22.07.2013
- L'A.N.V.U.R. (Agenzia Nazionale di
Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) ha pubblicato i risultati
della Valutazione della Qualità della Ricerca (V.Q.R.) per il periodo
2004-2010. Il gruppo dei ricercatori di Fisica che opera presso il Dipartimento
di Neuroscienze e Imaging e l'I.T.A.B. (Istituto Tecnologie Avanzate Biomediche) ha
conseguito un importante risultato: la qualità della ricerca svolta nel periodo
di riferimento ha permesso, infatti, all'UdA di collocarsi al primo posto tra
le università italiane per l'area della Fisica (Area 2). Si tratta di un
importante risultato che ripaga l'impegno dei nostri ricercatori e del nostro
Ateneo, già ampiamente riconosciuto a livello internazionale. Tale successo
testimonia che si possono conseguire obiettivi di qualità, anche al di fuori
delle grandi università, grazie all'identificazione di progetti strategici, in
questo caso nell'ambito della Fisica applicata alle Neuroscienze.
lunedì 22 luglio 2013
FABRIZIO GIULIMONDI: UNA STORIA DI REDENZIONE E DI SPERANZA "NON MI AVRETE MAI" DI GAETANO DI VAIO E GUIDO LOMBARDI
“Gli occhi di Pitbull sono accecati dall’odio. Non
vedono più.
Io invece incomincio a vedere. Lo vedo adesso il dolore
negli occhi degli altri, persino in quelli del Pitbull vedo quel dolore così
forte e profondo da renderlo un animale. Un dolore antico come quello che mi
porto dentro da sempre anch’io.
Prima non potevo permettermi di vederlo. Ogni volta che
per un attimo si accendeva la luce e intravedevo qualcosa, la vita mi obbligava
a spegnerla. La malavita. Dovevo essere anch’io un animale, per stare in mezzo
agli altri animali. E soffiavo come un disperato su quella dannata fiammella
per continuare a rimanere al buio. Ma ora questa luce rischiara tutto. Mi fa
vedere”
E’ il finale - carico di attesa, attesa che sa di speranza,
speranza che sa di vittoria, vittoria dell’uomo sull’animale, del chiarore
sulle tenebre - del romanzo
autobiografico “Non mi avrete mai” di "Gaetano Di Vaio e Guido Lombardi (Einaudi).
A
differenza dello scuro che permane fino
all’epilogo del lavoro letterario di
Walter Siti “Resistere non serve a niente”,
immeritatamente vincitore del Premio Strega 2013 (e già oggetto di commento in
questa Rubrica), “Non mi avrete mai”
è un inno reale e non simbolico alla
possibilità che ognuno ha di farcela, di
non farsi dominare dal Male, di non cedere all’opzione della violenza e del
crimine che in certi ambienti e in determinate esistenze è costantemente e
imperiosamente presente.
Non mi avrete mai voi della camorra! Non mi avrete mai voi che volete farmi
diventare un assassino e con gli ammazzamenti
e con il sangue volete darmi il benessere!
Gaetano Di Vaio
oggi è un produttore cinematografico indipendente, ma ieri era una specie di
mito della microcriminalità di Piscinola,
nella zona nord di Napoli: uno
spacciatore, un ladro, un rapinatore.
Gaetano di Vaio
racconta la prima parte della sua vita con lucida, drammatica, allucinante
chiarezza, senza reticenze, senza omissioni, senza omertà. La storia è quella
di Giovanni Capone che passa dal basso dove viveva in un monolocale con
altre dodici familiari, alla cella dell’Inferno di Poggioreale, la casa di
reclusione partenopea, dove in uno
spazio di tre metri per cinque ci convivono forzatamente in quindici.
Gaetano Di Vaio - Salvatore
Capone, sposato con Lucia (all’età di quattordici anni) e con un figlio
Antonio, immerge il lettore nell’angosciante e irrespirabile realtà che si vive
all’interno di in Istituto che potrebbe ospitare 800 detenuti e che, invece, ne
accoglie 2.200; dove alcuni agenti di polizia penitenziaria - prigionieri loro stessi di quelle mura- sfogano il loro quotidiano stato di
frustrazione adoperando, come se nulla fosse, ogni genere di violenza contro i detenuti; ove
esiste la stanza zero nella quale i
tossici in crisi di astinenza vendono massacrati con calci e pugni e dove
durante il periodo di isolamento, a cui
gli ospiti sono sottoposti per la più
lieve mancanza, ricevere la visita della squadra
della morte è prassi consolidata.
