mercoledì 30 gennaio 2019

"LA FAVORITA" di YORGOS LANTHIMOS


La stravaganza può divenire estetica artistica sviluppata sul grande schermo.
La favorita” del regista Yorgos Lanthimos – uno dei massimi esponenti del cinema ellenico – è narrazione fatta di primi piani, volti immobili, particolari di occhi, sguardi, mimica, maestose ambientazioni della corte britannica ottocentesca della regina Anna (Olivia Colman, doviziosamente imbruttita sino a renderla disgustosa) e della sua “damigella” prediletta (Rachel Weisz), poi sostituita da un’altra prescelta (Emma Stone).
Le differenze caratteriali, di personalità e di intendimenti delle due sono di non poco momento, perché la prima ha in animo il bene del Regno, la seconda solo il proprio, manifestando lati ributtanti di sé.
La storia è, invero, il sottofondo, perché la raffinatezza delle immagini mista all’ espressione dei visi, ritratti impercettibilmente dal basso verso l’alto, come se lo spettatore stesse con le gambe leggermente flesse dinanzi al personaggio, sono il vero proscenio del racconto.
Nove nomination ai prossimi Oscar e tre Golden Globe vinti: una storia morbida, urticante e nascostamente angustiante che avviluppa l’attenzione del pubblico senza che esso se ne accorga,
La colonna sonora, prevalentemente composta da suoni monocordi e ossessivi nella loro identica ritmica, determina nell’animo senso di inquietudine e di attesa per ciò che succederà in un finale dal ricco sapore simbolico, che ogni spettatore interpreterà in modo difforme dall’altro.
Fabrizio Giulimondi


sabato 26 gennaio 2019

"CREED II" di STEVEN CAPLE JR.


“Creed II” di Steven Caple Jr. è un classico film di cassetta tutto orgoglio americano e muscoli.
Si fronteggiano il figlio di Ivan Drago (Ti spiezzo in due) e quello di Apollo Creed (che al tempo ci ha rimesso le penne proprio con l’atleta sovietico) in due tempi: prima la vittoria del pugile figlio della nuova Russia di Putin (ma sempre molto cattiva e arcigna), poi l’inevitabile trionfo del boxer statunitense che ha come allenatore nientepopodimeno che Rocky Balboa (l’inossidabile e un poco rifatto Sylvester Stallone).
Tutto cuore e coraggio, passione, amore e determinazione, forza e volontà, amor patrio e sfida all’ultimo cazzotto, all’insegna “che non si deve mai mollare”, la pellicola fa gradevolmente passare un lungo lasso di tempo allo spettatore che non riesce proprio ad adagiarsi sulla poltroncina: i muscoli sono troppo contratti.
Lo scontro finale ovviamente è epico.
Consigliato agli amanti del genere.
Fabrizio Giulimondi


giovedì 24 gennaio 2019

"LA PISTA INGLESE: CHI UCCISE MUSSOLINI E LA PETACCI?” di LUCIANO GARIBALDI (EDIZIONI ARES)


La pista inglese: Chi uccise Mussolini e la Petacci?

