sabato 31 ottobre 2015

"BELLI DI PAPA' " DI GUIDO CHIESA

Locandina Belli di papà
“Belli di papà” di Guido Chiesa riprende il filone cinematografico, di nuovo conio, da me denominato “valorial-brillante”, alla stregua di pellicole come Torno indietro e cambio vita di Carlo Vanzina,  Noi e la giulia di Edoardo Leo e Se Dio vuole di Edoardo Falcone.
Un sempre grande Diego Abbatantuono è un ricco magnate degli affari, affiancato da un socio molto fidato e capace (Antonio Catania) e  padre di  tre figli scapestrati (interpretati da Andrea Pisani, Matilde Gioli e Francesco di Raimondo).
Un’idea paterna particolarmente “originale” -  ai limiti del grottesco -  farà scoprire ai ragazzi il senso del lavoro e riscoprire valori dimenticati: una famiglia svaporata tornerà ad essere una famiglia vera.

Fabrizio Giulimondi


mercoledì 28 ottobre 2015

"LA FELICITA' DELL'ATTESA" DI CARMINE ABATE


La felicità dell'attesa
In uno scenario attuale che vede un attacco senza precedenti all’istituto della famiglia, Carmine Abate continua a parlarci con commovente delicatezza della Famiglia e della Terra, delle Radici, delle Origini, di Sentimenti autentici, di Fatica, di Sacrifici, di Uomini e Donne partiti lontano per rendere “studiati” i propri figli (“ Ma io so bene cosa si prova quando si emigra, quel lieve franare della terra sotto i piedi a ogni passo. Il sipario che si chiude alle tue spalle, lasciando solo uno spiraglio di luce che t’insegue da lontano”), anche se  nel cuore hanno solo il loro paesello natio.
Ancora Carmine Abate ci parla di Hora.
Hora è il Paese, la “Kora” della Grecia classica delle memorie, la “Hore” arbërisht degli amarcord tristi, nostalgici e malinconici come solo i ricordi belli sanno essere.
Hora è un luogo nascosto in ognuno di noi negli anfratti del cuore.
Hora è il Paese dove è nato Carmine Abate, Carfizzi, ma anche tutte quelle località dove vivono sin dal 1400 le comunità italo –albanesi.
Hora, in “La felicità dell’attesa” (Mondadori), è nel crotonese, ma potrebbe essere in qualsiasi altra parte della Calabria, della Puglia, dell’Abruzzo, del Molise, della Basilicata, della Campania o della Sicilia: “Hora jone è come un iceberg, metà fuori illuminata dal sole e metà, oscura, dentro di noi”.
Hora è un luogo geografico ma anche un luogo spirituale che dimora nell’’anima di chi è stato, è e sarà : ”L’uomo che trova dolce il luogo natale è ancora un tenero principiante; quello per cui ogni suolo è come il suolo nativo è già più forte; ma perfetto è l’uomo per cui l’intero mondo è un paese straniero”.
Questo romanzo, al pari e ancora più dei precedenti (Il ballo tondo, La moto di Scanderbeg, Il mosaico del tempo grande, La festa del ritorno - Premio Campiello 2004 -  La collina del vento, Il bacio del pane) è marcatamente biografico e autobiografico e, al pari e ancor più dei precedenti, è il romanzo dei lucciconi, degli affetti profondi, di memorie antiche che, se fossero cancellate, oscurerebbero il futuro.
La felicità dell’attesa” narra di ciò che è intramontabile, immutabile, sacro nella sua semplicità quotidiana, fatta di lotta per il futuro, di presente proiettato al domani (“Il presente del futuro è l’attesa”) e che guarda sempre al passato, verso Hora (“Il passato e il presente mi balzano davanti agli occhi come cani feroci”).
L’italiano, il calabrese, l’ inglese e l’arbëreshë si fondono in un unico idioma che è prosa e poesia insieme:” La sua vita è sospesa tra Ney York e Hora, tra il futuro e il passato che non esistono, dentro un presente traboccante di attese e di rimpianti”.
E’ il tempo il compagno di viaggio dei protagonisti: ”Il tempo pareva cristallizzato in gesti e parole ripetuti fino alla noia, con il dolore che risbucava cauto e senza preavviso, come le lumache in fuga dal panaro”.
Mio padre….è stato assente perché in tutta la sua vita ha cercato invano di rielaborare il lutto per la morte del padre e del fratello, continuando nel frattempo a sperare di rivedere Norma, soffiando sulle braci vive del suo amore sotto la cenere, anche dopo la nascita di noi figli, anche dopo la scomparsa di Norma, che per lui non era morta veramente: a morire era stata Marilyn Monroe”.
Viviamo per questo, no? In attesa di assaporare questa benedetta felicità.
Fabrizio Giulimondi


