mercoledì 19 dicembre 2012

FABRIZIO GIULIMONDI: PROCEDIMENTO AMMINISTRATIVO



Ringrazio l’avv. Antonio Cordasco, amico e illustre amministrativista del foro di Roma, per avermi coinvolto nel team che avrà il compito di redigere un nuovo testo universitario sull’importante tema -  mai sviluppato a sufficienza! -  avente ad oggetto “Il procedimento amministrativo”.
Tratterò, presumibilmente, l’accesso alla documentazione amministrativa, sviscerandone tutti gli aspetti normativi, dottrinali e giurisprudenziali, con particolare attenzione alla sua compatibilità con il diritto alla riservatezza, dando anche una doverosa  occhiata agli ordinamenti giuridici europei di maggior calibro.

Prof. Fabrizio Giulimondi.

martedì 18 dicembre 2012

"LE LUCI NELLE CASE DEGLI ALTRI" DI CHIARA GAMBERALE



Le luci nelle case degli altri
Vidi sulla metro di Roma una signora leggere “Le luci nelle case degli altri”, di Chiara Gamberale (ed. Mondadori numeri primi), alla quale la trama stava piacendo parecchio. Incuriosito anche dal battage pubblicitario che v’era stato intorno al libro, me lo sono comperato e letto.
Mandorla è una ragazzina che a sei anni perde la madre, Maria  – donna particolarmente “frizzante” -  in un incedente automobilistico. Il condominio di via Grotta Perfetta 315 di Roma -  presso il quale la defunta esercitava le mansioni di amministratrice,  molto amata, ma anche  molto odiata -   “adotta” la bambina: giuridicamente il soggetto adottante è Tina Polidori, la classica zitella, ma in realtà ognuno degli abitanti degli altri quattro appartamenti, a turno, fungono da madri e padri: famiglie con figli (qualcuno non proprio riuscito bene), coppie di fatto eterosessuali e unioni omosessuali.
Il tempo trascorre con una narrazione senza particolari brividi, sino ad arrivate al giorno di compleanno per i 18 anni di Mandorla, che trascorrerà  in carcere a causa di un amore sbagliato con Palomo, ragazzo che sin dall’inizio della sua esistenza nel romanzo si è dimostrato un poco di buono.
L’unico colpo di scena  è nel prologo (a parte il finale), a seguito della  scoperta di una lettera che Maria aveva scritto alla figlia, per mezzo della  quale le rilevava che il padre era un uomo con cui  si era intrattenuta fugacemente nell’ex lavatoio (ambiente - ove si svolgono le riunioni condominiali -  che si dimostrerà importante nel racconto). Mandorla, ovviamente, vuole sapere chi sia il genitore, ma nessuno dei condomini-adottanti ha l’intenzione di sottoporsi al test del DNA. In realtà neanche lei lo desidera veramente!
La storia si snoda lungo la narrazione in prima persona di Mandorla che riporta il dietro le quinte di tutti i residenti dei cinque piani dello stabile di via Grotta Perfetta 315, nonché dei vari personaggi con cui si imbatte nei suoi 12 anni di vita scrutati della Gamberale. Fra di essi v’è anche Porcomondo, il cattivo, l’uomo nero, che fino alla fine non capirete  se sia un persona in carne ed ossa, oppure il frutto degli incubi notturni e delle paure diurne di Mandorla.
Interessante è l’uso che fa della grafia l’Autrice, grafia che cambia, tramutandosi in corsivo o variando i tipi di carattere,  a seconda che il lettore abbia a che fare con un ricordo, un fatto  attuale, una missiva o un dialogo diretto.
Altra peculiarità è la distribuzione fra le pagine di poesiole, filastrocche e cantilene fanciullesche con cui la protagonista esprime il proprio stato d’animo nel corso degli anni.
La trama, che alla signora della metro era piaciuta tanto, scorre placida come un fiume carsico che  percorre lentamente il  suo letto sino ad un lago, con un arguta e inaspettata virata virulenta nelle ultime due pagine, conducendo  l’acqua verso un mare in tempesta:  un vero fulmine a ciel sereno che non può non scuotere il lettore, a cui consiglio di non iniziare la lettura  dall’epilogo.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 17 dicembre 2012