Per William Dwight Whitney la storia è la disciplina che si occupa dello studio del passato tramite l'uso di fonti, ossia di documenti, testimonianze e resti che possano tentare una narrazione continua e sistematica dei fatti avvenuti, in quanto considerati di particolare importanza per la specie umana.
E se l’ideologia e l’odio politico snaturassero i fatti o addirittura li inventassero?
Benito Mussolini e Claretta Petacci furono davvero “fucilati” il 28 aprile 1945, alle ore 16.20, davanti al cancello di villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra, comune di Tremezzina, sul lago di Como? Secondo la vulgata – come icasticamente la definì Renzo De Felice – diffusa (imposta?) dai partigiani comunisti e, poi, dai massimi esponenti del Partito Comunista Italiano, sì.
Vi sono studiosi, però, che si sono imbattuti in plurime fonti che hanno aperto nuove visioni di quanto accaduto in quelle ore e hanno cercato di fornire una diversa risposta. Uno di questi è lo storico e giornalista Luciano Garibaldi che si è cimentato in un complesso saggio: “La pista inglese: chi uccise Mussolini e la Petacci?” (Edizioni Ares, 2016 – 2018).
L’Autore con estrema puntigliosità analizza la folta letteratura sull’argomento, a partire da quella di stampo marxista, per dissezionare e valutare ogni più microbico dettaglio e disvelare al lettore le troppe e abnormi falsità propalate al grande pubblico italiano, a partire dalle scuole elementari.
Con metodologia storico-scientifica e taglio giornalistico e percorrendo e ripercorrendo con rigoroso studio il pensiero storiografico sul tema, Garibaldi in questo lavoro snocciola elementi indiziari e probatori sui quei tragici momenti che lasciano sgomento il basito lettore.
È revisionismo imbattersi in un fatto la cui esistenza, prima negata o omessa, è provata con testimonianze dirette (e non de relato come per molti accadimenti sino ad oggi tramandati come “ufficialmente” veri) e atti autentici (e non falsificati o manipolati)?
Chi ha ucciso Mussolini e la Petacci? Perché la Petacci fu ammazzata? Quali furono le sue colpe? Quando la coppia fu uccisa? Dove fu uccisa? Chi era veramente il “comandante Valerio” cui viene attribuita l’eliminazione fisica del Duce e della sua amante? Che cosa è l’”Oro di Dongo”? Che fine ha fatto? In cosa consiste il “carteggio” fra Mussolini e Churchill? Quali erano gli autentici rapporti fra i due? Cosa voleva Churchill da Mussolini? Perché il Primo Ministro inglese era così terrorizzato che quel carteggio andasse a finire in mani sbagliate? Cosa è sul serio successo durante il lasso di tempo che intercorre fra il pomeriggio del 27 aprile ed il pomeriggio del 28 aprile 1945?
Fare ricerca storica zigzagando dentro una “pubblicistica e (una) storiografia del passato recente, tuttora infarcito di deformazioni, impacciati moralismi, insabbiature e interessate rimozioni”, per Luciano Garibaldi non deve essere stata impresa agevole.
Che cosa è stata la Resistenza?
Una pagina esaltante della storia di Italia. Peccato che i comunisti l’abbiano insozzata con la loro sete di sangue”.

Fabrizio Gilimondi



sabato 19 gennaio 2019

“SEROTONINA" di MICHEL HOUELLEBECQ (LA NAVE DI TESEO)



Chi ha letto “Sottomissione” sappia che “Serotonina” (La nave di Teseo), l’ultima fatica letteraria di Michel Houellebecq, è di tutt’altra pasta.
Dio è uno sceneggiatore mediocre … e più in generale Dio è un mediocre, nella sua creazione non c’è niente che non abbia il segno dell’approssimazione e dell’insuccesso, quando non quello della cattiveria pura e semplice.”.
Tristezza, morire di tristezza. Solitudine. Un tocco algido, quasi mortifero, che si inala in tutta la narrazione. Una narrazione chiazzata da insistenti immagini pornografiche, che ripercorrono tutto lo scibile delle perversioni sessuali, dalla zoofilia alla pedofilia, percependo il lettore per tutto il tempo il fetore del marchese De Sade. Non v’è empatia. Non v’è. I personaggi sono scrutati dal di fuori; il di dentro si è perduto, è nascosto da qualche parte, è oggetto di inavvertite ricerche.
Si intravede una perenne, percettibilissima barriera fra il soggetto narrante e la restante umanità, una umanità che non è null’altro che un clangore insonorizzato di sottofondo che infastidisce la sempre meno latente sociopatia del protagonista, incapace, assolutamente inabile ad autentiche relazioni umane.
“Serotonina” è un cupo inno alla disgregazione umana, un disfacimento morale e psicologico che non può non travolgere quello fisico e organico: il colesterolo come segno tangibile premonitore della catastrofe imminente.
Il lirismo della inutilità dei rapporti sentimentali fra persone. Non sguardi. Non parole. Non fisicità amorosa. Non più una Morte a Venezia ma la Morte di un individuo che si nega nella sua corporeità per divenire ectoplasmatico, alieno da se stesso, osceno deposito di cibo e alcol, oramai monadico ventriloquo.
Houellebecq è un Moravia transalpino, nelle cui opere la “fica” è baricentro e unità di misura di ogni condizione umana. Anche Thomas Mann, Marcel Proust e quel “trombone” di Goethe sarebbero crollati miseramente dinnanzi alla lolita di Nabokov.
L’attore protagonista della storia non possiede l’animo nobile di Conan Doyle, ma quello putrescente dell’ultimo tragico, orgiastico e coprofilo Pasolini, privato, però, del puzzo di borgata ed impregnato del raffinato sentore dei quartieri bene parigini.
Una vita in eterno crepuscolo, vissuta in modo catacombale, decadente e maledetta nel solco tracciato da Baudelaire e Verlaine. È la depressione assurta ad arte. “Serotonina” è un racconto percorso lungo un vicolo apparentemente cieco, apparentemente immerso in un buio denso, inossidabile, ove non filtra alcuna goccia di luce. Apparentemente. Solo apparentemente.
In un inaspettato momento, nello schiudersi del vicolo, ecco che si assiste ad un baluginio, ad un lampo di luce, ad un raggio di sole che sembra avere contorni umani, consistenza d’uomo, di un Uomo morto in croce, forse inspiegabilmente, per questa umanità così mancante di se stessa.
Fabrizio Giulimondi

