteratura americana - non cessa di imbastire i pezzi di stoffa di cui è fatta la società giovanile oltreoceano: droga, alcol e sesso orgiastico e disperato come spartiti di una ruvida colonna sonora che si sovrappone ad esistenze demolite, demolitrici e autodistruttrici. Dio è morto e la sua ricerca dileggiata perché qui regna la dissoluzione dell’individuo ove tutto è consentito, tranne l’immersione nella propria anima. La famiglia è assente e, se legata a valori religiosi, aspramente dileggiata. Le molteplici metafore sono poetiche che, inanellandosi fra di loro, compongono un mosaico stilistico fatto di reiterati richiami che riempiono in maniera immaginifica e simbolica la polpa delle parole. V’è la potenza artistica della truculenza, di corpi sfracellati nella sabbia afgana e irachena. Il lettore cammina su un campo innaffiato con l’irrisione, l’irriverenza, il disprezzo, i disturbi alimentari, l’autolesionismo, la sindrome da stress post-traumatico, la neo-religione ecologista, gli stupri, gli sballi annichilenti e la perdita di coscienza e di conoscenza di se stessi. “Ohio” dipinge antropologicamente una massa anodina di giovani che nel proprio annullamento si cercano: Stacey non smette mai di farlo;  Dan non cessa in alcun momento di essere un bravo ragazzo e le membra dei commilitoni gettate in aria lo incupiscono ma non mutano la sua nobiltà d’animo; Lisa recita l’ego anarchico che accomuna quasi tutti, ma che in lei, pura energia nichilista, raggiunge l’apice orgasmatico: “E’ molto probabile che noi siamo tra i miliardi di simulazioni simulate da altri simulatori, semplici creazioni di altre simulazioni al computer.”.
Ohio” colpisce e in modo disturbante, nella sua “assenza”, nel suo rigirare il coltello nell’antro nascosto che v’è in ognuno di noi, che forse si ritroverà in tutti o in nessun personaggio. “Ohio” racconta della materia che viene privata dello spirito e si polverizza in un percorso labirintico, mai luminoso, spesso scuro e cupo, nel quale strade, stradine e vicoletti incastrati fra catapecchie si perdono per non incontrarsi più.
Certi momenti possono sembrare interminabili. Come se li avessi vissuti miliardi di anni prima, quando sono nati gli oceani e si sono scatenati i fulmini e il corso di ogni esistenza veniva tracciato nelle tenebre.”.
Fabrizio Giulimondi



venerdì 12 giugno 2020

"SE SCORRE IL SANGUE" di STEPHEN KING


Non bisogna farsi ingannare né dal titolo né dall’immagine della copertina dell’ultima fatica letteraria del genio letterario-horror-thriller Stephen King, “Se scorre il sangue” (Sperling & Kupfer). Il sangue non scorre affatto e il libro è una raccolta di racconti come “Notte buia, niente stelle”, da cui riprende alcune tracce narrative (“Ratto” e “Il telefono del signor Harrigan”, ultimo e primo racconto di “Se scorre il sangue”, riprendono il patto faustiano alla base de “La giusta estensione” in “Notte buia, niente stelle”). Le ambientazioni in “Ratto” richiamano le atmosfere del film di Kubrick “Shining”, tratto dall’omonimo romanzo di King. I preludi sono lunghi e affabulanti e, quando il lettore giunge al cuore della storia, il coupe de theatre non è esplosivo perché già se lo aspetta, prefigurato dall’arpeggio narrativo che lo precede. La vera suspense è rappresentata dalla ossessione per le parole di Drew. Non è certamente incasellabile – come d’altronde gli ultimi lavori di Stephen King – come genere horror o thriller. L’immane scrittore statunitense scruta l’animo umano e quanto esso sia disposto, o proteso, ad appagare i propri desideri, o istinti, anche a scapito delle esistenze altrui. Esistono ancora figure provenienti da ulteriori dimensioni ma solo in apparenza: non sono altro che esseri umani che hanno voluto protrarre la propria vita nutrendosi del dolore e della morte altrui, “che hanno un buon sapore”. Non v’è un solo “Outsider”, ma molti, perché molti sono coloro che assolutizzano il proprio desiderio a scapito degli altri. Uomini come iene che si nutrono di carogne: “Una specie di camaleonte esotico…Viveva nutrendosi del dolore e della sofferenza, forse non una bella cosa, ma neppure così diversa dai vermi che si nutrono della carne in putrefazione, o degli avvoltoi che si nutrono di carogne.”.
In realtà, la produzione artistica di Stephen King è più sociologica che giallistica come il mastodontico “It”, nel quale il bullismo, fardello molto presente nelle scuole americane, è il vero fil rouge della narrazione; il bullismo è la molla anche di alcuni racconti di “Se scorre il sangue”.
Charles Dickens è l’archetipo letterario di King e King è suo sviluppo favolistico noir della fine del XX secolo e gli inizi del XXI secolo.
Stephen King è lo Spielberg della letteratura e, soprattutto, è letteratura pura, che evoca Leopardi che invoca l’Infinito: “Dio aveva versato una caraffa di luce nel cielo, e oltre quella luce c’era l’eternità. Il mistero di una realtà tanto estesa rendeva misera qualunque capacità di comprensione. Un soffio di brezza fece sospirare i pini nel loro modo malinconico, e tutto d’un tratto Drew si sentì molto piccolo, e molto solo.”.
Fabrizio Giulimondi