sabato 24 ottobre 2015

"WOMAN IN GOLD" DI SIMON CURTIS

Locandina italiana Woman in Gold
Woman in gold” di Simon Curtis, film didatticamente interessante per avere il merito di far conoscere un poco noto lembo di storia, ossia quello delle centomila opere d’arte rubate dai nazisti (differentemente affrontato da George Clooney  in Monuments men).
La pellicola si alterna fra momenti carichi di pathos e transfer e sprazzi noiosi e trenchant, senza dimenticare i riferimenti giuridico-processuali che lasciano non poco perplessi gli addetti ai lavori.
I trent’anni precedenti l’"anschluss" al Terzo Reich sono fervidi di produzioni pittoriche, letterarie e nel campo della psicanalisi. Il grande artista Gustav Klimt (1862 – 1918) dipinge il ritratto di Adele Bloch-Bauer (la “Monna Lisa” austriaca), affascinante giovane donna ebrea dell’alta borghesia dell’epoca.
Il quadro andrà a finire nelle mani dei carnefici di quella famiglia, per poi abbellire, finita la guerra, le pareti del  Museo Belvedere di Vienna.
La nipote, dopo essere fuggita dalla barbarie nazionalsocialista e oramai residente da anni in California, si adopera per chiederne la consegna al governo austriaco, il quale, in virtù di una legge, si era “fintamente” fatto carico della restituzione ai legittimi proprietari di quanto loro sottratto per volontà delle autorità hitleriane.
Il dipinto, al termine di una lunga battaglia giudiziaria (molto mal rappresentata), dopo sessantotto anni transiterà dalla Galerie Belvedere al Neue Galerie di New York.
Ovviamente sotterranea (ma neanche troppo) v’è la morale erodotea: la scoperta del proprio passato e di quello della propria  famiglia muta l’animo dell’avvocato - anch’esso ebreo e di origine austriaca -  che passa  dalla mera pulsione economica a quella dei sentimenti e della custodia dei ricordi.
Cast di attori di alto livello, con nomi del calibro di Helen Mirren (Maria Altmann da anziana), Tatiana Maslany (Maria Altmann da giovane), Ryan Reynolds (l’avvocato), Daniel Brühl (il giornalista investigativo).
Fabrizio Giulimondi



giovedì 22 ottobre 2015

"AMORE E MORTE DEL CAVALIERE F. DE S." DI ANTONELLA AZZONI

Amore e morte del cavaliere F. de S.
Antonella Azzoni, psichiatra di professione, colta letterata nell’animo, ha scritto un prezioso cofanetto di raccolte di epistulae concepito a racconto lungo, “Amore e Morte del Cavaliere F.de S.” (Pagine edizioni).
Non è comune imbattersi oggigiorno nel genere epistolare, che ha nobili e antiche origini in Cicerone, Orazio e Seneca.
Goethe afferma che nel romanzo epistolare convergono le tre forme poetiche, l’epica, la lirica e il dramma, forme che troviamo presenti in questo coraggioso esperimento letterario, unitamente all’opera epistolare settecentesca francese, da La nuova Eloisa (1761) di Jean-Jacques Rousseau, a Les Liaisons Dangereuses (1775-1781) di Francois Choderlos de Laclos, assorbita senza meno nella  cultura romanziera della Azzoni.
Solo le “lettere” riescono a rendere i pensieri e le sensazioni del loro estensore, Cavaliere F. de S., nel loro fluire da una intimità devastata, incessantemente travolta da una sempre più crescente  disperazione, la  cui  colonna sonora sembrano essere le ritmate e ossessive note del  Bolero di Ravel.
La natura stessa delle “epistole”  fa partecipare l’uditorio dello spirito, del costume, dello stile e della civiltà di un’epoca, coinvolgimento che la Scrittrice raggiunge grazie ad un linguaggio raffinato, elegante, erudito, attento alle  figure stilistiche e retoriche della metà del XVIII secolo.
Nella  lettura delle missive  si respira l’ambiente rarefatto ed aristocratico russo-francese, mentre il lettore danza fra San Pietroburgo e Parigi.
L’amore raccontato è un sentimento fuori dal nostro tempo, struggente, angosciato, senza appello. Bastano pochi incontri, sguardi fugaci, un lieve tocco di mano, per scatenare passioni oltre lo spazio:” Oh, l’amour n’est rien, s’il n’est pas de la folie, une chose insensée, défendue et une aventure dans le mal. Autrement c’est une banalité agréable” (Thomas Mann, Der Zauberg).

