sabato 30 dicembre 2023

"ADAGIO" di STEFANO SOLLIMA

 


Fra i tempi musicali lenti troviamo l’adagio, che, come direbbe Sartre, è anche un avverbio che esaspera la lentezza di un movimento, ma persino un film, “Adagio” di Stefano Sollima, che porta sul Grande Schermo un’azione scenica in totale contrasto con avverbio e sostantivo.

Il sottobosco suburbano e dell’anima percorre le rotaie di esistenza fatte di baccanali orgiastici e dionisiaci moderni, non certamente dissimili da quelli antichi, lungo pendii di storie di corruzione in divisa, nella cornice di una nuova Suburra romana puntellata di volti pasoliniani, visi efebici e donne boccaccesche e felliniane.

Al ritmo del rap ed house, ma anche delle sonorità del Califfo, i migliori attori della cinematografia italiana (Pierfrancesco Favino, Toni Servillo e Valerio Mastandrea, accompagnati da un ottimo Adriano Giannini) fanno vivere le ultime battute degli epigoni degli uomini della Banda della Magliana.

Narrazione avvincente e convincente immersa nei fumi tossici di uno dei tanti incendi di rifiuti che hanno avviluppato la periferia romana, incorniciata in una fotografia a tinte accentuatamente accese di una Roma infuocata dai rovi e dal caldo asfissiante estivo.

I bassifondi che fungono da set della malavita ruotano intorno al primo tratto della Tangenziale Est della Capitale, riportando la memoria dello spettatore a “Suburra” (film e serie), “Non essere cattivo” e a “Lo chiamavano Jeeg Robot”.

Film che, come tutti quelli del filone cui appartiene, fa uscire l’ibristofilia che è in noi.

Fabrizio Giulimondi


                            


giovedì 28 dicembre 2023

500ma RECENSIONE: "L'EDUCAZIONE DELLE FARFALLE" di DONATO CARRISI (LONGANESI)



Un Donato Carrisi in splendida forma è tornato nelle librerie con “L’educazione delle farfalle” (Longanesi). Romanzo bellissimo ed avvincente, “L’educazione delle farfalle”, con una narrazione didascalica, sviluppa una storia con tinte thriller ma spire psicoanalitiche, che trascinano il lettore dentro le conseguenze tragiche della perdita di un figlio e l’elaborazione del  lutto (sembra di leggere alcune pagine dell’opera scientifica di Antonio Onofri); entro la formazione della memoria e la sua manipolazione e deformazione; all’interno dei  legami ancestrali fra genitori e figli e di come un trauma possa  riverberarsi anche a distanza di anni nelle relazioni umane; nel misterioso sviluppo psichico di una donna che avrebbe voluto abortire e diviene una  madre che non accetta di subire la menzogna dell’apparenza.

Un romanzo valoriale, catartico e liberatorio, ambientato, come spesso accade nei libri di Carrisi, in una piccola cittadina di montagna in presenza di comunità religiose fortemente identitarie, dove la realtà non è mai tale.

Prestare attenzione ai particolari, ad una porta accostata, ad una finestra aperta: è un caso? È voluto? È stato fatto apposta per evocare altro?

La Festa delle Fate Farfalle.

Un battito d’ali di farfalla che, come dice il matematico e meteorologo Edward Lorenz, può creare una catastrofe in un’altra parte del pianeta.

La morte di un figlio come un male incurabile che, invece di ucciderti, ti costringe a vivere.

Ciò che ci lega gli uni agli altri sono i segreti.

Gli uomini non sono mai un unicum, ma appartengono al multiverso, ad universi paralleli dove vivono esistenze anche opposte le une dalle altre.

Ognuno è allo stesso tempo dott. Jekyll e Mr. Hyde.

Ognuno è lo gnomo buono ed il fratello cattivo de “Il magico villaggio di Noiv”: ma Noiv non è il bifronte di Vion, la località nella quale si svolge il racconto?

Le parole sono importanti, hanno un peso, una loro fisicità, nella vita, come nella morte: il nome Aurora può essere confuso con Aurélie!

L’educazione delle farfalle” vi inchioderà alla sedia. Non potrete smettere di leggerlo finché il finale nel sopraggiungere vi impedirà di smettere di pensare a quanto avete appena vissuto.

Fabrizio Giulimondi


venerdì 15 dicembre 2023

"VOLUNTAS DEI" di MARCO BRUSCHI

 


Non è certo un neofita del genere giallo-storico Marco Bruschi, che ambienta il suo ultimo lavoro, “Voluntas Dei” (Arpeggio Libero), nella Roma fascista e nazi-fascista e, poi, in quella a cavallo della prima decade del 2000.

Le storie si insinuano nelle vicende che hanno squassato la storia dell’Italia e della Chiesa cattolica: dai rapporti tra Mafia e Vaticano, allo IOR, alle “voci” sulla presunta non naturalità della morte di Papa Giovanni Paolo I, agli appetiti pedofili di taluni ecclesiastici, sino alle “misteriose” dimissioni di Papa Benedetto XVI.