AMOUR: FILM VINCITORE DELLA PALMA D'ORO A CANNES



Probabilmente Amour di Michael Haneke è uno delle più belle opere cinematografiche dell’ultimo ventennio. Meritatamente vincitore della Palma D’Oro a Cannes (2012),  vede come attori,  protagonisti assoluti del film, due strepitosi Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant, che esprimono con il  proprio corpo, il proprio viso, la propria gestualità, i propri silenzi,  il dolore, il dolore vero, il dolore drammatico, un dolore impietoso, sempre più prepotente. Il regista non risparmia lo spettatore, entrando nelle pieghe più profonde della sofferenza  e della malattia. Il dolore, la sofferenza e la malattia incarnano e sostanziano ogni scena del film: eppure è l’amore ad essere il vero collante, il vero substrato, la vera forza potente ed onnipresente per tutte le due ore, perché l’amore ha cementificato la vita di questa coppia di anziani francesi, sposati da decenni, con una figlia amata e da cui sono amati, unita in matrimonio con un inglese da cui ha avuto due figli.  Gli anziani coniugi si amano ancora, si sono sempre amati, appassionati di musica, concertisti, musicisti, maestri di pianoforte, con allievi che hanno toccato vette eccelse nel panorama musicale europeo.
 Anne e Georges hanno vissuto e vivono in uno splendido appartamento a Parigi, quando sopraggiunge  il demone del male fisico: lei ha una occlusione della carotide e l’ operazione chirurgica la offende ancora di più, impedendole l’uso di tutto il lato destro del corpo. L’amore di lui si accresce ancor di più, accudendo la moglie  in ogni modo e maniera: la tenerezza di alcune scene è di non poco momento!
Ma un secondo attacco della patologia la aggredisce rendendole massimamente difficoltosa la favella, determinandone l’incontinenza e togliendole definitivamente  l’ autosufficienza: il suo corpo è devastato; il suo volto, così espressivo e luminoso, deformato. Tragica la scena del “dialogo”, fatto di pietosi e incomprensibili fonemi,  fra madre e figlia; terribile la cacciata (un “Vattene!” articolato in maniera stentata e gutturale) di quest’ultima perché la mamma si sentiva umiliata nella propria prigione corporea;  grandiosa la scena del licenziamento ad opera  del marito di un’ infermiera che accudiva la moglie come se fosse una bambina idiota (come se ne vedono molte nelle case private, nelle cliniche  e negli ospedali: “Guardi che bella signora che è diventata adesso che l’ho pettinata?” ponendo davanti ad un viso deturpato uno specchio),  e non una Signora, una concertista, una musicista, una maestra di pianoforte di ottimi esecutori d’orchestra, devastata dalla malattia.
La struttura portante di Amour sono i primi piani. Le scene sono prevalentemente primi piani: primi piani degli ambienti della splendida abitazione ove si svolge  tutta la narrazione del film; i primi piani delle pitture che decorano le eleganti pareti; i primi piani dei volti di lei, che comincia ad avere le prime avvisaglie del male per arrivare inesorabilmente ad un viso immobile incarnazione della  fisicità della afflizione; il volto di lui, rassegnato e disperato, ma sempre determinato, sempiterna espressione di amore e di dolcezza per la consorte. Amore fino alla fine, nella salute e nella malattia.
Le scene scorrono, legate  dai primi piani e da una colonna sonora fatta dal silenzio, assenza di “verbo” fra gli interpreti, silenzio che pesa e comunica e suona e risuona nella sala, interrotto da qualche breve brano di Schubert…e quando la proiezione termina, nessuno spettatore si è alzato prima di qualche minuto.
Fabrizio Giulimondi

