lunedì 3 settembre 2018

“LE INTERMITTENZE DELLA MORTE” di JOSÉ SARAMAGO

E se la Morte decidesse di deporre la sua falce e smettere di operare nel Mondo? Se l’Umanità per un periodo di tempo, o per sempre, non conoscesse più la cessazione della vita, cosa accadrebbe? Quali sarebbero le conseguenze sociali, umane, economiche, politiche, istituzionali, religiose, spirituali, individuali e collettive, esistenziali e relazionali della imperitura permanenza in vita dei corpi delle donne e degli uomini che dimorano sul pianeta denominato Terra? E cosa succederebbe se anche la Morte dal mantello nero che ricopre un terrificante teschio scoprisse quel sentimento che gli umani chiamano “Amore”?
Solo il Premio Nobel per la letteratura José Saramago poteva dare rispose letterarie adeguatamente geniali con il suo tipico stile senza punti, interruzioni e cesure, che determina un continuum di inenarrabile bellezza estetico-narrativa, ne “Le intermittenze della morte” (Universale Economica Feltrinelli, 2013).
Chi non lo leggerà perderà molto.

Fabrizio Giulimondi

martedì 28 agosto 2018

"IO SONO IL FUOCO" DI ANTONIO MONDA


Oramai quella che si stagliando nei cieli letterari italiani (e non solo) è una vera e propria saga della New York lungo il tempo, dal 1910 al 1980. Il settimo lavoro di Antonio Monda, “Io sono il fuoco” (Mondadori), è autenticamente intrigante nel suo perlustrare con veritiera efficacia e delicatezza le debolezze umane. “Io sono il fuoco” (esplicito richiamo alla poesia “Il tempo” di Jorge Luis Borges) è il romanzo dei limiti umani,della fragilità con cui ogni uomo ed ogni donna convive, delle contraddizioni da cui nessuno scappa, delle promesse mancate unica certezza dell’esistenza su questa Terra. Un uomo e una donna, due storie che divengono una pur rimanendo separate perché il passato non può essere realmente condiviso: il passato è solo di chi lo ha vissuto. Gli abusi subiti da lei; l’inazione che è di per sé azione condita da viltà quando si è rimasti silenti dinanzi il sopraggiungere del nazionalsocialismo: non si è meno criminali solo perché non si è ucciso ma, pur sapendo, nulla si è fatto.


Tre protagonisti: New York, lui e lei.


La Grande Mela descritta come non mai, la cui anima è estratta come un cuore da un corpo durante un’ operazione chirurgica, il cui foliage autunnale mozzafiato il lettore ammira e ne sente l’interminabile e indistinguibile rumore di sottofondo: “La stagione più bella a New York è l’autunno, chi dice il contrario non conosce la città. Non è soltanto una questione di colori: è l’unico posto al mondo nel quale la fine dell’estate non comunica un senso di morte, ma di rinascita. E nulla trasmette questa sensazione di vittoria come l’infilata trionfale di palazzi che costeggiano il parco a sud, e poi si arrampicano, abbassandosi appena, nel lato est.”.
E’ un libro sulla incessante ricerca della felicità, entusiasmante inganno, primo degli inganni, dell’Umanità. E’ un romanzo il cui respiro è Dio, anelito primordiale e finale dei due protagonisti.
La coscienza della propria  finitezza, l’indagine ossessiva della propria nullità perché niente si è riuscito a dare e fare proprio quando si doveva dare e fare, contrastano e impattano brutalmente con la gioia di vivere ad ogni costo, in quanto  è la stessa vita ad essere occasione irrinunciabile per provare felicità: “Sono un mediocre perché sono un uomo, questa è la realtà. E niente mi spaventa più di me stesso, ma anche da questo ho imparato a fuggire” … “ ‘Dare alla luce un figlio è l’unica cosa che ci fa intuire, almeno per un attimo, cosa deve aver provato Dio quando ci ha creato.’ Lo disse con naturalezza, per lei la fede era la vita stessa.”.
Ed ecco Marlene Dietrich  che inizia a cantare…
Fabrizio Giulimondi

