lunedì 22 marzo 2021

"GOVERNARE L'ITALIA. DA CAVOUR A DE GASPERI A CONTE OGGI. A SETTANT'ANNI DALLA NASCITA DELLA CASSA PER IL MEZZOGIORNO", di VINCENZO SCOTTI e SERGIO ZOPPI (EURILINK UNIVERSITY PRESS):

 










"Non si va molto lontano se non si sa dove si va. Il guaio peggiore è quando non si sa dove si sta"(Goethe)

La visione è ciò che manca alla politica di oggi ed è di visione che parla il saggio epistolare "Governare l'Italia. Da Cavour a De Gasperi a Conte oggi. A settant'anni dalla nascita della Cassa per il Mezzogiorno", di Vincenzo Scotti e Sergio Zoppi (Eurilink University Press): il lettore è proiettato sin dalle prime battute verso le visioni, parziali o totalizzanti, dell'Italia dei primi decenni post bellici.

Lo studio ripercorre l'epoca pre-fascista e quella del dopo guerra, le macerie del secondo conflitto mondiale e la ricostruzione compiuta da uomini che non avevano nell'"immediato" il loro comandamento, bensì nella riflessione e nel confronto, perché supremo diktat era far bene. Tempi nei quali il Parlamento aveva un ruolo centrale in seno all'ordinamento statuale e in cui non esisteva l'osceno monito del "tutto e subito", ma si occhieggiava oltre la siepe.

Le riforme erano riforme, vere, autentiche, non miraggi fuggevoli, volte a mutare radicalmente il quadro normativo in un determinato settore economico e sociale.

Gli Autori compiono una lunga carrellata di immagini, resoconti, relazioni e racconti che inverano il loro passato, la loro esperienza, la loro azione, la loro weltanschauung.

Puntuale, puntuto, puntiglioso, pignolo, attento, rigoroso, documentato, scientifico, dettagliato, argomentato, meditato, il lavoro esprime lo sforzo di altre ed alte personalità di individuare soluzioni consone per questioni complesse.

Visione, complessità e tempo: la triplice alleanza.

Le Istituzioni necessitano di tempo per vagliare la complessità di problemi cui si deve apprestare soluzioni adeguate entro il perimetro del reticolato di una visione che abbracci passato, presente e futuro. "Governare l'Italia" è un esperimento saggistico diacronico e dialogico: la tutela dell'interesse economico nazionale al tempo di Governi che non si sono piegati agli Alleati, versus la deregulation globalizzata e sovra-statuale sotto il cui peso altri si sono mostrati proni; Esecutivi con il binocolo in mano e con lo sguardo fisso sull'orizzonte (e oltre) ed Esecutivi eternamente galleggianti in un sempiterno asfittico presente.

Idee solide ben piantate nel cemento in merito alla "questione meridionale", una costante progettualità ariosa che osservava benignamente l'Italia nella sua interezza e nella sua grandiosità, ed i successivi loro annichilimenti ed offuscamenti scaturiti da una virulenta farraginosità labirintica che tutto, poi, avrebbe soffocato e immiserito.

Ed il tempo pandemico e il colore plumbeo che ha tinto ogni scorcio di visuale di una società monadica, argillosa e infiltrata di una densa mucillagine.

E così senti la necessità di farti catturare da quella saggezza che da troppo tempo percepisci che ti manca.

E ti rendi conto di quanto era stato costruito dal Nord al Sud, da Aosta a Pantelleria, quanto sia stato poi demolito e svenduto.

Nel tempo dell'ignoranza originata da Wekipedia questo volume dovrebbe essere letto e, qualora lo fosse, la mia speranza ne trarrebbe nutrimento.

Fabrizio Giulimondi

venerdì 19 marzo 2021

"LA CITTÀ DI VAPORE" di CARLOS RUIZ ZAFÓN

 


È uscita postuma “La città di vapore” (Mondadori), l’ultima opera dell’immenso autore iberico Carlo Ruiz Zafón, morto lo scorso anno.

Zafón è letteratura pura.

Zafón è architettura barocca che si fa linguaggio e inchiostro.

La città di vapore” è una summa di storie tinte di mistero, imbevute di gotico, in cui il soprannaturale si sostituisce al reale.

Il lettore respira le stradine più nascoste di Barcellona e ne intravede scorci scarsamente illuminati.

