mercoledì 31 luglio 2013

"IO CHE AMO SOLO TE" DI LUCA BIANCHINI


Indubbiamente un libro gradevole, molto scorrevole e assolutamente adatto alla  stagione estiva è l’ultima fatica letteraria di Luca BianchiniIo che amo solo te” (Mondadori), titolo tratto dalla omonima canzone di Sergio Endrigo e che ne fa da colonna sonora.

Il romanzo in molti suoi passaggi e personaggi ricorda opere cinematografiche e teatrali che, a mio sommesso avviso, l’Autore aveva ben presente durante la stesura del libro.

Don Mimì, una delle figure principali della narrazione, rimanda nella sua descrizione fisica e, specialmente, in quella dei baffi, Pasqualino  Settebellezze,  interpretato da Giancarlo Giannini nel famoso film di Lina Wertmuller, ma anche in qualche suo aspetto caratteriale il Don Mimì  della grandiosa commedia di Eduardo de Filippo Filumena Marturano.

La tragi-comica  personalità di Orlando, omosessuale, rimanda la mente alle storie raccontate in Manuale d’Amore 2 (di Giovanni Veronesi) da Sergio Rubini e Antonio Albanese e, in maniera meno leggera e più sofferta,  in Mine Vaganti (di Ferzan Ozpetek) da Riccardo Scamarcio e Alessandro Preziosi.

Al pari di queste due pellicole, il racconto è ambientato nell’entroterra pugliese, in cittadine di cui lo Scrittore esalta il provincialismo e i dettagli piccolo-borghesi, facendoli diventare motivo di ironia, strappando più di qualche sorriso al divertito lettore.

La trama si snoda intorno ai preparativi del matrimonio fra Chiara e Damiano, sino al giorno delle nozze e alle ore che si snoderanno successivamente.

Come tutte le commedie all’italiana che si rispettano, dietro l’organizzazione dell’evento e parallelamente alla storia ufficiale di ogni singolo personaggio,  esiste un altro racconto, ad una vicenda se ne cela un’altra, una vicissitudine ne svela un’altra.

Chiara è figlia della vedova Ninella (umile sarta) e sorella di Nancy, diciassettenne che ha come obiettivo primario imminente la perdita della verginità (regolarmente con l’idiota di turno Tony). Damiano, figlio della ricca famiglia Scagliusi, re delle patate locali, balbuziente quanto basta per creare delle  simpatiche gheg, si sposa perché così va fatto e perché ad un certo punto un uomo si deve sistemare. E’ così che gli ha insegnato Don Mimì, il padre, sposato con Matilde, donna che ce l’ha sempre con il mondo interno.

Orlando  -  altro figlio di Matilde e don Mimì e  fratello di Damiano - si fa usare senza ritegno da un altro uomo (l’innominato), latore delle  stesse tendenze -  ma sposato e con prole -  che si presenterà al matrimonio, determinando una vis comica simile alla migliore tradizione latina di Terenzio e Plauto, rafforzata dalla pantomima di Orlando di fingersi  eterosessuale portandosi in Chiesa, a mò di fidanzata,  Daniela, che in realtà è lesbica e convive con un’altra donna.

La verità è che i consuoceri si amano da quando erano ventenni. Don Mimì ha dovuto sposare Matilde e non Ninella a causa del fratello di quest’ultima, zio Franco, al tempo arrestato per essere implicato in un affare di contrabbando.

Ninella e don Mimì non hanno mai spesso di amarsi e solo a messa, al momento della comunione, possono lanciarsi uno sguardo furtivo: al taglio della torta, finalmente, potranno concedersi un romantico e struggente ballo.

Chiara e Damiano si sono sposati al posto loro.

Interessanti anche i personaggi secondari, la cui raffigurazione non può non far balenare ad ognuno di noi il ricordo di parenti lontani che hanno passato  il tempo a spettegolare, a mettere bocca su tutto, ad impicciarsi di ogni piccola cosa che riguardasse gli altri, che  conoscevano  sempre la cosa migliore da fare e, al momento del pranzo nuziale, davano  il meglio di se stessi: “ci voleva un po’ più…ci voleva un po’  meno…..”.

Cosimo (cugino di Damiano), Mariangela (cugina di Chiara) e, soprattutto, la zia Dora, moglie di Zio Donato, fratello del defunto marito di Ninnella, incarnano mirabilmente tutto questo.

