domenica 22 ottobre 2023

"L'ULTIMA VOLTA CHE SIAMO STATI BAMBINI" di CLAUDIO BISIO

 


L’ultima volta che siamo stati bambini” di Claudio Bisio – tratto dall’omonimo romanzo di Fabio Bartolomei -  è un film molto bello sulla capacità dei bambini di trascendere l’orrore della guerra per l’abilità innata che possiedono di far prevalere l’amicizia, la fantasia e il gioco sui bombardamenti, la distruzione, la morte e lo sterminio provocati dalla Seconda Guerra Mondiale.

Quattro attori giovanissimi -  che mostrano qualità interpretative incredibili (Alessio Di Domenicantonio, Vincenzo Sebastiani, Carlotta De Leonardis, Lorenzo McGovern Zaini) -  intraprendono un viaggio con animo fanciullesco verso l’inferno dei campi di sterminio: uno di loro è un ragazzo ebreo e incappa nella barbarie nazista inflitta nel ghetto romano il 16 ottobre 1943: i suoi tre amici di avventure (due ragazzini e una bambina molto in gamba) camminano lungo la ferrovia per andare in Germania e liberarlo. Tre ragazzini accomunati da una medesima mente eroica – per dirla con Gianbattista Vico – che li rende tre giganti: pensano di stare vivendo un gioco da grandi ma il tragitto li farà imbattere negli orrori del conflitto.

Indomita rimarrà l’amicizia e il desiderio di fare fuggire l’amico. L’estremo atto eroico di uno di loro sarà compiuto pensando di vivere dentro un fumetto.

Le citazioni cinematografiche sono numerose, dalla tragica giocosità de “La vita è bella” di Roberto Benigni, all’immagine della Luna e dei cieli stellati de “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani, alle scene lungo i binari dei ragazzini di “Stand By me” di Rob Reiner, sino al finale in qualche modo somigliante alla pellicola di Mark Herman “Il bambino con il pigiama a righe”.

Delicato, mai ruvido, pur calato in un proscenio tragico, il film vede nella suora di grande fede (Marianna Fontana) e nel milite fascista (Riccardo Cesari) il tentativo di dialogo fra due modi diversi e, talora, opposti, due mondi che stavano concludendo le proprie esistenze dinanzi allo stesso plotone di esecuzione nazi-fascista.

Peccato il tocco ideologicamente scorretto nel far dire una menzogna alla suora, che critica la Chiesa per non aver fatto nulla contro quell’indecente eccidio: il Regista omette le decine di migliaia di perseguitati politici ed ebrei salvati su ordine di Papa Pio XII, che fece aprire anche i conventi di clausura.

Fabrizio Giulimondi



mercoledì 11 ottobre 2023

"UN PAESE FELICE" di CARMINE ABATE (MONDADORI)

 



Carmine Abate, il cantore della terra e il poeta delle radici, ha scritto un libro che sa di zagara e di polvere: “Un paese felice” (Mondadori).

Esistono racconti tragici che si nascondono nelle pieghe della storia e che spetta alla lirica della parola disvelare ad un mondo sonnolento e disincantato.

Vi sono parole che possiedono la potenza evocatrice della profezia, come Eranova. Ci sono paesini, chiusi dentro i confini della bellezza, fra l’orizzonte del mare e l’arcipelago delle montagne, che sono destinati ad essere distrutti perché così vuole l’insensatezza umana, l’ottusità che, in quanto tale, è già portatrice di violenza.

 Eranova è una parola. Eranova è un luogo, un luogo fisico, un’espressione geografica, uno spazio dell’anima, una novella Hora, una Carfizzi che non esiste più.

Sartre nella parola Florence vi vedeva una città toscana, ma anche una bella donna.

Nella parola Eranova si intravede la fisica e la metafisica di un tratto di terra, si scruta la dimensione rinchiusa nell’anima ove tutti noi amiamo rifugiarci.

Eranova esisteva. Ora non esiste più.

1970-1971.

1983.

Un paese viene cancellato, e la descrizione, lenta, implacabile, che ne fa lo scrittore arbëreshë equivale ad un coltello tagliente che lentamente, molto lentamente, entra nelle carni del lettore.

Questa brutalità appare piano piano, fra un mare mozzafiato, profumi che magnificano l’aria e una comunità vera, una comunità autentica, fatta di uomini, donne, ragazzi, amori giovanili, famiglie, bambini che sciamano in spiaggia come atto di resistenza.

E poi si percepiscono odori di pietanze saporitose e piccanti e volti antichi e occhi profondi e una umanità saggia sciolta implacabilmente in una cecità densa.

Canti bucolici latini che nidificano fra idiomi calabresi per germogliare dentro di noi, oramai prigionieri del presente, desiderosi di avere ancora un passato che non venga cancellato da un futuro arcigno e beffardo.

