domenica 29 dicembre 2013

FABRIZIO GIULIMONDI: VERSO IL TRAMONTO DEL 2013 E L'ALBA DEL 2014


Molte sono ancora le lotte da affrontare, le sconfitte da subire e le vittorie da assaporare,
ma il Fato non ci ha ancora domato



.........che il 2014 ci trovi degni.............

Fabrizio Giulimondi



sabato 28 dicembre 2013

"IL BORDO VERTIGINOSO DELLE COSE" DI GIANRICO CAROFIGLIO

Il Bordo Vertiginoso delle CoseSiamo giunti alla fine del 2013 e  il libro di fine d’anno che Vi propongo è l’ultima fatica del magistrato -  scrittore, già parlamentare nazionale del Partito Democratico nella legislatura 2008 – 2013,  Gianrico Carofiglio “Il bordo vertiginoso delle cose” (Rizzoli). Questa Rubrica ha già recensito un’opera di Carofiglio, “Il silenzio dell’onda” (Rizzoli), finalista del Premio Strega 2012, e di lui avevo letto in precedenza  “Ragionevoli dubbi” (Sellerio), che vede il ritorno come protagonista dell’avvocato Guarnieri.
Carofiglio ha uno stile scorrevolissimo, piacevole ed immediato,  tanto che “Il bordo vertiginoso delle cose” lo si legge in un battibaleno. Nei suoi scritti sono visibilmente presenti tracce della sua professione magistratuale (ad eccezione proprio  del romanzo in commento), con continui riferimenti ad attività e terminologie di natura  poliziesca e giudiziaria, oltre del suo animo di sinistra, con persistenti richiami  all’antifascismo e  alla violenza dei “neri”. Tale passione ideologica si rintraccia anche in questo libro, unitamente ad un coraggioso richiamo di verità alla brutalità cieca e pericolosa dell’altro fronte, incarnata da uno dei due coprotagonisti, Salvatore, inserito nella galassia extraparlamentare comunista della metà degli anni settanta, dedito all’odio contro i c.d. fascisti, sempre  pronto a ferirli  ed a ammazzarli.
“Il bordo vertiginoso delle cose” a livello figurativo è paragonabile all’arte del pittore statunitense  Jackson Pollock, uno dei principali esponenti della corrente artistica dell’espressionismo astratto, a partire dal titolo, che riprende  un  verso di Robert Browning “A noi preme soltanto il bordo vertiginoso delle cose”, per passare al potpourri  e mixage dotto, erudito, colto, raffinato ed intelligente, di riferimenti filosofici e  letterari. Vi sono stralci di lezioni sui massimi pensatori greci dell’antichità  da Platone ad Aristotele, evidenziando le concezioni dei  sofisti come Protagora, Gorgia e  Antifonte, lucidamente  esposti dalla seconda protagonista, Celeste, la supplente di filosofia di cui Enrico si innamorerà e che cambierà in lui l’approccio con la scuola (“Era la sua capacità di trattare gli argomenti partendo da spunti inattesi per giungere a conclusioni sorprendenti, che la rendeva ancora più bella di quanto non fosse in realtà. Nei suoi discorsi c’era una grazia vertiginosa a e una capacità di evocazione delle intelligenze, dalle quali era impossibile non restare incantati”).
La colonna sonora  della narrazione è costituita dai brani dei grandi cantautori italiani e stranieri dell’epoca, da Francesco de Gregori a Neil Young,  e la stessa individuazione cronologica è compiuta non direttamente ma attraverso richiami cinematografici, come al film del 1977 di Woody Allean Io ed Annie.
Il protagonista, un po’ patetico, un po’ melodrammatico, un po’ simpatico,  è Enrico. Nutro il motivato sospetto che le vicende che lo vedono coinvolto abbiano un qualche sapore autobiografico, a partire dal nome (Enrico-Gianrico), dall’ambientazione a Bari, località  natia di Carofiglio (la dovizia di particolari descrittivi e le molteplici citazioni di  strade e piazze appartengono più ad un afflato dell’anima che al mondo della toponomastica), nonché  al periodo storico della adolescenza scolastica di Enrico, risalente  proprio agli anni degli studi superiori dello Scrittore.