mercoledì 22 agosto 2018

"LE ASSAGGIATRICI" DI ROSELLA POSTORINO (FELTRINELLI): VINCITORE PREMIO CAMPIELLO EDIZIONE 2018


Le assaggiatrici

Vi sono tranci di storia da pochi conosciuti e che vengono portati allo scoperto da grandi scrittori che nel loro incedere immaginifico disvelano dimensioni del Passato che divengono, poi, sfaccettature dello spirito.
Ogni tiranno di ieri e di oggi che si rispetti è terrorizzato di poter morire per mano di avvelenatori e, di conseguenza, si circonda di “assaggiatori” che si immolano, volenti o nolenti, in suo luogo.
Hitler non si è sottratto a tale prassi consolidata e Rosella Postorino, con “Le assaggiatrici” (Feltrinelli) – vincitrice del Premio Campiello 2018 – ci intrattiene mirabilmente sulla storia di una “degustatrice forzata”, racconto che emerge dalla vita realmente vissuta da una ragazza che ad ogni boccone rischiava la morte.
Gli intrecci psicologici sono numerosi e complessi e, attraverso il cibo, la narrazione entra in contatto con un’Umanità trattata come res, privata dell’anima e dotata solo di corporeità, una corporeità concentrata tutta sull’apparato digerente, bisognosa di sentimenti amorosi anche da parte di chi ti guarda morire fra atroci spasmi senza batter ciglio.
La parola agisce per mezzo di odori di corpi senza dignità che assorbono gli umori degli ambienti dove stazionano, corpi che sanno di fienile, di cibo, di vomito e diarrea, della paura che si prova sapendo che ogni forchettata o cucchiaiata può bruciare di veleno.
I vocaboli sono il significato, gli aromi e i fetori il significante.
E anche nei refettori controllati dalle SS si fa la storia, mentre l’operazione Valchiria fallisce e il colonnello Claus Schenk von Stauffenberg viene fucilato. E la storia è fatta anche di fragranze, pungenti come il terrore, aspre e nauseabonde come il gas.
“Avrei potuto sapere in quel momento delle fosse comuni, degli ebrei che giacevano proni, attaccati l’uno all’altro, aspettando il colpo alla nuca, della terra gettata sulle schiene, e la cenere e l’ipoclorito di calcio, per non farli puzzare, del nuovo strato di ebrei che si adagiavano sui cadaveri, e offrivano la nuca a loro volta. Avrei potuto sapere dei bambini alzati per i capelli e fucilati, delle file lunghe un chilometro di ebrei o di russi – sono asiatici, non sono come noi – pronti a cadere nelle fosse o a salire sui camion per essere gasati con il monossido di carbonio. Avrei potuto apprenderlo prima della fine della guerra. Avrei potuto chiedere. Ma avevo paura e non riuscivo a parlare e non volevo sapere.”.
Fabrizio Giulimondi