domenica 16 dicembre 2012

"LO HOBBIT" DI TOLKIEN: IL FILM DI PETER JACKSON


Lo Hobbit-il film

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato - visualizza locandina ingranditaJohn Ronald Reuel Tolkien (Bloemfontein, 3 gennaio 1892-Bournemouth, 2 settembre 1973), scrittore, filologo, glottologo, linguista britannico, è il  capostipite indiscusso del  genere letterario-cinematografico fantasy.
Il capolavoro Il  Signore degli Anelli (edizione Bompiani), scritto nel biennio 1954-1955, da cui il regista neozelandese, Peter Jackson, ha tratto la straordinaria trilogia La Compagnia dell’Anello, Le Due Torri e Il Ritorno del Re,  determina la nascita del genere fantastico, i cui tratti distintivi li troviamo copiosi  nei  romanzi – e nelle conseguenti  traduzione sul grande schermo -  La storia infinita, Eragon, la Saga di Narnia e,  qui in Italia, nei tanti e suggestivi libri di Licia Trosi.
Il Signore degli Anelli è preceduto da un primo lavoro di Tolkien del 1937  Lo Hobbit,  che può essere correttamente qualificata l’opera antesignana del Il Signore degli Anelli.

 
Lo Hobbit-il libro

Lo Hobbit (edizioni Gli Adelphi) in nuce contiene la storia e i personaggi di quest’ultimo,  iniziando  a delinearne  le ambientazioni e le morfologie  dei mondi (La Contea, dimora degli hobbit; Gran Burrone, regno degli elfi; la Terra di Mezzo, patria degli uomini), il profilo dei protagonisti e il filo conduttore delle loro vicende guerriere ed eroiche, storie e racconti  che esploderanno compiutamente nella loro bellezza e vigore con Il Signore degli Anelli.
Lo Hobbit è la straordinaria bozza de Il Signore degli Anelli e lo stesso  film - sempre mirabilmente girato negli affascinanti scenari della Nuova Zelanda -  anche se è stato realizzato dopo anni dell’arrivo nelle sale cinematografiche del Il Signore degli Anelli, narra allo spettatore avventure  antecedenti  a quelle sviluppate in quest’ultimo. 
Il Signore degli Anelli - La Compagnia dell'AnelloIl Signore degli Anelli - Le due TorriIl Signore degli Anelli (film)/Il Ritorno del Re 
Il Signore degli Anelli-il film-trilogia: LaCompagnia dell'Anello-Le Due Torri-Il Ritorno del Re

Nel Il Signore degli Anelli il protagonista è l'hobbit  - un mezzo uomo con grandi orecchie a punta e piedi grandi e pelosi - Frodo che,  insieme al toccante   Sam ed agli altri valorosi amici della Compagnia nani,  elfi e uomini,  porterà l’anello del Potere e del Male,  pesante fardello coniato per la volontà malvagia e distruttiva di Sauron, signore di Mordor,  verso il Monte Fato per essere una volta per tutte distrutto dalle fiamme e dalla lava del vulcano: la vittoria sarà raggiunta solo dopo aver contrastato spasmodicamente  le potenti orde degli orchi e dei mannari, le forze magiche e nefaste di Saroman, lo stregone bianco, anche grazie all'aiuto del saggio mago-guerriero, Gandalf e,  le continue insidie del mostriciattolo Smeagol-Gollum.
Nel film Lo Hobbit la figura centrale, invece,  è lo zio di Frodo, Bilbo Beggins, che farà conoscere gli accadimenti precedenti alla  Compagnia dell’Anello e  in che modo  si sia giunti  alla scoperta dell’anello.
Anche Bilbo è un hobbit  che, coinvolto suo malgrado da Gandalf, metterà a disposizione la sua piccola statura e  il suo grande coraggio per restituire al popolo dei nani la loro Città, occupata da un grande drago, impegnandosi  a combattere, insieme agli stessi nani, agli elfi e agli uomini,  le massicce  e forti guarnigioni degli orchi, dei mannari, dei troll, dei goblin e degli altri esseri ributtanti e deformi,  capeggiati dall’orco pallido “Il profanatore”.
Nonostante la solita critica intellettualmente sofisticata, Tolkien e la sua versione  cinematografica piace perché Lo Hobbit e la trilogia de Il Signore degli Anelli hanno come canovaccio costante il senso dell’onore e l’amore per la propria Terra. La saggezza e l’intelligenza dell’Autore impregnano ogni singola pagina e ogni singola scena. La dedizione, il sacrificio e il coraggio, l’eroismo e le virtù sono il sinfonico sottofondo della narrazione.  Tolkien e il regista Jakson riempiono il cuore dei lettori e degli spettatori di emozioni di sapore romantico ed epico, e i sistemi valoriali sono il baricentro delle loro opere:  l’amicizia e la lealtà anche a costo della propria vita (pugna e brando) perché la vita  è un bene assoluto e primario, ma non può essere superiore alla sconfitta di Sauron (ne Il Signore degli Anelli) e, del grande drago e dell’orco pallido il profanatore (ne Lo Hobbit).
Nel leggere il lunghissimo romanzo Il Signore degli Anelli e,  prima ancora, Lo Hobbit e,  nell’assistere alla visione dell’altrettanto lunghissima proiezione delle traduzioni filmiche (Lo Hobbit dura 2 ore e 50 minuti) respirerete, assorbirete ed interiorizzerete quei principi e quegli ideali  che stanno inesorabilmente precipitando nel Nulla, con le sembianze  di un grande lupo rabbioso contro cui Atreju combatte ne La storia infinita.
Ritroverete la colonna sonora che accompagna la trilogia de il Signore degli Anelli, rafforzata da brani abbelliti  da sonorità classiche e celtico-irlandesi.
  
