domenica 20 gennaio 2013

"STONER" DI JOHN WILLIAMS


Stoner
Stoner dello scrittore texano John Williams (Fazi editore) è un libro bello e struggente, molto bello e molto struggente.

E’ un romanzo intimistico e introspettivo, ambientato nella prima metà del ‘900 a Columbia, capitale del South Caroline.

E’ un capolavoro dalle splendide descrizioni, attente e minuziose, delle persone, delle loro movenze e del loro mondo interiore, degli oggetti e dei luoghi.

E’ l’opera letteraria la cui ossatura è la tristezza, la lirica della tristezza.

William Stoner, contadino da fanciullo, studioso di letteratura anglo-americana da ragazzo e, poi, per quarata anni, immutabile ricercatore presso l’università, è avviluppato dalla tristezza. Neanche la sua passione per i libri fuoriesce nelle sue aride lezioni,  costellate da parole dure come pietre (pietra in inglese stone, non un caso il cognome Stoner), pronunziate durante le pedanti spiegazioni.

Stoner è martirizzato nella vita privata dalla moglie Edith, figura tragica, costantemente in bilico fra fragilità caratteriale e patologia psichica e, nella vita professionale, dal direttore del suo dipartimento accademico, le cui angherie punteggiano tutta la storia.

La figlia Grace, così amata dal protagonista ma da lui medesimo in realtà abbandonata a sé stessa, scivolerà lentamente ma inesorabilmente verso l’alcolismo.

Stoner conoscerà uno sprazzo di felicità con l’amante Katherine, giovane neo laureata che muove i primi passi lavorativi nel campo dell’insegnamento presso l’ateneo di Columbia: “ Siamo stati felici, vero?....”Eravamo felici, più felici di chiunque altro. Fino all’inevitabile futuro….e contemplò con incommensurabile tristezza quel loro ultimo sforzo di sorridere che assomigliava alla danza della vita su un corpo morto.”

Alla gioia è concesso poco tempo e la tristezza e il dramma prenderà fatalmente e definitivamente possesso del racconto, fino alla morte di Stoner: le parole da egli spese nel parlare degli  ultimi  istanti della sua esistenza  sono di rara e commovente bellezza.

Peter Cameron nella postfazione afferma: ”E la verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria. E’ il caso che abbiamo davanti.”.

Ultime due  annotazioni.

L’uso dei vocaboli è affascinante: l’Autore ama molto il verbo baluginare e l’aggettivo feroce, reiteratamente adoperati nel corso della scrittura, al pari dell’utilizzo di espressioni configurate in lingua italiana dalla fusione  di più parole inglesi, come l’italica bovindo, ossia la finestra a loggia sporgente, conseguente alla traduzione della combinazione dei termini anglosassoni bow e window.

Accattivanti i richiami alle vicende storiche che coinvolsero gli Stati Uniti durante la prima e seconda guerra mondiale, oltre i riferimenti approfonditi e puntuali alla letteratura britannica e nordamericana.

Fabrizio Giulimondi.

sabato 19 gennaio 2013

"MAI STATI UNITI" DI CARLO VANZINA




Mai Stati Uniti di Carlo Vanzina, con facce note del cinema italiano come Ricky Menphis, Ambra Angiolini, Vincenzo Salemme e Maurizio Mattioli, fa passare una ora e mezza senza pensieri  alle famiglie (a parte il solito condimento di male parole).
I cinque protagonisti, tre uomini e due donne, che sconoscono l’uno l’esistenza dell’altro, sono convocati da un notaio - un po’ mariuolo – che rivela loro di essere fratelli dal lato del padre, morto e le cui ceneri sono dentro un’urna: se questa sarà portata in uno specifico  posto del Grand Canyon per essere svuotata nelle acque di un fiume, riceveranno ciascuno di essi una ingente somma di denaro a titolo di eredità.
Nel solco della  tradizione della commedia all’italiana, con una punta di sentimentalismo e molte gheg con  conseguenti risate di gusto, “Mai Stati Uniti vale il costo del biglietto.
Colonna sonora country non male.