La magia si fa parola e la parola alchimia e l’alchimia un fitto reticolato di sonorità somigliante ad un arabesco linguistico, costituente la vera trama dei racconti che si susseguono legati l’uno all’altro per essere, poi, tutti insieme affasciati alla quadrilogia “Il cimitero dei libri dimenticati”. La ricchezza dei vocaboli si interseca come in un tappeto persiano, in un arazzo del ‘500 fiorentino finemente intarsiato, in una cuspide merlettata di una cattedrale che si erge maestosa nei cieli francesi tardo medievali: la narrazione è la parola stessa che, polimorfa, è forma e sostanza, mezzo e contenuto.

Le storie sono chiazze spettrali, rapidi colpi di pennello, abbozzi di personaggi, bozzetti di caratteri.

L’ultimo saluto letterario di Zafón è “un santuario, un cimitero di idee e invenzioni, di parole e prodigi”.

I grandi scrittori, in realtà, non muoiono mai perché vivono in eterno nei loro libri.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 15 marzo 2021

"LA MIA GUERRA. DIARIO DI UN REDUCE DELLA RUSSIA" di GIUSEPPE DENI

 

"Varcato il confine i derelitti del treno ci siamo buttati per terra piangenti a baciare al suolo della patria! Una moltitudine di giovani straziati nelle carni, zoppicanti, orrendamente mutilati al naso, orecchie, mani e piedi, sembravano rinascere a nuova vita e si piangeva a dirotto per la gioia.".

Il diario di un milite dell'ARMIR, "La mia guerra. Diario di un reduce della Russia", scritto da Giuseppe Deni e pubblicato in autoedizione senza alcuna correzione né ritocco.

Il ricordo va al capolavoro di Giulio Bedeschi "Centomila gavette di ghiaccio", ma la narrazione è molto più breve e asciutta, e parte dal 16 gennaio 1942, giorno in cui Deni lascia la sua Calabria per andare a fare la guerra alla Russia. Il gelo penetra nelle ossa del lettore che vede le infinite distese bianche dove migliaia di soldati italiani, molto mal in arnese, soffrirono l'inenarrabile, e ai quali l'Armata Rossa tributò di aver attraversato a ritroso, imbattuti ed indomiti, il confine nazionale. Un racconto algido come il freddo micidiale e assassino di quelle Terre, dove l'umanità però era calda, e calde erano le isba dei contadini russi nelle quali venivano accolti ragazzi senza più dita, né piedi, né mani o arti, assetati e affamati, annientati dentro e fuori.

L'Autore appare distaccato, come se tutto quell'orrore non lo riguardasse: i traumi non sono solo quelli scalfiti nella carne ma anche, e soprattutto, quelli nascosti nell'animo e che l'equidistanza cerca di celare.

L'8 settembre, la Repubblica Sociale Italiana, la guerra civile e la brutalità partigiana e nazi-fascista, la fine di tutto, e poi il ritorno al tempo e al luogo dove ogni cosa era stata interrotta.

Il passato era ancora rinchiuso nel cuore di Giuseppe Deni e mai la forza dello scritto, mai, è stata così terapeutica come in questo caso.

Fabrizio Giulimondi  

mercoledì 3 marzo 2021

"L'ARTE DI LEGARE LE PERSONE" di PAOLO MILONE


"Cerca te, ha bisogno di te, non dei protocolli. Cerca il medico non la medicina.".

"L'arte di legare le persone", opera prima di Paolo Milone (Einaudi), è una tavolozza dove sono sparsi alla rinfusa chiazze, sprazzi, pennellate, spuntoni delle patologie mentali che l'Autore ha incontrato e incontra nel reparto 77 dell'ospedale genovese ove presta servizio come psichiatra. La prosa usata come poesia è costellata da una ironia e autoironia che incorniciano esistenze destrutturate. Pensieri sagaci, angosciati, divertiti, punteggiano pagine che hanno come protagonisti schizofrenici, euforici, tossici, alcolisti, caratteriali, isterici, paranoici. Immagini sulla morte che lasciano un lieve brivido lungo la schiena: "Della morte è sconcio parlare, invece l'assassinio è tema gradito in società. Rilassa, rassicura. Dà l'illusione che siamo noi a controllare la morte. Arrestato l'assassino, non si muore più. Tutti a casa tranquilli.".

