giovedì 10 agosto 2017

ECONOMIA SOMMERSA, LAVORO NON REGOLARE ED ECONOMIA CRIMINALE - CONCLUSIONI



Contesto macroeconomico

Viviamo un momento storico particolare e complesso. Gli indici macroeconomici ci dicono che il Paese è in ripresa, l’inflazione sembra ormai sotto controllo, le esportazioni del settore manifatturiero sono tornate a registrare numeri importanti, i volumi di spesa sono in aumento e il risparmio privato si mantiene a livelli più che accettabili rispetto a tutta l’area Ue. La crisi economica, originata con la caduta dei mutui subprime nel 2008 e deflagrata in tutti i Paesi a capitalismo avanzato nel 2009, sembrerebbe rappresentare, ormai, il passato. Eppure, la saggezza consiglierebbe di mantenere un margine di cautela più che considerevole.
Il sistema bancario europeo registra, infatti, continui affanni e la sua esposizione a prodotti di rischio particolarmente tossici desta, tutt’oggi, forti preoccupazioni internazionali. Ma a suscitare l’attenzione maggiore vi sono i dati del comparto occupazionale, da sempre indice macroeconomico per eccellenza nella valutazione dello stato di benessere di un’economia nazionale.
La crescita dell'occupazione, iniziata nel 2015, ha beneficiato soprattutto degli sgravi fiscali previsti dalle ultime due leggi di stabilità. La crescita dell'occupazione si è stabilizzata nell'ultimo trimestre del 2016 grazie al miglioramento dell'occupazione dipendente: 543mila posti di lavoro in più nella media del terzo trimestre 2016, rispetto allo stesso periodo del 2015. Il saldo è positivo (+93mila posti di lavoro nel III trimestre), di cui 83mila contratti a tempo determinato.

Economia sommersa ed economia criminale

L’economia sommersa è l’insieme di tutte le attività economiche che contribuiscono al prodotto interno lordo ufficialmente osservato, ma che non sono state registrate e quindi regolarmente tassate, con l’esclusione del giro d’affari delle attività criminali. In pratica, in base a questa definizione, possiamo dire che esistono tre PIL: quello ufficiale, quello sommerso e quello criminale.
Passando ai numeri, le valutazioni di Banca d’Italia, Corte dei Conti, Istat ed Eurispes sul sommerso vanno da un terzo a oltre metà del fatturato in chiaro del settore privato.
Per la Banca d'Italia, che si basa sull’analisi del flusso di denaro contante nel quadriennio tra il 2008-2012, l’economia inosservata rappresenta il 31,1% del PIL. In valore assoluto, l’economia che sfugge alle statistiche ufficiali sfiora i 490 miliardi di euro, 290 dei quali dovuti all’evasione fiscale e contributiva e circa 187 all’economia criminale.
Per la Corte dei Conti l'evasione si situa intorno al 21% del PIL, dato che pone l’Italia al secondo posto della graduatoria internazionale, dopo la Grecia. La Corte, a differenza di Bankitalia, piuttosto che valutare in modo sistematico il fenomeno del sommerso in termini di imponibile, valuta il mancato gettito e in particolare gli effetti perversi e pesanti della corruzione sul funzionamento della pubblica amministrazione.
Secondo l’Istat - rapporto del 2016 in riferimento a dati del 2013 - il sommerso rappresenta il 12,9% del PIL, ossia 210 miliardi di euro circa. Il dettaglio dell’evasione è così ripartito: 31% nel settore agricolo, 13,4% nell'industria e 21,9% nei servizi.
Le stime dell'Eurispes si attestano a 540 miliardi di euro (36% del PIL ufficiale). Circa 290 miliardi dovuti all'evasione fiscale e contributiva, 170 miliardi di lavoro nero nelle imprese e altri 105 di economia informale. Nello stesso anno il PIL criminale avrebbe superato i 200 miliardi di euro. Il dato si basa estendendo i risultati su oltre 700mila controlli effettuati presso le imprese da parte della Guardia di Finanza - attraverso i quali sono stati riscontrati 27 miliardi di euro di base imponibile sottratta - ai circa quattro milioni di piccole e medie imprese. Da qui si arriva ai quasi 160 miliardi sopra indicati. Sommando i tre PIL (ufficiale, sommerso e criminale) il prodotto interno italiano complessivo schizzerebbe a oltre 2.200 miliardi.
La quantificazione del fatturato e del patrimonio delle mafie è attività, invece, molto più difficoltosa: secondo i diversi studi (Sos Impresa, Banca d'Italia e Transcrime), si passa da 26 a 138 miliardi di euro. Di solito le stime si basano su valutazioni soggettive ritenute attendibili dalle fonti investigative istituzionali (denunce, sequestri e confische), ma si tratta di criteri basati su presunzioni e non su una complessità di dati empirici.
La fonte che di solito viene presa a riferimento per la quantificazione in termini economici delle attività criminali è il rapporto annuale di Sos Impresa, secondo il quale nel 2012 il fatturato delle mafie era stimato in 142 miliardi di euro, la liquidità disponibile in circa 68 miliardi, l’utile in 105 miliardi.
La Banca d'Italia ha effettuato una stima basandosi sulla domanda di contante integrata da informazioni sulle denunce per droga e prostituzione messe in relazione al PIL delle singole province italiane. Nel rapporto pubblicato nel 2015 attribuisce all’economia criminale un valore pari al 10,9% del PIL nel periodo 2005-2008, ma in continua e costante ascesa.
Più contenuti i dati di Transcrime (centro di ricerca sul crimine transnazionale): il giro d’affari della criminalità organizzata ammonterebbe in media “solo” all’1,7% del PIL, con un fatturato che varia in un intervallo compreso tra i 17,7 e i 33,7 miliardi. L’ipotesi di fondo dello studio è che solo una fetta delle attività illegali sia controllata da organizzazioni criminali (ad eccezione delle estorsioni, tipiche del crimine organizzato): il fatturato delle mafie varierebbe tra il 32 e 51% del PIL illegale.
Mentre sul fatturato delle mafie i dati risultano contrastanti, viceversa sul patrimonio accumulato i numeri mancano del tutto, così come sulle infiltrazioni delle organizzazioni criminali nell'economia legale. L'unico dato certo è che il patrimonio sottratto fino a oggi alla criminalità organizzata e a disposizione dello Stato ammonta a circa 20 miliardi. In altre parole, sugli aspetti più opachi dell’economia illegale non esistono analisi certe e dati scientifici.     
Di certo v’è di certo l’esistenza di una gigantesca distorsione nel nostro tessuto economico istituzionale tale da drenare, ogni anni, una quantità ingente di risorse produttive.