Fabrizio Giulimondi

mercoledì 16 gennaio 2013

MO YAN, PREMIO NOBEL 2012 PER LA LETTERATURA: "LE SEI REINCARNAZIONI DI XIMEN NAO"


Le sei reincarnazioni di Ximen Nao

Mo Yan (il cui significato è riconducibile a “non parlare”), pseudonimo dello scrittore e sceneggiatore Guan Moye, è nato in Cina, nella provincia dello Shandong, da una famiglia di contadini, il 17 febbraio 1955. Per molti anni ha lavorato al dipartimento culturale delle forze armate della Repubblica Popolare. Ha scritto numerose opere narrative, fra cui i romanzi, i racconti  e le novelle di maggior pregio sono Sorgo Rosso (1997), L’uomo che allevava i gatti (1997), Grande seno, fianchi larghi (2002) e Il supplizio del legno di sandalo (2005). Nello stesso anno ha vinto il premio  Nonino per la letteratura internazionale.
Nel 2012 gli è stato assegnato il Nobel per la letteratura.
Le sei reincarnazioni di Ximen Nao (Einaudi editore), è un lavoro corposo formato da 730 pagine, cinque parti e cinquantotto capitoli, che immerge il lettore per tutta la durata del libro in un mondo fisico e metafisico molto più distante delle reali latitudini spaziali e lontananze temporali.
Primo gennaio del 1950: Ximen Nao, un ricco proprietario terriero, è stato giustiziato dai suoi mezzadri alla vigilia della rivoluzione comunista cinese condotta da Mao Zetong (26 dicembre 1893 - 9 settembre 1976). Da due anni vive nel mondo delle tenebre. Sebbene subisca i più dolorosi e crudeli supplizi, rifiuta di pentirsi: è convinto di avere avuto una vita giusta e di essere stato immeritatamente condannato. Re Yama, il terrifico signore della morte, stufo di lui,  gli conferisce la possibilità di reincarnarsi nei luoghi ove ha vissuto la sua vita terrena. Ximen Nao crede di poter riprendere possesso della moglie, delle due concubine, della terra e degli altri suoi averi. In realtà il suo corpo rinascerà animale e prenderà le sembianze, nell'arco di cinquanta anni, di un asino, di un toro, di un maiale, di un cane e, infine, di una scimmia.
Seppur collocato ad un livello inferiore della gerarchia delle forme di vita in seno alla natura, Ximen Nao mantiene un ruolo di protagonista e di “capo” nelle sue diversificate vestigia animali, non cessando mai di essere l’unico e il vero dominus del romanzo.
Al momento di congedarsi dagli inferi e di tornare nel nostro mondo, Ximen Nao si rifiuta di bere una pozione che gli consentirebbe di dimenticare il passato e di liberarsi progressivamente delle pulsioni umane, del desiderio, dell’odio, della sete di vendetta: vuole che  le esperienze avute come  essere umano rimangano saldamente impresse nella sua memoria di bestia.
Giungerà il momento in cui re Yama  consentirà a lui di riassumere l’aspetto di uomo: il 31 dicembre del 2000, la notte che vedrà la nascita del nuovo millennio, nascerà un bambino di nome Lan Qiansui (translitterato: Lan mille anni), con un corpo piccolo e magro e la testa insolitamente grande, una memoria eccellente e una parlantina sciolta. È il “bambino dalla testa grossa” che il giorno del suo quinto compleanno incomincerà la narrazione della propria esistenza dal primo gennaio 1950.
Lan Qiansui è la sesta e ultima reincarnazione di Ximen Nao: il cammino di liberazione dal fardello del rancore è stato completato e re Yama ha consentito che egli riacquistasse fattezze umane.
Il racconto  è di grande effetto e pieno di spunti di notevole interesse intellettuale.
Ogni pagina è pregna di detti e adagi popolari, leggende, concezioni filosofiche ed esistenziali orientali, di motti, proverbi e saggezza cinese, di usanze matrimoniali e funerarie e consuetudini locali, di credenze mediche e pratiche farmacologiche, di principi buddisti e pensieri confuciani, di teorie marxiste-leniniste ed interpretazioni ideologiche maoiste,  di costumi sociali e storie di vita rurale quotidiana, di descrizioni della struttura economica socialista e dell’ordinamento verticistico del partito comunista cinese a livello centrale  e periferico.
Ogni pagina palesa l’opulenza dei gerarchi di partito rispetto alle misere prospettive delle miriadi di agricoltori, allevatori ed operai, obbligatoriamente astretti fra di loro in comuni e alle loro anonime ed umili abitazioni tutte eguali, con il mobilio marcescente e l’aria di cui il lettore ne respira  chiaramente la polverosità.