Il Signore degli Anelli - il libro

Tolkien, i suoi scritti e i film che ne sono derivati non solo, come abbiano nell’incipit già ricordato, hanno dato corpo ad un nuovo e vincente filone culturale nella letteratura e nel cinema, ma hanno  anche influenzato settori ad essi alieni, come la politica (basta pensare negli anni ’70 ai c.d. campi hobbit organizzati da Pino Rauti, nonché  ad alcuni attuali esponenti politici); al mondo dell’associazionismo (quelle  tolkeniane sono diffuse sul territorio nazionale con loro circoli e luoghi di ristorazione e di ritrovo), alle realtà ludiche come i giochi di ruolo.
Lo Hobbit è perfetto per i ragazzi, è perfetto per le famiglie, è perfetto per ogni singolo essere umano che non ha intenzione di arrendersi al Nulla.

Fabrizio Giulimondi 


lunedì 10 dicembre 2012

FABRIZIO GIULIMONDI VI CONSIGLIA IL CONVEGNO PRESSO L'UNIVERSITA' "GABRIELE D'ANNUNZIO" DI CHIETI-PESCARA

13.12.2012: Iniziative degli Studenti – “ I sicofanti- Irene - Dilogia del potere” Presentazione del libro di Giovanni Maddalena


Verrà presentato in Auditorium, nel Campus universitario di Chieti, il volume di Giovanni Maddalena, I sicofanti – Irene- Dilogia del potere, giovedì 13 dicembre alle ore 20.00.
All’incontro interverrà il Prof. Edoardo Rialti, docente di Letteratura Inglese e Americana.
L’uomo da solo può resistere al potere? Perché possiamo tradire ogni valore e affetto? L’intelligenza è una barriera contro l’ideologia? Lo sono forse la fede, l’amore, l’amicizia? Giovanni Maddalena, filosofo prestato saltuariamente al teatro (“perché ci sono esperienze che la filosofia non è in grado di rappresentare”), prova a rispondere- in questa dilogia scritta in forma di tragedia greca antica. -  a queste e molte altre domande sul rapporto tra l’uomo e il potere

FABRIZIO GIULIMONDI VI CONSIGLIA IL CONVEGNO PRESSO L'UNIVERSITA' "GABRIELE D'ANNUNZIO" DI CHIETI-PESCARA

12.12.2012: Dipartimento di Scienze Economico-Quantitative e Corso di Dottorato in Studi Umanistici, Curriculum in Logica, Ontologie ed Etica – Conferenza su “La filosia inglese prima di Locke: contesti e fonti”.