Non posso non spendere una ultima  parola sui saggi consigli forniti da Ninella alla figlia  Chiara alle soglie del “grande passo”, di cui uno, credo,  possa  risultare -  qualora seguito -  particolarmente efficace: “Nel dubbio fatti i cazzi tuoi!”


Fabrizio Giulimondi

martedì 30 luglio 2013

FABRIZIO GIULIMONDI: NON SI DISTORCA IL PENSIERO DEL PAPA!




"Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato nessuno che mi dia la carta d’identità, in Vaticano. Dicono che ce ne siano. Ma si deve distinguere il fatto che una persona è gay dal fatto di fare una lobby. Se è lobby, non tutte sono buone. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? Il catechismo della Chiesa cattolica dice che queste persone non devono essere discriminate ma accolte. Il problema non è avere queste tendenze, sono fratelli, il problema è fare lobby: di questa tendenza o d’affari, lobby dei politici, lobby dei massoni, tante lobby… questo è il problema più grave.". (Papa Francesco, sull'aereo Rio de Janeiro- Roma)

lunedì 29 luglio 2013

"FEAR AND DESIRE"("PAURA E DESIDERIO") DI STANLEY KUBRICK: 29-30-31 LUGLIO NEI CINEMA



 Un'immagine tratta dal film "Fear and desire"

L’evento tanto atteso della proiezione “Fear and Desire”  (“Paura e Desiderio”), pellicola in bianco e nero del 1952 del grande regista Stanley Kubrick (che al tempo aveva manifestato la volontà – non esaudita -  che fosse distrutta), completamente restaurata dalla Library of Congress, almeno al cinema Barberini di Roma (spettacolo del 29 luglio,  ore 21.00), è stato una delusione cocente, visto che già dopo un una manciata di minuti (dei 62 di durata) il sonoro ha cessato di funzionare e l’operatore non è riuscito a ripristinarlo, mentre  le immagini successive  sono apparse sullo schermo a sprazzi e  in maniera  confusa e sconclusionata.
Devo dire che nell’accedere alla sala ero già rimasto perplesso dalla presenza di contenitori di pop corn  e bicchieri di  coca cola ancora giacenti sulle poltroncine e non rimossi dagli addetti alla pulizia.
Il costo del biglietto – almeno quello! -  ci è stato rimborsato.
Per gli amanti del Maestro: dalle poche scene viste e il poco sonoro ascoltato “Fear and Desire” (“Paura e Desiderio”) non è certo Arancia Meccanica o Shining.


Fabrizio Giulimondi

domenica 28 luglio 2013

STEPHEN KING "JOYLAND"

Joyland
Stephen King sta alla letteratura horror, thriller, noir e gotica come Steven Spielberg sta al cinema. Sthephen King, autore indiscusso e geniale della letteratura mondiale nel campo dell’horror, del thriller, del noir e del gotico,  nella  sua ultima creatura, nel  suo ultimo parto letterario dimostra ancora una volta la capacità extra ordinem  di stupire, coinvolgere, emozionare, spaventare, intenerire, far riflettere il lettore. Dopo centinaia e centinaia di libri, fra romanzi, raccolte, antologie, novelle, sceneggiature di decine di film di successo internazionale, racconti brevi, storie inedite ancora non pubblicate, è arrivato nelle librerie Joyland (Sperling & Kupfer). E’ stupefacente come Stephen King riesca, con la sua caratteristica scrittura scorrevole e morbida,  che si insinua  però nell’inconscio e nelle parti più remote e nascoste dell’animo umano, ad  intrattenere il lettore in amenità e cose piacevole o facete, per poi sferrare l’attacco quando meno la persona se lo aspetta.
Joyland è uno dei tanti parchi dei divertimenti degli Stati Uniti d’America. 
Dev è un ragazzo che soffre pene d’amore per essere stato lasciato dalla amata ragazza e vuole un periodo di distrazione, anche per alzare qualche dollaro per l’imminente università.
Madame Fortuna è una chiaroveggente, da fiera, da luna park, da baraccone, ma è a conoscenza di un  presagio che riguarda Dev.
Mike è un ragazzino di dieci anni con la distrofia muscolare, con una madre affascinante (Annie) ed un passato tormentato, ed un nonno integerrimo pastore protestante, il quale  imputa alle condotte della figlia la malattia del nipote, che ha il sapore di una maledizione divina.
Mike è come il bambino di “Il sesto senso”,  il film del 1999 di M. Night Shyamalan: vede fantasmi.
Dev si affeziona  a Mike e si innamora della madre.
Joyland è un luogo di divertimento, dove il divertimento si vende e  molti sono i personaggi che  ruotano intorno a Dev, ragazze e ragazzi, giovani e meno giovani, simpatici, accattivanti,  scostanti e psicopatici.
Poi c’è il tunnel dell’orrore, come in tutte le fiere, i luna park e i parchi di divertimento che si rispettano. Ma in quel tunnel qualche cosa è successo. Un particolare sfuggito a tutti – come nelle migliori produzioni cinematografiche di Dario Argento – fa comprendere un mistero che si trascina in quelle aree spensierate da anni: è un mistero fatto di spettri, di sangue, di morte, di assassini seriali.
Stephen King riesce a farci navigare nelle acque chete dei sentimenti, della delicatezza degli affetti, della nobiltà d’animo, sino a farci commuovere, per poi trascinarci  in un finale al cardiopalma, in una notte buia e tempestosa.
Non ci sono i momenti terrifici di Pet Sematary (1983), ma la presenza ectoplasmatica di esseri dell’Aldilà sarà il mezzo che il Maestro adopera per far comprendere ad Annie, dichiaratamente atea, che qualcosa oltre noi esiste: Dev sa che l’Ultraterreno  c’è  perché lui  nel tunnel qualche cosa ha percepito, al pari di Tom che qualche cosa ha visto e di Mike che qualche cosa ha percepito, ha visto ed  ha udito.
E’ rara un’ opera black che riesce a provocare brividi e inquietudine,  insieme alla malinconia che solo rapporti profondi lasciano una volta che sono andati e si sono persi nel passato.