Enrico è un letterato di origini baresi che vive a Firenze. Dopo il grande successo della sua opera prima, ha il classico blocco dello scrittore. Vicissitudini personali aggravano la sua situazione: la perdita della madre e la fine del rapporto sentimentale con la ultradecennale convivente. Nasconde la propria  crisi mentendo a sé stesso e agli altri.
Legge sul giornale di una rapina a Bari finita con l’uccisione del rapinatore. Lascia Firenze per recarsi qualche giorno a Bari, anche se  non sarà affatto per qualche giorno.
Il rapinatore morto è Salvatore, suo compagno al primo liceo classico, già a quei tempi violento attivista politico di sinistra e “allenatore” in una palestra  clandestina, dove  si addestrano i picchiatori “compagni” ad aggredire o difendersi dagli aggressori “fasci”. Salvatore diventerà un terrorista rosso dedito alle rapine come strumenti di finanziamento delle attività eversive. In questa palestra viene cooptato anche Enrico, più interessato, però, all’insegnante, Celeste,  che sostituisce il titolare della cattedra in materie filosofiche. Le sue lezioni lo coinvolgono intellettivamente, ma, soprattutto, sensorialmente, portandolo ad un rapido innamoramento.
“Il bordo vertiginoso delle cose” è racconto di occupazioni, autogestioni, cazzotti, calci, testate sul naso, risse, follia, odio fra fazioni che hanno portato la Repubblica nel baratro per lunghi anni. E’ ricordo  di un certo antifascismo fatto di spranghe e chiavi inglesi, molto simile a quel fascismo, simbolo di soprusi e di sangue,  che si voleva combattere. E’ viaggio fra  amori perduti e impossibili di uno studente per la professoressa, che poi il tempo potrebbe rendere possibile. E’ un amarcord dell’Autore per un passato, il suo, il nostro, vissuto da diverse barricate.
L’immersione di Enrico in quel tempo, in quella seconda metà degli anni settanta, la rentrèe al primo liceo classico dell’Istituto Orazio Flacco di Bari, le reminiscenze non più nebulose ma vivide di Celeste e Salvatore,  degli altri compagni di classe,  degli altri docenti, smuovono la fuliggine che si era addensata in lui: solo la ricerca di  Celeste per incontrarla di nuovo potrà far sì che il passato diventi presente e, nel presente, arrivi un nuova creazione letteraria.
Malinconia, sensazione  di irrimediabile fallimento e sconfitta,  pervadono  ogni singola riga, come una nebbiolina inconsistente ma fastidiosa. Verso la fine, lentamente ma inesorabilmente, si dissipa, scompare, intravedendosi prima soffusamente, poi più marcatamente, i raggi del sole, quei raggi di sole che traspaiono quando le nuvole  che si erano pericolosamente abbassate  su un viottolo di campagna finalmente si alzano.
L’Autore fa dire a Stefania, a cui  Enrico dette il suo primo bacio, scampata ad un tumore ai polmoni:” Allora pensavo alle cose che non avevo fatto, al tempo sprecato e venivo presa da una terribile malinconia. Contemplavo  la mia vita da quello che credevo fosse il mio letto di morte….( a cosa pensavi?) Al tempo sprecato…ai libri che non avevo letto, alle cose che non ero capace di dire alle persone cui avrei dovuto dirle…. Ai viaggi, alle passeggiate non fatte….pensavo a tutti i rischi che non avevo voluto correre.”.


Fabrizio Giulimondi

giovedì 26 dicembre 2013

FABRIZIO GIULIMONDI: BUON NATALE AI NOSTRI MARO'!