Ogni pagina dipinge la campagna similmente ad una pittura facendone sentire l’intensità dei profumi. Da ognuna di esse trapelano cultura, tradizioni e mentalità contadina e filtrano gli effluvi delle frittelle cucinate nelle strade e l’afrore delle case, il ticchettio delle scarpette folcloristiche femminili dell’estremo oriente, il tamburellare secco degli zoccoli agresti maschili, il clangore, la confusione e l’inquinamento dei grandi centri urbani, dove si muovono disordinatamente masse di persone come pulviscolo nel vento. L’odore delle eroine del romanzo  si propaga, facendo  immaginare il  loro  modo di vestire e la particolarità dell’acconciatura dei capelli; parimenti affascinante è il trattamento che ogni pagina riserva agli uomini, abbondantemente descritti nella loro fisicità e nella loro maniera di fare, di comportarsi e di manifestare le proprie abitudini, ponendoli a confronto con l’altra metà del cielo.
Il sottofondo di ogni pagina è la nenia provocata dagli strumenti musicali tipici e di antica fattura, con sonorità talora tediose, mentre le medesime pagine  scandagliano la famosa ars culinaria con gli occhi a mandorla che trasforma in pietanza qualsivoglia vivente, bipede o quadrupede che sia, eccettuati ovviamente gli ominidi.
Ogni pagina è ricca della geografia dei luoghi, generosa nella rappresentazione della  flora che adorna i paesaggi del Paese dei fiori di loto  con un variopinto florilegio di piante, boccioli e corolle, sempre attenta ad ogni genere di animale e ai molteplici aspetti faunistici, non disattendendo le metodologie di coltivazione degli appezzamenti di terreno e le tecniche di allevamento del bestiame.
Ogni pagina esalta teneri rapporti familiari e coniugali e forti vincoli solidaristici familiari.
Numerosi sono i riferimenti ad opere letterarie, teatrali e  cinematografiche dell’epoca rivoluzionaria, inclusi i continui richiami (finzioni artistiche? stratagemmi? artifizi letterari?) agli  scritti -  di cui vengono riportati interi brani - dello stesso Mo Yan, che assume nella storia le vesti di un  onnipresente personaggio, con caratteristiche professionali (e umane?) identiche allo stesso Autore, un po’ antipatico, primo della classe e pedante.
Non solo: anche la grande letteratura russa viene presa in esame, come quella rappresentata da Il placido Don di Michail Solochov, attraverso il quale il Premio Nobel descrive potentemente lo strazio dell’innamorato che perde all’improvviso la propria  amata.
L’approccio favolistico ricorda Erodoto, la visuale è fantasiosa e l’ottica visionaria  fa pendant con i grandi cineasti cinesi e giapponesi. Lunghi periodi legano scene ivi descritte di particolare intensità erotica ad alcune immagini della pellicola L’impero dei sensi del recentemente scomparso regista giapponese Nagisa Oshima, immagini  che appaiono fugacemente in chi legge come sprazzi, quasi subliminari, di ricordi.
Viene ripercorsa la storia della Cina - con il supporto di chiare note esplicative  a piè di pagina e di minute sintesi nel prologo di ogni capitolo -  dalle prime dinastie antecedenti alla nascita di  Cristo; alle due guerre cino-giapponesi (1894-1895; 1937-1945); all’era comunista maoista, sorta con la sconfitta nel 1949 a Nanchino ad opera dell’esercito di liberazione popolare guidato da Mao delle milizie condotte da Chiang  Kai-shek, leader del Partito Nazionalista del Kuomintang, diventato poi il movimento di maggioranza che ha governato per anni Formosa (oggi Repubblica di Cina su Taiwan); alla guerra di Corea (1950-1953) e  alla rivoluzione culturale (1967-1969), al termine della quale ha trionfato la tradizione ortodossa maoista su quella maggiormente “riformista” di Deng Xiaping, nuovo segretario del partito comunista cinese nel 1978, dopo il breve interregno biennale di Hua Guofeng (1976-1978),  conseguente alla  morte di Mao il 9 settembre 1976. Il dittatore- tiranno - fatherland ha lasciato decine di milioni di morti alle sue spalle a cagione dei  laodai, i campi di lavoro e di rieducazione sorti nel 1957 su tutto il territorio nazionale (di cui in questi giorni il Governo cinese ne sta ponderando la chiusura), affini  ai Gulag sovietici e ai lager nazisti, oltre che a seguito delle scellerate e criminali politiche agricole e della forzata industrializzazione realizzata manu militari. Mo Yan, degli orrori di quella stagione,  ne parla in penombra, soffusamente, velatamente.
Gli ultimi capitoli si ambientano in una Cina bifronte sul piano sociale, fra modernità e feudalesimo, centaura sotto l’aspetto economico, tra capitalismo e socialismo reale, saldamente totalitaria a livello politico-governativo.
Un cupo moralismo fa da scenario alle vicende di tutti gli attori che si affacciano, anche secondariamente, nella trama, implementato, invece che ridotto, dall’avvento del sol dell’avvenire.
Il finale è delicatamente poetico, dolcemente drammatico, malinconicamente triste, reso tenuamente crepuscolare da un tramonto nascosto – se presterete attenzione -  fra le pieghe delle parole e delle righe.

