sabato 25 ottobre 2014
giovedì 23 ottobre 2014
PATRICK MODIANO, PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA 2014:"DORA BRUDER"
De gustibus non disputandum est ma
avrei preferito che il Premio Nobel per la letteratura 2014 fosse stato assegnato
al giapponese Murakami per la
genialità e la singolarità della sua produzione letteraria, piuttosto che al
francese Patrick Modiano per le sue
opere librarie, fra le quali “Dora
Bruder” (Narratori della Fenice) certamente
emerge per la drammatica semplicità e per lo scorrevole incidere della
narrazione negli anni ottenebrati dal
nazismo.
L’Autore
stesso è il protagonista del racconto che si snoda nella ricerca di memorie su
una ragazzina ebrea dopo la scoperta che egli compie su un giornale dell’epoca.
Modiano
intraprende un percorso fra l’immaginifico e il realistico mentre indaga su questa Anna Frank d’oltralpe lungo la Parigi
di Vichy, la Parigi cupa de I Miserabili
di Victor Hugo, la Parigi orribilmente straziata dalla occupazione tedesca fra
il luglio del 1940 e l’agosto del 1944. Storie di vita quotidiana e di
prigionia riscostruite attraverso foto sbiadite in bianco e nero e lettere
dimenticate, storie che ci conducono all’interno delle prigioni del regime, dei
campi di internamento, di concentramento e di sterminio, dove tutti i gironi
danteschi vanno a confluire. In “Doria
Bruder” v’è l’orrore rarefatto del capolavoro di Spielberg Schindler’s list e de La banalità del male della compianta Hanna Arendt.
Questo
lavoro incarna il verbo scritto senza il quale le esistenze di tante persone come
Dora Bruder si sarebbero volatilizzate: “…si
muove nel vuoto, si agita nel vuoto, attraversa il vuoto, viene deluso dal
vuoto…”(Pietro Citati).
Il trade union fra quel passato e il presente
di uno scrittore francese di origine ebraica è lo stesso Patrick Modiano: ”Ho la sensazione
di essere il solo a reggere il filo che collega la Parigi di quell’epoca e
quella di oggi, il solo che si ricordi di tutti questi particolari…..Se non
fossi qui a scriverlo, non esisterebbe più traccia della presenza di quella
sconosciuta….”.
E
poi, incamminandosi verso la fine, verso orizzonti crepuscolari, il lettore si
abbandona ad una sensazione di stupore quando dalla fuliggine che lo nascondeva
viene lentamente disvelato ciò che prima era ignoto e tale poteva rimanere: ” Eppure, sotto quella spessa coltre di
amnesia, si sentiva qualcosa, di quando in quando, un’eco lontana, soffocata,
anche se nessuno sarebbe stato in grado di dire cosa, con precisione. Era come
trovarsi sull’orlo di un campo magnetico, senza pendolo per captarne le onde.”.
Fabrizio Giulimondi
martedì 21 ottobre 2014
giovedì 16 ottobre 2014
FABRIZIO GIULIMONDI:LA RISPOSTA ALLE "TESI" DEL CARDINAL KASPER - “PERMANERE NELLA VERITÀ DI CRISTO. MATRIMONIO E COMUNIONE NELLA CHIESA CATTOLICA”, A CURA DI ROBERT DODARO O.S.A., SCRITTI DI BRANDMULLER, BURKE, CAFFARRA, DE PAOLIS, DODARO, MANKOWSKI, MULLER, RIST, VASIL
“Permanere nella verità di Cristo.
Matrimonio e comunione nella Chiesa Cattolica”, a cura di Robert Dodaro O.S.A.,
scritti di Brandmuller, Burke, Caffarra, De Paolis, Dodaro, Mankowski, Muller,
Rist, Vasil (2014, edizioni Cantagalli)
Nella
relazione presentata al Concistoro straordinario sulla famiglia (febbraio
2014), il cardinale Walter Kasper ha lanciato un appello affinché la Chiesa
armonizzi "fedeltà e misericordia di Dio nella sua azione pastorale
riguardo ai divorziati risposati con rito civile". Un invito al confronto
arriva con questo volume, scritto in vista del sinodo sulla famiglia, che vede
lo sforzo congiunto di cinque cardinali della Chiesa cattolica e di altri
quattro studiosi. Nei loro interventi, gli autori dimostrano come, esaminando i
testi biblici fondamentali e facendo ricorso alla patristica, non sia possibile
dare sostegno "sic et simpliciter" ad una "tolleranza" -
sostenuta dal cardinale Kasper - nel riconoscere la facoltà di accedere al sacramento
dell'eucaristia a quanti abbiano contratto il matrimonio civile successivamente
al divorzio. Gli autori argomentano in favore del mantenimento delle basi
teologiche e canoniche della connessione tra dottrina cattolica tradizionale e
disciplina sacramentale inerente il matrimonio e la comunione. La fedeltà della
Chiesa alla verità del matrimonio costituisce così il fondamento irrevocabile
della sua misericordiosa e amorevole risposta alla persona civilmente
divorziata e risposata. Il libro, quindi, sfida la premessa secondo la quale la
dottrina tradizionale cattolica e la pratica pastorale contemporanea sarebbero
in contraddizione.