sabato 23 maggio 2020

"L'ULTIMA CORRIERA PER LA SAGGEZZA" di IVAN DOIG (NUTRIMENTI)



La letteratura americana è fitta come le nuvole che si addensano sulle cime delle Montagne Rocciose e possiede uno stile morbido, cremoso, interrotto da guizzi subitanei di vivacità ed estro impregnato di eccitazione e brio, per esplodere sul finire, al pari di un tempo musicale prima andante, poi vivace e, infine, allegrissimo.
L’“Ultima corriera per la saggezza” di Ivan Doig (Nutrimenti) si ascrive nella grande ars scribendi statunitense che ho più volte avuto il piacere e l’onore di recensire.
Lo spirito di Manitou innerva il racconto tra wisdom con la “w” minuscola e Wisdom con la “W” maiuscola e il titolo del libro è preambolo e prologo, annuncio e accenno, presagio e significato, gioco di parole in cui wisdom è la città del Montana ma anche saggezza, geografia e metafora, ricerca, cammino e meta. Sartre avrebbe detto che come Florence è una città incantevole ma anche una donna da lui molto amata, Wisdom (wisdom) non solo è un luogo prima di transito e poi di vita, ma è anche saggezza cercata e anelata dai protagonisti. L’umanità dimora a Wisdom e sulla corriera, spazio angusto di incontro e dialogo, conoscenza e inganno. La menzogna – attenzione! -  è solo un modo di sradicare la vita dalla miseria quotidiana, una miseria che non è null’altro che nobiltà d’animo che cerca un codice comunicativo per emergere e farsi riconoscere dagli altri.
Herman e Donny, il vecchio e il fanciullo, individui che per essere migliori devono essere in due; due in uno, uno che si sviluppa in due, individualità che si sommano per essere ciò che sono: “Dunque voi due insieme sareste più che voi due da soli”.
È un viaggio che prende le sembianze di un romanzo on the road, perché scrivere e viaggiare sono due facce dello stesso spirito vitale.
È una traversata lungo Stati, ranch, powwow, immensi spazi, nuovi orizzonti, visioni mai immaginate, per dirigersi “da qualche parte sotto la luna e sopra l’inferno”.
È un viaggio ma non come quello che gli hobo compiono seguendo i raccolti: Herman e Donny seguono l’intuizione, lo shining dell’anima, il Fingerspitzengefühl.
Doig parla di una avventura che come tutte le avventure fa diventare altro i protagonisti o, semplicemente, fa capire a loro stessi chi essi siano veramente.
Un quasi dodicenne, un clandestino di origine tedesca, una obesa cretina e un branco di sciamannati, le cui storie sono unite dal fil rouge del sentore pungente e gradevole di fieno bagnato.
Le descrizioni bucoliche fanno da scenografia all’azione del cuore contro la coscienza, cuore e coscienza che non potranno che abbracciarsi sul finale, in una esplosione narrativa simile alla birra schiumante quando viene versata di getto nel boccale.