martedì 8 gennaio 2019

"LA BEFANA VIEN DI NOTTE" DI MICHELE SOAVI


La Befana vien di notte” di Michele Soavi fa alzare la testa alle nostre tradizioni dopo moltitudini infinite di pellicole sul concorrente nordamericano Babbo Natale.
Storia simpatica con una grandissima “tuttofare” (attrice, cantante, one “woman” show) Paola Cortellesi, affiancata dall’onnipresente Stefano Fresi, oltre che da sei ragazzine e ragazzini, che ricordano parecchio il gruppo delle “simpatiche canaglie”, protagoniste del cortometraggio che dal 1922 al 1944 fu proiettato nelle sale cinematografiche statunitensi.
L’aria fiabesca, natalizia e montanara, molto gradevole e suggestiva, si associa a temi contemporanei come il bullismo a scuola, con qualche sbavatura di indottrinamento ideologico di troppo come l’attento spettatore scorgerà.
Le ricorrenti cinque ore di trucco per trasformarsi da maestra elementare nella Befana ad ogni mezzanotte devono essere costate molto alla nostra fantasmagorica Cortellesi.
Morale del film: l'unione fa la forza e il sopruso e la discriminazione disgregano.
Fabrizio Giulimondi



sabato 29 dicembre 2018

"IL GIOCO DEL SUGGERITORE" di DONATO CARRISI


Puoi sfuggire al buio. Ma non puoi impedire al buio di cercarti
Prima era stato “Il suggeritore”.
Poi era sopraggiunto “Il cacciatore del buio”.
È dal buio che vengo”.
E ora Donato Carrisi ci conduce per mano dove la virtualità diventa realtà perché la realtà può essere troppo limitante all’espansione del Male: “Il gioco del suggeritore” (Longanesi).
E al buio che devo tornare
Chi è Enigma? Chi è Pascal?
È dal buio che vengo e al buio devo tornare”.
L’alessitimia è l’analfabetismo affettivo.
Mila ne è affetta.
Mila è un ex poliziotto.
Mila ha una figlia.
Ciò che l’uomo non riesce a fare nel mondo reale per viltà o argini etici nell’Altrove lo può fare. Tutto è possibile nell’Altrove.
E se l’Altrove tracima nel mondo reale?
 Il potere di cambiare le persone, di trasformare innocui individui in sadici assassini”.
Carrisi è il thriller che in modo erudito interiorizza le nostre paure, quelle che ancora non conosciamo, ne anticipa i tempi, le profetizza, le preconizza, ce le fa conoscere prima che esse si disvelino nella loro più cupa virulenza. Il Male non si manifesta con il ruggito feroce di un essere deforme e belluino, ma con il sorriso gentile di un suggeritore: “la faccia di un uomo normale
Puoi sfuggire al buio. Ma non puoi impedire al buio di cercarti
Fabrizio Giulimondi

venerdì 14 dicembre 2018

“BOHEMIAN RHAPSODY” di BRYAN SINGER: PREMIO OSCAR 2019 COME "MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA" - GOLDEN GLOBE 2019 COME "MIGLIOR FILM DRAMMATICO" E COME "MIGLIOR ATTORE IN UN FILM DRAMMATICO"




Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer (Golden Globe 2019 come "Migliore film drammatico") è una nota lunga un film. È il genio musicale, l’istrionismo e la potenza vocale di un uomo. È il dramma umano di un omosessuale, irrefrenabile nel sesso compulsivo orgiastico ma in quotidiana e spasmodica ricerca della donna a cui è stato legato per lungo tempo e che non ha smesso mai di amare. È la negazione delle proprie radici etniche per anelarvi verso la fine. È la solitudine e le folle oceaniche nello stadio di Wembley per il concerto mondiale “Live aid”. È la villa sontuosa con lo sguardo rivolto alla casetta della famiglia. È la possanza di una musica che ha stravolto i canoni sonori e ritmici del rock degli anni ’70. È l’aids e Show must go on.
Sono loro, Gwilym Lee, Ben Hardy, Joseph Mazzello e Rami Malek (Premio Oscar 2019 come "Miglior attore protagonista; Golden Globe 2019 come "Miglior attore in un film drammatico") che mirabilmente incarnano nel corpo e nell’anima Brian May, Roger Taylor, John Deacon…e lui…la star…una voce che si fa melodia e urlo, che la malattia e la morte non hanno certo potuto spegnere: Freddy Mercury.
I Queen.
 Fabrizio Giulimondi