martedì 21 agosto 2018

'OF OCHER AND COBALT' by GIULIANA SARTI


But there was a painting of his, revealing, in the sad years lived by Miguel, a painting of large proportions, with black and cobalt background, bunches of fire instead of disappeared stars, leafless black and burnt trees, and in the center the menino, the child, sharp angles the shoulders, sharp angles his closed hands tight on his chest, empty eyes and black orbits, crosses everywhere and from far, like memories, fleeting dreamlike appearances, a woman lowering her head on her child in a protecting and loving gesture. Naked trees like begging hands. Almost immaterial, small and defenseless in the big crash of death, in war and abandonment, the crianca, the innocent creature has to be the symbol, an oniric and moral totem.'
'Of ocher and cobalt' is Giuliana Sarti's (www.servizi-per-editoria.it)fourth literary prowess. When one succeeds in making Beauty palpable, it is not easily discussed. Writing an autobiographical novel like one paints a picture. The word like colour. The word used on the paper like pigmented paste on watercolor, until the contours differentiating them disappear.
The Author is inside the word and maneuvers it in a refined way. This is the book of words and colours which appear to each other in uncertain traits, lost in a confused and trembling horizon similar to that of the Sahara immersed in a cloud of fire red sand.
Sarti paints with her writing and her pen is a mastered brush giving life to words that incarnate wild emotions.
It is unclear whether a word is simply this or a scratch of spatula on a palette or Edith Piaf's voice or the freeze frame of a crowded street of Sao Paolo or a dusty African village, or simply, one of the bricks of a magnificent architectural work.
'Of ocher and cobalt' is a placid lake violently burst into by a rock thrown, a walk on a soft carpet which mutates into pins and then into nails, or the fragrance of a bright red flower which first emanates a delicate scent of honey, then to sting unexpectedly the sense of smell of the reader with a pungent and penetrating aroma.
'Of ocher and cobalt' is a tireless flux of energy, it is a coming and going, a walking up steps with not enough rungs to descend them.
From an undecipherable place, we hear the melancholy rhythms of Bossa Nova and the sounds which will escape the pages take the reader by the hand to dance a batucada.
It is a roaming book, Dario's incessant peregrination while his beloved wife Maria wanders uninterruptedly along arduous paths of the soul that no one is able to scrutinize.
A Leopardian touch inebriates of immensity the subjugated eyes by words which do not lock but are locked into infinite spaces, like the large Amazon forests or the stylized and icy Brazilia. From the magnificent tapestry of adjectives and syntactic games emerge Dario, Maria, Bruno, Lele and Miguel, like a painting whose perspective sharpens always more violently until it spills out of the frame like a bas relief: their feelings, emotions and moods, first feeble and suffused like the amber and gentle light of a little Shakespearean study, invade the narration without any more care for anyone, skinless, disembodied in their most brutal authenticity in the dusk of the story, disallowing any saudade, any melancholia, any sadness and defeat.
As Sartre would say, the gardenia is a flower which embellishes Maria's garden, or maybe it is the flower decorating Maria's hair, or better still, it is a word which becomes a scarlet stain which changes into a flower or in reality it is nothing but a voluminous gardenia which assumes the form of a word to adorn with flora the whole story.
Characters who delicately stride and move across the pages to reveal their Hellenic tragicity only at the end. The word which, shape shifting and polymorphous, flowers in architecture and music and dance and painting and sculpture as impenetrable as it is vigorous, but also in floral ornaments; a plot which, positioned at first on the background of the stage, suddenly leaps to the foreground with a furrowing brow.
Prose takes poetry in its arms in an indistinguishable embrace. Immaculate pages that invade the space to lend it the meaning of a death that cannot be pushed back anymore, of a resigned fatality, of a destiny one cannot oppose anymore, of solitude heavy with a love as dense as clotted blood, of an irrevocable desire to return to an ethereal form.
Is it the old man asleep who dreams of having become a yellow butterfly, asks Branduardi 'the finder' to himself, or is it the yellow butterfly which dreams of being an old man asleep at the roots of a tree?
To immerse oneself in a sea of literature to drown in it: how sweet this abandonment in signs tainted in ink 'of a sky imprisoned in wire'!
'The everyday is the foundation on which we walk and the people we love are those who save us and lead us to destruction. We are always accompanied by a loneliness we ignore, by a love we do not fully know.'
Fabrizio Giulimondi


martedì 10 luglio 2018

PIERO CORIGLIANO: "MELLON COLLIE AND THE INFINITE SADNESS"