Fabrizio Giulimondi

venerdì 11 gennaio 2013

FABRIZIO GIULIMONDI VI INVITA ALLA MOSTRA "ANIME DI MATERIA"


Quando strumenti di morte si trasformano in Arte    (Fabrizio Giulimondi)

immagine mostra wak wak

ANIME DI MATERIA

La Libia di Ali WakWak


Roma, Complesso del Vittoriano
Gipsoteca
Piazza dell’Ara Coeli, 1

16 gennaio - 28 febbraio 2013



“Anime di materia” è la suggestione con cui l’artista libico Ali WakWak ha voluto accogliere quanti entreranno in contatto con le sue opere per presentare la realtà della nuova Libia. La mostra, che sarà ospitata al Complesso del Vittoriano dal 16 gennaio al 28 febbraio 2013, si prefigge di presentare l’universo artistico del più importante scultore libico contemporaneo attraverso una quarantina di sculture di grandi dimensioni realizzate a partire dall’aprile 2011, due mesi dopo la rivolta libica, con elmetti, armi da fuoco, munizioni, utensili bellici, che diventano figure antropomorfe e zoomorfe.
“Ossessionato dalle immagini della guerra, Ali WakWak cerca di ricreare la vita dalla morte attraverso i resti di mezzi e armi trovati sul fronte; bossoli, fucili, mitragliatori, veicoli militari, serbatoi. […] Così si ricrea vita dalla morte. Tutto il suo lavoro è incentrato sulla rinascita dopo la distruzione, come ricostruire un Paese, noi stessi, attraverso lo stesso materiale - ora bruciato, rotto, divelto - che ha causato la morte dei nostri simili. Come questa stessa materia, non modificata ma solo plasmata attraverso gli occhi dell’artista, di colui che ama – può riprendere vita e divenire un qualcosa di diverso, di bello, un messaggio di fiducia nel futuro” (Elena Croci).