Abate usa uno stile delicato, profumato, gustoso e soffice, per vibrare una coltellata impietosa finale.

Il dramma è che il set non è il proscenio di una tragedia greca, ma la realtà di un paesino incantevole, abitato da genti vere, che oggi non esiste più.

Eranova è “la nostra storia, la nostra memoria. Senza, non siamo niente”.

Fabrizio Giulimondi

martedì 3 ottobre 2023

“LA VERSIONE DI GIORGIA” di GIORGIA MELONI e ALESSANDRO SALLUSTI (RIZZOLI)

 


Una faccia mostruosa: famiglia, sesso biologico, appartenenza nazionale, fede religiosa, ogni ambito identitario è diventato improvvisamente e velocemente un problema”.

È prassi ricorrente che esponenti politici di variegata importanza e origine politica scrivano biografie, autobiografie, saggi, romanzi, monografie, racconti, ma credo sia la prima volta che un Presidente del Consiglio in carica accetti di essere co-protagonista di un libro-intervista.

La versione di Giorgia” di Giorgia Meloni e Alessandro Sallusti (Rizzoli) traccia il cammino di una donna da giovane militante di Destra a primo Premier italiano di sesso femminile.

Le soluzioni tecniche si abbracciano ai ricordi; i rapporti con i leader stranieri ed i Grandi della Terra si affiancano ad antiche amicizie. Una esistenza travolta da uno tsunami: trovarsi a quarantacinque anni al governo di uno Stato di sessanta milioni di persone, fra la Mitteleuropa e l’Africa che avanza. Idee e passioni che si calano in dimensioni nazionali ed internazionali per mutare in azioni, misure e norme. Anni e anni di battaglie passano dall’etere alla quotidianità degli esseri umani che abitano lo Stivale.

Fare i conti con responsabilità immani, sfide erculee, sforzi titanici: “La prima arte che devono imparare quelli che aspirano al potere è di essere capaci di sopportare l’odio”.

Il lettore passa dalla freddezza dei numeri al calore delle parole, dalla politica e dalle Istituzioni ad una mamma che sente che sta togliendo qualche cosa alla figlia e ad una moglie che scorge solo in lontananza il marito.

Valori che si tingono di speranza.

Futuro che non dimentica il passato.

Quando ho cominciato a leggerlo pensavo di trovarmi innanzi a paccottiglia pseudo-letteraria della personalità illustre del momento, mentre ho trovato un libro fatto di lacrime, umanità, orizzonti, rabbia e amore.

Un lavoro che molti non leggeranno per pregiudizio e, invece, dovrebbero affrontare per conoscere un’altra versione del mondo, un’altra visione della esistenza, un altro e sconosciuto punto di fuga.

“…..Il nostro destino dipenda soprattutto da quello che noi siamo disposti a fare, da quanto siamo disposti a lavorare, da quanto siamo disposti a sacrificare”.

Vi sono emozioni che hanno bisogno di una propria corporeità, di rendersi visibili agli occhi degli altri, per questo Giorgia Meloni si è fatta intervistare: per dare veste con le parole a sentimenti che altrimenti sarebbero rimasti rintanati nei pertugi nascosti dell’anima.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 25 settembre 2023

"LA VISITA. LA BELLEZZA COLLATERALE" di ROCCO CESAREO

 



La visita. La bellezza collaterale”, pièce teatrale di Rocco Cesareo - che è anche voce fuori campo (Maurice) - è strutturata nel dialogo di una attrice (Lucille impersonata da Rita Charbonnier) con se stessa, una attrice un tempo “divina” ed oggi abbandonata dal mondo e da se stessa

Questa, attenzione, è solo la narrazione apparente, solipsica, monadica e monastica, nella quale la voce di Maurice non si comprende se sia reale o frutto della immaginazione allucinatoria di Lucille.

La vibrazione interna alla recitazione si direziona, invero, verso altre sorgenti: la bellezza collaterale.

Cinema e teatro si abbracciano di nuovo. Collateral Beauty, pellicola del 2016 diretta da David Frankel, anticipa la visione nell’opera di Cesareo. V’è una bellezza in ogni cosa, in ogni trancio di vita, anche in ogni tragedia. Una bellezza nascosta, a latere, non vista e non visibile, ma esistente e persistente.

Sta allo spettatore trovarla nel recitativo e fra le pieghe musicali de “La visita”.