Mercoledì 12 dicembre, dalle ore 8.00 alle ore 10.00, nell'aula 5 del Polo didattico del Campus Universitario di Chieti, il dott. Marco Sgarbi, Jean-François Malle Fellow presso Villa "I Tatti" - The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies, terrà una conferenza sul tema: La filosofia inglese prima di Locke: contesti e fonti.

L'incontro è organizzato dal Dipartimento di Scienze Economico-Quantitative e Filosofico-Educative e dal Corso di Dottorato in Studi umanistici, curriculum in Logica, ontologia ed etica.

giovedì 6 dicembre 2012

DON GIOVANNI D'ERCOLE:"NULLA ANDRA' PERDUTO, IL MIO GRIDO DI SPERANZA PER L'ITALIA"


Questa recensione si allontanerà da quelle fino ad ora pubblicate su questa rubrica, perché l’Autore di "Nulla andrà perduto, il mio grido di speranza per l’Italia" (Piemme incontri) è don Giovanni D’Ercole.
Padre Giovanni d’Ercole,  prima di essere Vescovo Ausiliario della Arcidiocesi dell’Aquila dal 20 dicembre 2009, eminente esponente della Segreteria di Stato della Santa Sede per venti anni,  ancor prima  Vice Direttore della Sala Stampa vaticana e, prima ancora,  Provinciale per il centro-meridione d’Italia della Congregazione di don Orione, ha ricoperto,  a cavallo fra il 1984 e il 1985, il ruolo di Parroco della chiesa orionina di Ognissanti in Roma -  ove esercitava la propria missione il “gruppo Speranza” da me fondato e diretto, teso all’aiuto dei tossicodipendenti, farmacodipendenti e alcolisti – e vi era approdato dopo nove anni come missionario in Costa d’Avorio.
L’ho rincontrato dopo un lungo lasso di tempo lo scorso anno a l’Aquila, nel corso della inaugurazione di una struttura destinata a riavvicinare le donne e uomini dell’Aquila, devastati dal terremoto del 6 aprile 2009 dentro e fuori.
L’ho rivisto in abiti talari vescovili, ma per me è sempre don Giovanni, o, meglio, Giovanni.
Le sue doti letterarie già mi erano note, frutto anche delle esperienze avute  in veste di giornalista della carta stampata prima,  del video poi  , passando da  Telepace, per arrivare a  programmi di contenuto religioso - spirituale alla  RAI, molto apprezzati da credenti e non.
Il lavoro letterario di Padre D’Ercole è strutturato intorno al dialogo fra lui e una giovane ragazza, Alice, da cui ha ricevuto una mail che manifestava il suo disgusto per il mondo e la sua volontà di farla finita.
 A questa mail don Giovanni risponde con questo libro.
Una mail: sono passati 22 anni da quando don Giovanni pubblicò nel 1990 “Lettere dalla droga” (ed. Piemme), scritto centrato sul dialogo epistolare fra lui e ragazzi che uscivano dalla tragica esperienza della tossicodipendenza, attraverso il duro cammino terapeutico e di lavoro  della “Comunità Incontro” di Don Pierino Gelmini.
L’epistola, la missiva, la lettera cartacea era lo strumento comunicativo adoperato dall’Autore per relazionarsi con i suoi interlocutori e trattare temi delicati e drammatici.
Oggi con “Nulla andrà perduto” è la e mail: il dialogo scritto è telematizzato, lo scambio di idee è informatizzato, la trasmissione delle idee, del pensiero e delle emozioni avviene per mezzo della elettronica. Cambia il mezzo, evolve e si sviluppa la comunicazione,  ma le domande sono le medesime.
A pagina 155 don Giovanni riporta questi interrogativi: “Perche vivere? Perché morire? Perche la sofferenza e l’ingiustizia?”
Sono domande  che nascono con l’uomo. L’essere  umano è tale in quanto si pone queste questioni.  Appena l’homo sapiens apparve in Etiopia 195.000 anni prima della nascita di Cristo e la sua mente ha cominciato a cogitare, i primi quesiti posti a sé stesso sono stati questi.