Risultati immagini per Smashing Pumpkins

Gli Smashing Pumpkins si presentano alla terza prova ufficiale della loro carriera tirati a lucido e in formazione completa dopo un promettente, ma acerbo disco di esordio, Gish (1991) e un brillante secondo album, Siamese dream (1993), definito da alcuni critici un capolavoro.
Si comincia a intravedere la personalità di Billy Corgan, cantante e chitarrista principale del gruppo, dotato di una timbrica vocale molto particolare, nasale e stridula, sottile e aspra, che tuttavia affascina per sensibilità, freschezza e irriverenza. Le composizioni della band sono quasi tutte firmate Corgan, mettendone in luce i tratti da protagonista e accentratore, che tende ad oscurare gli altri, pur validi, componenti della band, che sono James Iha, seconda chitarra, D'Arcy Wretzky, al basso e il batterista Jimmy Chamberlin.
In questo nuovo album che vede la luce alla fine del 1995 tuttavia, non appare solo un seme, un embrione, ma un frutto gustoso e compiuto: la personalità di Corgan esce fuori definitivamente, nei suoni e nelle liriche, regalandoci un viaggio appassionante nell' “Universo rock”.
Lo scorrere delle tracks mette in evidenza la sua natura di concept album: la prima parte si chiama “Dawn to dusk”, dall' alba al tramonto, la seconda parte è intitolata “Twilight to starlight”, dal crepuscolo alla notte stellata.
L'apertura è affidata al giro di piano circolare della title-track, brano solo strumentale che scorre soavemente.
A seguire troviamo “Tonight, Tonight” il cui maestoso inizio scandito da una sinfonia di archi è il preludio a un autentico inno sulla bellezza del vivere qui e adesso, in una dimensione romantica e sognante, ma sincera e profonda, come il timbro vocale di Corgan, che si ama o si odia, ma è indiscutibilmente genuino in questo bellissimo pezzo di rock-opera.
Dopo gli incanti della notte, arriva la furia di “Jellybelly” a spazzare via tutto, mettendo in chiaro quello che gli Smashing Pumpkins sono effettivamente, cioè una rock band.
E il 'Welcome to nowhere' urlato da Corgan suona come un grido di sfida e di battaglia, che ci fa sprofondare in questa terra di nessuno, dove si perdono le mappe, i confini e i riferimenti.
Zero” irrompe con un riff di chitarra dirompente, con una forte carica di energia e fra i muri di chitarre distorte lascia intravedere uno sfogo amaro e negativo, di un protagonista che non nutre alcuna stima di se stesso e rifiuta persino di specchiarsi nella propria immagine.
Here is no why” è un omaggio di Corgan alla noia adolescenziale, la narrazione delle giornate ripetitive e solitarie di un ragazzo immaginario, che non riesce a intravedere un motivo nella propria esistenza. Musicalmente è un brano rock di buona fattura.
La traccia n. 6, pur continuando sulla scia del leit motiv pessimistico, non può lasciare indifferenti, per l'interpretazione corganiana che sorretta da una band in perfetta forma, raggiunge livelli di intensità e pathos difficilmente emulabili: è “Bullet with butterfly wings” martellante e acidissimo brano rock and roll a tinte grunge, capace di raggiungere vette di lacerante dolore.
Tra vuoti e pieni, silenzi e improvvise esplosioni chitarristiche, rullate di batteria precise e potenti e velenosi squarci di rabbia repressa e carica di effetto nella voce dell’egocentrico leader.

