domenica 10 luglio 2016

"CREPUSCOLO" DI KENT HARUF (VOLUME TERZO DELLA "TRILOGIA DELLA PIANURA")


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Siamo giunti al terzo tempo, quello conclusivo, della Trilogia della Pianura di Kent Haruf (NN Editore). Fabio Cremonesi, traduttore dell’opera, dipinge “Crepuscolo” come un lavoro scritto con la tonalità musicale del fa maggiore, “quello della pienezza della vita e degli affetti, della ‘Pastorale’ di Beethoven, ma anche di tante canzoni d’amore”. Concordo. In “Crepuscolo” tutti i rivoli affettivi e interiori che vedono la loro sorgente in Benedizione (http://giulimondi.blogspot.it/2016/07/benedizione-di-kent-haruf-volume-primo.html) e in  Canto della Pianura (http://giulimondi.blogspot.it/2016/07/canto-della-pianura-di-kent-haruf.html) giungono a conclusione, confluiscono nel lago tranquillo dei sentimenti, che sanno di vero, autentico, imperituro, saldo. Anche le scene di sesso sono sommessamente accennate, perché ciò che prevale subito dopo è una immagine di vita familiare, di reciproche tenerezze. “Crepuscolo”, come i due romanzi che lo precedono, è la melodia della quotidianità, dove talora sembra di stare in procinto di una tragedia imminente che però non accade, perché anche il dramma è lenito dalla nobiltà d’animo dei personaggi, nobiltà che tutto lenisce e tutto comprende, tutto ridimensiona e riduce ad uno sguardo, una carezza, un silenzio accogliente e di perdono. Il malvagio esiste ma è accantonato, perché nel mondo di Haruf è perdente sin dall’inizio. Non vi sono eroi ma gente semplice, comune, che vive nei campi e alleva bestiame, studia o è in cerca del grande amore, da cui rimane ingannato e che cercherà ancora in altri luoghi.
Attori e comparse sono tratteggiati sin nelle minuzie, non in un colpo solo ma lungo la narrazione dei tre libri, eroici nella loro normalità, nel loro saper affrontare e superare ciò che la vita riserba ad ogni essere umano.
Crepuscolo” è un canto di serenità, è alba e tramonto, attesa, uno sguardo che mentre si allunga verso il futuro,  si attarda in un malinconico passato.

Fabrizio Giulimondi

martedì 5 luglio 2016

"CANTO DELLA PIANURA" DI KENT HARUF (VOLUME SECONDO DELLA "TRILOGIA DELLA PIANURA")


haruf
Dopo Benedizione di Kent Haruf (già recensito in questo blogsono approdato al secondo volume della “Trilogia della Pianura”, “Canto della Pianura” (NN Editore).
Il vocabolo inglese Plainsong che dà il titolo a questo romanzo indica plasticamente lo stile narrativo in esso seguito: con il termine Plainsong si suole significare il “canto piano”, ossia la forma di canto monodico, senza accompagnamento musicale, diffuso nel Medioevo, come quello gregoriano.
La musicalità del “canto piano” si fonde nelle sonorità della pianura, musicalità e sonorità che divengono parole, segni, lemmi. Storie semplici, comuni, intense nella loro normalità, commoventi perché fatte di sentimenti sinceri. Realtà e surrealismo sono un tutt’uno. La tecnica narrativa, rispetto al precedente lavoro, è più spaziosa, più ampia, più a largo respiro, arricchita da aggettivazioni continue e prorompenti.
Racconti di esistenze: di una ragazzina minorenne incinta ospitata da due fratelli, chiusi agli altri per una vita intera, delicati e affezionati, commoventemente delicati e affezionati nei confronti di questa fragile e forte fanciulla.
Racconti di esistenze: di un insegnate liceale con una moglie oramai fuori di senno ed i suoi due figli, uomo che non si piega di fronte alle prepotenze, fermo e pervicace, scatenato quando i suoi due ragazzi sono vittime di vili soprusi.
Racconti di esistenze: una ragazza incinta, due fratelli asociali che la ospitano, un’insegnante, i suoi due figli, la moglie depressa, vite narrate individualmente, in maniera monadica, in maniera monastica, in maniera solipsistica, che prendono forma in un connubio di affetti e di incontri, di “insieme” che prende il posto all’”Io”.
Holt è un  luogo fisico e immaginario, è la “casa”, è la “Patria” dove tutto ha avuto inizio in Benedizione e tutto avrà la sua conclusione in Crepuscolo.
Holt è il nome di varie cittadine statunitensi, anche se nessuna è in Colorado, perché Holt un po’ ricorda l’“Hora” dei capolavori dello scrittore Arbëreshë Carmine Abate: Holt e Hora sono luoghi geografici e pertugi dell’anima, dove ogni lettore trova la propria dimora.
Il tocco dell’Autore è sempre soffice, il suo sguardo benevolo, tutto si riempie della magia dell’affetto, ogni tratto di penna è carico di attenzione per l’altro, nulla è lasciato al caso.
Sobrietà. Normalità. Quotidianità. Incanto. Bellezza.
Nulla si conclude tragicamente, tutto si risolve nel tenero tocco del “cum patior” che ogni personaggio di Haruf prova nei confronti di un altro essere umano.