Cogito ergo sum, la locuzione cartesiana in forza della quale è innalzato l’essere a essere umano in quanto pensante e svolgente attività raziocinante e, quindi l’uomo è tale perché pensa e il pensiero è l’uomo stesso,  ha come suo corollario: “Sum  perché mi pongo gli interrogativi sulle ragioni del  male, sulle ragioni del  dolore, sulle ragioni della  sofferenza, specie se il male, il dolore e la sofferenza coinvolgono innocenti e bambini, non comprendendo perché debbano essere vittime del libero arbitrio esercitato diabolicamente da altri”.
Sono interrogativi coessenziali alla stessa esistenza umana,  ai quali  Papa Benedetto XVI ha risposto in maniera grandiosa definendo il male uno scandalo: lo scandalo del male. Il male  è inspiegabile e inaccettabile, irrompe scandalosamente dentro l’ uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. Colpiscono a tale riguardo le citazioni del pensiero di alcuni pensatori, come il francese Leon Bloy, vissuto fra l’800 e il ‘900, Pellegrino dell’Assoluto, che definisce il male come necessario. Affermazione forte e, se vogliamo,  sconcertante:  il male è necessario per arrivare a stadi successivi e superiori verso il  Bene e la  Felicità, per giungere all’unico Bene e Felicità a cui l’essere umano deve aspirare: Dio
Don Giovanni D’Ercole percorre il suo cammino narrativo  indicando  la vita  di molti eroi e campioni del coraggio, dell’amore e della vera coerenza,  contemporanei e non, laici ed ecclesiastici , alcuni di loro martiri del nazismo (il sacerdote polacco padre Massimiliano Kolbe);  del comunismo (il cardinale vietnamita Francois Xavier Nguyen Van Thuan: 13 anni in carcere in Vietnam, di cui 9 in completo isolamento in un buco senza luce e in compagnia di un serpente); dell’islam oltranzista, oramai massicciamente  diffuso negli Stati a maggioranza musulmana; e della follia brigatista, armata dalla menzogna dei soliti noti, come nell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi il 17 maggio 1972.
La fatica letteraria di Giovanni  affronta molti temi pruriginosi,  incluso quello  mediaticamente molto sentito della pedofilia di cui alcuni preti si sono resi ignobilmente responsabili.
Due premesse e una curiosità  a tale proposito.
Gesù dice: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare (Marco 9,42).
L’art. 61 del codice penale, nell’elencare le circostanti aggravanti comuni, inserisce fra esse la condotta delittuosa posta in essere da un ministro di culto: io, se non fosse tacciata di violare l’art. 3 della Carta Costituzionale,  trasformerei quest’ultima da aggravante comune (aumento di un terzo della pena base) ad aggravante ad  effetto speciale (aumento oltre il terzo della pena base, ossia  prescrizione  di autonoma e sensibilmente superiore sanzione in relazione a quella base).
La curiosità che mi assilla è conoscere i casi criminali similari presso le altre confessioni cristiane e acristiane.
Date le premesse e in attesa di avere risposte alla mia curiosità, mi preme condividere quanto affermato da Giovanni: la pedofilia è la conseguenza estrema della più assoluta libertà sessuale. Dal tutto è permesso passare alla pedofilia non è un salto così lungo.  Ricordo Maurizio Costanzo decantare la libertà di una donna ospite della sua trasmissione di fare la porno attrice, scandalizzandosi,  però, della proposta  fattale  di  avere rapporti sessuali con  animali. E perché no? E’ Costanzo – o chi per lui – a decidere i confini della morale? La Chiesa no,  Costanzo si? e perché non con le bestie? o altro? Se è tutto permesso!