India, svolta nel caso dei Marò: processati da tribunale speciale

Buon Natale a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ancora illegittimamente detenuti dal governo indiano.
Che il 2014 li veda liberi in Patria!
Fabrizio Giulimondi

martedì 24 dicembre 2013

lunedì 23 dicembre 2013

"FELICI I FELICI" DI YASMINA REZA

http://www.amazon.com/gp/product/8845928268/ref=as_li_tl?ie=UTF8&camp=1789&creative=390957&creativeASIN=8845928268&linkCode=as2&tag=bookrevi0dd0-20&linkId=A4EDG4FIEN3MCEQM“Felices los amados y los amantes y los que pueden prescindir del amor. Felices los felices” (“Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell’amore. Felici i felici”). Da questi versi,  estrapolati  dal libro di poesie di Jorge Luis Borges “Frammenti di un vangelo apocrifo”, la celeberrima scrittrice parigina di origini iraniano-ungheresi Yasmina Reza ha tratto il titolo del suo ultimo capolavoro “Felici i felici” ("Heureux les heureux") (Adelphi editore), prezioso racconto sulla vacuità, la profondità e le asprezze dell’amore.
Poche ore di lettura per immergersi nella bellezza della tristezza e della malinconia degli affetti, in quell’attimo dorato ed irripetibile dell’innamoramento e nel protrarsi lento e consunto del sentimento quotidiano, che sembra, sembra, aver macerato l’antica passione, ma che la morte proverà  che così non è.
“A che punto quel passato si sia dissolto e volatilizzato. Due persone vivono fianco a fianco e ogni giorno la loro immaginazione si allontana in modo sempre più definitivo. Le donne, nel loro intimo, si costruiscono palazzi incantati. Tu sei lì dentro da qualche parte mummificato ma non lo sai”.
Ventuno storie che raccontano i misteri del voler bene all’altro di ventuno personaggi che girano intorno alla famiglia Toscano, Robert, Odile e i due figli: i loro genitori,  suoceri,  cognati,  generi,  nuore,  amici e  amanti.
Caratteri marcati e  pennellate decise descrivono le donne e gli uomini,  tutti egualmente protagonisti, di questo piccolo trattato su ciò che muove e distrugge l’umanità e che è ontologicamente coessenziale all’essere umano,  che con esso nasce e con esso muore: l’amore.
Yasmina Reza non si sottrae ad una critica pungente ed aspra di certi lati femminili,  non indulgendo a commiserazioni che trova fuori luogo e, soprattutto, fuori dalla verità che deve essere sempre la stella polare di uno scrittore che si propone di incunearsi fra le pieghe nascoste dell’anima: ” Le donne soccombono al fascino degli uomini terribili – urla dentro di sé Jeannette Blot -  perché gli uomini terribili si presentano mascherati come a un ballo”. Anche Hélène Barnèche è incastrata in questo perverso e subdolo meccanismo: fra il marito dolce e premuroso e l’uomo dominatore, sprezzante e violento, opta fatalmente per il secondo, ossia per il proprio annientamento.
Anche il rapporto omosessuale è fugacemente preso in considerazione, ma nel brandello di storia esso è trattato come mero sfogo sessuale, prezzolato, mercenario, putrido.
Le origini culturali e religiose ebraiche della Autrice trapelano in maniera garbata in molti passaggi della narrazione, non con l’irruenza che contraddistingue Alessandro Piperno, nelle cui opere letterarie (di indubbia valenza e bellezza) traspare un senso di sdegno e di fastidio per usanze e costumi giudaici.
E’ una lettura quella di “Felici i felici” che non potrà non sollevare conflitti interiori e, soprattutto, non potrà non subire un duplice e diametralmente opposto approccio emotivo, critico  e valutativo, da parte delle due metà del cielo.
Una certezza v’è ed è indiscutibile: leggetelo!