Alcune ingenuità non tolgono il ritmo narrativo su un soft-thriller, che ripercorre un tipo di giallistica a sfondo storico che vede corifei autorevoli come Valerio Massimo Manfredi e Danila Comastri Montanari, ma che, talora purtroppo, cade in stantii attacchi al mondo cardinalizio, sacerdotale e papale: la storia ha dato le sue risposte ai “silenzi” di papa Pio XII, rimanendo, pertanto, ingenerosa la persistente aggressione alla sua grandiosa figura novecentesca (“Giusto fra le Nazioni” per la comunità ebraica).

Fabrizio Giulimondi  

sabato 4 novembre 2023

"C’È ANCORA DOMANI" di e con PAOLA CORTELLESI

 


C’è ancora domani” di e con Paola Cortellesi è un’opera prima proiettata verso il Premio David di Donatello 2024 come "Miglior Film".

Il bianco e nero, nel potenziare la bellezza visiva del film, fa tornare lo spettatore indietro al neo realismo di De Sica. La caratura interpretativa degli attori (Valerio Mastandrea, Emanuela Fanelli, Giorgio Colangeli, Vinicio Marchioni) rende la recitazione fluida e penetrante, godibile e incisiva. La violenza del marito Ivano su Delia (una impareggiabile Cortellesi) è resa artisticamente tramite la danza, puro genio creativo, danza che funge anche da strumento di falsa pacificazione. La tensione durante il pranzo di fidanzamento della figlia Marcella (Romana Maggiora Vergano) è avvertita realmente in sala, con la platea pronta alla esplosione di violenza, che rimane però celata, nel rispetto dello spirito ellenico.

Il mistero è dentro una lettera ricevuta da Delia e il tempo si addensa in due date: il 2 giugno 1946, e al giorno successivo, il 3 giugno 1946.

In questa pellicola riverbera la più possente e grandiosa tradizione cinematografica italiana, sia come direzione che come gestualità attoriale.

I momenti comici punteggiano e rafforzano il pathos e la tragicità della narrazione.

Dietro la macchina da presa scorrono decenni di scene e fermoimmagine cineastici post bellici nostrani, accompagnati dai brani degli anni ’40, dai ritmi house, rap e breakdance e dalle sonorità musicali di Dalla.

Silenzio, è buio in sala.

Fabrizio Giulimondi




mercoledì 25 ottobre 2023

"VICO DEI MIRACOLI. VITA OSCURA E TORMENTATA DEL PIU' GRANDE PENSATORE ITALIANO" di MARCELLO VENEZIANI (RIZZOLI)

 




Quando abbiamo a che fare con Marcello Veneziani siamo ben consci di imbatterci nella densità di un pensiero che si impone sugli effluvi culturali imposti alle masse.

Vico dei miracoli. Vita oscura e tormentata del più grande pensatore italiano” (Rizzoli) accompagna il lettore nelle pieghe misteriche della filosofia di Giambattista Vico, entro i confini del “Cilento mistico e magico, agreste e patriarcale, parco di parole, generoso di frutti”, della “napolitudine” e delle mura perimetrali di una Napoli esoterica, alchemica, mistica e magica.

Veneziani, con suo stile antico e affascinante, effettua una indagine endoscopica dell’opera vichiana e del suo sommo lavoro “La scienza nuova”: “opera unica, inimitabile in cui convergono saperi diversi che s’intrecciano: storia e filosofia della storia, archeologia e antropologia, filologia e letteratura, scienza e diritto”.

Vico contrasta l’Illuminismo che oppone la scienza alla fede, affasciando entrambe nell’“unità di mito, religione e filosofia, legati in principio della poesia”.

Come Dante, Vico vuol collegare “cielo e terra, storia e metafisica, mito e realtà” con acutezza e profondità, ma anche in modo criptico, quasi oracolare. Non potrebbe essere altrimenti in una Napoli barocca e metafisica, bagnata dal Mediterraneo ponte fra Oriente e Occidente: “Non possiamo estraniare il pensiero di Vico dalla storia e dai luoghi in cui è stato concepito; è pensiero profondamente italiano, latino, mediterraneo, cattolico, meridionale, partenopeo”. Assistiamo in questo saggio all’inveramento del senso più autentico del genius loci.

Le riflessioni interpolate da inflessioni dialettali proiettano le pagine di Veneziani oltre il nostro tempo ed il nostro spazio, nel tempo e nello spazio che furono di Vico, non appartenenti più ad un tempo storico o ad uno spazio geografico, ma all’”Ultroneo”, a ciò che non è più qui ma nell’“Altrove”.

Il Mito, che permea le ultime opere di Marcello Veneziani, allunga il suo sguardo dalla Grecia classica e la Roma imperiale agli abbozzi di strade napoletane settecentesche e alle coste di una Campania spagnola, asburgica e borbonica reduce da antiche glorie, non più viventi ma oramai eterne.