Fabrizio Giulimondi

venerdì 8 maggio 2020

"PARADISE FALLS 1. IL PARADISO" di DON ROBERTSON


Ascolta, ho forse creato io il mondo? Ovviamente no. Il peccato è peccato, e la debolezza debolezza. Che cosa è venuto prima il peccato o Gesù? Quasi mi dispiace per il povero vecchio Gesù. Ma il peccato ha goduto di un bel vantaggio su di lui.”.
Lo statunitense Don Robertson ha scritto 18 corpulenti romanzi. “Paradise Falls 1. Il paradiso” (Nutrimenti) è uno di questi. Romanzo volumetrico, pagano nella sua pura essenza protestante, è composto da un reticolato di storie corali costruite intono a personaggi pulviscolari e, non ha alcuna importanza se essi siano protagonisti o semplici comparse: l’attenzione descrittiva dei loro corpi e delle loro anime possiede la medesima forza attrattiva, volti e intelletti dove primeggia   la bassezza etica incartata in un sacchetto di quasi ilare ipocrisia. Le parole sono ben piantate nella terra narrativa e l’aggettivazione abbondante e affabulante ne costituisce il concime fecondo. Le grandi idee e i maestosi principi danno solo l’orticaria alle donne e agli uomini di Don Robertson, donne e uomini avvinti unicamente alla “mortalità” e alla “possibilità”.
Charley e la sua brutta copia Phil sono gli anti-eroi immersi nella oscurità, come originati da un sequel del romanzo di Oscar Wilde “Il ritratto di Dora Gray”, ambientato, però, nella Guerra civile americana del 1861-1865.
Una moltitudine in apparenza disordinata di nomi anonimi è tutta legata da un medesimo destino privo di Cielo e tutto penetrato nella materia che domina e dirige ogni azione.
Non si può invocare Dio per sublimare ogni miseria umana. Non v’è Spirito, solo denaro, solo bramosia di potere, soltanto desiderio di sopraffare e vendicarsi: tanti Hobbes in tenuta da contadino o minatore o “padrone”.
L’Autore incanta il lettore al quale sembra di partecipare a feste descritte con dovizia di particolari e di sentire l’odore acre del fiato impregnato di whisky dei giocatori intenti in una partita di poker all’ultimo bigliettone, o di partecipare delle doglie delle partorienti.
Le descrizioni del mondo in cui si imbatte ogni giorno ciascun essere umano costituisce la lunga concatenazione di vertebre su cui si regge il corpo del racconto.
Sembra di stare dentro una stanza con la luce sempre accesa ma poco intensa anche quando ci si muove in spazi ampli e primaverili, e il profumo del fieno dovrebbe, invece, colpire con la sua fragranza acuta il lettore. L’oscurità è l’unico vero attore principale e indiscusso della storia e rivaleggia con la luce finché non la sconfigge in modo beffardo: “Disprezzava gli istinti, le passioni; preferiva restare solenne, inflessibile, fermo in ascolto del suono della oscurità.”.
Fabrizio Giulimondi

giovedì 7 maggio 2020

FABRIZIO GIULIMONDI: "RIFLESSIONI NEL TEMPO PANDEMICO"