Interventi normativi
                      
I recenti provvedimenti adottati dal Governo, in particolare l’approvazione del decreto legislativo sulla corruzione tra privati (decreto legislativo 38/2017, in attuazione della delega prevista dall’art. 19 della legge di delegazione europea 2015 - legge 170/2016), rappresentano un ulteriore passo in avanti all’interno di un percorso riformatore che, in questi anni, ha inteso combattere senza quartiere la corruzione, riformulando le ipotesi criminose, aggravando la risposta sanzionatoria ed introducendo anche meccanismi premiali e di deterrenza.
L’intervento in esame si polarizza ancora una volta sia sui soggetti operanti che sulle condotte di reato punendo, per il reato di corruzione nel settore privato, coloro che svolgono funzioni direttive all’interno di un ente ed ampliano le condotte sanzionatorie ricomprendendovi anche l’istigazione alla corruzione.
Il fenomeno corruttivo provoca, infatti, danni all’interno del sistema, pubblico e privato, creando un deficit di trasparenza ed efficienza che incrina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e indebolisce il mercato, favorendo la concorrenza sleale e scoraggiando gli investitori stranieri. Il provvedimento ha completato la risposta normativa rispetto al fenomeno corruttivo tra privati, già colpita dal nuovo Codice degli appalti che ha introdotto, tra le altre misure, il sistema del rating di legalità quale strumento di garanzia di accesso delle imprese sul mercato pubblico. Senza contare l’introduzione di poteri molto più pervicaci in capo all’ANAC sul fronte repressivo oltre che preventivo.
Sul piano sanzionatorio si introducono nuovi illeciti penali e amministrativi per presidiare l’osservanza degli obblighi di adeguata verifica della clientela, di conservazione dei dati e di segnalazione delle operazioni sospette dettati in funzione di prevenzione del riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, nonché di un più adeguato controllo degli operatori del settore del “money transfer”. La natura di per sé sovranazionale del fenomeno del riciclaggio ha indotto, poi, il nostro Paese a dotarsi di strumenti di cooperazione più ampi, attuando il principio del reciproco riconoscimento delle decisioni di confisca a livello europeo e questo con l'adozione del decreto legislativo n. 137 del 2015.
Tra le azioni di Governo, desidero ricordare inoltre l’approvazione il 18 ottobre 2016 del disegno di legge sul caporalato. La nuova normativa ha rafforzato il contrasto a questa realtà, con l’introduzione nel codice penale dell’art. 603 bis, collocato proprio tra i delitti contro la libertà individuale della persona. Il caporalato è un fenomeno inumano che questo Governo ha inteso avversare con grande determinazione. La legge sanziona la condotta anche del datore di lavoro e non soltanto dell’intermediario; prevede l’applicazione di un’attenuante in caso di collaborazione con le autorità, l’arresto obbligatorio in flagranza di reato e, in alcune ipotesi, la confisca dei beni. Il provvedimento stabilisce, inoltre, l’assegnazione al Fondo anti - tratta dei proventi delle confische ordinate a seguito di sentenza di condanna o di patteggiamento per il delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro ed estende, altresì, le finalità del Fondo alle vittime del delitto di caporalato, oltre a valorizzare le aziende virtuose.
Da segnalare, inoltre, la riforma del codice penale, approvata poche settimane fa, che ha introdotto una serie di innovazioni per l’aggravio delle pene in ordine ad alcuni reati ad elevato allarme sociale (dal voto di scambio mafioso al furto e rapina aggravati), ma che incidono anche sulla natura del processo, introducendo elementi di forte modernizzazione, semplificazione ed innovazione.
Infine, ricordo che è attualmente in atto la discussione sul testo di riforma del codice antimafia, approdato al Senato dopo l’approvazione alla Camera. L’auspicio di tutti è che si possa arrivare alla rapida conclusione del procedimento legislativo, così da introdurre i correttivi più efficaci in tema di confisca dei beni mafiosi, di poteri di scioglimento dei comuni infiltrati dalle organizzazioni mafiose e di nuove regole a cui i comuni sciolti devono uniformarsi finito il periodo di commissariamento.

Conclusioni

E’ necessario stabilire un lavoro sempre più sinergico fra tutti gli attori istituzionali che agevoli il nostro Paese ad implementare la propria crescita economica, i livelli occupazionali già in costante aumento ed il clima di fiducia (già migliorata), rafforzando contestualmente la cornice di legalità all’interno del sistema economico e sociale.
La nostra economia ha registrato una crescita che fa ben sperare per il futuro e ci stimola a continuare il percorso di modernizzazione degli impianti normativi volti alla semplificazione della burocrazia e alla razionalizzazione delle risorse, come fatto in questi ultimi anni.
Per quanto concerne il settore di mia competenza, la giustizia, si è avviato un cammino innovatore che sta portando risultati già molto importanti, quali: la velocizzazione dei procedimenti e la conseguente diminuzione dell'enorme carico di arretrato civile, la valorizzazione delle procedure di risoluzione stragiudiziale ed arbitrali delle controversie, la razionalizzazione e modernizzazione delle norme in materia fallimentare e la maggiore specializzazione dei magistrati in materia commerciale con il potenziamento dei Tribunali delle Imprese. Il buon funzionamento del “sistema giustizia” rappresenta uno dei fattori di maggiore importanza per quanto concerne la potenziale attrattività di un Paese. In un’economia sempre più globalizzata è decisivo attrarre investimenti stranieri e incoraggiare la competitività sul piano internazionale, così come contrastare con rinnovata efficacia le sacche di economia sommersa e criminale, oggetto della nostra discussione odierna, che rappresentano un odioso freno allo sviluppo economico e produttivo del Paese.
Abbiamo messo in campo azioni finalizzate al mantenimento della continuità aziendale, alla maggiore accessibilità al credito per le imprese che si trovano in un momento di difficoltà e a rendere più celere il recupero dei crediti, con la creazione della nuova figura del pegno non possessorio. Strumenti non solo repressivi, dunque, ma che intendono affiancare i settori produttivi in crisi in un’ottica virtuosa e collaborativa, evitando che siano le sacche mafiose a svolgere funzioni di “welfare” criminale per le imprese.
In conclusione, vogliamo e dobbiamo vincere la sfida della legalità. Una sfida che è prima di tutto culturale, poiché solo contrastando con efficacia i gli incancreniti fenomeni mafiosi si può davvero ripristinare il rispetto della legalità nei rapporti sociali ed economici. Abbiamo il dovere di garantire una leale concorrenza sul mercato, improntata a parametri di equità e di equilibrio sociale.  
Inoltre, occorre garantire una maggiore appetibilità delle strutture e delle funzioni statuali, a cominciare dalle regioni maggiormente in difficoltà dal punto di vista economico. Bisogna aiutare i cittadini a scegliere lo Stato e aiutare lo Stato stesso ad essere appetibile agli occhi dai cittadini. Dobbiamo rompere questo circuito pernicioso che conduce a trovare nelle mille opportunità sommerse dell’economia mafiosa le risposte ai piccoli e grandi drammi occupazionali e sociali esistenti, a maggior ragione in quei imprenditoriali sfibrati dalla crisi.
Ecco perché, e vado a concludere, il nostro Paese ha il dovere di continuare nel cammino intrapreso dal Governo in maggiori investimenti nella pubblica amministrazione, nel miglioramento dei servizi pubblici unitamente ad una loro costante modernizzazione, qualificando sempre di più il capitale umano.