Fabrizio Giulimondi

domenica 22 ottobre 2023

"L'ULTIMA VOLTA CHE SIAMO STATI BAMBINI" di CLAUDIO BISIO

 


L’ultima volta che siamo stati bambini” di Claudio Bisio – tratto dall’omonimo romanzo di Fabio Bartolomei -  è un film molto bello sulla capacità dei bambini di trascendere l’orrore della guerra per l’abilità innata che possiedono di far prevalere l’amicizia, la fantasia e il gioco sui bombardamenti, la distruzione, la morte e lo sterminio provocati dalla Seconda Guerra Mondiale.

Quattro attori giovanissimi -  che mostrano qualità interpretative incredibili (Alessio Di Domenicantonio, Vincenzo Sebastiani, Carlotta De Leonardis, Lorenzo McGovern Zaini) -  intraprendono un viaggio con animo fanciullesco verso l’inferno dei campi di sterminio: uno di loro è un ragazzo ebreo e incappa nella barbarie nazista inflitta nel ghetto romano il 16 ottobre 1943: i suoi tre amici di avventure (due ragazzini e una bambina molto in gamba) camminano lungo la ferrovia per andare in Germania e liberarlo. Tre ragazzini accomunati da una medesima mente eroica – per dirla con Gianbattista Vico – che li rende tre giganti: pensano di stare vivendo un gioco da grandi ma il tragitto li farà imbattere negli orrori del conflitto.

Indomita rimarrà l’amicizia e il desiderio di fare fuggire l’amico. L’estremo atto eroico di uno di loro sarà compiuto pensando di vivere dentro un fumetto.

Le citazioni cinematografiche sono numerose, dalla tragica giocosità de “La vita è bella” di Roberto Benigni, all’immagine della Luna e dei cieli stellati de “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani, alle scene lungo i binari dei ragazzini di “Stand By me” di Rob Reiner, sino al finale in qualche modo somigliante alla pellicola di Mark Herman “Il bambino con il pigiama a righe”.

Delicato, mai ruvido, pur calato in un proscenio tragico, il film vede nella suora di grande fede (Marianna Fontana) e nel milite fascista (Riccardo Cesari) il tentativo di dialogo fra due modi diversi e, talora, opposti, due mondi che stavano concludendo le proprie esistenze dinanzi allo stesso plotone di esecuzione nazi-fascista.

Peccato il tocco ideologicamente scorretto nel far dire una menzogna alla suora, che critica la Chiesa per non aver fatto nulla contro quell’indecente eccidio: il Regista omette le decine di migliaia di perseguitati politici ed ebrei salvati su ordine di Papa Pio XII, che fece aprire anche i conventi di clausura.

Fabrizio Giulimondi



mercoledì 11 ottobre 2023

"UN PAESE FELICE" di CARMINE ABATE (MONDADORI)

 



Carmine Abate, il cantore della terra e il poeta delle radici, ha scritto un libro che sa di zagara e di polvere: “Un paese felice” (Mondadori).

Esistono racconti tragici che si nascondono nelle pieghe della storia e che spetta alla lirica della parola disvelare ad un mondo sonnolento e disincantato.

Vi sono parole che possiedono la potenza evocatrice della profezia, come Eranova. Ci sono paesini, chiusi dentro i confini della bellezza, fra l’orizzonte del mare e l’arcipelago delle montagne, che sono destinati ad essere distrutti perché così vuole l’insensatezza umana, l’ottusità che, in quanto tale, è già portatrice di violenza.

 Eranova è una parola. Eranova è un luogo, un luogo fisico, un’espressione geografica, uno spazio dell’anima, una novella Hora, una Carfizzi che non esiste più.

Sartre nella parola Florence vi vedeva una città toscana, ma anche una bella donna.

Nella parola Eranova si intravede la fisica e la metafisica di un tratto di terra, si scruta la dimensione rinchiusa nell’anima ove tutti noi amiamo rifugiarci.

Eranova esisteva. Ora non esiste più.

1970-1971.

1983.

Un paese viene cancellato, e la descrizione, lenta, implacabile, che ne fa lo scrittore arbëreshë equivale ad un coltello tagliente che lentamente, molto lentamente, entra nelle carni del lettore.

Questa brutalità appare piano piano, fra un mare mozzafiato, profumi che magnificano l’aria e una comunità vera, una comunità autentica, fatta di uomini, donne, ragazzi, amori giovanili, famiglie, bambini che sciamano in spiaggia come atto di resistenza.

E poi si percepiscono odori di pietanze saporitose e piccanti e volti antichi e occhi profondi e una umanità saggia sciolta implacabilmente in una cecità densa.

Canti bucolici latini che nidificano fra idiomi calabresi per germogliare dentro di noi, oramai prigionieri del presente, desiderosi di avere ancora un passato che non venga cancellato da un futuro arcigno e beffardo.

Abate usa uno stile delicato, profumato, gustoso e soffice, per vibrare una coltellata impietosa finale.

Il dramma è che il set non è il proscenio di una tragedia greca, ma la realtà di un paesino incantevole, abitato da genti vere, che oggi non esiste più.

Eranova è “la nostra storia, la nostra memoria. Senza, non siamo niente”.

Fabrizio Giulimondi