Tratto
dal commento al libro
"LUCY" DI LUC BESSON
E se
il cervello umano usasse tutto il 100 per cento del suo potenziale cosa
accadrebbe? L’avvincente ed affascinante film di Luc Besson “Lucy” fornisce una immaginifica risposta alla
domanda che in tanti ci poniamo.
Lucy
è il primo australopiteco di sesso
femminile risalente a quattro milioni di anni fa scoperto nel novembre del 1974 in Etiopia. Lucy è la prodigiosa
protagonista interpretata dalla seducente e bravissima Scarlett Johansson (affiancata da un sempre grandioso Morgan Freeman), che non dismette nelle
sue movenze le sembianze della Vedova Nera, assumendo simultaneamente anche quelle della "eroina" di Kill Bill di Quentin Tarantino.
La pellicola è simile nella partenza al film del 2011 di Neil
Burger Limitness, per poi svilupparsi
ed esplodere in un secondo momento in un vero action movie di marcato segno fantascientifico, dove al posto di
una pasticca vi sono sacchetti di cph4, la potente sostanza che le donne
incinte producono dalla sesta settimana e che contribuisce alla trasformazione
del feto in bambino.
Bellissime le interpolazioni documentaristiche e i richiami ad alcune immagini dell’epocale opera 2001:Odissea nello spazio.
La “Messa
da requiem in re minore K 626” di Mozart come colonna sonora è il tocco artistico
finale di Besson.
Fabrizio Giulimondi
sabato 11 ottobre 2014
"NON E' FRANCESCO-LA CHIESA NELLA GRANDE TEMPESTA" DI ANTONIO SOCCI (MONDADORI)
Mentre la Chiesa vive un periodo storico
drammatico, di crisi interna e di violento attacco ai cattolici nel mondo, in
Vaticano continua un'inedita «convivenza di due Papi» su cui nessuno ha avuto
ancora il coraggio di riflettere. Lo fa, in questo libro Non è Francesco. La Chiesa nella grande tempesta (edito dalla Mondadori),
chiedendosi quali sono i motivi tuttora sconosciuti della storica rinuncia di
Benedetto XVI e se si tratta di vera rinuncia al Papato, dato che i canonisti
cominciano a sollevare gravi dubbi. Domande che adesso s'intrecciano con quelle
relative al Conclave del 13 marzo 2013 che, secondo la clamorosa ricostruzione
dell'autore, si sarebbe svolto in violazione di alcune norme della Costituzione
apostolica Universi Dominici Gregis, cosa che automaticamente rende nulla e
invalida l'elezione stessa del cardinale Jorge Mario Bergoglio. L'interrogativo
su chi è il vero Papa (ovvero se c'è bisogno di un nuovo Conclave) irrompe in
un momento in cui nella Chiesa si stanno verificando fratture drammatiche e si
annunciano eventi clamorosi. Chi può tenere il timone? Era piaciuto a tanti
l'esordio di Francesco. Sembrava un ritorno alla semplicità evangelica.
Purtroppo oggi i fedeli delusi sono moltissimi. Ci si aspettava una ventata di
rigore morale nei confronti della «sporcizia» (anche del ceto ecclesiastico)
denunciata e combattuta da Ratzinger. Ma come va interpretato il segnale dato
dal nuovo Pontificato al mondo, di lassismo e di resa sui principi morali? E
l'arrendevolezza nei confronti di ideologie e forze anticristiane, anche
persecutrici? E le traumatiche rotture con la tradizione della Chiesa? Molti
fatti soprannaturali, dalle apparizioni di Fatima alla visione di Leone XIII,
alle profezie della beata Anna Caterina Emmerich sull'epoca dei «due Papi»,
sembrano concentrarsi sui giorni nostri annunciando eventi catastrofici per il
Papato, per la Chiesa e per il mondo. Sono ineluttabili o si può ancora
imboccare un'altra strada? E con quale Papa?
Tratto dalla recensione del libro
venerdì 10 ottobre 2014
MALALA YOUSAFZAY: PREMIO NOBELPER LA PACE 2014 - "IO SONO MALALA, LA MIA BATTAGLIA PER LA LIBERTA' E L'ISTRUZIONE DELLE DONNE" DI MALALA YOUSAFZAY
“Spesso noi esseri umani non ci rendiamo conto di quanto Dio sia grande. Lui ci ha dato un cervello straordinario e un cuore sensibile e capace di amore. Ci ha benedetto donandoci due labbra con cui parlare ed esprimere i nostri sentimenti, due occhi con cui ammirare un mondo di colori e di bellezza, due piedi con cui percorrere le strade della vita, due mani che lavorano per noi, un naso capace di cogliere i profumi e due orecchie con cui sentire parole d’amore. Come avevo sperimentato nel caso del mio orecchio sinistro, non ci rendiamo conto di quanto potere ci sia in ciascuno degli organi del nostro corpo finché non ne perdiamo uno.