Fabrizio Giulimondi

ASPETTI DI FILOSOFIA APPLICATA AI CAMPI DELLA POLITICA E DELL’ECONOMIA


Il rapporto fra economia e politica è indubbiamente vicendevole, essendo essi settori di vita pubblica e sociale che si auto influenzano. Gioca, invece, un ruolo “pivotale” il concetto di filosofia, capace di influenzare tanto l’economia quanto la politica, e arrivando ad incidere sulle scelte di fondo nel campo dell’una e dell’altra. L’esito ultimo finisce per ripercuotersi sulla definizione delle scelte di politica pubblica, sui temi di policy rilevanti ed anche, inutile nasconderlo, sul modo che gli attori istituzionali politici ed economici hanno di esercitare tali funzioni. Non stupisce l’attinenza tra lo svuotamento della dimensione valoriale che attanaglia il nostro presente, i numerosi scandali che sconquassano il rapporto tra pubblici poteri e attori economici e il macro problema che tutto ciò comporta all’interno della sfera dell’etica pubblica.
Economia è un termine greco, composto dai due sostantivi oikos (casa) e nomos (regola, governo). Il “governo della casa” rinvia all’idea di una buona amministrazione, e quindi del corretto uso delle risorse disponibili. Il significato primario di economia non contiene dunque un immediato richiamo filosofico ma rimanda al concetto di efficienza, ossia a un principio di razionalità strumentale (rapporto mezzi/fini) pure storicamente centrale per l’economia.  Il termine “casa” può assumere diversi significati, che vanno dal nucleo domestico e familiare fino all’ azienda, per arrivare alla polìs. Nell’antichità il termine economia rimandava ad una scienza normativa che prevedeva il “vivere bene dentro l’oikos”. La “crematistica”, invece, indicava l’arte dell’accumulare ricchezza. Gli antichi tennero particolarmente a cuore tale distinzione, che permetteva di non identificare il campo della crematistica con l’intero campo sociale. La differenziazione dei due concetti, così marcata nell’epoca antica, finì per essere costantemente compressa nel corso dei secoli, tanto che l’economia politica moderna nacque nel 1700 con Adam Smith esattamente grazie all’ unificazione dei concetti di economia e crematistica.
Ma altri aspetti del sapere economico, che oggi riteniamo attuale, affondano le proprie radici nel pensiero antico. Il tema dello scambio, che anticipava l’utilizzo di moneta, fu al centro della creazione della logica di mercato. Il tema dello scambio, del mercato, della moneta rappresentarono la prima forma di giustizia, che Aristotele chiamava commutativa e che distingueva dalla giustizia distributiva. Ogni volta che riceviamo qualcosa questo crea in noi l’obbligo a ricambiare. Ciò fa sì che in ogni società il ricambio avvenga con qualcosa di fisicamente diverso, ma in qualche modo equivalente, a quanto ricevuto. Nasceva, di fatto, la concezione del valore economico e la moneta diventa(va) lo strumento di misura degli equivalenti. La giustizia commutativa anticipò, e di molto, l’idea di concorrenza, stabilendo una sorta di “democrazia economica”. Naturalmente non era facile, e del resto non lo è tutt’ora, realizzare la giustizia commutativa attraverso il regime di concorrenza: le alterazioni della concorrenza erano comunissime, sino all’estremo della condizione di monopolio, che per Aristotele rappresentava il massimo esempio di violazione della medesima giustizia commutativa. La disciplina economica nasceva, dunque, su basi filosofiche, addirittura normative. Siamo nell’ambito di una disciplina morale, il cui fine è la realizzazione della giustizia, quanto meno da Platone e da Aristotele in poi.
Mentre la giustizia commutativa era l’equivalenza nello scambio, la giustizia distributiva mirava ad un’equilibrata proporzione nella distribuzione dei beni, anticipando ciò che oggi noi chiamiamo giustizia sociale. In epoca moderna, la distinzione tra economia e crematistica finì per ridimensionarsi sempre più e la ricchezza divenne misura crescente della felicità. Conviene qui ricordare subito che la massima opera di Adam Smith, del 1776, riguardava la ricchezza stessa. Il titolo completo dell’opera di Smith è Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni. Oggetto dell’economia per i moderni divenne anzitutto il sistema economico, piuttosto che il singolo individuo. Occorreva stabilire la natura della ricchezza (ossia cosa fosse la ricchezza) e, su questa base, sviluppare un’eziologia della ricchezza stessa (la ricerca delle sue cause). In epoca moderna la ricchezza iniziò ad avere al centro del suo interesse lo studio della dinamica della ricchezza, con l’indagine sulle cause della sua formazione e della sua “esportabilità”. La modernità, non a caso, fu l’epoca della formazione degli Stati nazionali, con un processo storico che portò in evidenza il valore politico della ricchezza delle nazioni. Accanto alle armi e alla diplomazia, la ricchezza gradualmente emerse come fattore spesso pragmaticamente decisivo di potere politico. Le scuole di pensiero economico che si succederanno nel corso dell’epoca moderna si divideranno, infatti, proprio sulla natura della ricchezza, e finiranno per legarsi storicamente all’esercizio del potere politico del proprio tempo.
La prima concezione della ricchezza, sviluppata dalla scuola mercantilista (tra il 1500 e il 1700), è quella dell’accumulazione di denaro come misura della ricchezza di un sistema statuale e, quindi, come parametro della sua forza sullo scacchiere internazionale. Proprio del valore del denaro e dei beni, in relazione alla loro diffusione sul mercato, si occuparono numerosi autori, come Potter, Asgill, Cary e Davenant. Furono tra i primi a sostenere l’adozione monete cartacee, sotto forma di banconota, proprio per separare il valore del metallo delle monete dal valore comunemente assegnato al denaro quale parametro comune di scambio, suggerendo che la maggiore rapidità di scambio delle monete cartacee avrebbe favorito l’industria e il commercio. In generale, la scuola mercantilista assegnò grande attenzione alla bilancia dei pagamenti degli Stati, vale a dire lo strumento che registra ancora oggi il saldo del dare e avere di un sistema statuale rispetto all’estero, ritenendo tale via l’unica possibile per la misurazione dell’espansione o della diminuzione della massa monetaria di un sistema statuale e, dunque, il suo stato di salute.
La scuola mercantilista indurrà a una mentalità capace di diffondersi gradualmente e rapidamente, che privilegerà non solo il denaro in sé in quanto misura di salubrità di un dato sistema economico, ma che influenzerà i temi del credito prima e della finanza poi. L’obiettivo dell’economia sarà quello di accrescere il valore delle attività monetarie, tanto di quelle creditizie che di quelle finanziarie. La finanza rappresenterà uno step successivo, e avverrà con la cartolarizzazione dei rapporti di debito e credito. Il credito (con il corrispondente debito) non sarà più semplicemente il rapporto tra un soggetto identificabile e un’istituzione creditizia, ma si tradurrà in un prodotto finanziario negoziabile, e quindi in un titolo di credito a tutti gli effetti. Il periodo mercantilista, non a caso, fu l’epoca della nascita delle grandi istituzioni finanziarie del capitalismo moderno. Intuizioni quali i mercati finanziari, i debiti pubblici e le banche centrali appartengono esattamente a questa fase. Il mercantilismo, in sintesi, divenne il frutto più maturo di quella mentalità pragmatica e dirigista che caratterizzò la tarda età dell’assolutismo e che poco si curava delle sottigliezze della giustizia commutativa o della giustizia in genere. Tale mentalità finì per propugnare una prassi politica ontologicamente nuova, che trovò il suo alveo politico naturale nella formazione dei moderni Stati nazionali ma che ebbe nella graduale migrazione da un’economia prettamente aristocratica e terriera ad una tipicamente borghese e industriale la sua manifestazione teoretica più piena. Il protezionismo che produsse finì per esaltare gli aspetti monetari e finanziari della vita economica, segnando la cesura definitiva tra l’epoca antica e quella moderna.
Largamente francese è la reazione al mercantilismo che si sviluppa sin dagli anni venti del Settecento, per poi crescere impetuosamente attorno alla metà del secolo XVIII, e che prese il nome di scuola fisiocratica. La fisiocrazia aveva per obiettivo il recupero di una concezione della vita economica frutto della speculazione intellettuale, e non appannaggio esclusivo di banchieri e creditori. Il nome di fisiocrazia evocava, già di per sé, il richiamo al dominio della natura. I fisiòcrati, infatti, si richiamavano al diritto di natura e promuovevano la concorrenza quale mezzo di accrescimento della ricchezza, finendo per criticare l’imposizione di dazi e di imposte indirette. L’approdo ultimo finì così per essere la critica feroce della concezione monetaria e finanziaria della ricchezza propugnata dal mercantilismo. Moneta e finanza non potevano essere più, a patto che lo fossero mai stati, i parametri esclusivi della ricchezza di uno Stato. Al massimo, potevano essere strumenti utili per la promozione di ricchezza, ma a patto che tale ricchezza fosse misurabile in termini reali, ossia di beni materiali prodotti. Nel celebre Tableau économique del 1758 del grande maestro della Fisiocrazìa, François Quesnay, la moneta veniva messa all’angolo e ridotta a mero strumento di circolazione. L’accumulazione della ricchezza, per Quesnay, dipendeva dalla capacità di un sistema paese di produrre prodotto netto, ossia di produrre un avanzo di prodotto a seguito dell’accantonamento delle risorse utilizzate per la produzione stessa. Non da altro. Per i fisiòcrati il solo settore economico capace di produrre prodotto netto era e rimaneva l’agricoltura. Rovesciando le parti rispetto alla concezione mercantilista, i fisiòcrati finirono per esaltare l’agricoltura come settore produttivo per eccellenza e per prendere le distanze dalla manifattura, “sterile”, a loro avviso, perché incapace di creare prodotto netto.
Questa piccola sistematizzazione delle correnti economiche nell’Occidente moderno non può che portarci al pensiero di Adam Smith, grazie al quale l’economia politica nel ‘700 ebbe il suo grande momento di gloria. Caratteristica specifica delle analisi di Smith fu il peso e il rilievo che egli attribuì al concetto di “simpatia”. Nel sistema di Smith il dato antropologico di fondo fu costituito dalla capacità dell’uomo di condividere, attraverso l’immaginazione, i sentimenti dei suoi simili, sviluppando una capacità di immedesimazione. Nessuna delle specie animali ha una simile capacità. Dalla simpatia, dall’immedesimazione, scaturirebbero non solo regole morali di comportamento ma anche l’origine stessa dello scambio nella vita associata. La coscienza morale, per Smith, finirebbe per non risponde più ad un principio razionale interiore, ma, scaturendo dal rapporto simpatetico che l'uomo ha con gli altri uomini, presenterebbe un carattere prevalentemente sociale. Le stesse norme sociali non possono che spingere verso modelli di solidarietà e integrazione sociale.
