domenica 14 luglio 2013

FABRIZIO GIULIMONDI: LEGGETE "AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA" DI RUTA SEPETYS, E' IMPERDIBILE!

Avevano spento anche la lunaNon è affatto facile commentare un romanzo storico come Avevano spento anche la Luna della scrittrice lituana Ruta Sepetys (Garzanti), che alla sua ottava edizione fortunatamente continua a riscuotere portentoso successo fra il pubblico.
Non è per nulla agevole perché quando si parla di uno dei tanti stermini che il comunismo ha compiuto nel mondo; quando si affronta la storia di popoli deportati solo perché si rifiutano di assoggettarsi al dominatore russo; quando si ricordano famiglie cancellate in quanto non allineate in ogni pertugio all’ideologia marxista; quando l’attenzione va a individui orribilmente destrutturati sino alla peggiore eliminazione fisica e mentale, solo per la loro appartenenza a categorie professionali disprezzate da Josif Stalin, scrivere, valutare, recensire, analizzare, scrutare, viene avvolto tutto in una nube tossica di rabbia, di inquietudine e di impotenza, che offusca l’azione intellettiva di chi approccia il testo, il quale si pone una semplice domanda: perché nelle scuole italiane (e non solo) di queste vicende, di fatti che hanno coinvolto decine di milioni di essere umani, non si parla o se ne parla poco e in modo superficiale?
Dei milioni di morti, di torturati nel corpo e nell’anima, di deportati  mutilati anche dei più minimali diritti ad opera dei seguaci della falcia e martello, vi sono unicamente sparute reminiscenze nei libri scolastici.
Nel 1940 l’Unione Sovietica occupò gli Stati baltici di Lituania, Lettonia ed Estonia. Di li a breve il Cremlino emanò elenchi di persone considerate antisovietiche che sarebbero state uccise, imprigionate o deportate in schiavitù in Siberia. Medici, insegnati, avvocati, membri dell’esercito, scrittori, imprenditori, musicisti, artisti e persino bibliotecari, tutti erano considerati antisovietici e vennero aggiunti alla lista sempre più lunga di coloro destinati allo sterminio di massa.
Le prime deportazioni ebbero luogo il 14 giugno 1941.
Quel giorno, fra le decine di migliaia di uomini e donne, ragazzi e bambini, prelevati dalla polizia segreta politica N.K.V.D. (poi diventato il famigerato K.G.B.), v’è Lina Vilkas con sua madre Elena e il fratello Jonas. Il padre Konstas è già scomparso fra i dedali dell’inferno rosso. Konstas, marito gioviale di Elena e affettuoso padre di Lina e Jonas, ha una colpa imperdonabile sanzionabile con il dolore e la morte: è il rettore della università!
Inizia il “viaggio”.
Durerà sei settimane.
Sarà fatto su un treno generalmente adoperato per il trasporto dei maiali.
Nei vagoni saranno stipati centinaia di disperati che dormiranno dove defecano, urinano, vomitano, si nutrono (si nutrono?), bevono (bevono?), muoiono.
Fra i criminali, più precisamente ladri e  prostitute – questa è la dicitura riportata sulle lamiere esterne del treno -   v’è anche un neonato strappato alla madre appena reciso il cordone ombelicale: perirà maciullato fra i binari dove è stato gettato in corso dal buco della latrina.
I “porci” i “fascisti” compiono un viaggio allucinante per sei settimane, al cui termine giungeranno in un luogo che crederanno l’inferno, non conoscendo ancora la Geenna vera, la meta finale: la Siberia. È li che Lina condurrà dodici anni della sua esistenza. La condanna penale inferta da un tribunale del popolo è di venticinque, per essere stata concepita da Constas Vilkas, delinquente per il regime russo per ricoprire il ruolo rettore della università.
Le temperature ricordano quelle descritte in Centomile gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi. L’incubo vissuto dai personaggi – tutti egualmente potenti, senza distinzione di importanza e presenza nella trama, dal Calvo, all’Uomo che caricava gli orologi, all’Uomo dai capelli grigi, alla Bambina con  la bambola, alla Scorbutica – richiama alla mente subitaneamente quello vissuto in Arcipelago Gulag da Aleksandr Solzenicyn. Lina: “ …Dissenteria, tifo e scorbuto si diffonderanno nel campo. I pidocchi banchettavano sulle nostre piaghe aperte “.
I detenuti vivevano nelle yurte da loro stessi costruite con le nude mani su una lastra di pietre e ghiaccio con pezzi di tronchi, fango, sabbia e muschio, e il luogo del massacro era l’Artide, ai confini del Polo Nord, mentre le guardie rosse vivevano al caldo ben nutrite, fisicamente pronte ad impartire ai prigionieri la quotidiana dose di sevizie e umiliazioni.
Ma il comunismo nella sua ferocia non è riuscito a togliere la fede e l’amore a quelle popolazioni. E il Natale, nonostante loro, sarà nascostamente festeggiato, lodando il bambino Gesù di essere ancora lì, ancora vivi, ancora uniti.
Lina è una artista, disegna abilmente con le mani aggraziate di una ragazza di  quindici anni. Userà pezzi di carta su cui imprimerà figure e immagini, grazie alle quali vorrà fare sapere cosa è diventata la sua vita e da chi e cosa è circondata. I disegni saranno adoperati come messaggi,  un po’ come nella fiaba di  Pollicino, passandoli all’insaputa dei carnefici, a chiunque incontri, in modo che di mano in mano possano arrivare al padre, per fargli sapere che sono ancora vivi, per chiedergli di sbrigarsi a tornare da loro per liberale, perché il padre aveva il difetto di essere in ritardo. Invia nell’ombra queste rappresentazioni grafiche al papà che non  si sa dove sia, non si sa se sia ancora vivo.