To forgive” rilassa un po’ gli animi, tra un senso di utilità (o inutilità?) del tempo che affiora e momenti di nostalgia dell'infanzia, quasi una forma di riflessione su passato e presente.
An ode to no one” riprende invece i Pumpkins arrabbiati con il mondo, unendo l'irruenza del punk alla forza del metal, senza suonare affatto scontata.
Il verso 'Destroy the mind, destroy the body, but you cannot destroy the heart' suona come un altro grido di battaglia per la generazione ribelle e tormentata, di cui Corgan si erge a portavoce.
Segue “Love”, originale brano sull' amore, un synth-rock tra i più sperimentali del disco, sospeso tra minimali effetti chitarristici che lo tengono in un difficile e pretenzioso, ma riuscito equilibrio.
Cupid de Locke” e “Galapogos” sono due dolci e splendide melodie dalle quali farsi cullare senza troppi pensieri, la prima soffice e sognante, la seconda caratterizzata da quell' infinita e inspiegabile malinconia che marchia a fuoco il disco, come un timbro indelebile.
Muzzle” e “Porcelina of the vast oceans” hanno il pregio di innalzare il gruppo su vette di hard-rock notevoli, con un grande slancio la prima, con velleità progressive la seconda, caratterizzata da alcune parti strumentali e da dirompenti attacchi di chitarra, basso e batteria, alternati a momenti di pausa, con la vocalità psichedelica di Corgan a richiamare figure immaginarie.
La prima parte del disco, molto bella, si conclude con “Take me down”, affidata alla voce di James Iha; suona come un'intima canzone d'amore, rappresentando il ritorno ad una sorta di normalità, dopo la carrellata di songs dai tratti variopinti e teatrali.
La seconda parte dell'album “Twilight to starlight” appare come la meno riuscita, ma considerando che un lavoro da 28 canzoni non è qualcosa di molto frequente, qualche passo falso si può, a parer mio, giustificare alla band di Chicago, assegnando all' opera più ambiziosa della loro produzione un voto comunque alto.
L'inizio è affidato a “Where boys fear to thread” brano rock grintoso e ritmato costruito su un bel riff di chitarra elettrica, segue “Bodies”, punk-rock veloce e spinto in modo forsennato da chitarra e batteria, con Corgan che irrompe col verso 'Love is suicide', a sottolineare con enfasi e sintesi l'ambivalenza del sentimento amoroso.
Thirty-tree” è una ballad raffinata ed elegante e “1979” un singolo di grande successo, collocabile nel peculiare filone pop-wave, cantato con trasporto emotivo; i sette minuti di “X.Y.U.” sono un hard-rock rabbioso e chitarristico, ai limiti del noise.
La track n.7 è “Thru the eyes of Ruby” canzone inclassificabile in un genere preciso, ma splendida, con un crescendo strumentale e vocale superbo, e improvvisi cambi di ritmo, che suggellano il passaggio dal crepuscolo alla notte stellata.
We only come out at night”, “Beautiful”, “Lily” e “By starlight” sono momenti di tranquilla spensieratezza, che dimostrano l'abilità dei Pumpkins ad adattarsi, a livello compositivo e timbrico, anche al format pop più convenzionale, sempre arricchito da un pizzico di velata malinconia.
Stumbleine” e “In the arms of sleep” si iscrivono anch'esse in tale filone, rallentando ancora di più i ritmi e la metrica, mentre “Tales from a Scorched earth” è un esperimento industrial che non appare del tutto riuscito.
Farewell and goodnight” chiude in bellezza augurandoci una dolce buona notte e regalandoci attimi di meritata serenità, dopo la notevole cavalcata di oltre due ore di musica.
Gli Smashing Pumpkins, raggiunto l'apice con questo album, si sarebbero mantenuti su livelli di eccellenza con “Adore”, completamente diverso dal precedente ma molto apprezzato dalla critica e in parte, anche dal pubblico, per poi ritornare su un hard-rock più maturo con “Machina”, l'ultima fatica prima dello scioglimento.