Fabrizio Giulimondi


sabato 27 luglio 2013

UN ALTRO FILM MARVEL: "WOLVERINE - L'IMMORTALE" DI JAMES MANGOLD


Wolverine -  l'immortale di James Mangold è anni luce distante dai super eroi creati dalla mente prodigiosa di Stan Lee e dalla filmografia della Marvel.
I Fantastici Quattro, l’Uomo Ragno, Thor, Devil, Lanterna Verde, Ghost Rider, Capitan America, Iron Man, Hulk, sia nella versione comics che in quella cinematografica,  hanno una struttura completamente diversa e senz’altro più leggera rispetto alla figura di James Howlett detto Logan, ossia Wolverine, mutante e highlander, immortale, frutto delle menti di Len  Wein,  Herb Trimpe e di John Romita Sr.,  reso famoso grazie alla  pubblicazione compiuta dalla  Marvel Corno.
Tutto ha inizio il 9 agosto del 1945 , quando un secondo sole esplode nel cielo di Nagasaki e Wolverine, prigioniero dei giapponesi, fa scudo con il proprio corpo invulnerabile ad un soldato nipponico che aveva mostrato una certa pietas nei confronti dei prigionieri. Lo spettatore dovrà attendere oltre i titoli di coda per capire se il tycoon dagli occhi a mandorla manterrà questo suo stato di grazia oppure no.
Logan, in arte Wolverine, con i suoi artigli stile Freddy Krueger in Nightmare   e il suo aspetto licantropesco,  manifesterà il proprio rude e virile fascino  - che attrarrà senza meno più di un spettatrice -  quando l’interprete  Hugh Jackman  dismetterà le vesti di cavernicolo.
Wolverine si differenzia dagli altri personaggi  del mondo Marvel per il suo modo poco elegante di porsi, per la sua perenne battaglia contro se stesso. E’ definito un uomo che soffre, tormentato ogni notte della sua esistenza da incubi, perseguitato da sensi di colpa per essere diverso, dal rimorso di fare del male a chi ama. Per questo aveva deciso di non amare più!
Il film è, per certi versi, braccato dalla quasi costante presenza della donna che Logan aveva amato in passato, uccisa dai suoi stessi artigli. La proiezione è perseguitata da un continuo ricordare al nostro protagonista che le persone a cui tiene, muoiono. Forse è per questo che accetta di fare ciò che gli verrà chiesto. Forse è per questo che torna ad essere un soldato, un samurai senza padrone: un suronin.
Hugh Jachman -  unico attore statunitense (escludendo un’altra mutante dei tanti X Men di cui Wolverine fa parte), circondato da una miriade di interpreti del sol levante - fa immergere il pubblico in un action movie che,  a differenza delle altre pellicole con marchio Marvel, risulta essere  più vicino al genere Manga: eccessivi elementi di violenza non rispettosi della tradizione dei fumetti e dei lavori di Stan Lee, e qualche swear words di troppo!
Le attrici hanno la fisiologia propria delle eroine Hentai e Anime.
Torrenti di samurai e ninja vorticano tumultuosamente intorno a  Wolverine ed alla sua protetta, la bella nipote del magnate giapponese, Maestro Yashida.
Anche la mafia della Terra dai fiori di loto, la Yakuma, svolgerà un ruolo da protagonista nella trama convulsa e piena di lotte, di combattimenti  e di concitate corse……… verso l’Ignoto.
Troverete in certe ricostruzioni robotiche i primi personaggi fumettistici  giunti sul piccolo schermo dal Giappone in Occidente verso la fine degli anni settanta: Mazinga e Jeeg Robot
Un duplice consiglio: un Ni da parte mia e un Si convinto -  per gli amanti del cinema  action-fantasy in salsa Marvel all’ orientale -  da mia figlia Alessia.