Fabrizio Giulimondi


domenica 22 dicembre 2013

"LO HOBBIT - LA DESOLAZIONE DI SMAUG" DI PETER JACKSON

Locandina italiana Lo Hobbit - La desolazione di Smaug
Oramai si può tranquillamente affermare che John Ronald Reuel Tolkien (3 gennaio 1892 – 2 settembre 1973) ha creato un genere letterario, banalmente definito dai più come fantasy,  ma che in realtà è ascrivibile alla nobile stirpe dei  poemi epici dei grandi Autori greci e latini,  discendente  anche dal  filone mitologico celtico, vichingo e  teutonico.
La prima trasposizione sul grande schermo delle opere di Tolkien ad opera del regista neozelandese Peter Jackson è avvenuta con la trilogia “Il Signore degli Anelli” (“La Compagnia dell’Anello”, “Le Due Torri”, “Il Ritorno del Re”).
Jackson negli ultimi anni sta affrontando la traduzione filmistica del racconto  di Tolkien precedente al “Signore degli Anelli”, prodromico a quest’ultimo,  “Lo Hobbit”. Anche in questo caso il libro dello scrittore  britannico è trasmutato in una trilogia cinematografica. Lo scorso anno è stato distribuito  nelle sale di oltreoceano ed europee “Lo Hobbit - un viaggio inaspettato” (recensito in questa stessa Rubrica), mentre in questi giorni agli amanti del genere è proposto “Lo Hobbit -  la desolazione di Smaug”.
Sensibilmente differente da Il Signore degli anelli e dal primo episodio de Lo hobbit, per narrazione e diversificata presenza dei personaggi, “La desolazione di Smaug” è senza dubbio migliore del precedente, per qualità dell’immagine,  fotografia rafforzata da colori vividi e fluorescenti, affascinante scenografia ambientata sempre fra le montagne e le foreste neozelandesi e, infine, le battaglie lunghe, avvincenti e particolareggiate.
Il mezzo uomo Bilbo Baggins sostituisce Frodo, mentre i nani sono i veri protagonisti delle avventure raccontate, seppur gli elfi con Legolas  non mancano di dare il loro robusto contributo alle lotte, insieme al mago guerriero Gandalf il Grigio. Dalla parte del Male, oltre gli orripilanti orchi e, sullo sfondo, l’occhio del malvagio Sauron, compare il grande drago Smaug, descritto con le fattezze classiche tramandate dalla tradizione favolistica europea, oltre e nel rispetto delle leggende nordamericane.
In attesa che nel 2014 esca la terza “puntata”, secondo la consolidata tecnica dello spezzettamento della narrazione che, oramai, i cineasti fantasy pedissequamente seguono (al pari di Twilight, Harry Potter, Shadowhunters, Hunger Games), con finali che non sono finali, godiamoci ancora una volta il frutto del  portento creativo ed intellettivo del duo Tolkien- Peter Jackson.

Fabrizio Giulimondi


sabato 21 dicembre 2013

"UN FANTASTICO VIA VAI" DI LEONARDO PIERACCIONI


 
“Un fantastico via vai” di e con Leonardo Pieraccioni si fa vedere, pur partendo male all’inizio con qualche parolaccia di troppo e un po’ diesel.
Il film cresce esplodendo alla fine con immagini poetiche e gioiose che inneggiano alla vita e al futuro, mostrando il vero volto di Pieraccioni padre da tre anni di una splendida bambina. Il brano  stesso che fa da colonna sonora  al the end è cantata dal regista-attore.

Una spremuta di attorialità italica, con Serena Autieri, Maurizio Battista (che si sta facendo vedere sempre di più sul grande schermo), Marco Marzocca, Marianna di Martino (volto splendido, veramente bello, che  ha senz’altro meritato il titolo di Miss Sicilia e, nello stesso anno,  il secondo posto di Miss Italia 2008), Chiara Mastalli (un film fra tutti: Notte prima degli esami 1 e 2), Massimo Ceccherini e Giorgio Panariello.

Mia figlia Elisa lo consiglia a tutti i lettori del blog!

Fabrizio Giulimondi