In quest'ottica, ad esempio, il diritto di proprietà non è un diritto naturale, come l'intendeva John Locke, e per questo anteriore ad ogni convenzione sociale, né un artifizio storico come sostenuto da Hume, ma il risultato di un processo speculare di simpatia e socializzazione che giustifica ad esempio la proprietà in quanto possesso di un oggetto, frutto legittimo di un lavoro personale, che se fosse espropriato, implicherebbe un giudizio negativo dell'uno sull'altro.
Riprendendo la riflessione di Smith, anche il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz sottolinea più volte come sia rilevante anche oggi, a livello antropologico ed economico, il concetto di simpatia, il cui compito è quello di non cedere ad una politica astratta caratterizzata dalla perdita di contatto da parte degli attori politici con le realtà sociali circostanti ma tendere ad un miglioramento concreto e continuo delle condizioni di vita economiche e sociali. Il politico e l’economista sono coloro che ragionano, proprio come il filosofo, su una realtà sociale già costituita al fine di arricchirla e perfezionarla, apportando nella società un contributo diretto e condiviso che miri ad un beneficio reale delle persone.
E’ da queste premesse che nascerà una nuova concezione della ricchezza, proposta già da Smith dopo aver criticato le nozioni delle due scuole precedenti (quella mercantilista e quella fisiocratica). La ricchezza, a partire da Smith, diviene il frutto dell’intensificarsi della relazionalità umana attraverso lo scambio. Lo scambio quale altra faccia della divisione del lavoro che, secondo Smith, resta la principale causa del progresso e dell’accumulazione della ricchezza. La divisione del lavoro a sua volta trova, per Smith, la sua applicazione caratteristica nella manifattura (espressione paradigmatica dell’apogeo borghese fin ad allora politicamente sotto-rappresentato), così che anche da questo punto di vista lo schema fisiocratico arrivi ad essere sovvertito.
Il frutto avvelenato di tale concezione, di certo illuminata nella sua incredibile capacità di analisi e lettura della società nel suo divenire, fu un il laissez faire che condizionerà gli aspetti teorici e pratici dell’economia politica per tutto l’800, fino ai primi decenni del Novecento. Complice la crisi economica di sistema che attanaglierà il settore produttivo statunitense tra le due guerre mondiali, l’avvento di John Maynard Keynes cambierà radicalmente i parametri teorici fino ad allora caratterizzati da dogmatici assiomi. Primo, fra tutti, lasciare libero il mercato di regolarsi e di regolare la vita sociale. L'asse portante della teoria macroeconomica dell'economista inglese sarà, invece, l’eliminazione dell’instabilità del mercato e delle diseguaglianze economiche e sociali per realizzare “una buona vita e una buona società”.
Fautore della piena occupazione, che non coincide con la crescita economica illimitata ma con l'equa ripartizione del lavoro e dei redditi, Keynes è stato ridotto, negli anni,  all'assunto che la causa della disoccupazione risieda nella rigidità dei salari monetari. Al contrario, è l'assenza e l’imprevedibilità della domanda, sosteneva Keynes, a causare l'instabilità del mercato. Il che, si badi bene, è in diretta opposizione alla tesi degli economisti neoclassici secondo cui l'offerta generi la sua domanda e il sistema di mercato si autoregoli.
Dalla Teoria generale prese avvio quella che è stata chiamata la “rivoluzione keynesiana”. Fedele alla sua idea di fondo che gli economisti dovessero mirare a scrivere cose utili, Keynes si propose di superare le profonde differenze di opinioni fra gli economisti, colpevoli di aver distrutto l’influenza pratica della teoria economica. Ossia, incapaci di generare ricchezza e benessere. Proprio tale appello agli economisti, affinché si sforzassero di uscire dal campo ristretto delle formulazioni astratte, specialmente quelle di carattere matematico, per “sporcarsi le mani” con i fatti e con le passioni politiche degli uomini spiega il fascino straordinario che Keynes esercitò sugli economisti del suo tempo, e in particolare su quelli più giovani. Fascino che divenne irresistibile quando l’aumento apparentemente inarrestabile della disoccupazione e della povertà, seguito al crollo di Wall Street del 1929, rese palese l’inservibilità delle teorie economiche tradizionali di fronte a fatti straordinari. La forza del messaggio di Keynes fu quella di offrire una spiegazione convincente delle cause della crisi, accompagnata dal rifiuto morale di rassegnarsi davanti ai problemi della società, ricercando al contempo risposte credibili e sperimentabili.
Per i primi trent’anni del secondo dopoguerra è sembrato che l’interpretazione keynesiana del funzionamento delle economie capitalistiche fosse fissata una volta per tutte e che le relative implicazioni, dal punto di vista della politica economica, fossero solide e indiscutibili. Poi, dalla metà degli anni settanta del secolo scorso, la rivoluzione keynesiana ha perso rapidamente mordente e vigore, e sono ritornate in auge, pur se confezionate in forme apparentemente nuove, le idee che la Teoria generale aveva spazzato via. Un ritorno al passato che ha fatto sì che la scienza economica perdesse nuovamente di vista, nel prevalere dei modelli formali, la sua vera ragion d’essere, ossia quella di contribuire a risolvere i problemi dell’umanità.
A partire dal 2007/2008 il crollo del mercato dei subprime negli Stati Uniti, l’ondata dei fallimenti bancari, l’improvviso venir meno dei canali di circolazione della moneta, il diffondersi della crisi in tutto il mondo e il panico evidente dei governi e delle istituzioni internazionali hanno incrinato le certezze della teoria economica dominante, di cui si erano nutriti il mondo accademico e i governi. Per molti decenni il discrimine fra destra e sinistra era stato segnato dal giudizio di fondo sull’assetto finale che avrebbe dovuto avere il sistema economico dal punto di vista del controllo sui mezzi della produzione. Da un lato i sostenitori del capitalismo, dall’altro i sostenitori della necessità di una radicale trasformazione delle basi stesse del sistema economico nel senso del socialismo. La caduta del Muro di Berlino, la venuta meno di un intero mondo valoriale ed economico quale quello della galassia sovietica, avevano fatto ritenere che la “fine della Storia” teorizzata da Francis Fukuyama, ossia l’apice del processo di evoluzione sociale, economica e politica dell'umanità raggiunto alla fine del Ventesimo Secolo, fosse più di una ammaliante suggestione. Oggi, venuta meno l’alternativa radicale fra capitalismo e socialismo, il discrimine fra destra e sinistra è finito per porsi all’interno stesso del mondo capitalistico. La luce accesa su zone d’ombra per troppo tempo dimenticate, ha finito per scoperchiare antinomie non più riconducili a soluzioni di piccolo cabotaggio. I soggetti politici, dinanzi a tassi elevatissimi di disoccupazione e ad ineguaglianze sociali sempre più accentuate, hanno titolo per ingaggiare una battaglia volta a cambiare le leggi e la filosofia delle istituzioni economiche dominanti, avendo, nelle politiche keynesiane, il più forte e organico complesso di proposte programmatiche. Il caso dell’Unione Europea, e della crisi politica, economica e monetaria che attanaglia la vecchia Europa, ne rappresenterebbe il miglior caso di scuola possibile.
Da oltre duemila anni l’economia si affanna, dunque, attorno alla compatibilità tra giustizia commutativa e giustizia distributiva. La linea prevalente negli ultimi anni ha privilegiato una concezione piuttosto radicale del mercato concorrenziale, accompagnata dalla diffusa convinzione che la giustizia distributiva rappresenti un prodotto congiunto rispetto alla promozione della giustizia commutativa. Questo ha condotto ad un’ enorme sottovalutazione delle analisi sulla distribuzione della ricchezza e del reddito, in contrasto con una realtà fatta dalla crescente e smisurata diseguaglianza. Di qui la vastissima eco ottenuta dal recente volume in tema di distribuzione della ricchezza e del reddito, dell’economista francese Thomas Piketty, che ha colpito nel segno riportando energicamente alla ribalta proprio la teoria della distribuzione. Ne è derivato una decisa rivalutazione del pensiero keyensiano, capace di porre su basi nuovamente dialettiche le azioni del decisore pubblico nel contesto macro economico con il rilancio dell’economia reale, soprattutto in tempo di stagnazione economica e di crisi occupazionale. Non meno interessante è la riflessione dell’intellettuale contemporaneo Slavoj Žižek, il quale rileva come sia sempre più contingente il ruolo dell’etica e il suo rapporto con l’economia e la politica. Se non si riabilita la dimensione centrale della politica, gli uomini del nostro tempo, secolarizzati e post ideologici, si troveranno sempre di più in una condizione di “deficit di senso”, compensata nella banale attività di consumo. Žižek coglie, a tal proposito, due processi preoccupanti, uno collettivo e socio-politico, l’altro individuale. Da una parte, infatti, la politica sembra aver perso ogni riferimento ideale per ridursi a mera pratica di governance, accanto a forme di spettacolarizzazione e derive populiste; dall’altra, gli individui sembrano muoversi in una completa assenza di senso, travolti da relativismo e nichilismo, in un “deserto del reale” che li condanna agli imperativi e a i divieti imposti non più dalla società ma dalla propria soggettività, ormai piegata alle logiche del dover godere, dell’eccesso e del mero consumo. Il suo è un discorso etico-politico, perché insiste su un punto fondamentale, ossia sulla responsabilità non solo di compiere il nostro dovere o di lavorare per il bene, ma di decidere cos’è il bene e di come realizzarlo nella società attuale.
Pur rifuggendo da ogni imperativo etico, che assegni allo Stato il compito di decidere della sfera individuale di ognuno, andando ben oltre le mutue concessioni contrattualistiche dello Stato moderno, è però a mio avviso indispensabile il recupero di una dimensione morale della sfera pubblica, che si sostanzi anche nel coraggio di adoperarsi per le idee che si ritengono giuste e adeguate ai problemi cui porre soluzione. Se di rapporto tra economia, politica e filosofia si deve parlare, una tale dimensione appare essere la pietra angolare da cui ricostruire l’edificio sociale all’interno del quale siamo tutti, indistintamente, costretti a vivere e a operare.