La assoluta, incondizionata, incontestabile libertà sessuale non è altro che la filiazione del relativismo etico, pilastro (insieme a quello religioso, culturale e cognitivo, come ben argomentato da  Magdi Cristiano Allam in Grazie Gesù,  Mondadori, collana Frecce), dell’unica ultima e vera ideologia rimasta: il politicamente corretto (su cui Tony Blankley, in L’ultima change dell’Occidente, ed.  Rubettino, si intrattiene  ampliamente), interpretazione decadente  e versione radicaleggiante di certo pensiero progressista,  orfano della concezione marxista.
Profetico fu il grande romanziere e intellettuale russo Fedor Dostoevskij -  come viene riportato a pag. 170 del libro – nel romanzo I demoni: “Molti pensano che sia sufficiente credere nella morale di Cristo, per essere cristiani. Non la morale di Cristo, né l’insegnamento di Cristo salverà il mondo, ma precisamente la fede del Verbo che si è fatta carne.” E monsignor D’Ercole aggiunge: “C’è chi segue un cristianesimo senza Cristo; si parla di valori cristiani indipendentemente da Cristo. Corollario della miscredenza- afferma Dostoevskij – è la superficialità, che è una appendice della ignoranza e si nutre di dilettantismo culturale. Questa superficialità emerge nel modo con cui sono affrontate le grandi questioni etiche.”.
Il linguaggio è diretto e colloquiale -  talora a mo’ di omelia, di quelle omelie profonde e, nello stesso tempo, accessibili a tutti (senza cadere nel banale e nel semplicistico), oramai in via di estinzione  - e si rivolge alle tante e ai tanti Alice, alle loro grida silenziose, a quelle grida inascoltate di ragazze  e ragazzi che ricordano la potenza evocatrice pittorica dell’Urlo di Edvard Munch (che a me fa venire subitaneamente alla mente le voci strillanti dei non nati).
La parola Speranza è il leitmotif  del libro, la linea di pensiero guida del racconto, il canovaccio della narrazione, la lente attraverso cui guardare gli accadimenti della vita, la  weltanschauung dell’Autore.
Mi è piaciuta l’agilità comunicativa (e qui si vede il Giovanni televisivo, dispensatore  anche di consigli a ecclesiastici e suore poco avvedute nell’accettare certi inviti ad alcuni tipi di talk show),  il periodare  infarcito di richiami culturali e di idee supportate e rafforzate dai pensieri dei grandi filosofi, pensatori, scrittori e teologi antichi e moderni,  il richiamo agli aforismi di vecchi saggi africani e di anziane, altrettanto sagge, abruzzesi.
Il lettore, però,  non è abbandonato a se stesso (non lo ha ordinato il medico di conoscere la Patristica, ossia le opere dei Padri della Chiesa, primi fra tutti San Tommaso D’Aquino e sant’Agostino),  perché ogni enunciato riportato fra le pagine è spiegato in maniera didascalica e chiara …tanto che anche il sottoscritto riesce a comprenderlo!
Signore e Signori, consiglio natalizio di lettura: acquistatelo (euro 15), leggetelo e poi mi saprete dire
Fabrizio Giulimondi

Post Scriptum: doverosa postilla dovuta al fatto che mentre il mio antico amico Monsignor  Giovanni D’Ercole,  Vescovo ausiliario de L’Aquila, metteva nero su bianco il suo cuore, ancora erano in corso i due procedimenti giudiziari che lo riguardavano. Ovviamente i giornali, specie quelli che godono delle disavventure vissute da cattolici, ancor di più se indossano il clergyman, sono zelanti nel riportare notizie di avvisi di garanzia, indagini penali e iscrizioni in registri tribunalizi, ma non altrettanto solerti nel rammentare alla Comunità, con la stessa dovizia di particolari, che il destinatario delle attenzioni della magistratura penale è risultato completamente estraneo ai fatti a lui contestati.
Bene: Monsignor (o don o Padre, come meglio desiderate)  Giovanni D’Ercole, Vescovo ausiliario de L’Aquila, è stato, nell’uno archiviato, nell’altro, il 14 giugno 2012, assolto con formula piena perché in fatto non costituisce reato.
Fabrizio Giulimondi.