La mostra è promossa da Health Ricerca e Sviluppo, spin-off dell’Università di Bologna impegnata nel settore scientifico sanitario, in collaborazione con Camera di Commercio di Roma e si avvale del patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Presidenza della Regione Lazio e di Roma Capitale, nonché del Ministero degli Esteri, del Ministero della Cultura di Libia, Charity Libyan Disable e il King Senussi’s Castle Museum di Bengasi. L’esposizione è sostenuta da Eni ed è organizzata e realizzata da Comunicare Organizzando. La curatela è di Elena Croci.

L’importanza non solo culturale, ma anche diplomatico-relazionale della mostra, è segnalata dal vivo interesse dimostrato da istituzioni più o meno esterne al mondo dell’arte, che hanno deciso di fornire il loro contributo attivo per la sua realizzazione. Secondo il Sindaco di Roma Capitale, on. Gianni Alemanno, “il significato dell’iniziativa non è di carattere unidimensionale, ossia esclusivamente artistico-culturale, ma va rintracciato nell’enorme potenzialità che tradizionalmente l’arte possiede nel costituire un vettore per permettere l’attivazione - o il rilancio - dei rapporti tra i gruppi umani, in particolare quelli degli Stati. Anime di materia assume, quindi, un aspetto bidimensionale in quanto a latere delle emozioni suscitate dalle opere di Ali WakWak, costituisce un momento nevralgico per ritessere le fila dei rapporti tra l’Italia e la Libia, dalla cui condizione dipende non solo il benessere di due popoli, ma la stabilità dell’intera macro-regione del Mar Mediterraneo”.
La partecipazione alla presentazione della mostra del Pro Rettore per la Cooperazione e i rapporti internazionali di “Sapienza” Università di Roma, Antonello Folco Biagini, interviene a conferma dell’interesse della comunità scientifica del più grande Ateneo d’Europa per “una terra come la Libia i cui destini, senza voler andare a scavare troppo nei secoli, durante il XX e il XXI secolo si sono continuamente intrecciati con quelli dell’Italia. Una casualità della storia - ricorda Biagini - ha voluto che il cambio di direzione impresso dalla rivoluzione del 2011 abbia preso forma proprio nell’anno del centenario della guerra italo-turca, che portò alla creazione della Libia come soggetto politico unitario. Si tratta di un mutamento radicale che deve costituire un’opportunità per le relazioni tra le due sponde del Mediterraneo non solo in settori tradizionali - come quello della sicurezza e dell’energia - ma anche in campi dove esistono potenzialità ancora non del tutto espresse come quello della conservazione dei beni culturali, della medicina e dell’innovazione scientifica”.
Quindi una sinergia tra attori pubblici e privati perché, come ha commentato Giorgio Noera (Hrs): Ali WakWak ci ha dato lo strumento contagioso per accendere la sensibilità e creare alleanze fuori dagli schemi conosciuti”.

Obiettivi

Dal campo della cultura e dei rapporti individuali, passando per gli scambi commerciali e la cooperazione internazionale, per arrivare alla dimensione politico-diplomatica, la “nuova Italia” e la “nuova Libia” mantengono un minimo comun denominatore fondamentale con il passato: la posizione centrale nel Mediterraneo.
Costituendo la via preferenziale per la comunicazione tra Estremo e Medio oriente, Europa e costa atlantica delle Americhe, l’ordine nei Paesi che si affacciano su questo Mare risulta determinante per gli equilibri mondiali. Lo stato dei rapporti tra Italia e Libia, di conseguenza, assume un’importanza centrale sia a livello regionale che a livello globale. Il rilancio dei nostri rapporti in tutte le dimensioni si può tradurre nel gettare le basi per la nascita di un “nuovo Mediterraneo”, che rappresenti uno dei tasselli fondamentali per la stabilità mondiale.