Fabrizio Giulimondi 



mercoledì 9 agosto 2017

LA RISTRUTTURAZIONE D’IMPRESA E LE PROCEDURE CONCORSUALI - CONCLUSIONI


La crisi  rappresenta una fase patologica del ciclo produttivo  dell’impresa.
Del termine “crisi” si è cercato spesso di dare una definizione univoca.
In senso strettamente finanziario tale espressione è considerata sinonimo di insolvenza, considerando in crisi l’impresa che non sia in grado di far fronte alle proprie obbligazioni, o meglio, quando vengano meno le condizioni di liquidità e di credito necessarie per adempiere regolarmente e con mezzi normali       alle  obbligazioni     contratte.
Secondo un’altra opinione, la crisi si sostanzia nell’instabilità della redditività che porta a rovinose perdite economiche e di valore del capitale, con conseguenti dissesti nei flussi finanziari, perdita della capacità di ottenere finanziamenti creditizi per un crollo di fiducia della comunità finanziaria,      ma anche        di parte dei clienti e fornitori.
La crisi d’impresa è causa di “allarme sociale”.
Gli interessi ruotanti intorno a un’impresa sono numerosi e vengono ad essere minacciati   dalla crisi della sua progettualità.
Fatale e drammatica conseguenza di ciò è l’impossibilità    di liquidare quello che è dovuto ai creditori, oltre la perdita di occupazione dei lavoratori che vi operano.
Più aumentano le dimensioni dell’impresa e più la questione può diventare di carattere sociale, andando a travolgere spesso altre imprese, risentendone così l’intero sistema economico relativo ad un determinato ambito merceologico e la stabilità del quadro economico nella sua interezza. 
 Con il termine “crisi”, pertanto, viene a crearsi una condizione comprensiva di diverse situazioni, che possono andare dall’insolvenza irreversibile ad una situazione di temporaneo squilibrio economico e finanziario.
Una volta stabilita la situazione di difficoltà, la questione principale riguarda la scelta della soluzione da attuare come rimedio allo  scompenso che compromette l’intero assetto economico, finanziario e patrimoniale dell’impresa.
La legge fallimentare del 1942 ha disciplinato la materia delle
procedure concorsuali per più di sessanta anni.
L’impronta del Legislatore rispondeva ai principi economici e giuridici propri di quel tempo, fondati su una visione patrimonialista e di favor creditoris, a cui  
si aggiungeva l’intento afflittivo in forza del quale si considerava la condotta dell’imprenditore insolvente riprovevole, sanzionabile con l’istituto del fallimento anche con limitazioni     di     carattere  personale.
Le riforme che si sono succedute nel tempo hanno cercato soluzioni che bilanciassero i legittimi interessi creditori con il tentativo di non espungere dal sistema economico, finanziario, imprenditoriale e commerciale quella singola unità aziendale in grave difficoltà organizzativa, gestionale e di liquidità.
Il Legislatore negli ultimi dodici anni ha offerto alle imprese in crisi tre strumenti di riorganizzazione tra loro alternativi: una rimodulazione del concordato preventivo più adeguata al mutato contesto sociale italiano, il piano attestato di risanamento e l’accordo di ristrutturazione dei debiti.
Le novità più rilevanti sono rappresentati da questi due ultimi percorsi di natura pattizia stragiudiziale.
Il Piano attestato di risanamento si configura come il primo passo verso una gestione della crisi societaria rimessa all’autonomia dell’imprenditore, ossia come un atto dell’imprenditore a contenuto negoziale, basato sul raggiungimento dell’intesa tra debitore e creditori e successiva sua approvazione da parte di questi ultimi, con le maggioranze normativamente prescritte. Un professionista ha l’onere di attestare la ragionevolezza e l’idoneità del Piano a      superare  la     situazione       di     crisi. Il Piano produce i suoi effetti senza alcuna autorizzazione da parte della Autorità giudiziaria.
Il secondo tipo di accordo stragiudiziale si concreta in quello di ristrutturazione dei  debiti, caratterizzato da due fasi:
una stragiudiziale, nella quale l’imprenditore in crisi rinegozia con i propri creditori la situazione debitoria; e una giudiziale, al termine della quale l’effettiva produzione degli effetti legali dell’accordo deriva dalla “validazione” compiuta dal Tribunale.
E’ estremamente importante mettere in luce che è principalmente dall’aiuto dell’impresa in crisi che dipende parte dell’import-export italiano. L’iniziativa economica privata, tutelata dalla nostra Carta costituzionale, ha un valore sociale e deve essere supportata proprio nel momento in cui versi in stato di difficoltà.
Diciamolo a chiare lettere: la legislazione deve aiutare l’operatore economico quando è in crisi e non soltanto quando è oramai fallito, con i fornitori che bussano alle porte ed i lavoratori licenziati o in cassa integrazione. Il legislatore ha il dovere di fornire strumenti idonei ad aiutare le imprese in difficoltà, mostrando Istituzioni al loro fianco e pronte a farle ripartire, agevolandole nei rapporti con le banche e gli istituti di credito.
La certezza del diritto è il caposaldo e il baluardo per qualsiasi corretto intervento normativo e rappresenta l’argine entro il quale l’imprenditore deve muoversi. E’ necessario ridurre la durata dei procedimenti, specie di quelli civili e attinenti le procedure fallimentari e concorsuali, la cui eccessiva lunghezza è causa di plurime condanne da parte della Corte di Strasburgo. La chiave di volta è una giustizia chiara, che consenta alla azienda di sapere quello che è giusto e quello che non lo è in tempi certi e congrui.
Molto si è fatto sul terreno della semplificazione amministrativa ma, certamente, molto ancora può essere fatto, riducendo, ad esempio, ancora di più la burocrazia e i cavilli che la attorniano. E’ compito della Politica e delle Istituzioni far emergere una burocrazia che sia di effettivo ausilio, e non di ostacolo, alla affermazione dei diritti dell’imprenditore. La Pubblica Amministrazione ha il dovere di risultare sempre più trasparente e vicina all’impresa, la politica fiscale l’onere di aiutare e supportare le aziende.
Fare l’imprenditore è uno dei lavoro più difficili, dovendo questi destreggiarsi fra un corposo – e non sempre chiaro - numero di leggi, incertezze giuridiche e normative fiscali non sempre “amiche”, con la costante preoccupazione di garantire mensilmente la busta paga ai propri lavoratori.
Per tale ragione, anche in questo settore la prevenzione è il percorso più razionale da intraprendere per ovviare a situazioni pregiudizievoli non soltanto per il singolo soggetto privato che versa in una situazione di grave disagio, ma anche per l’intero sistema sociale e produttivo.
In conseguenza a quanto sino ad ora detto, la filosofia sottesa a qualsivoglia statuizione normativa e giudiziaria deve essere impregnata alla ferrea volontà di “salvare” l’impresa, e non di farla affatto uscire dal mercato e dal circuito produttivo.
Fabrizio Giulimondi