In quella assoluta e tenebrosa assenza di umanità, in quel concentrato di odio e di violenza, v’è uno sprazzo di umanità, nel medico che arriva inaspettato nel gulag, inviato da una giovane appartenente all’Armata Rossa, la cui coscienza riesce a bucare lo strato cementificato dell’indottrinamento ideologico del socialismo reale.
La giornaliera angoscia dove non sussiste alcun barlume di luce è descritta straordinariamente dalla Autrice e dai suoi personaggi (di cui il medico è l’unico realmente esistito, mentre gli altri simbolicamente esprimono i venti milioni di deportati e ammazzati dal regime comunista sovietico negli anni dell’impero stalinista) con il Salmo 102 della Bibbia, che, fra l’altro, recita: “i  miei giorni declinano come ombre e io come erba inaridisco”. E ancora Lina, amante dell’arte del pittore norvegese  Edward Munch, in un passo dell’opera, esclama: “Munch è principalmente un poeta lirico del colore. Lui sente i colori, ma non li vede. Invece vede il dolore, il pianto e l’inaridimento.”. Dolore, pianto, inaridimento: il gulag, il campo di concentramento, le eliminazioni di massa di tutti quelli che non sottostanno all’U.RS.S., che osavano non essere russi, che si ribellavano alla dittatura totalitaria comunista, totalitaria come il nazionalsocialismo, con cui Stalin aveva fatto il patto di non aggressione nel 1939 (c.d. “Patto segreto Molotov – Ribbentrop”).
Nonostante il buio più profondo, ove non sussiste alcun lontano baluginio di bagliore, l’amore nella famiglia, la solidarietà ove tutto manca, la fede in Dio, non cessa di esistere: ”Al fine ho imparato che, anche nel profondo dell’inverno, dentro di me regnava un’indicibile estate” (Albert Camus).
Il contrasto fra presente e passato, orrore demoniaco e il caldo tepore degli affetti familiari del prima, la netta linea di demarcazione fra nero e bianco, fra  scuro e chiaro, viene posto in evidenza al termine di molti paragrafi, ove in corsivo viene riportato il racconto di uno stralcio di vita di “ieri”, agganciato agli eventi, alle parole, alle  espressioni, alle  immagini, alle idee, che si rinvengono nella storia dell’”oggi”.
La truculenta e bieca malvagità di “oggi” si impatta con un momento che rimanda allo “ieri”, quando  Lina e Jonas vivevano nella loro bella casa con i genitori e il tempo trascorreva placido fra compiti, studi, disegni, letture, compleanni e normalità, sino all’affacciarsi del Male Assoluto, sotto la specie visiva del volto di Josif Stalin, sotto la visuale estetica della Armata Rossa, sotto il rumor di ferraglia della occupazione che questa compirà delle Nazioni baltiche e della brutalità della stella rossa nella abitazione dei Vilkas, da dove la famiglia  verrà strappata ancora in vestaglia, in procinto di andare a letto.
La inesistenza  di anima nel gulag non toglie la capacità di provare affetti a chi la nobiltà ce l’ha dentro: Lina si innamorerà del giovane Andrius – padre vittima della barbarie del sol dell’avvenire e madre costretta a prostituirsi per far si che non facciano saltare il cervello al figlio-  e, così come la Divina Provvidenza riunirà Renzo e Lucia, i due ragazzi si ritroveranno.
Struggente il finale: Lina e Andrius lasceranno in seno alla terra nera pregna del sangue lituano, le loro memorie e i loro disegni, perché il giorno in cui saranno scoperti, il mondo sappia, racconti, non dimentichi e non ripeta.
Questo libro va letto perché troppi silenzi, nascondimenti e omertà vi sono intorno alla ideologia comunista, consentendo ancora uno stravagante alone romantico di giustizia sociale, quando il marxismo, nelle sue variegate sfaccettature, versioni  e interpretazioni, ha condotto alla morte  circa C-E-N-T-O  M-I-L-I-O-N-I D-I P-E-R-S-O-N-E, oltre allo svuotamento interiore di intere popolazioni dell’est europeo e di una consistente porzione dell’Asia, che dal 1991 stanno affrontando una difficile, travagliata e lunga transizione democratica, economica, sociale e spirituale.
Questo libro, di straordinaria tragicità, in alcuni suoi passaggi particolarmente impressionante, deve essere letto per non vedere più in manifestazioni giovanili sventolare la bandiera rossa con la falce e martello, perché quel simbolo è menzione di morte, di fame, di sete, di distruzione, di annientamento di generazioni intere di uomini e donne, ragazzi e ragazze, di umiliazione, di sofferenza e tortura, di negazione dei più ancestrali diritti di ogni persona, di cancellazione di Dio.
Ruta Sepetys, dopo una lunga ricerca attraverso le rimembranze  della propria famiglia, dei suoi parenti, dei suoi amici, ci consegna pagine memorabili di commozione, lacrime, dolore, rabbia, odio, dolcezza, sentimenti e resurrezione.
Un terzo di lituani, estoni e lettoni non ci sono più, cancellati nei gulag: i loro nomi anonimi saranno ricordati ad uno ad uno mentre leggerete Avevano spento anche la Luna…..nella notte polare delle prigioni siberiane.
“Mi hanno tolto tutto. Mi hanno lasciato soltanto il buio e il freddo. Ma io voglio vivere. A ogni costo.”.
Fabrizio Giulimondi


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