Piero Corigliano


domenica 8 luglio 2018

"ORIENT" DI CHRISTOPHER BOLLEN


L’arte non doveva dare delle risposte. Doveva solo fare domande. La massa dentro di lei le stava facendo una domanda e lei stava rispondendo di sì
La letteratura nordamericana vede fra i suoi Autori un florilegio di intelligenze, menti, scrittori e artisti, che hanno avuto il genio di selezionare e sezionare le dimensioni dell’Uomo e dell’Umanità nelle loro sfaccettature più recondite e nei loro antri e pertugi più dimenticati. Sussumere “Orient” di Christopher Bollen (Bollati Boringhieri) nel genere thriller può risultare riduttivo, se non fuorviante.
Christopher Bollen compie un’operazione letteraria avvolgente come un boa constrictor, ove le metafore ricorrenti (“Il mondo intero entrò in una turbolenza, la sua gola una cabina di piloti che cercavano di comunicare l’emergenza, la sua vita due ali di aereo spezzate che cadevano nell’oceano”) e lo stile fluido come olio di ricino, potrebbero catapultare il lettore verso destinazioni ignote e inaspettate, se non vi fossero alcune défaillance a monte che si qui a poco marcheremo.
La paura è il motore della trama: ne è il baricentro, il fulcro, il punto di fuga, il piano prospettico, l’origine e l’orizzonte; la paura costituisce l’intersezione delle linee lungo le quali si scuotono come pesci appena pescati le storie dei personaggi.
La narrazione è tentacolare e costellata di attente quanto suggestive punteggiature descrittive fisio-psicologiche dei protagonisti: “La sua faccia a forma di lanterna con rotondità burrose, come se le guance morbide, imbottite, fossero una protezione per gli occhi penetranti.”
In “Orient” non esistono comparse o attori non protagonisti perché ogni “carattere” è un coprotagonista.
Il racconto, sfortunatamente, risente del sistema ideologico del “politicamente corretto” – a cui, evidentemente, l’Autore aderisce – e ne viene indebolito. La comunità umana chiusa in seno ai confini di una località vicino New York composta di famiglie benestanti non può che essere ottusa e retrograda e, di conseguenza, fatalmente colpevole.  Colpisce l’atteggiamento autoriale rancoroso e puntuto nei confronti delle madri. Pam Muldoon, mamma di tre figli, è puntigliosamente svillaneggiata, facendola rientrare nell’inevitabile schema della genitrice oppressiva ed omofoba. Mills interpreta lo straniero, l’“alieno”, colui che irrompe nelle altrui esistenze chiuse, stantie, ammuffite, cementificate, conchiuse entro confini geografici e dell’anima, il diverso dall’ “altro” numericamente soverchiante: l’omosessuale, l’immigrato, che, in quanto tali, per l’Autore, sono presuntivamente discriminati e ontologicamente nel giusto. Il manicheismo poco larvato di Bollen divide come il mar Rosso il mondo descritto nel romanzo in buoni (elettori di Obama e minoranze in tutte le più variopinte colorazioni) e cattivi (ovviamente Repubblicani, realtà sociali che tengono alla propria conservazione, wasp, famiglie naturali).
I paradigmi ideologici seguiti come stelle polari dallo Scrittore statunitense ridimensionano l’efficacia narrativa e l’incisività della suspense e dei coup de théâtre, rendendo alcuni passaggi del libro già attesi per tempo dal lettore.
Il ghiaccio e l’acqua figurativamente possono essere modalità di fuga dell’innocente ma anche, specularmente, mezzo per bloccare, tenere astretto il colpevole al luogo che si vuole furtivamente abbandonare. Al lettore, nel finale, l’ardua sentenza.
Aveva la netta sensazione di star scoprendo la routine segreta della vita adulta, un infilarsi tra le pieghe del tempo e dello spazio opponendo la minima resistenza possibile.”.
Fabrizio Giulimondi

venerdì 22 giugno 2018

"DENTRO L'ACQUA" DI PAULA HAWKINS














 


Paula Hawkins, dopo La ragazza del treno (la cui versione cinematografica è stata realizzata da Tate Taylor), è tornata nelle librerie con “Dentro l’acqua” (Pickwick), thriller “classico” con poco mordente. Lo schema della trama e della narrazione ripete modelli già conosciuti dagli appassionati del settore: un andirivieni nel tempo fra l’epoca della “caccia alle streghe” (che richiama alla mente l’ultima opera di Camilla Läckberg) e quella attuale, oltre l’intersecazione di storie ad incastro di una moltitudine di personaggi che, talora, si fa fatica a collegare fra di loro .
Ambienti liquidi e misteriosi che si aggirano intono ad un fiume che non smette di sommergere vicende familistiche pregne di un orrore scontato. Il romanzo cerca di dare una versione “giallo” alla questione femminile che vede vittime donne che non accettano la propria  condizione di servaggio, nel 1600 come oggi: “Il luogo che lei aveva evocato, un posto di donne perseguitate, di emarginate, di disadattate, che non rispettano gli editti del patriarcato, di cui mio padre era l’incarnazione.”.
Fabrizio Giulimondi