La mostra

Il lavoro di Ali WakWak restituisce anima alla materia, trasformando oggetti di morte in bellezza e rinascita. Ali WakWak da sempre si serve del legno e del ferro per raccontare la sua passione, il suo pathos, la sua affezione dell’anima che trova corpo per mezzo della materia. Le sue esperienze, la sua vita in una Nazione attraversata da una storia dolorosa, personale e collettiva, danno ulteriormente forma alla materia raggiungendo un significato ancora più tangibile: uomini, donne e animali fatti di elementi surrogati di guerra. Vita dalla morte, rinascita dalla latenza di pezzi di ferro che hanno urlato distruzione per molto tempo. L’artista si avvale dell’arte quale arma universale e non smette di sognare e sperare, facendo della sua guerra personale una lotta silenziosa.
Ognuna delle sue opere è dotata di un’unicità, è sì la risultante di pezzi di armi assemblate, ma racconta un’emozione. Il ferro ha mutato la sua essenza e, come Pinocchio, da un frammento di legno muto è divenuto luminoso, irradiando ancora energia per qualche centimetro dalla sua superficie tattile.
Il lavoro della materia di Ali WakWak è come una nota musicale e la sinfonia che ne risulta è molto forte, assordante; sta a noi comprendere che questa volta il rumore non è quello della guerra ma quello di una forza vitale prorompente le cui vibrazioni sono ora rivolte verso un pieno futuro positivo.
La mostra vuole mostrare la rinascita della Libia che, come una fenice, dalle ceneri si rigenera con nuova energia e nuovo splendore.
“Bisogna accettare ciò che è stato rotto, accogliere il brutto e integrarlo nella nostra storia come un fatto naturale; un qualcosa che però non ostacoli la visione di un futuro migliore. Le cose rotte non devono essere buttate via, dimenticate - vanno trasformate, plasmate in un messaggio positivo. Tutti i feriti, coloro che hanno lottato per la libertà sono molto importanti per il Paese, la vita continua anche per loro” (E. Croci).
Come scrive Claudio Strinati“questa mostra è un esempio veramente efficace di che cosa possa significare l’unione di Arte e Politica, di libera ispirazione e di impegno civile. […] Ali WakWak ha vissuto sulla sua pelle i disastri del suo paese, la Libia, e ha fatto quello che tanti artisti, in epoche anche molto lontane dalla nostra, hanno cercato di fare: ha raccolto, cioè, gli elementi negativi generati dalla guerra, dall’oppressione, dal male e dalla morte e ne ha fatto i mezzi privilegiati di comunicazione di vita, di speranza, di fedeltà agli ideali artistici, riuscendo a conseguire un risultato di tragica derisione e, insieme, di arguto ammonimento. Prende materiali bellici e conferisce loro una forma totalmente diversa rispetto a quella per la quale sono stati fabbricati, combinandoli insieme e rielaborandoli, in modo tale da sollecitare in chi guarda lo sbalordimento, l’indignazione e persino la risata, dietro la quale si manifestano però solenni e definitive meditazioni”.




Partners: Camera di Commercio di Roma, Eni
Collaboratore tecnico: Rai Teche

Organizzazione e realizzazione: COMUNICARE ORGANIZZANDO

Catalogo: Gangemi Editore

Orario: dal lunedì al giovedì: 9.30 – 18.30; venerdì, sabato e domenica: 9.30 – 19.30
L’accesso è consentito fino a 45 minuti prima dell’orario di chiusura
INGRESSO GRATUITO
Per informazioni: tel. 06/69202049