È un libro autobiografico sul mondo interiore di uno psichiatra, sui suoi sensi di colpa se un paziente si suicida, sul come vive l'improvviso sentimento nei confronti di una ragazza in cura. I passaggi sul lamentio e sulla contenzione sono memorabili: "Il bene e il male che facciamo a un'altra persona si riverbera e si propaga in mille modi tra i suoi parenti, amici e conoscenti e, nel tempo, si trasmette a tutti i discendenti.".

La stessa impostazione grafica delle pagine, così frastagliata e nervosa, trasmette le sensazioni che Milone prova nella quotidiana immersione nelle scariche mentali psichiatriche.

Luciano, Lucrezia, Iris, Miriam, Lino, Elia, si faranno vento "più forti del dolore, più forti della paura, più forti del rancore", ed è certamente molto duro non riuscire a dare risposte e spiegazioni a suicidi e tentativi di suicidio.

"Noi veniamo al mondo non quando usciamo dal corpo della madre, ma quando la madre ci abbraccia e ci riconosce e, senza parole, ci contiene ancora in sé: in questa matrice noi ci costruiamo.".

La prosa si fonde nella poesia e la poesia si confonde nella prosa in una armonica bellezza dal contenuto aspro come il limone e dolce come il miele.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 1 marzo 2021

"LA SPINTA" di ASHLEY AUDRAIN

 

 


 

 

 

 

 

 

 

"Le madri non dovrebbero fare figli che soffrono. Non dovrebbero fare figli che muoiono. E non dovremmo fare figli cattivi".

Un'opera prima superba che sarà distribuita in 34 Paesi. Un'opera prima portentosa che dal freddo canadese penetrerà nel cuore di ogni lettore. "La spinta" di Ashley Audrain (Rizzoli) è un romanzo tragico, terribile e di grande bellezza e incisività sull'abbandono, sul trauma, sul disturbo da stress post-traumatico, sulla morte. Il dolore disgrega e più è grande e più è disgregante. L'abbandono è un fardello, una eredità piena di debiti, che si tramanda da generazione in generazione, da Etta a Cecila a Blythe e a Violet. Il rifiuto di scavare sui comportamenti non interrompe questo passaggio ma anzi lo aggrava, sino alla patologia psichiatrica, sino al crimine. La verità si evita, si nasconde, per poi vederla comparire sotto vestigia nefaste e dirompenti. Il dolore non affrontato lievita, nascostamente cresce, sempre di più, a dismisura, e ciò che non si voleva vedere si manifesterà in tutta la sua incomprimibile portata. L'immaginazione può essere un'ancora di salvezza, l'irrealtà come strumento di sopravvivenza ad una insopportabile realtà.

"La spinta" somiglia ad un mare prima solo leggermente increspato, poi mosso, dopo in tempesta, per tornare ad essere placido la cui superficie tranquilla, però, copre correnti turbolenti che esploderanno nell'uragano finale.

La lettura del passaggio di una decina di righe che descrive la moltitudine di azioni compiute in una giornata da una madre, fa scorgere all'orecchio un brano musicale ritmato dai colpi delle bacchette sulla batteria e dal suono delle corde di un basso elettrico pizzicate da dita esperte.

La protagonista parla in prima persona. Blythe si racconta e racconta della sua ascendenza, di sua nonna e sua madre, di suo marito e dei suoi figli, del passato e del presente, di un mondo contemporaneo che non può che essere l'inevitabile conseguenza di ciò che è stato ed è avvenuto.

Audrain compie uno studio rigoroso degli accadimenti interiori che travolgono le persone che vivono sofferenze imponenti e appariscenti, o minuscole e scarsamente visibili se non all'animo di chi le percepisce.

Alla scorrevolezza della narrazione e alla abilità stilistica si accompagnano capacità non comuni di penetrare l'"interno" delle donne, capacità che solo una donna può avere, forse perché l'Autrice, in qualche modo, è entrata in contatto con la sofferenza, l'ha vissuta, l'ha ruminata, e ne è uscita fuori dopo un duro percorso di morte e vita.

Un libro che chi non lo leggerà perderà molto.

"Mi ricordavo il brivido di scrivere sopra la miscela di musica e lacrime. Come si riempiva in fretta la pagina. Come mi batteva forte il cuore. Come mi vergognavo di essermi fatta sorprendere.".

Fabrizio Giulimondi