In questo
permanente orrore vi sono sprazzi di
umanità nel gesto di un agente di
custodia, Annunziata, che porta un gelato a Salvatore Capone mentre si trovava in
isolamento e attendeva la razione giornaliera di manganellate o in Popo, un omone innocente, imputato di
associazione di stampo camorristico a causa di una intercettazione telefonica
erroneamente interpretata dagli organi inquirenti, e poi assolto dopo tre anni di galera ( a Poggioreale!),
che presta libri a Capone e spiegandone
il contenuto gli da una speranza, una chiave
di lettura degli accadimenti, gli fornisce una possibilità di adoperare
il cervello, di mantenere vivo
l’intelletto, di conservare accesa una fiammella che possa tenuamente
baluginare dentro la scatola cranica.
Non mi avrete mai
camorristi! non mi avrete mai assassini! non mi avrete mai! Salvatore Capone –
Gaetano Di Vaio dirà “No!” al capo famiglia di zona e sceglierà un’altra vita,
perché l’uomo ha sempre un’altra scelta, ha sempre, un’altra possibilità, ha
sempre un altro percorso da poter intraprendere.
Mentre vi
incuneerete per i corridoi, le latrine, i bagni, le docce, le celle e gli
uffici mostruosi e danteschi di Poggioreale, mentre seguirete le gesta trasudanti turpitudine fra strada, galera e
San Patrignano di Salvatore Capone, e sentirete
l’assenza di umanità dei suoi compari, distrutti dalla droga e annientati dal
delitto, galleggiando fra disposizioni di diritto penitenziario e regole
“non scritte” che si impongono fra guardie e galeotti, fra espressioni
gergali dialettali (che abbisognerebbero di note esplicative a piè di pagina) e
slang penitenziario e delinquenziale,
sarete accompagnati come colonna sonora dai brani di Nino D’Angelo, innanzi i
Vostri occhi passeranno le scene del film di Nanni Loy Detenuto in attesa di giudizio con Alberto Sordi. Ad un certo punto Vi sembrerà di ascoltare la canzone Pensa di Fabrizio Moro, mentre il Vostro
ricordo sarà intasato dalle centinaia di scritti su Enzo Tortora e sulla
sua detenzione da innocente a Poggioreale, come Poppo.
Un’ ultima
annotazione: splendida la descrizione della notte insonne di Salvatore Capone,
che deve decidere se mandare una lettera di richiesta di aiuto per la moglie
che si stava facendo la fame all’amico
camorrista – il che voleva significare consegnarsi all’uscita di prigione mani
a piedi a lui – oppure al capitano
Onofri per chiedere di ottenere un lavoro intra
moenia, per poter così mantenere la famiglia con la paga che avrebbe
ricevuto.
La notte ricorda quella manzoniana dell’Innominato nei Promessi Sposi.
Alla fine sceglierà
il lavoro, onesto, che rende dignitosa la vita anche di un uomo per lungo tempo in vinculis, lo sottrae all'abbrutimento, alla umiliazione, alla promiscuità animalesca, riconoscendo in tal maniera un senso alla giornata, allo svegliarsi la
mattina e all'andare a letto la sera.
Farà lo scrivano -
lettere e lo scrivano - spesa…….e poi Salvatore Capone, in arte Gaetano Di Vaio, andrà a dormire “perché aveva sonno”.
Fabrizio Giulimondi
domenica 14 luglio 2013
FABRIZIO GIULIMONDI: LEGGETE "AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA" DI RUTA SEPETYS, E' IMPERDIBILE!
Non è per nulla agevole perché quando si parla di uno dei tanti stermini
che il comunismo ha compiuto nel mondo; quando si affronta la storia di popoli
deportati solo perché si rifiutano di assoggettarsi al dominatore russo; quando
si ricordano famiglie cancellate in quanto non allineate in ogni pertugio
all’ideologia marxista; quando l’attenzione va a individui orribilmente
destrutturati sino alla peggiore eliminazione fisica e mentale, solo per la
loro appartenenza a categorie professionali disprezzate da Josif Stalin,
scrivere, valutare, recensire, analizzare, scrutare, viene avvolto tutto in una
nube tossica di rabbia, di inquietudine e di impotenza, che offusca l’azione
intellettiva di chi approccia il testo, il quale si pone una semplice domanda:
perché nelle scuole italiane (e non solo) di queste vicende, di fatti che hanno
coinvolto decine di milioni di essere umani, non si parla o se ne parla poco e
in modo superficiale?