IL "CAVERGIVER"


Una prima importante tutela della disabilità grave e un primo importante riconoscimento dell’assistenza delle persone disabili si compie con la legge 104/1992.
Nel 1998 la legge n. 162 ha previsto programmi di aiuto per disabili presso Regioni ed enti locali.
La legge c.d. “Dopo di Noi” 112/2016 favorisce il benessere, la piena inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità, individuando e riconoscendo specifiche tutele per i disabili una volta venuti meno i genitori o altri parenti che li sostenevano (stima ISTAT: 15 per cento delle famiglie italiane sono interessate dal problema).
Con il termine caregiver familiare si designa colui che volontariamente e gratuitamente si prende cura di una persona cara consenziente in condizioni di non autosufficienza, a causa dell'età, di una malattia, di una disabilità. Le prestazioni sono rese a titolo gratuito, in funzione di legami affettivi.
La diversità con la figura professionale del c.d. badante si sostanzia nel fatto che quest’ ultimo svolge attività lavorativa domestica retribuita, mentre il caregiver pone in essere la propria attività di sostegno a titolo gratuito.
Prendersi cura di un proprio familiare è una scelta d'amore che deve essere valorizzata e sostenuta dallo Stato. Il caregiver familiare deve farsi carico dell'organizzazione delle cure e dell'assistenza; può trovarsi, dunque, in una condizione di sofferenza e di disagio riconducibili ad affaticamento fisico e psicologico, solitudine, consapevolezza di non potersi ammalare, per le conseguenze che la sua assenza potrebbe provocare, il sommarsi dei compiti assistenziali a quelli familiari e lavorativi, possibili problemi economici, frustrazione.
Queste persone vivono in una condizione di abnegazione quasi totale, che compromette i loro diritti umani fondamentali: quelli alla salute, al riposo, alla vita sociale e alla realizzazione personale.
L'impegno costante del caregiver familiare prolungato nel tempo può mettere a dura prova l'equilibrio psicofisico del prestatore di cure ma anche dell'intero nucleo familiare in cui è inserito.
Secondo quanto emerso dalle ricerche condotte su questo delicato tema, i caregiver familiari, logorati da un carico assistenziale senza pari, sono stati costretti nel 10 per cento dei casi a chiedere il part-time o il telelavoro e nel 66 per cento a lasciare del tutto il lavoro.
Il Premio Nobel 2009 per la medicina, Elizabeth Blackburn, ha dimostrato che i caregiver familiari hanno una aspettativa di vita fino a 17 anni inferiore alla media della popolazione.
Senza il lavoro svolto dai familiari, il costo economico delle tante persone che hanno bisogno di assistenza continua sarebbe insostenibile per lo Stato.
Le Regioni stanno promuovendo iniziative a tutela e garanzia dei caregiver e, a tale proposito, ne è un esempio la Regione Emilia-Romagna, che ha riconosciuto l’importanza dei caregiver familiari, la cui opera ha un valore economico e sociale di assoluta insostituibilità.
Le legislazioni di molti Paesi europei prevedono specifiche tutele per i caregiver familiari, tra le quali supporti di vacanza assistenziali, benefici economici e contributi previdenziali, come avviene in Francia, Spagna e Gran Bretagna, ma anche in Polonia, Romania, e Grecia.
Occorre defiscalizzare, come la Francia e altri Paesi europei ci hanno insegnato, le spese di cura quale condizione chiave perché i familiari possano avvalersi di aiuti offrendo lavoro regolare.
In Italia manca ancora una piena coscienza e un'adeguata tutela per queste figure, anche se come sancito dall'art. 35 della nostra Carta costituzionale e come stabilito dalla sentenza n. 28 del 1995 della Corte costituzionale, che afferma: “Il lavoro effettuato all'interno della famiglia, per il suo valore sociale ed anche economico, può essere ricompreso, sia pure con le peculiari caratteristiche che lo contraddistinguono, nella tutela che l'articolo 35 della Costituzione assicura al lavoro in tutte le sue forme” e ancora “l'articolo 230-bis del codice civile che, apportando una specifica garanzia al familiare che, lavorando nell'ambito della famiglia o nell'impresa familiare, presta in modo continuativo la sua attività, mostra di considerare in linea di principio il lavoro prestato nella famiglia alla stessa stregua del lavoro prestato nell'impresa”.
Il 13 gennaio 1986 il Parlamento europeo ha inoltre approvato una risoluzione che ha individuato l'importanza del lavoro non remunerato delle donne nella formazione del prodotto nazionale.
Dal momento che la centralità della famiglia nella cura della malattia risulta essere una dato consolidato ai sensi della legge 8 novembre 2000, n. 328, si ritiene opportuno e necessario riconoscere ai caregiver familiari una condizione giuridica di tutele, equivalente almeno a quella riconosciuta ai lavoratori domestici.
Si deve tener conto, inoltre, del riconoscimento delle competenze lavorative acquisite in ambito informale riconosciute dal decreto legislativo 16 gennaio 2013, n. 13, e dalla raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea sulla convalida dell'apprendimento non formale e informale del 20 dicembre 2012.
Il Legislatore si sta ponendo il problema di andare oltre gli istituti forniti dalla legge 104/1992 in ausilio  a coloro che assistono gratuitamente persone che versano in gravi situazioni di minorazione fisica o mentale (art.3, comma 3, legge 104/1992) (generalmente parenti)
E’ in corso, infatti, presso l’ 11ª Commissione permanente del Senato (Lavoro, previdenza sociale) la trattazione congiunta di tre ddl (2048, 2128, 2266) (“Legge quadro nazionale per il riconoscimento e la valorizzazione del caregiver familiare”), finalizzati a riconoscere e a tutelare il lavoro svolto dai caregiver familiari oltre a riconoscerne il valore sociale ed economico per la collettività.
I testi all’esame - che presumibilmente confluiranno in un articolato unificato oppure sarà individuato uno dei tre come testo basa - contemplano una serie di benefici per i cavegiver in ambito previdenziale, assistenziale, assicurativo, fiscale in chiave agevolativa, oltre interventi di sensibilizzazione e di affidamento all’ISTAT di indagini multiscopo.