Alessia e Fabrizio
Giulimondi                                                   


martedì 23 luglio 2013

DEMOCRAZIA, SONDOCRAZIA, WEBCRAZIA: E I PARTITI?

Fra tutte le formazioni sociali che elaborano e traducono i dati della realtà politica a livello di Stato - apparato, peculiare e preminente posizione occupa il partito politico come associazione di individui accumunati da una visione di parte degli interessi generali della Comunità statale. Elementi costitutivi del partito risultano, pertanto, essere la pluralità di persone, il patrimonio e lo scopo. In merito a questo ultimo e al suo raggiungimento non può non esservi una organizzazione stabile.
Il ruolo fondamentale della azione dei partiti nella vita ordinamentale dello Stato è riscontrabile nella loro rilevanza costituzionale. Occorre distinguere una posizione costituzionale del partito come strumento privatistico (associazione non riconosciuta) indispensabile per la determinazione della politica nazionale, ed una situazione di vera e propria incorporazione dello Stato come istituzionalizzazione ed attribuzione al partito della qualità di organo stesso di formazione della volontà statale. Questa bipartizione trova riscontro nei due diversi tipi di sistemi giuridici e politici che l’occidente ha conosciuto: quelli delle democrazie bi o multipartitiche e quelle – per fortuna in via di estinzione – dei Paesi a socialismo reale.
L’incardinazione del partito politico nella compagine costituzionale italiana è avvenuta nel 1948 in forza dell’art. 49 della Carta Costituzionale: ” Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La disposizione in esame costituisce una evidente specificazione dell’art. 18 Cost. (libertà di associazione), che rende la costituzione di un partito politico non un diritto, bensì una libertà.
Occorre chiedersi se solo i cittadini iscritti ai partiti concorrono alla creazione della vita politica nazionale. La risposta non può essere che negativa alla luce della interpretazione testuale della espressione“concorrere” utilizzata nel citato art. 49 Cost. e, della concomitante esistenza della libertà di associazione sancita nell’art. 18 Cost., che danno luogo ad un pluralismo associativo teso a contribuire allo “svolgimento della personalità umana” (art.2 Cost.), al "pieno sviluppo della persona umana e all'effettiva partecipazione alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art.3 Cost.).
L’associazionismo politico, strutturato in partiti e non (pluralismo politico), costituisce un valore costituzionale ineliminabile ed immediatamente caratterizzante il nostro ordinamento istituzionale: i partiti concorrono alla realizzazione della politica nazionale unitamente alle altre forze politico-sociali.
L’azione dei partiti di partecipazione alla politica nazionale si svolge in seno al c.d. Stato - comunità e non al c.d. Stato - apparato, ove si persegue un indirizzo politico generale attraverso l’azione “di parte” del Governo. Il concorso alla determinazione della politica nazionale è operato per mezzo del metodo democratico, che non deve indirizzarsi solamente all’esterno della struttura-partito (ad esempio: nella manifestazione delle idee, nella soluzione da approntare per le questioni di interesse generale o in costanza delle competizioni elettorali), bensì anche nella sua organizzazione interna, nella esistenza di normazione quali statuti, atti costitutivi e vari interna corporis, oltre nel rispetto della o delle “correnti” di minoranza.
La funzione pubblica di rilievo costituzionale esercitata dal partito può e deve indurre organi statuali a ciò preposti a verificare certamente non l’aspetto più propriamente ideologico di esso (a meno che esso non incida sui principi fondamentali della Repubblica, le libertà poste a base dell’ordinamento giuridico italiano, i diritti riconosciuti e garantiti dalla Carta Costituzionale e il diritto comunitario), ma il contenuto delle sue fonti di diritto, gli aspetti squisitamente comportamentali a livello verticale fra dirigenti, quadri e associati, oltre che orizzontale fra “pari grado”. Il nostro ordinamento non conosce lo strumento previsto dall’art. 21 della Costituzione germanica che assegna al Tribunale Costituzionale Federale il potere di dichiarare la incostituzionalità di un partito politico qualora, per la sua finalità o per il comportamento dei suoi vertici o dei suoi simpatizzanti, si prefigge di danneggiare o eliminare l’ordinamento fondamentale democratico e liberale o di minacciare l’esistenza della Repubblica.