Dei milioni di morti, di torturati nel corpo e nell’anima, di
deportati mutilati anche dei più
minimali diritti ad opera dei seguaci della falcia
e martello, vi sono unicamente sparute reminiscenze nei libri scolastici.
Nel 1940 l’Unione Sovietica occupò gli Stati baltici di Lituania,
Lettonia ed Estonia. Di li a breve il Cremlino emanò elenchi di persone
considerate antisovietiche che sarebbero state uccise, imprigionate o deportate
in schiavitù in Siberia. Medici, insegnati, avvocati, membri dell’esercito,
scrittori, imprenditori, musicisti, artisti e persino bibliotecari, tutti erano
considerati antisovietici e vennero aggiunti alla lista sempre più lunga di
coloro destinati allo sterminio di massa.
Le prime deportazioni ebbero luogo il 14 giugno 1941.
Quel giorno, fra le decine di migliaia di uomini e donne, ragazzi e
bambini, prelevati dalla polizia segreta politica N.K.V.D. (poi diventato il
famigerato K.G.B.), v’è Lina Vilkas con sua madre Elena e il fratello Jonas. Il
padre Konstas è già scomparso fra i dedali dell’inferno rosso. Konstas, marito
gioviale di Elena e affettuoso padre di Lina e Jonas, ha una colpa
imperdonabile sanzionabile con il dolore e la morte: è il rettore della
università!
Inizia il “viaggio”.
Durerà sei settimane.
Sarà fatto su un treno generalmente adoperato per il trasporto dei
maiali.
Nei vagoni saranno stipati centinaia di disperati che dormiranno dove
defecano, urinano, vomitano, si nutrono (si nutrono?), bevono (bevono?),
muoiono.
Fra i criminali, più precisamente ladri e prostitute – questa è la dicitura riportata
sulle lamiere esterne del treno - v’è
anche un neonato strappato alla madre appena reciso il cordone ombelicale: perirà
maciullato fra i binari dove è stato gettato in corso dal buco della latrina.
I “porci” i “fascisti” compiono un viaggio allucinante per sei
settimane, al cui termine giungeranno in un luogo che crederanno l’inferno, non
conoscendo ancora la Geenna vera, la meta finale: la Siberia. È li che Lina
condurrà dodici anni della sua esistenza. La condanna penale inferta da un
tribunale del popolo è di venticinque, per essere stata concepita da Constas
Vilkas, delinquente per il regime russo per ricoprire il ruolo rettore della
università.
Le temperature ricordano quelle descritte in Centomile gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi. L’incubo vissuto
dai personaggi – tutti egualmente potenti, senza distinzione di importanza e
presenza nella trama, dal Calvo, all’Uomo che caricava gli orologi, all’Uomo dai capelli grigi, alla Bambina con la bambola, alla Scorbutica – richiama alla mente subitaneamente quello vissuto in Arcipelago Gulag da Aleksandr
Solzenicyn. Lina: “ …Dissenteria, tifo e
scorbuto si diffonderanno nel campo. I pidocchi banchettavano sulle nostre
piaghe aperte “.
I detenuti vivevano nelle yurte da loro stessi costruite con le nude
mani su una lastra di pietre e ghiaccio con pezzi di tronchi, fango, sabbia e
muschio, e il luogo del massacro era l’Artide, ai confini del Polo Nord, mentre
le guardie rosse vivevano al caldo ben nutrite, fisicamente pronte ad impartire
ai prigionieri la quotidiana dose di sevizie e umiliazioni.
Ma il comunismo nella sua ferocia non è riuscito a togliere la fede e
l’amore a quelle popolazioni. E il Natale, nonostante loro, sarà nascostamente
festeggiato, lodando il bambino Gesù di essere ancora lì, ancora vivi, ancora
uniti.
Lina è una artista, disegna abilmente con le mani aggraziate di una
ragazza di quindici anni. Userà pezzi di
carta su cui imprimerà figure e immagini, grazie alle quali vorrà fare sapere
cosa è diventata la sua vita e da chi e cosa è circondata. I disegni saranno
adoperati come messaggi, un po’ come
nella fiaba di Pollicino, passandoli
all’insaputa dei carnefici, a chiunque incontri, in modo che di mano in mano
possano arrivare al padre, per fargli sapere che sono ancora vivi, per
chiedergli di sbrigarsi a tornare da loro per liberale, perché il padre aveva
il difetto di essere in ritardo. Invia nell’ombra queste rappresentazioni
grafiche al papà che non si sa dove sia,
non si sa se sia ancora vivo.