 

Fabrizio Giulimondi

 

 


 


venerdì 8 settembre 2023

“OPPENHEIMER” di CHRISTOPHER NOLAN : PREMI OSCAR 2024 COME "MIGLIOR FILM", "MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA", "MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA", "MIGLIOR REGISTA", "MIGLIORE COLONNA SONORA", "MIGLIORE FOTORAFIA", "MIGLIOR MONTAGGIO"

 


Oppenheimer” (Premio Oscar 2024 come "Miglior Film") di Christopher Nolan (Premio Oscar 2024 come "Miglior Regista") è un film con incantevoli effetti speciali sulla coscienza e sulla sua reazione ogniqualvolta prende atto di aver compiuto qualche cosa di terribile, come creare un secondo sole.

Il fisico americano (Cillian Murphy, Premio Oscar 2024 come "Miglior Attore Protagonista") che tradusse le intuizioni di Einstein in bomba atomica e nei morti di Hiroshima e Nagasaki, era il direttore del “Progetto Manhattan” e comprese cosa avesse creato quando vide esplodere la Bomba durante il test Trinity che precedette di qualche settimana il lancio di Little Boy sulle due cittadine nipponiche: Oppenheimer vide sorgere il sole come i piloti dell’Enola gay.

Lo spettatore deve andare oltre la serrata e tragica recitazione, penetrare gli sguardi, le espressioni mimiche, le movenze della bocca, la postura dei corpi.

Lo spettatore deve scorgere nella fisicità lo sviluppo della crisi di coscienza del Prometeo a stelle e strisce.

Se non lo avessero costruita per tempo gli americani l’avrebbero fatta i nazisti.

Einstein: “Se pensate che la Bomba potrebbe distruggere il pianeta dovete condividere l’informazione con i nazisti”.

La coscienza dei giganti.

La coscienza che si muove sempre in ritardo.

La coscienza dovrebbe bloccare le azioni umane ma spesso non lo fa.

La domanda che si pone il pubblico con Oppenheimer: “E’ stato certamente giusto concepire la Bomba prima della Germania hitleriana, ma è stato giusto adoperarla contro una popolazione civile inerme di uno Stato che aveva già perso la guerra?”

La punizione il fisico se la impone offrendosi alla ingiusta accusa di comunismo rifiutandosi di partecipare alla ideazione dell’ordigno nucleare all’idrogeno.

Guardate oltre e dietro l’atomo: scrutate i misteri della coscienza.

Fabrizio Giulimondi




 

 

 

venerdì 4 agosto 2023

"BARBIE” di GRETA GERWIG

 


Mi sono chiesto e mi hanno chiesto come mai il film “Barbie” di Greta Gerwig sta sbancando al botteghino come terzo film più visto nelle sale dopo le riaperture post pandemia. La risposta è semplice e basta guardare la pellicola con attenzione, scrutando i dettagli sino alla fine.

Barbie” è un lavoro cinematografico di liberazione dello spettatore dalla opprimente imposizione fluida, liquida, queer e gender. È esaltata la “Bellezza” femminile, la bellezza di donne vere, non frutto del laboratorio transgender. Le differenze corporee e psicologiche dei due sessi, maschio e femmina, sono marcate, in chiave ovviamente macchiettistica, in modo chiaro e senza equivoci.

Nel mondo irreale e plastificato di Barbie - quello della bambola immessa in commercio il 9 marzo 1959 - la felicità è artefatta perché vissuta da donne irreali, prive di vagina, in quanto tali incomplete, e l’elemento maschile è un optional, un Ken, un maschio finto, senza il pene.

Il maschio vive di riflesso alla femmina: Ken vive per farsi notare da Barbie. Maschile e femminile sono in contrapposizione secondo la concezione vetero-femminista. La Barbie soppianta le bambole di un tempo che aiutavano le donne, sin dalla loro infanzia, a divenire buone mogli e brave madri.

Barbie rivoluziona la percezione delle donne nella società, strumento ludico di lotta alla discriminazione.

Barbie è una wasp. È bianca, americana, bionda, molto californiana, bella e sexy: è femmina, parecchio femmina. Questa femminilità non smette mai di esistere e di imporsi per tutta la durata della proiezione, con i tacchi o con le orribili Birkenstock, con o senza trucco: Margot Robbie - l’attrice che veste i panni della creazione di Ruth Handler - è bellissima. La femminilità, l’essere donna, sono l’autentico leitmotiv della trama. Non si può essere donna senza il reale, senza l’umanità ed i suoi risvolti negativi, senza il pianto, il dolore e la morte. Barbie vuole questo per essere vera, completa, tutta ragazza, tutta essere umano. Barbie, così, decide di fare parte di quella Umanità composta di uomini con il pene e donne con la vagina. I dettagli sono fondamentali. Le ultime immagini mostrano una bambola Barbie con il bambino da inserirle nella pancia. La vagina è aperta alla vita e Barbie si reca dal ginecologo perché, in quanto donna e per volontà della natura, è potenzialmente madre. Non v’è alcuna concessione agli LGBT. Alcuna. Gli uomini e le donne sono complementari, non gli uni contro le altre: solo complementari realizzano se stessi, completano se stessi e possono cercare di migliorare l’esistenza umana, perpetuandone la specie.