Fabrizio Giulimondi

martedì 20 ottobre 2015

"LETTERA AGLI ITALIANI" DI MARCELLO VENEZIANI



Lettera agli italiani
Come si fa ad approcciare il “sublime”? Quali parole, quali espressioni, quali locuzioni, quali sintagmi, quali lemmi, quali termini possono invocarlo? Come si può comunicare, far percepire agli altri ciò che per sua natura è inafferrabile, dolcemente e grandiosamente inafferrabile
Leggere ed essere travolti da una inarrestabile ondata di emozioni e di bellezza, come colti da sindrome di Stendhal. Emozioni e bellezza che non si fermano con la lettura ma vanno oltre essa,  perché le pulsioni intellettive, di cui ogni singolo fonema si nutre, permangono cocciutamente nella testa e ostinatamente non la abbandonano.
Con Vivere non basta - lettere di Seneca sulla felicità  Marcello Veneziani ha intrapreso un percorso lungo la sua anima; il suo cammino interiore è continuato attraverso “Dio, Patria e Famiglia dopo il declino”, anch’esso, come il primo, un autentico capolavoro; “Lettera agli italiani” (Marsilio editore) si innalza ad opera d’arte. E’ un unicum di imponderabile incanto, che unisce riflessioni letterarie, filosofiche, storiche, politiche, liriche, poetiche, metafisiche e ironiche sugli italiani, sugli “italieni” e sui ”transitalici”, riflessioni che prendono forma da uno stile letterario di cui l’organismo con ansia si ciba e si abbevera.
Immersi nel quotidiano grigiore linguistico, dove poveri, sciupati e ridicoli vocaboli e neologismi vengono imposti al comune parlare dalla vuota dittatura del “politicamente corretto”; immersi in  masse informi e anonime  di persone  deprivate di pensiero e idee, omologate dalla costrizione corrosiva di dover discernere tutte nello stesso modo, altrimenti  si è omofobi, sessisti, xenofobi e razzisti; immersi in una religione laica con le sue vestali e i suoi sacerdoti e i suoi riti e le sue sanzioni e i suoi nuovi peccati, i nostri polmoni  hanno necessità di respirare un’aria carica di una “nostalgia dell’avvenire”, di un futuro partorito dalle proprie radici e non disciolto nel presente.
Sussiste “la necessità di congiungere  la memoria del passato all’attesa del futuro e di restituire alla continuità tra le generazioni il senso più vivo di una tradizione che viene da lontano e si sporge nel futuro”…..si “sporge nel futuro”:  quanto toccante,  quanto commovente splendore!
Il sentimento di commozione non è un elemento posticcio ma l’”in sé” del saggio di Veneziani; non un condimento scenografico di una storia scontata,  ma la naturale conseguenza di una narrazione che scende nel “foro interno” di ciascuno di noi, nonostante il cemento che sopra vi hanno irriguardosamente colato.
In “Lettera agli italiani” v’’è un sentore di ciò che siamo stati, siamo e che potremmo essere, un presagio di riscatto:  "L'Italia è mia madre, L'Italia è mio padre. L'Italia è il racconto in cui sono nato. L'Italia è la lingua che parlo, il paesaggio che mi nutre, dove sono i miei morti. L'Italia è le sue piazze, le sue chiese, le sue bellezze, chi la onorò. L’Italia è la sua storia, figlia di due civiltà, romana e cristiana. L'Italia è la mia casa, è il ritorno, è l'infanzia, il cielo e la terra che mi coprirà”.
E  l’incuria non potrà sopraffare ciò che è sorto immortale: ”E tuttavia c’è qualche cosa che si sottrae al degrado, allo scempio, alla barbarie. E’ qualche cosa che attiene l’aria, che allude a una presenza, folgorante ed eterea al tempo stesso e che anima il paesaggio. E’ la luce. La luce mediterranea, la luce del Sud, la luce italiana, e sopra tutti la luce di Roma. Ci sono giornate, a Roma, in cui serpenti di traffico, spettacoli di degrado, brutture disseminate, lasciano l’impressione che la città eterna stia sull’orlo della sua scomparsa dopo un’indecorosa agonia. Poi però noti che c’è un’aura indicibile che sovrasta il paesaggio e cancella gli sgorbi, qualcosa che risplende nonostante tutto, qualcosa che è al riparo dall’usura e dalla decadenza, e che rende la visione vivida e smagliante: è la luce di Roma, clamorosa, trionfale, che trattiene in sé qualcosa di indicibile della sua storia e della sua tradizione, in tutte le sue stratificazioni. Le intensità dell’azzurro, la regalità di quel sole, l’aria vibrante hanno qualcosa di glorioso, di antico e puro al tempo stesso, che riesce a restare integro sopra le rovine e il caos, in un’ eterea perennità che ti fa vivere dentro un mito”. 