In quella assoluta e tenebrosa assenza di umanità, in quel concentrato
di odio e di violenza, v’è uno sprazzo di umanità, nel medico che arriva
inaspettato nel gulag, inviato da una giovane appartenente all’Armata Rossa, la
cui coscienza riesce a bucare lo strato cementificato dell’indottrinamento
ideologico del socialismo reale.
La giornaliera angoscia dove non sussiste alcun barlume di luce è
descritta straordinariamente dalla Autrice e dai suoi personaggi (di cui il
medico è l’unico realmente esistito, mentre gli altri simbolicamente esprimono
i venti milioni di deportati e ammazzati dal regime comunista sovietico negli
anni dell’impero stalinista) con il Salmo 102 della Bibbia, che, fra l’altro,
recita: “i miei giorni declinano come ombre e io come
erba inaridisco”. E ancora Lina, amante dell’arte del pittore
norvegese Edward Munch, in un passo
dell’opera, esclama: “Munch è
principalmente un poeta lirico del colore. Lui sente i colori, ma non li vede.
Invece vede il dolore, il pianto e l’inaridimento.”. Dolore, pianto,
inaridimento: il gulag, il campo di
concentramento, le eliminazioni di massa di tutti quelli che non sottostanno
all’U.RS.S., che osavano non essere russi, che si ribellavano alla dittatura
totalitaria comunista, totalitaria come il nazionalsocialismo, con cui Stalin
aveva fatto il patto di non aggressione nel 1939 (c.d. “Patto segreto Molotov –
Ribbentrop”).
Nonostante il buio più profondo, ove non sussiste alcun lontano
baluginio di bagliore, l’amore nella famiglia, la solidarietà ove tutto manca,
la fede in Dio, non cessa di esistere: ”Al
fine ho imparato che, anche nel profondo dell’inverno, dentro di me regnava
un’indicibile estate” (Albert Camus).
Il contrasto fra presente e passato, orrore demoniaco e il caldo tepore
degli affetti familiari del prima, la netta linea di demarcazione fra nero e
bianco, fra scuro e chiaro, viene posto
in evidenza al termine di molti paragrafi, ove in corsivo viene riportato il
racconto di uno stralcio di vita di “ieri”, agganciato agli eventi, alle
parole, alle espressioni, alle immagini, alle idee, che si rinvengono nella
storia dell’”oggi”.
La truculenta e bieca malvagità di “oggi” si impatta con un momento che
rimanda allo “ieri”, quando Lina e Jonas
vivevano nella loro bella casa con i genitori e il tempo trascorreva placido
fra compiti, studi, disegni, letture, compleanni e normalità, sino
all’affacciarsi del Male Assoluto, sotto la specie visiva del volto di Josif
Stalin, sotto la visuale estetica della Armata Rossa, sotto il rumor di
ferraglia della occupazione che questa compirà delle Nazioni baltiche e della
brutalità della stella rossa nella
abitazione dei Vilkas, da dove la famiglia
verrà strappata ancora in vestaglia, in procinto di andare a letto.
La inesistenza di anima nel gulag
non toglie la capacità di provare affetti a chi la nobiltà ce l’ha dentro: Lina
si innamorerà del giovane Andrius – padre vittima della barbarie del sol dell’avvenire e madre costretta
a prostituirsi per far si che non facciano saltare il cervello al figlio- e, così come la Divina Provvidenza
riunirà Renzo e Lucia, i due ragazzi si ritroveranno.
Struggente il finale: Lina e Andrius lasceranno in seno alla terra nera
pregna del sangue lituano, le loro memorie e i loro disegni, perché il giorno
in cui saranno scoperti, il mondo sappia, racconti, non dimentichi e non
ripeta.
Questo libro va letto perché troppi silenzi, nascondimenti e omertà vi
sono intorno alla ideologia comunista, consentendo ancora uno stravagante alone
romantico di giustizia sociale, quando il marxismo, nelle sue variegate
sfaccettature, versioni e
interpretazioni, ha condotto alla morte
circa C-E-N-T-O M-I-L-I-O-N-I D-I
P-E-R-S-O-N-E, oltre allo svuotamento interiore di intere popolazioni dell’est
europeo e di una consistente porzione dell’Asia, che dal 1991 stanno
affrontando una difficile, travagliata e lunga transizione democratica,
economica, sociale e spirituale.