Fabrizio Giulimondi

martedì 8 agosto 2017

MAFIE: L’AZIONE DI CONTRASTO AL CRIMINE ORGANIZZATO - CONCLUSIONI

Il 25 ottobre scorso, con una risoluzione del Parlamento europeo, gli europarlamentari hanno chiesto l’adozione di un Piano d’azione per l’eliminazione della criminalità organizzata, della corruzione e del riciclaggio di denaro. Il Parlamento europeo chiede norme a livello di Unione Europea per la confisca dei beni delle organizzazioni criminali ed il loro riutilizzo a fini sociali, oltre per la protezione di chi esercita l’azione di denuncia.   
Vi può essere corruzione senza Mafia, ma non esiste Mafia senza corruzione: il contrasto alla corruzione costituisce fatalmente anche un contrasto alla Mafia.
Il settore degli appalti pubblici è di primaria appetibilità per la Mafia che vi vede un modo per riciclare capitali illeciti ed ottenere lecite ed ingenti somme di denaro, fornendo contestualmente occupazione. Questo è un salto sociale e, mi si passi l’espressione, “culturale”, che le organizzazioni criminali stanno operando: dalla fase intimidatoria e violenta a quella della cooptazione della volontà umana tramite l’offerta di vantaggi ed utilità, come un posto di lavoro. La Mafia si struttura ad impresa, paragonabile ad una grande azienda multinazionale che vive nell’illegalità utilizzando, però, strumenti e percorsi formalmente legittimi. La prevenzione della infiltrazione mafiosa nelle gare d’appalto è uno dei grimaldelli principali per ostacolare l’avanzata del potere economico-mafioso, consentendo solamente alle imprese sane e tecnicamente e finanziariamente attrezzate di poter partecipare a procedure ad evidenza pubblica: se ne avvantaggia lo Stato che riceve lavori, servizi e forniture qualitativamente ottimi ed il mercato, che vede valorizzati i suoi operatori migliori.
Il rating di legalità e di impresa va esattamente in questa direzione. Il primo diventa un vero e proprio motore concorrenziale per le imprese, grazie ad un sistema di valutazione delle aziende, a fini premiali o sanzionatori, basato sul rispetto della normativa e dei codici di autoregolamentazione. L’affidabilità di un operatore economico è di primaria importanza non solo per la stazione appaltante, ma per le stesse imprese in fase di affidamento dei lavori in sub-appalto: è in questa fase che la Mafia si insinua ed è in questa fase che deve essere bloccata. Il rating di impresa, introdotto nella riformulazione del codice degli appalti, va esattamente in questa direzione, soccorrendo le stazioni appaltanti nella individuazione del soggetto aggiudicatario, che deve possedere sin dalla presentazione dell’offerta requisiti reputazionali in relazione alle proprie capacità strutturali e d’affidabilità.
Quanto sino ad ora accennato suggerisce la necessità di investire in trasparenza: una Pubblica Amministrazione intesa come una turatiana “Casa di vetro” costituisce il più grande ostacolo all’opera di corruttela, che sostanzia uno dei principali cromosomi del DNA mafioso.
Gli open data formano gli anticorpi ai condizionamenti malavitosi degli apparati pubblici. Di questi anticorpi più se ne immettono nel sistema e più la resistenza alla ramificazione metastatica mafiosa è efficace e vincente.
Credo che oramai si è preso coscienza che la Mafia, o meglio, le Mafie, rappresentino un problema non solo di ordine interno alla sovranità nazionale, ma anche di sicurezza internazionale.
Il fenomeno sociale ed economico della globalizzazione ha coinvolto anche le Mafie, che oramai interloquiscono fra di loro e stipulano accordi criminali ed affaristici al pari di qualsiasi altro soggetto privato o pubblico. La Mafia è un modello agevolmente esportabile, una sorta di format da prendere a modello e riprodurre negli Territori più disparati.
La dimensione sempre più marcatamente transnazionale dei processi economici, specialmente sul versante finanziario, rischia di mettere fuori gioco gli strumenti giuridici tradizionali a base nazionale. Le più sofisticate forme di criminalità organizzata si muovono in questo spazio astatuale accumulando ingenti capitali, in una vasta rete opaca e sfuggente di alleanze. Per questo immaginare e progettare un’Antimafia a livello europeo può dare vita ad un percorso efficace di effettivo contrasto al fenomeno della globalizzazione criminale di stampo mafioso. Come suggerito dai tavoli tecnici di lavoro per gli Stati Generali Antimafia, due possono essere le strade da seguire: il rafforzamento della cooperazione del sequestro e della confisca dei beni mafiosi all’estero, unitamente al consolidamento della cooperazione internazionale, rendendo capaci gli uffici giudiziari italiani a compiere azioni oltre i confini nazionali.
Parallelamente alla globalizzazione delle Mafie si deve procedere alla globalizzazione del dialogo fra autorità giudiziarie e polizie.
Le Mafie seguono i capitali e la mafia con la scoppola in testa è un antico retaggio che può piacere ai cineasti, ma non corrisponde più alla realtà odierna: i mafiosi sono diventati poliglotti ed esperti di regole della finanza e dell’economia e gestiscono “affari” di ogni tipo. Mafia, infatti, vuole dire commercio di droghe, ma anche tratta di esseri umani in concomitanza all’incremento del fenomeno migratorio di massa.
Come afferma il compianto sociologo Bauman, non si possono dare risposte locali a problemi globali, vista la presenza di Mafie in molti Paesi europei ed extra-europei.  
La diversità delle legislazioni penali fra i vari ordinamenti può rappresentare un ostacolo alla cooperazione internazionale e, per tale ragione, è opportuno in seno alla Comunità internazionale renderle maggiormente omogenee.
Non da ultimo il sopraggiungere di “fuoriusciti” dalle “cosche” ha determinato, in alcuni casi, un cambiamento “strutturale” delle associazioni mafiose, che, talora, hanno assunto una fluidità ed una diffusività maggiormente difficoltosa da controllare.
Come la Mafia parla linguaggi criminali diversificati con variegate modalità operative a seconda di dove opera, altrettanto deve essere multiforme l’azione portata avanti dagli ordinamenti giuridici a livello nazionale, europeo ed internazionale.
Nell’andare alle conclusioni mi corre il dovere ricordare lo straordinario lavoro compiuto dai giornalisti, anche a rischio della propria vita, nel raccontare verità scomode: per questo voglio cogliere l’occasione per ringraziarli di vero cuore per il preziosissimo lavoro di informazione e di denuncia.
La magistratura e la polizia compiono un lavoro incessante di prevenzione e contrasto e, credo, sia doveroso ricordare i tanti, troppi eroi fra magistrati e forze di polizia che hanno dato la loro vita, o sono rimasti feriti, in questa incessante battaglia contro – mi si consenta l’espressione – questo “Male Assoluto” dei nostri tempi.
Fabrizio Giulimondi


UN BREVE INTERVENTO SU DROGA, ALCOL E LUDOPATIA.