Ufficio Stampa Comunicare Organizzando:       Paola Saba
                                                                                  tel. 06/3225380, fax 06/3224014
                                                                                  cell. 329/9740555
                                                                                  e-mail : p.saba@comunicareorganizzando.it
                                                                                  tel. 06/3225380, fax 06/3224014
                                                                                  email: c.mollica@comunicareorganizzando.it
                                                                                  

giovedì 10 gennaio 2013

FABRIZIO GIULIMONDI STRACONSIGLIA "RUMORI FUORI SCENA" AL TEATRO VITTORIA DI ROMA

Di Michael Frayn
con Viviana Toniolo, Annalisa Di Nola, Stefano Messina, Roberto Della Casa, Carlo Lizzani, Elisa D'Eusanio, Claudia Crisafio, Andrea Lolli, Sebastiano Colla
Regia di Attilio Corsini
Dal 26 dicembre 2012 al 13 gennaio 2013


“Non funzionerà mai qui da noi, è humour inglese”. Lo aveva detto Attilio Corsini a proposito di “Rumori fuori scena” di Michael Frayn, nel 1982. Poi, insieme a Viviana Toniolo, si convinse che forse si poteva tentare. “Rumori”, come affettuosamente viene chiamato lo spettacolo da chi ne fa parte, come si fa con un figlio al quale si dà un diminutivo, nel 2013 festeggerà i 30 anni dal suo debutto italiano. La storia, per chi ancora non la conoscesse, è quella di una compagine di attori alle prese con uno spettacolo da mandare in scena, tra equivoci, gag, dietro le quinte. Una commedia perfetta, nel testo originale, nella traduzione, nell’adattamento, nella regia e nell’interpretazione. Alcuni degli attori che facevano parte della prima versione, sono ancora in scena. Orgogliosamente, dopo quasi diecimila repliche. E il pubblico, non solo quello del Vittoria, continua a chiedere: “Ma quando lo rifate?” Rispondiamo: dal 26 dicembre al 13 gennaio.  
Più di ogni altra frase, valga un aneddoto spesso raccontato da Stefano Altieri, uno dei pilastri della compagnia Attori & Tecnici: “Durante il secondo atto, l’attore Sandro De Paoli svenne in scena. Alla richiesta da parte dei colleghi di “C’è un medico in sala?” scoppiò una fragorosa risata. Passarono quasi cinque minuti prima che un dottore salisse in palcoscenico a prestare soccorso.

martedì 8 gennaio 2013

FABRIZIO GIULIMONDI COMUNICAZIONE PAGINA FACEBOOK UNIVERSITA' GABRIELE D'ANNUNZIO


L’università degli Studi di Chieti-Pescara “Gabriele d’Annunzio” è su Facebook all’indirizzo: 

"http://www.facebook.com/browse/admined_pages/?id=100001572375058#!/universitadannunzio"


Circa 12mila “like” e 2500 visualizzazioni per ogni post pubblicato.

Nella pagina istituzionale di Facebook  vengono riportate le news già pubblicate sulla home-page del portale di Ateneo (www.unich.it) che informano sulle iniziative e le attività della d’Annunzio e della comunità accademica in generale.
L’account “Università G. d’Annunzio”, oltre ad essere seguito soprattutto dagli studenti, principali fruitori del Social Network, offre anche ai giornalisti uno strumento per conoscere in tempo reale le attività dell’Ateneo ed avere a disposizione un archivio fotografico.

giovedì 3 gennaio 2013

FABRIZIO GIULIMONDI:TECNICA LEGISLATIVA PER IL P.E.R. PRESSO L'UNIVERSITA' LATERANENSE DI ROMA



La sessione inaugurale della Scuola di Formazione Politica del P.E.R. (Politica Etica Responsabilità) 2013, con le relazioni introduttive del Rettore S.E. Mons. Enrico dal Covolo e dell’on. Olimpia Tarzia (nella foto), Direttore della Scuola, avrà luogo lunedì 14 gennaio, alle ore 17.00 (e terminerà alle ore 19.00), presso la Pontificia Università Lateranense, in Piazza San Giovanni in Laterano 4, Roma.

In questa prima sessione, aperta per l’occasione al pubblico, sarà presentato agli studenti il corpo docente e il comitato scientifico.

Prof. Fabrizio Giulimondi