Questo libro, di straordinaria tragicità, in alcuni suoi passaggi particolarmente
impressionante, deve essere letto per non vedere più in manifestazioni
giovanili sventolare la bandiera rossa con la falce e martello, perché quel
simbolo è menzione di morte, di fame, di sete, di distruzione, di annientamento
di generazioni intere di uomini e donne, ragazzi e ragazze, di umiliazione, di
sofferenza e tortura, di negazione dei più ancestrali diritti di ogni persona,
di cancellazione di Dio.
Ruta Sepetys, dopo una lunga
ricerca attraverso le rimembranze della
propria famiglia, dei suoi parenti, dei suoi amici, ci consegna pagine
memorabili di commozione, lacrime, dolore, rabbia, odio, dolcezza, sentimenti e
resurrezione.
Un terzo di lituani, estoni e lettoni non ci sono più, cancellati nei
gulag: i loro nomi anonimi saranno ricordati ad uno ad uno mentre leggerete Avevano spento anche la Luna …..nella notte polare
delle prigioni siberiane.
“Mi hanno tolto tutto. Mi hanno
lasciato soltanto il buio e il freddo. Ma io voglio vivere. A ogni costo.”.
Fabrizio Giulimondi
mercoledì 10 luglio 2013
"RESISTERE NON SERVE A NIENTE" DI WALTER SITI, VINCITORE DEL PREMIO STREGA 2013
Mi chiedo quale sia la ragione per la quale il Premio Strega 2013 sia
stato assegnato al romanzo
storico-contemporaneo “Resistere non
serve a niente” di Walter Siti
(Rizzoli).
Attraverso la narrazione della vita, delle vicissitudini, dei fatti e
dei misfatti di Tommaso viene raccontata l’alta finanza e, per mezzo della di
lui “fidanzata” (come si possono essere fidanzate in quell’ambiente) Gabriella, l’alta moda.
Tommaso è un ragazzo di una borgata romana, figlio di un criminale in vinculis, intabarrato nel proprio
lardo a causa di assunzione di troppo cibo da disfunzione alimentare. Il
ragazzo ha però cervello: molto capace in matematica si laurea in economia e
commercio e, dotato di fino intuito per la macroeconomia, vola verso il mondo
dell’alta finanza. Qui gestisce masse informi di denaro “fantasma”, senza alcun
aggancio alla attività produttiva reale dell’uomo. E’ denaro e basta e gli consente una vita oscenamente di lusso e
completamente priva di etica.
L’Autore gongola nella descrizione di ammucchiate, manifestando la
propria preferenza per la sodomia. Si palesa al lettore la conoscenza attenta
di Siti per gli scritti di Pier Paolo Pasolini - di cui ha curato tutte le opere – tanto che
possiamo dire che "Resistere non serve a
niente” è la trasposizione di Ragazzi di vita e Una vita violenta nel mondo del lusso, del sesso (rigorosamente
consumato senza alcun sentimento), del’Apparire sull’Essere e del denaro, tanto
denaro, denaro che vorticosamente rotea intorno a vite insulse, luride. L’Autore,
facendosi aiutare da molti consulenti, compie una panoramica, anche di natura terminologica
e gergale, sulla finanza internazionale e sulle sue contiguità con le grandi organizzazioni
malavitose transnazionali.
Al termine della lettura, però, non rimane nulla, tranne il nichilismo che si
coglie già nel titolo e che non lascia alcun residuo di speranza, nessuna luce dopo il buio.
Forse, a parte le orge lesbico - sodomitiche, il sogno descritto da
Walter Siti in cui Berlusconi viene
vivisezionato, smembrato e scuoiato, ha solleticato parte della Giuria e dei
Grandi Elettori, consentendo il riconoscimento del più prestigioso premio
letterario italiano ad una opera anni
luce al di sotto, per qualità, contenuti,
valore, forza, comunicazione, coinvolgimento ed estetica, al secondo
classificato Le colpe dei padri di
Alessandro Perissinotto (recensito in questa stessa Rubrica).
Fabrizio Giulimondi
lunedì 8 luglio 2013
RICCARDO MUTI AL TEATRO DELL'OPERA: LEZIONE SU VERDI E IL NABUCCO
Forse il più grande direttore dì
orchestra al mondo ha spiegato ogni singolo passaggio della sinfonia con
accuratezza ed ironia, aiutato da cinque cantanti operistici, attraverso le cui
voci l’udito dello spettatore ha passato
in rassegna tutti i timbri vocali.