Centro Padovano di Terapia della Famiglia Pandemia Covid-19 ...
I 600 euro (pochissimi - anche se diventano 800 euro per qualche mese cambia poco -  e dati con ritardo e con meccanismi complicati al pari dell'accesso ai finanziamenti bancari del c.d. "Decreto imprese") sono liquidati a liberi professionisti e commercianti indipendentemente dal numero dei componenti il nucleo familiare.
PROPOSTA: vanno modulati in base a se uno vive da solo o ha famiglia e dal numero dei componenti della famiglia (minori, anziani, disabili);
FAMIGLIA:
Si è vista l'importanza della famiglia in queste settimane, luogo dove le persone si sono aiutate, supportate, protette a vicenda in un mutuo scambio di affetti (a parte quello che dirò dopo).
Il Governo non ha messo un centesimo per aiutare le famiglie (V. Dichiarazione Ministro famiglia Bonetti) in questo momento così tragico (previsioni giù PIL dal - 8 al -9.5%). Aveva parlato di inserimento di assegno per le famiglie in un decreto legge: niente!
PROPOSTA:
1) Prevedere "assegno unico per la famiglia" (di cui la Lega parla da tempo), ossia un emolumento onnicomprensivo che unisca in un unico assegno tutte le varie e sparpagliate provvidenze per i nuclei familiari in modo di razionalizzare la normativa e dare certezze alle famiglie: l'assegno deve tenere in considerazione il numero dei componenti, la presenza di minori, di invalidi (gravi, meno gravi) e di anziani (autosufficienti o meno)
2) Il quoziente familiare adottato anche in altri Paesi europei come la Francia incentiva anche la natalità, in quanto i redditi percepiti nel nucleo familiare sono divisi per il numero dei componenti e più essi aumentano e più la tassazione si abbassa, tenendo sempre in considerazione la presenza di minori (anche per fasce di età degli infra - diciottenni) o maggiorenni che non lavorano, anziani, invalidi (per gravità della disabilità e patologia), presenza di disoccupati o inoccupati;
3) Considerare il latte in polvere una sorta di "salvavita" e consentirne l'accesso gratuito alle madri in difficoltà economica entro una certa soglia di reddito.
INVESTIRE SULLA FAMIGLIA E' INVESTIRE SULLA SOCIETA', NON E' UNA FACOLTA' O UN OPTIONAL: O SI INVESTE SU DI ESSA O NON C'E' FUTURO!
Famiglia, scuola e lavoro sono interconnessi perché il c.d. smart working ("lavoro agile"), che può andare bene nel breve periodo, può, poi, diventare un gravoso problema per le famiglie e, in particolare, per le donne, anche in termini retributivi, oltre che di dinamiche relazionali.
Spiego:
Lo smart working elimina del tutto la sfera relazionale ed umana che compone l'attività lavorativa, che non è soltanto la prestazione lavorativa in sé e per sé considerata ma contatti, vicinanza, socialità, umanità, amicizia, affetti, stima, tutti fattori che svolgono anche un ruolo incentivante e di pungolo per la medesima qualità (e quantità) della prestazione professionale.
La modalità lavorativa dello smart working costringe il lavoratore privato e pubblico - a casa, ognuno separato dall'altro e collegato soltanto per mezzo di una macchina -  a lavorare ben oltre l'orario di servizio. A differenza del telelavoro che è semplicemente un "decentramento" a casa del lavoro dell'ufficio, lo smart working è una modalità di lavoro di natura diversa, volta al raggiungimento di risultati e obiettivi, non coerente con la natura di molti lavori pubblici e privati che si basano ancora sull'attività lavorativa "in presenza". Occorrerebbe, pertanto, una modifica radicale dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro per consentire lo smart working come modalità lavorativa ordinaria.
Ad oggi lo smart working si sta rivelando estremamente svantaggioso per il lavoratore pubblico e privato, il quale può:
       essere costretto a lavorare in qualunque ora della giornata e ben oltre il proprio orario contrattuale di servizio;
       rimetterci in termini retributivi (niente buoni pasto, straordinari, voci legate alla presenza).