Fabrizio Giulimondi

venerdì 1 luglio 2016

"BENEDIZIONE" DI KENT HARUF (VOLUME PRIMO DELLA "TRILOGIA DELLA PIANURA")

Benedizione. Trilogia della pianura Vol. 1
Benedizione” (NN Editore) è il primo volume della Trilogia della Pianura ( gli altri due sono: Il Canto della Pianura e Crepuscolo) del compianto  scrittore statunitense Kent Haruf, vincitore di numerosi prestigiosi premi letterari nordamericani e considerato uno dei più apprezzati autori di quel continente.
Luce soffusa, stile morbido, andamento pacato, ambiente ovattato, toccanti dialoghi talora di sapore onirico, immersi nel racconto e con esso fusi, privi di segni di interpunzione, dando alla tecnica narrativa un leggero vezzo futuristico.
La moglie  e la  figlia che accompagnano Dad verso il commiato finale,  mentre drammi passati come un fiume carsico si affacciano prepotentemente nel presente, non potendosi più protendere in quel domani che non vedrà mai la luce.
Un affresco tratteggiato con colori delicati, tenui, leggeri, di storie di donne e uomini che si  intersecano  l’una con l’altra, sino a  formare una Comunità, dove non vi sono più individualità ma una coralità  di voci di diversa intensità e  tonalità.
L’Autore rende soffice la morte, ammansita dagli affetti più antichi e profondi dei tanti protagonisti e guarda benignamente le loro colpe, tutte  perdonate dal lettore, che giunge all’ultima pagina senza essersi reso  conto di non aver mai interrotto nella lettura di “Benedizione”.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 27 giugno 2016

"LA SOSTANZA DEL MALE" DI LUCA D'ANDREA (EINAUDI)

La sostanza del male
La sostanza del male”, opera prima di Luca d’Andrea  (Einaudi), ha sbancato alla Fiera del Libro di Londra e  sono ben trenta le case editrici in giro per il mondo pronte a pubblicarla.
Colpisce la definizione di “thriller” perché tale non è, salvo le ultime 50 pagine su 449. La peculiarità sta proprio qui. Sembra di essere dinanzi una riedizione di  Moby Dick di Herman Melville: sullo sfondo e lungo la narrazione v’è la presenza della balena bianca che, però, compare solo alla fine.
La storia, ben curata e scritta, si snocciola in provincia di Bolzano fra tradizioni, freddo  e una crudele, cruenta e ignominiosa strage di tre ragazzi. L’orrore è prima solamente accennato, piano piano si deposita pigramente  sullo sfondo, per poi, con l’incedere del racconto, emergere sempre più incisivamente per approdare ad un finale lungo, spettacolare, zeppo di coupe de theatre. La conclusione si articola in più finali che si affastellano fino a giungere alla verità che farà balzare il lettore sulla sedia, a cui è rimasto incollato nelle ultime due ore.  E’ il ritmo narrativo incalzante che caratterizza il genere thriller ed è questa cadenza che manca per tutto il corpo del libro e si affaccia, però, in modo virulento negli ultimi capitoli. Sul palco del romanzo in realtà  vi sono i legami affettivi di una famiglia, i sentimenti del protagonista per  la moglie, la figlioletta e il suocero: un forte amore coniugale  e filiale e il terrore di perdere tutto, perché la famiglia è tutto e viene innanzi tutto.
Introspezione, intimità, amabile e delicata descrizione di scene di vita quotidiana, di come padre e figlia comunicano fra di loro tramite l’indicazione del numero di lettere che compongono una parola, come cinque lettere, amore…come quattro  lettere, papà… come cinque lettere, mamma… come cinque lettere, Bestia…come cinque lettere, ascia… come cinque lettere, morte…come quattro lettere, fine.

Fabrizio Giulimondi  

lunedì 13 giugno 2016

"TRE GIORNI E UNA VITA" DI PIERRE LEMAITRE (MONDADORI)

Tre giorni e una vita
Dopo il vincitore del Premio Goncourt Ci vediamo lassù lo scrittore  parigino Pierre Lemaitre ha partorito un romanzo implacabile e scritto senza alcuna anestesia: “Tre giorni e una vita” (Mondadori).
Cosa prova un bambino di dodici anni che ha ucciso a bastonate sulla nuca un amichetto di sei? Ogni attimo può essere quello in cui lo vengono ad arrestare e a distruggere la sua esistenza e quella della sua famiglia, come lui ha annientato quella del bambino e dei suoi cari. Ogni momento immagina quello che potrebbe avvenire poco dopo e che invece non si realizza.
E’ il contrappasso dantesco, la pena per un ragazzino omicida che somma altre ignominie al proprio senso di colpa che diviene sempre più un macigno.
La scrittura di Lemaitre è visibile, è palpabile, la si tocca, fa divenire corporeo il dramma, il dolore, la sofferenza, la disperazione, l’imponderabile e l’ineludibile. I due terzi del libro trasudano pura tensione che attanaglia lo stomaco e non demorde mai. Ogni figura narrata dall’Autore emana tragicità, è circondata da un’aura di funesta attesa, è carica di un presagio di sventura.
Lo leggerete tutto d’un fiato e arriverete al delitto se qualcuno oserà interrompervi nell’incedere verso un finale faraonico.