E’ il collegamento fra partito e rappresentanza politica che negli ultimi anni è stato messo in discussione, al pari del binomio rappresentanza e rappresentatività politica.
« Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto. ». Così si espresse alla Camera dei Deputati Benito Mussolini il 16 novembre 1922, dopo la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922: il collegamento fra partito e rappresentanza politica era stato cancellato, il binomio rappresentanza-rappresentatività annullato.
La storia in verità non insegna nulla e i dittatori in camicia nera e i tiranni in camicia bruna e rossa possono tornare, per questo è opportuno una breve disamina su questi temi.
Si suole generalmente affermare che l’elezione con metodo democratico di selezione dei governanti conferisce a questi la qualità dei rappresentanti: ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione (art.67 Cost).
La figura della rappresentanza tratteggiata dalla cennata disposizione non si identifica in nulla con l’omonimo istituto civilistico. Il codice civile, agli artt. 1387 e seguenti, prevede che i negozi giuridici stipulati dal soggetto rappresentante nel nome e nell’interesse del soggetto rappresentato producono effetti direttamente in capo a quest’ultimo, mentre la rappresentanza, qualificabile come politica, prevista nella Carta Costituzionale, ha elementi costitutivi di ben altra natura: gli eletti non rappresentano una determinata parte della collettività, ossia il partito o l’area politica che li ha espressi inserendoli nelle liste elettorali, ma l’intera Comunità nazionale; non sussiste alcun rapporto giuridico fra rappresentante e rappresentato, non essendovi, a mente dell’art. 67 Cost, alcun vincolo di mandato (il che comporta la piena libertà di azione e decisionale del parlamentare nel transitare per qualsivogliaragione da un gruppo all’altro e nel non adeguarsi alle direttive di voto del capogruppo); non esiste il potere da parte degli elettori di revocare gli eletti.
La rappresentanza politica, che senza dubbio ha una consistenza ectoplasmatica, è stata definita dal Romano e dal Biscaretti rappresentanza di interessi generali; dal Mortati rappresentanza di interessi collettivi visti nel loro insieme; dal Lavagna rappresentanza di opinioni; dal Giannini struttura organizzatoria intesa a collegare mediante elezioni un gruppo ad un ente esponenziale; dal Balladore Pallieri come una figura che caratterizza alcuni organi per il cui mezzo la volontà popolare è presente nel governo dello Stato.
Quanto stabilito dalla Costituzione determina l’inevitabile sanzione di grave incostituzionalità di quei comportamenti posti in essere da alcuni gruppi dirigenti nello svolgimento della attività di controllo quasi manu militari degli intendimenti politici dei componenti del proprio gruppo parlamentare, adoperando metodi somiglianti più a quelli utilizzati da alcune sette religiose o presunte tali, che alle consuete metodologie di dialettica politica interne ai partiti, che per tale ragione di devono dotare statutariamente di organi interni ove mediare le diverse tesi in gioco (Consigli, Congressi, Giunte Esecutive, Uffici di Presidenza, Gran Giurì et similia)
Rappresentanza (politica) e rappresentatività vanno tenute distinte fra di loro.
La prima attiene al momento della autorità, la seconda a quello della libertà e trova il suo fondamento nel consenso, nella corrispondenza e nella adesione al sentimento popolare da parte degli eletti, nella consonanza fra governanti e governati, quando i primi riescono a tradurre in termini normativi i valori e le istanze dei secondi.
Ho dipinto sinteticamente – e me ne scuso – a mo' di quadro espressionista, argomenti che meriterebbero ben altra stesura e impegno, ma talora anche poche pagine possono far intendere all'accorto lettore ciò che si vuole significare.