Le donne ne stanno avendo grande svantaggio perché, senza soluzione di continuità, passano, spesso, dal lavoro alle attività casalinghe e familiari (sono rientrati al lavoro lo scorso 4 maggio il 72,4% di uomini mentre molte donne sono rimaste a casa). A questo si aggiungono le lezioni on line degli studenti che, se figli piccoli frequentanti le elementari, sono a loro volta seguiti dalle madri che, pertanto, lavorano on line da casa per se stesse e per i figli piccoli.
PROPOSTA: lo smart working deve essere una eccezione o, in subordine, essere alternato con turni di lavoro in presenza a incastro con i colleghi; essendo una modalità di esecuzione del lavoro e non un diverso tipo di lavoro la retribuzione deve rimanere immutata indipendentemente se l'esecuzione della prestazione avvenga in ufficio o in casa; se si lavora in smart working deve lo stesso essere rispettato l'orario di servizio ed avvenire la disconnessione all'ora di scadenza dell'orario.
MODALITÀ DI STUDIO ON LINE per studenti, dalle elementari al liceo (lo stesso problema vale, seppur con tenore diverso, per le Università): negata la socialità che, per lo sviluppo cognitivo, psicologico e della personalità dei ragazzi, è fondamentale. Grave criticità della assenza o scarsezza della rete ("divario digitale" o "digital divide") che implica per parte degli studenti (circa il 41% del territorio nazionale) difficoltà (o assenza) di connessione, con gravissime conseguenze nel seguire le "classi virtuali", per non parlare delle notevoli difficoltà nel sostenere gli esami, a partire dalla quelli di maturità.
PROPOSTA: ripristinare all'inizio del prossimo anno scolastico la presenza degli studenti a scuola, seppur ovviamente in sicurezza, per la qualità dell'insegnamento, dell'apprendimento, degli esami da sostenere e dello sviluppo umano e cognitivo dei ragazzi.
Anche i giovani vedono nero il loro futuro, consegnati a lavori precari, incerti, fumosi, mal pagati (problemi occupazione femminile e giovanile).
SCUOLE PRIVATE (laiche e) cattoliche nel Veneto: circa il 30% rischia di non riaprire: ruolo formativo ed educativo fondamentale e il loro venir meno fornisce un colpo mortale alla crescita educativa e culturale dei giovani.
PROPOSTA: dare un bonus (specie per le famiglie che non superano una certa soglia dio reddito complessivo) da spendere, per chi vuole, per accedere alle scuole private cattoliche (o laiche).
In questa situazione di gravissima difficoltà economica e sociale per l'Italia il mostro della LUDOPATIA sta già crescendo ulteriormente.
N.B. consentiti dal 4 maggio i giochi d'azzardo legali dei Monopoli di Stato ma LE MESSE PUBBLICHE NO CON INAUDITA LESIONE DELLA LIBERTÀ DI CULTO (ART. 19 DELLA COSTITUZIONE).
N.B. La presenza coatta in casa - come segnalato dagli addetti ai lavori (sociologi, psichiatri, psicologici, assistenti sociali, mediatori familiari) - ha aumentato la violenza morale e fisica sulle donne nelle case dove già preesistevano problemi e criticità di tale genere. Le stesse associazioni che si occupano del problema evidenziano la riduzione delle denunzie nell'arco di tempo della quarantena per la difficoltà o impossibilità delle donne di telefonare ai numeri preposti, per la costante presenza del marito. IL GOVERNO SI E' LIMITATO A SIGILLARE LE FAMIGLIE IN CASA DISINTERESSANDOSI DEL TUTTO DI QUESTI DRAMMI SOCIALI.
N.B. SI SONO LIMITATI A DIRE: STATE A CASA MA TUTTE LE CONSEGUENZE, ANCHE MOLTO GRAVI, di ordine non solo economico e lavorativo, ma anche sociale ed umano (per le donne GIA' in difficoltà con i mariti o compagni; per i bambini che si sono visti interrompere all'improvviso il contesto in cui vivevano, come scuola, attività sportive, parrocchiali, ludiche, amicizie, il resto della famiglia al di fuori del nucleo familiare; gli anziani lasciati soli; gli invalidi soli o in famiglie che si sono sobbarcate del peso senza più alcun aiuto sociale esterno) SONO STATE ACCOLLATE INTERAMENTE AI CITTADINI ITALIANI

Fabrizio Giulimondi