Questo film è l’esaltazione della normalità e della naturalità e avversa gli stereotipi. Il pianto non appartiene solo all’ “altra metà del cielo” ma anche all’uomo, che non perde la propria mascolinità versando lacrime.

Ad essere preso in giro è chi qualifica “fascista” tutto ciò che non rientra fra le sue idee, ma v’è salvezza anche per lui. L’adolescente woke, eternamente triste e arrabbiata, ritroverà il sorriso e l’amore per la madre proprio entrando in contatto con il mondo leggero e “curvilineo” di Barbie.

Le citazioni sono numerose: dalle scene iniziali di “2001: Odissea nello spazio” con lo splendido brano “Così parlò Zarathustra” ai musical di Broadway (penso a “Tommy” degli Who), sino ai cantanti rock e rapper anni ’70 e ’80 con la pelliccia sopra il petto nudo (segno di virilità non di altro come taluni, inventando, hanno ideologicamente affermato).

Secondo me si sono sbagliati a produrre questa pellicola: proclama, in modo esplicito o subliminale, valori tradizionali.

Fabrizio Giulimondi


                                


 

 

mercoledì 2 agosto 2023

"LA PORTALETTERE" di FRANCESCA GIANNONE (NORD): VINCITORE PREMIO BANCARELLA 2023

 


La portalettere” di Francesca Giannone (Nord), vincitore del Premio Bancarella 2023, è un romanzo morbido ed emozionante che fa viaggiare il lettore nella metafisica degli affetti. La famiglia, oggetto di puntuale e premeditata aggressione da parte della odierna letteratura e cinematografia, in “La portalettere” viene descritta in maniera articolata e amorevole.  I personaggi – tutti ampiamenti raffigurati dall’interno e dall’esterno - non vi abbandoneranno terminata la lettura, ma continueranno a cercarvi.

L’Umanità è rappresentata ad ampio spettro ed ogni protagonista, coprotagonista, attore secondario o comparsa, ne compone la maestosità, fatta di ordinarietà e straordinarietà, quotidianità ed eccezionalità. La Giannone sembra voler sussurrare che ogni persona è un mistero a se stessa, amplificandosi il mistero ogniqualvolta una relazione sbocci.

L’Autrice sembra la Austen italiana che fa trasmigrare le sue creature letterarie dalle campagne britanniche a quelle salentine.

La narrazione è ritmata dalle sonorità che hanno punteggiato il ventennio fascista ed il primo dopo guerra.

I fatti storici, dalla “avventura” mussoliniana africana al crollo del Regime, sino all’arrivo della Repubblica, sono raccontati tramite i titoli delle pellicole dell’epoca, le canzoni del tempo e gli accadimenti sociali al pari del matrimonio fra la Regina Elisabetta con il principe Filippo e del sopraggiungere dell’uso del telefono.

Goethe e Cechov accompagnano il lettore e rafforzano il legame fra Anna, la Portalettere, la Forestiera dagli occhi del color delle foglie di ulivo, ed il cognato Antonio. Ogni membro della famiglia traccia una storia, verga un sentimento, marca il dualismo eterno dell’animo umano, il suo bianco come il suo nero, ripercorrendo la ricerca della felicità e la tragica condizione di costante insoddisfazione umana. Daniele porta con sé un segreto a lui nascosto che cambia non solo il suo percorso esistenziale, ma anche quello di chi lo circonda, prima fra tutti la tragico-ellenica Lorenza.

La portalettere è una Anna Magnani letteraria che incarna il turbinio innovativo e la voglia di rivalsa  delle donne, invera una suffragetta ligure trapiantata nella Puglia del marito, Carlo, pura energia creativa.

La portalettere” è un tappeto persiano ricamato con più fili, di colori smorti e pungenti, che portano il lettore e non mollare mai la presa.

Sul tronco del Grande Leccio poggiano la schiena Carlo e Antonio, fratelli legati da un legno duro come la quercia. Il dopobarba mentolato e l’odore speziato del sigaro di Carlo impregnano le pagine del libro, mentre il sentore del pesto di Anna e Giovanna si insinua nel palato del lettore che avverte anche sapore gustoso delle pietanze di Agata. Non esistono figure sgradevoli perché tutte vivono di una umanità profonda e radicale.

Ed il lutto tutto cancella e tutto innova.

Tutto vede e tutto cela.

Credo di aver sentito…di essere a casa. Di poter mostrare il mio lato più fragile, sapendo che l’altra persona lo capisce, lo accetta, se ne prende cura, e non lo userà mai contro di te.”.

Fabrizio Giulimondi