Ringrazio Dio per i medici che tanto lavoro hanno profuso su di me, per la mia guarigione e per averci mandati in questo mondo dove possiamo lottare per la sopravvivenza. Alcuni di noi scelgono via buone e altri vie cattive. La pallottola sparata da una persona mi ha colpito, mi ha fatto gonfiare il cervello, mi ha rubato l’udito e ha tagliato il mio nervo facciale sinistro, tutto nello spazio di un secondo. Ma passato quel secondo ci sono stati milioni di persone che hanno pregato per la mia vita e medici bravissimi che mi hanno restituito il mio corpo.
Ero una brava ragazza che nel suo cuore aveva solo il desiderio di aiutare gli altri. A interessarmi non erano premi o soldi. Ho sempre chiesto a Dio: Ti prego, voglio aiutare gli altri, aiutami a farlo!”
Questo è il desiderio che sgorga dal cuore di Malala Yousafzay, candidata al Premio Nobel per la Pace, autrice del libro autobiografico “Io sono Malala” (Garzanti), che sarebbe opportuno divenisse obbligatorio sui banchi di scuola degli istituti secondari e liceali, per dare aria alle menti di tanti adolescenti offuscate dal politically correct. A questa straordinaria pulsione intellettuale e morale di Malala i talebani rispondono con tre colpi sparati a distanza ravvicinata contro la sua testa.
Quale è la terribile colpa di Malala per meritare l’attentato? Vuole studiare. Malala ha quindici anni quando le hanno esploso tre colpi di pistola e vuole studiare, e vuole che studino tutte le ragazzine dello Swat, valle dove vive con la sua famiglia, e vuole che in tutta la sua Patria, il Pakistan, vadano a scuola le bambine e le ragazze, e vuole che abbiano una istruzione anche le donne del vicino Afghanistan e tutte le musulmane a cui viene negata la conoscenza in molti Paesi (tanti! troppi!) a prevalente religione islamica.
“Chi è fra di voi Malala?” “Io sono Malala” e poi tre esplosioni.
Malala è così, semplicemente coraggiosa e umilmente straordinaria, anche grazie a un padre al di sopra del comune, che combatte per il diritto allo studio delle donne e, per questo, mette su una scuola a rischio della propria vita, contro la volontà dei talebani, fra una bomba e un attentato kamikaze.
Malala ha una madre, analfabeta, che non vuole che lo sia anche la figlia.
Alla segregazione del purdah, che imprigiona il corpo con il burka e separa fisicamente la donna dal mondo con tende appositamente montate o pareti a ciò costruite, agli islamici radicali per i quali quasi tutto è haran, forse la vita stessa, Malala oppone una istruzione gratuita a tutti i bambini: “Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”. La cultura è halal, la vita è halal.
Le vicende di Malala – che aspira ad essere la nuova Benazir Bhutto - si accompagnano con la storia del Pakistan.
Lungo la narrazione – che, nel suo incedere, diventa sempre più marcata, trascinante e vibrante, fino alle note di grande drammaticità dell’epilogo - si intravedono i costumi, gli usi, i precetti, le concezioni, i miti di quelle regioni dell’Asia meridionale. Nel proscenio ammirerete le descrizioni delle bellezze naturali di quelle Terre e, talora, se presterete un attimo di attenzione, potreste scorgerne i colori e, magari, gustare i sapori delle pietanze tradizionali e, solo però se vi lascerete andare, udire anche i suoni che vagano nell’aria e fanno da sottofondo alle parole pronunziate da una ragazzina: una ragazzina che viene da un villaggio sperduto nella valle dello Swat, che andava a scuola terrorizzata che le potessero buttare sul viso dell’acido, a cui hanno puntato un’arma sul viso, e che adesso parla alle Nazioni Unite a New York di fronte ai Grandi della Terra.
La malinconia e la nostalgia delle ultime pagine rispecchiano la luce che Malala emana dai suoi occhi: perché ora vive a Birmingham e non è più tornata a casa sua.
“Sedermi a scuola a leggere i libri è un mio diritto. Vedere ogni essere umano sorridere di felicità è il mio desiderio. Io sono Malala. Il mio mondo è cambiato ma io no.”.
Malala Yousafzay, insieme a Kailash Satyarthi, ha ricevuto il 10 ottobre 2014 il Premio Nobel per la Pace.
Fabrizio Giulimondi
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