Verdi è il più grande musicista
italiano e le sue melodie hanno accresciuto e arricchito l’Umanità di armonia e
bellezza. Eppure, come ha detto Riccardo Muti, l’esecuzione di un brano di
Mozart, di Beethoven, di Schubert è realizzata da parte del pianista con un atteggiamento corporeo, con una
postura, con una movenza e una gestualità delle mani che imprimono alle note
una solennità e una grazia che non si rinvengono nelle esecuzioni italiche ed estere dei lavori verdiani.
Storpiamo anche la grandezza dei
nostri più grandi compositori! Siamo esterofili anche nella mise en scene delle
opere concertistiche dei giganti della musica classica patria, diminuendo il
sublime che v’è nei nostri Autori e implementando oltre misura le cadenze e le
armonie straniere.
Come ha detto il Maestro Muti,
dobbiamo riconsegnare alla nostra musica quell’aura di sacralità, di
religiosità, di nobiltà e di
aristocrazia che spetta ad ogni stella
del firmamento lirico italiano, dando la possibilità ai tanti giovani talenti italiani di palesarsi
nei palcoscenici dei prestigiosi teatri della Penisola.
Fabrizio Giulimondi
giovedì 4 luglio 2013
martedì 2 luglio 2013
"ACCABADORA" DI MICHELA MURGIA
Con il termine sardo femina accabadora, oppure femina agabbadòra, comunemente accabadora (s'accabadóra, "colei che
finisce", probabilmente dallo spagnolo acabar, "finire",
"terminare") si suole indicare
una donna che uccideva persone anziane in condizioni di malattia tali da
portare i familiari o la stessa vittima, a richiedere l’ eutanasia.
Non c'è unanimità sulla storicità di queste figure, non ritenendo molti antropologi che siano realmente esistite, mentre
quelli ad esse favorevoli, valutano che
il fenomeno si sia sviluppato solamente nell’ area delle Marghine,
di Planargia e della Gallura.
La pratica non doveva essere retribuita dai parenti dell'anziano essendo
la liquidazione di un compenso contraria ai dettami religiosi e della superstizione.
Diverse sono le pratiche di uccisione utilizzate dalla accabadora:
si dice che entrasse nella stanza del morente vestita di nero e con il volto
coperto, togliesse dall'ambiente ogni tipo di manufatto riconducibile alla
sfera del sacro e procedesse alla sua eliminazione tramite soffocamento con un cuscino. E’ così che l’”Accabadora” raccontata da Michela Murgia
(Einaudi Numeri Primi), vincitrice del Premio Campiello 2010, pratica la “dolce
morte” agli anziani di un piccolo villaggio sardo nel protrarsi della prima
guerra mondiale.
La storia parte lenta, sonnecchiante, un po’ noiosa, talora di non
facile comprensione, fra costumi, riti e curiosità culinarie sarde. Con il trascorrere della lettura la narrazione
si fa però avvincente, lievemente
ansiogena e inquietante, se vogliamo a tinte fosche.
Due sono le protagoniste: Tzia Bonaria, sarta ma, alle bisogna, accabadora,
e Maria, la di lei fill’e anima, antico istituto
giuridico sardo che consentiva ad una
famiglia povera di dare in una sorta di adozione o affidamento un figlio ad una persona, anche
sola, ma in agiate condizioni economiche.
Tzia Bonaria prende con sé Maria, crescendola dall’ età di otto anni ai
dodici come una figlia, finché quest’ultima scopre il secondo vero mestiere
della “madre”, al momento in cui viene praticato su un ragazzo che, nel
compimento di una azione vandalica incendiaria, era stato attinto ad una gamba
da una pallottola, arto che gli sarà amputato una volta divenuto putrescente.
Maria fuggirà nel continente ove farà la bambinaia a Torino a due ragazzi, una bambina
e un adolescente, che porta con sé un
segreto. Del tragico mistero ne sarà
partecipe Maria e tale conoscenza muterà il rapporto fra i due, non più di tata
e fanciullo. La ragazza tornerà, cacciata dall’ alcova, nell’ Isola, dove troverà
la madre adottiva devastata da un ictus…… e ciò che aveva giurato che mai
avrebbe fatto, sarà compiuto!
Fabrizio Giulimondi
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