La democrazia da quando il Popolo italiano ha cessato di cantare Giovinezza ha già avuto una prima degenerazione nella “sondocrazia”, in cui le società demoscopiche da strutture di accertamento del sentire popolare su qualsivoglia vexata quaestio, si sono tramutate in organismi di condizionamento della medesima ad opera del committente di turno.
Ora la democrazia sta subendo una ancor più terribile minaccia, la webcrazia, strumento utilizzato simulatamente per effettuare il passaggio dalla democrazia rappresentativa (corpo elettorale- elezione dei rappresentanti parlamentari – nomina del governo; oppure corpo elettorale, nomina immediata non solo dei rappresentanti parlamentari ma anche del Capo dello Stato o del Governo) alla democrazia diretta. Il web che interloquisce immediatamente, in tempo reale, fra istanti e decidenti, tra corpo elettorale e governanti, nella panacea della immedesimazione di rappresentato e rappresentante, in cui il rappresentante è il rappresentato perché nell'istante del bit v’è la traduzione della volontà popolare nella formulazione giuridica-legislativa-politica.
La Storia non insegna nulla: Mussolini, Hitler, Franco, da Lenin, a Stalin, a tutti i tiranni sovietici, a Mao, a Pol Pot, a Pinochet e Videla, sono stati visti come l’incarnazione dello “Spirito” del Popolo, delle Classi Lavoratrici, del Proletariato, delle Classi operaie, dei Descamisados, della Nazione, della Patria.
Cinquantadue milioni di morti nella seconda guerra mondiale; cento milioni di morti ad opera dei vari regimi comunisti; sei milioni di ebrei sterminati dall'Orrore nazionalsocialista; tre milioni sterminati da Pol Pot in Cambogia; decine di morti anche per denutrizione grazie a Mao che amava tanto il suo Popolo e lo rappresentava direttamente contro l’imperialismo americano, capitalista e borghese; un guerra civile in Italia che ancora permane perché al Duce servivano poche migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace.
Le dittature e le tirannidi spesso non si impongono con un putsch o con una blitzkrieg, ma si insinuano nascostamente prima nelle menti e nei cuori delle persone, per poi installarsi saldamente nelle loro anime. Ebrei e armeni non sono stati sterminati in un giorno solo, ammantandosi il Male Assoluto di umanità, proprio come sta avvenendo in questi anni con le normative olandesi sulla eutanasia che sta provocando la morte di migliaia di malati mentali o il progetto down syndrome free in Svezia.
Il web che sto adoperando in realtà è un non luogo, dove persone senza volto, anonime, che si nascondono spesso dietro ad un nickname, possono dire qualsiasi cosa senza controllo, spesso senza potere essere sanzionate penalmente o civilmente, senza che le eventuali affermazioni erronee, false o infondate possano essere – se non percorrendo una procedura complessa e farraginosa – rimosse ( V. il mio articolo su questa stessa Rubrica sul “diritto all’oblio”): tutto è riposto al discernimento degli utenti, discernimento posseduto anche dai tedeschi nel 1933 e dai sovietici nel 1917 .
Calato lo strumento democratico nel sistema informatico sorgono, fra i tantissimi, due enormi problemi.
Nel primo ci imbattiamo con il Titolo IV (rapporti politici) della Costituzione (artt.49-53) che indica come condizione necessaria ed imprescindibile il possesso della cittadinanza italiana da parte di coloro che esercitano, ad esempio, il diritto al voto (comunale, regionale, nazionale,referendario): il web consente anche allo straniero abitante ai confini della Terra di intervenire e partecipare.
Secondo ostacolo di non poco momento: quali sono gli organi accertatori, validatori e verificatori della correttezza procedurale in relazione ad una realtà quale il web che ingloba “Tutto e il suo esatto contrario ” e che neanche gli organismi preposti alla sicurezza nazionale di Paesi come gli Stati Uniti o Israele riescono a “gestire”?
Spero che la storia qualche cosa ci insegni.

Fabrizio Giulimondi

La presente pubblicazione è depositata presso la  SIAE e tutelata a sensi della normativa vigente sul diritto d’autore.
Citerò il giudizio dinanzi l’Autorità Giudiziaria competente chiunque copi totalmente o parzialmente il testo senza il mio consenso preventivo.
Fabrizio Giulimondi