Droga. Alcol. Ludopatia. Problematiche che fanno tremare le vene nei polsi. Problematiche che ci costringono ad interrogarci prima che come Istituzioni, come cittadini, genitori, persone.
L’uso di droga, specialmente negli ultimi anni quelle chimiche, dilagano negli ambienti giovanili, determinando gravi problemi ad una sana crescita fisica e psicologica degli adolescenti, mentre l’abuso di alcol, che prima era una realtà riguardante solo persone di età adulta, si sta diffondendo drammaticamente anche fra ragazzi sempre più giovani. Il gioco ossessivo e compulsivo è un fenomeno abbastanza recente, comparso sul finire dello scorso secolo ma che, anche con l’aiuto del web e dei mezzi di comunicazione rapidi e di massa (penso agli smartphone), sta assumendo caratteristiche devastanti per parte della popolazione italiana.
Tutte e tre le fenomenologie possono avere conseguenze criminogene e antisociali.
Per ludopatia (o gioco d’azzardo patologico) si intende l’incapacità di resistere all’impulso di giocare d’azzardo o fare scommesse.
Per continuare a dedicarsi al gioco d’azzardo e alle scommesse, chi è affetto da ludopatia trascura lo studio o il lavoro e può arrivare a commettere furti o frodi. È una condizione molto seria che può arrivare a distruggere la vita. 
La ludopatia può portare a rovesci finanziari, alla compromissione dei rapporti e al divorzio, alla perdita del lavoro, allo sviluppo di dipendenza da droghe o da alcol fino al suicidio. Tra i maschi in genere il disturbo inizia negli anni dell’adolescenza, mentre nelle donne inizia all’età di 20-40 anni. Secondo alcune stime americane la ludopatia può interessare il 2-4% della popolazione, rappresentando dunque anche un importante problema di salute pubblica. 
Nel 2000 gli italiani hanno speso circa 4 miliardi per il gioco d’azzardo legale, l’anno scorso l’ammontare è salito a 84,5 miliardi (e nel 2012 si toccò l’apice con quasi 90 miliardi).
E’ una condizione di cui, purtroppo, si parla da troppo poco tempo nonostante la sua diffusività e radicamento in ogni strato sociale ed area geografica.
L’arrivo massivo di internet e dei social network ha amplificato il problema andando oltre il “consumatore medio” che si reca nell’area nascosta del bar e della sala giochi a ciò dedicata: il giocatore compulsivo si rintana nella poca stanza e gioca tramite il proprio cellulare o il computer.
Il Governo ed il Parlamento stanno cercando di fornire una soluzione normativa al problema, ben consapevole che quest’ultimo possa essere ridimensionato soltanto con il contributo e la collaborazione di tutto il corpo sociale, specie degli organismi e delle associazioni che hanno un notevole patrimonio esperienziale e professionale alle spalle.
Anche se c’è ancora molto da fare (e questa sede è per me una occasione di ascolto e riflessione), il Governo ha cercato di fare la sua doverosa parte inserendo disposizioni di natura fiscale, in materia di pubblicità e di ricollocazione delle sale all’interno della legge di stabilità dell’anno scorso: a fronte dei 17.000 punti gioco, le concessioni rilasciate sono state solo 15.000, di cui 10.000 soltanto a sale destinate esclusivamente al gioco, mentre le restanti sono state riconosciute ai locali in cui la commercializzazione è solo accessoria (ad esempio tabaccherie e bar); tra le 5.000 macchinette solo 1.000 sono presenti in locali dove vengono vendute bevande. I provvedimenti dell’Esecutivo hanno fatto propri alcuni input scaturiti dal Parlamento e, in particolare modo, dal testo unificato approvato dalla Commissione Affari sociali (“Istituzione di un Osservatorio nazionale sulle dipendenze da gioco d’azzardo e disposizioni per la prevenzione, la cura e la riabilitazione della dipendenza da gioco d’azzardo patologico”) che prevede misure per la cura e la riabilitazione dei soggetti affetti da gioco d’azzardo patologico, per la protezione dei minori e dei soggetti più deboli, per la prevenzione sui fattori di rischio del gioco d’azzardo patologico ed il divieto di introduzione di nuove piattaforme on line per il gioco d’azzardo; in merito ai pagamenti, sia per le giocate tramite apparecchi tradizionali sia per quelle on line – sempre secondo questo testo unificato di proposta di legge -,   l’unica modalità prevista è quella elettronica mediante carte nominative con rilascio di apposita ricevuta che riporti la somma spesa per la giocata e quella vinta, mettendo in evidenza la differenza, oltre ad essere vietata la propaganda pubblicitaria del gioco d’azzardo.
Disposizioni in materia sono contenute anche nella legge di stabilità per il 2017, che, fra l’altro, incentivano il “giocatore” ad utilizzare lo strumento di pagamento elettronico invece di quello cartaceo. Limitazioni temporanee al gioco d’azzardo sono contenute anche nel provvedimento relativo alle aree colpite dagli eventi sismici del 2016, approvato in via definitiva dalla camera il 14 dicembre 2016. Si segnala, infine, che la Commissione Finanze della Camera ha avviato il 30 settembre 2015 l’esame della risoluzione 7/00728 per l’adozione da parte del Governo di misure urgenti volte a superare le incertezze dell’attuale quadro normativo sulle procedure di autorizzazione all’apertura delle sale da gioco.
Il tema della droga è antico quanto angosciante. La stima del mercato delle droghe in Italia fatta da Transcrime si aggira intorno ad un range di spesa in sostanze stupefacenti di 4,5 – 10,9 mld € di spesa, mentre l'Istat valuta la somma complessiva in 12,7 mld.
Il problema si è aggravato ulteriormente con l’arrivo nel mercato illegale di sempre nuove sostanze psicotrope (pasticche di vario genere) - chimicamente trattare in modo di usare elementi non sempre inseriti fra quelli illegali - che danneggiano anche in tempi rapidi la salute dei ragazzi. La maggior parte dei decessi (per incidenti, omicidi o suicidi) tra i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni è causata dall'abuso di alcol, di fumo o di droghe. L'uso di queste sostanze influisce anche su reati di natura violenta. Quasi un adolescente su due, il 42% di ragazzi tra i 14 e i 19 anni, ha già fatto uso di droghe, L'età in cui ci si fa la prima "canna" si abbassa costantemente, infatti il 12% dei casi è di 14 anni.
Tra i ragazzi, dunque, di droga ne gira parecchia, ragazzini che vanno a scuola, che incontriamo per strada, i meno sospettabili.
Certamente vi sono luoghi dove v’è un uso “abituale” di droghe, come le discoteca, che in qualche modo facilitano il contrasto, la prevenzione e la repressione, ma anche qui internet ha facilitato il mercato, ingigantendolo. Al pari della ludopatia, il rafforzamento del controllo del cyber-spazio è fondamentale per un effettivo contrasto alle condotte penalmente illecite legate droghe, non scordandoci che sono le organizzazioni criminali, non solo nazionali, ma anche straniere ed internazionali, a farla da padrone in questo campo e, pertanto, soltanto una stabile collaborazione fra magistratura e forze di polizia in sede sovranazionale può portare autentici frutti.
Il Parlamento lo scorso luglio ha iniziato a discutere su una proposta di legge sulla c.d. legalizzazione, che non prevede una liberalizzazione totale, ma fissa un limite massimo consentito di quantità di marijuana acquistabile (cinque grammi); è permesso, altresì, a determinate condizioni, la coltivazione della cannabis in forma individuale (per un massimo di cinque piantine a persona, solo per i maggiorenni) o associata, oltre l’introduzione di un monopolio di Stato, consentendo così la vendita al dettaglio della cannabis similmente al tabacco; non sarebbe più punibile la cessione gratuita a terzi di piccoli quantitativi di cannabis per consumo personale, pur restando vietata la pubblicità diretta o indiretta.
L’alcol è fra le sostanze legali più insidiose in quanto, a differenza della droga, è culturalmente “accettato” e “ammesso” dalla Comunità nazionale: la riprovazione sociale che v’è per la droga non sussiste per il vino, la birra ed i superalcolici, il cui abuso comporta conseguenze fisiche, psicologiche, comportamentali, sociali e criminali eguali a quelle cagionate dall’uso di stupefacenti.  A tale proposito L'Organizzazione Mondiale della Sanità classifica l'alcol fra le droghe: l’alcol è una droga giuridicamente legale ma parimenti molto tossica per la cellula epatica, nonché causa di dipendenza psico-fisica. Secondo l'OMS in Europa si ha il più elevato consumo alcolico al mondo. Il consumo per abitante è il doppio rispetto alla media mondiale. L'alcol è il terzo fattore di rischio per i decessi e per le invalidità in Europa e il principale fattore di rischio per la salute dei giovani.
Il problema si è sensibilmente incrementato presso i giovani ed i giovanissimi con il sopraggiungere nei negozi di bevande che uniscono al sapore di frutta presenza alcolica non indifferente, ancora più dannose e subdole proprio perché gli effetti sull’encefalo (che, insieme al fegato, è l’organo umano più “demolito” dall’uso di alcool) sono diradati nel tempo e possono insorgere al momento della guida. I dati parlano chiaro: la popolazione più a rischio per “il bicchiere di troppo” è quella giovanile fra i 18 ed i 24 anni, il 21% maschi ed il 7,6% femmine.
La legge n. 41 del 23 marzo 2016 ha affrontato penalmente il problema della guida sotto effetto di droghe o alcol, introducendo i reati di omicidio stradale e di lesione personale stradale per guida in stato di ebbrezza.
Ovviamente il diritto penale e il diritto in genere, i giudici e la polizia, rappresentano   tessere, importanti, necessari, di cui non si può fare assolutamente a meno, ma sempre singole tessere di un vastissimo ed intricatissimo puzzle: molto può e deve fare l’Istituzione scolastica, l’associazionismo culturale, religioso e sportivo, le stesse scuole guida e, prima di tutto, la famiglia.
Fabrizio Giulimondi