Fabrizio Giulimondi

sabato 17 ottobre 2015

"I GIORNI DELL'ABBANDONO" DI ELENA FERRANTE

I giorni dell'abbandono
Una storia banale, come quella di una donna di 38 anni con due figli e un cane lasciata dal marito per una più giovane, nelle mani di Elena Ferrante diventa un ruvida carezza dell’anima. “I giorni dell’abbandono” (edizioni e/o), seconda opera della “misteriosa” Ferrante - antecedente alla quadrilogia/capolavoro L’Amica geniale – da cui è stato tratto l’omonimo film di Roberto Faenza, è un viaggio introspettivo, compiuto con il sempiterno stile affascinante della scrittrice, lungo la sofferenza di una moglie e il travaglio di una madre sino al suo risorgere, “ab inferos usque ad sidera coeli” (Marsilio Ficino).
Questa volta non parlerò io, ma l’Autrice stessa.
Cosa c’entrava lei brutta puttana, cosa c’entrava con quella linea di discendenza. Si atteggiava a bella fica con le cose mie, che poi sarebbero diventate le cose di mia figlia. Apriva le cosce, gli bagnava un po’ il cazzo e si immaginava che così l’avesse battezzato, io ti battezzo con l’acqua santa della fica, mi immergo il tuo cazzo nella carne madida e lo rinomino, lo dico mio e nato a nuova vita. La stronza. Perciò credeva di avere diritto in tutto e per tutto a prendere il mio posto, a fare la mia parte, puttana di merda……..Mi aveva tradito con lei per cinque anni, in segreto, un uomo doppio, due facce, due flussi separati di parole……Ma erano soprattutto le immagini impercettibili della mente, le sillabe scarse, che mi facevano paura. Bastava un pensiero che non riuscivo nemmeno a fissare, un semplice guizzo violaceo di significati, un geroglifico verde del cervello, perché mi riapparisse il malessere e mi montasse dentro il panico…..Dove sono? In che mondo mi sono inabissata, in che mondo sono riemersa? A quale vita mi sono restituita? E a quale scopo?......Il futuro – pensai – sarà tutto così, la vita viva insieme all’odore umido della terra dei morti, l’attenzione insieme alla disattenzione, i balzi entusiastici del cuore insieme ai bruschi cali di significato. Ma non sarà peggio del passato….Esistere è questo, pensai, un sussulto di gioia, una fitta di dolore, un piacere intenso, vene che pulsano sotto la pelle, non c’è nient’altro di vero da raccontare.”

Fabrizio Giulimondi

giovedì 15 ottobre 2015

"SUBURRA" DI STEFANO SOLLIMA

Locandina Suburra
La Suburra era un vasto e popoloso quartiere dell'antica Roma situato sulle pendici dei colli Quirinale e Viminale, fino alle propaggini dell'Esquilino. La popolazione che vi abitava era costituita da sottoproletariato urbano che viveva in condizioni miserabili. Anche nel linguaggio attuale con la locuzione “Suburra” si intende un luogo malfamato, teatro di crimini e immoralità.
Suburra” di Stefano Sollima è una autentica suburra filmica, visto il confuso potpourri di fatti di cronaca, eventi politici e istituzionali e note condotte criminali che il registra vi getta dentro.
Suburra”, tratto dall’omonimo romanzo di Giancarlo de Cataldo e Carlo Bonini, è il Romanzo criminale in salsa “Mafia Capitale”, la Gomorra romana condita con gli ultimi rimasugli della “Banda della Magliana”, la storia -  molto riveduta e molto corretta -  delle vicende che vanno dalle dimissioni del governo Berlusconi del 12 novembre 2011, alle dimissioni di Papa Benedetto XVI dell’11 febbraio 2013, agli avvenimenti capitolini del 2 dicembre 2014. Poco convincente, eccessivo, esagerato, talora grottesco, marcatamente ideologicamente orientato, il film vede un cast di attori italiani di primo piano, da Claudio Amendola, a Pierfrancesco Favino, a Elio Germano, sino a Alessandro Borghi e Greta Scarano.

Fabrizio Giulimondi