Fabrizio Giulimondi

"NOTRE DAME DE PARIS" DI RICCARDO COCCIANTE

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Se fosse stato concepito in lingua inglese avrebbe già girato i teatri di tutto il mondo e sarebbe stabile a Broadway, in compagnia di  Cats, Tommy, Jesus Christ Superstar, The Phantom of Opera, Mamma mia. Più che un semplice musical "Notre Dame de Paris" di Riccardo Cocciante è una vera e propria opera in cui musica, canto, parole, danza, scenografia, lirica, poesia, coro e coralità si fondono in un unicum di rara bellezza.
Non è solo imperdibile…è obbligatorio vederlo!

Fabrizio Giulimondi

domenica 5 giugno 2016

"L'INDEGNO" DI ANTONIO MONDA (MONDADORI)

L'indegno
Dopo aver recensito L’America non esiste e La casa sulla roccia, ho affrontato – credo – il libro a livello introspettivo più corposo mai scritto da Antonio Monda, che, nella sua spola fra l’Italia e gli States, fra la sua attività  di scrittore, curatore di mostre letterarie e cinematografiche e docente universitario, ha raffinato le proprie doti di romanziere: i personaggi da lui creati giganteggiano nelle loro angosce e  frustrazioni, nelle loro sconfitte e vittorie, rifacendosi talora a quelli creati dal genio di Ernest Hemingway.
L’Indegno” (Mondadori) è un inno alla fragilità umana, guardata con tenero abbandono e consapevole rassegnazione, senza disprezzo, talune volte con una punta di fastidio.
Un sacerdote cattolico fortemente peccatore – tante volte già incontrato in pellicole e libelli – mostra il volto vero dell’essere umano tra volontà di santificazione, desiderio di coerenza e miserrima fragilità. Il prete protagonista, Abram, si analizza di continuo:  il romanzo è la narrazione della sua quotidiana analisi intimistica, la storia della sua sempiterna  sconfitta. Abram  sa che i suoi propositi tesi al Cielo sono geneticamente perdenti;  sa di essere uno sconfitto perché egli è un essere umano e gli esseri umani sono stati concepiti nel loro corpo, nelle loro menti e nella loro anima deboli, abbandonati alla loro inevitabile crudele “caduta”; gli esseri umani sanno di essere infimi e fiaccati dal Mondo, ma nonostante questo sono dotati di una innata travolgente  volontà di contrastare questa debolezza, di andarvi oltre, nella illusione di poterla sopprimere, per poter giungere alla perfezione voluta da Dio e in esso incarnata.
Lavoro scritto con il peculiare stile agile, fresco e pastello di Monda, lussurioso e religioso, esprime una profonda pulsione spirituale dell’Autore, che cerca ciò che è inarrivabile, irraggiungibile perché dentro l’uomo v’è  insito un invincibile senso di perenne sconfitta, perché la luce è troppo lontana e la sua intensità abbaglia troppo, fa paura, brucia.
La frustrazione del ministro di culto si espande e travolge tutti, prima Lisa e poi per cerchi concentrici gli altri.
Sembra di ascoltare Fragile di Sting mentre il lettore incespica  fra desolanti amori, possenti sentimenti, mendaci parole e miserabili ruberie.
Sembra che il realistico racconto dell’incontro di boxe del 1974 fra Foreman ed il compianto Cassius Clay (deceduto lo scorso 3 giugno, ndr) voglia accennare alla diuturna lotta fra il Bene e il Maligno.
L’intercalare di passi evangelici, encicliche e salmi rafforzano la disperata ricerca di coerenza, frenata dal fardello troppo pesante di limiti e ostacoli che le persone hanno sulle proprie spalle, spalle che sono dentro se stesse.
Padre nostro che sei nei cieli, ci hai chiesto di essere nel mondo ma non del mondo, ma poi ci vuoi umili, insignificanti, sconfitti. Hai voluto guerrieri come San Paolo e sant’Ignazio, li hai esaltati e hai consentito loro di arricchire la tua chiesa. Ma continui a ricordarci che i beati sono i poveri di spirito e gli ultimi saranno i primi. Padre nostro se non ti amassi ti odierei profondamente, e forse a volte lo faccio, perché tu sai che ti sto amando anche in questo momento.
Padre che hai sacrificato tuo figlio, Padre che ti sei fatto carne e hai sentito tutto quello che la carne desidera e pretende.
Padre dei peccatori e degli assassini. Padre dei falliti e dei traditori.
Padre di mio padre, che hai visto amare mia madre, e concepire questo mio corpo indegno. Abbi pietà del mio furore da angelo caduto”.

Fabrizio Giulimondi