"Il professore e il pazzo" del
regista iraniano Farhad Safinia si
posa su due pilastri: un tragico senso di colpa e la parola elevata ad altare. James
Murray (MelGibson) incarna l'amore per i vocaboli, la loro storia, la loro
ragione d'essere ed il loro mutamento di significato semantico nel fluido
contesto del linguaggio, tracciato fra le pieghe dei romanzi dei giganti della
letteratura.
Il
dottor William Chester Minor (Sean
Penn) - grazie a una mirabile mimica, corporeità e gesticolazione unita ad una rude,
aspra e dolce vocalità - esprime potentemente l'angoscia imperdonata e
imperdonabile per un delitto compiuto, per la vedova e gli orfani creati, per il
ferale bacio dato alla moglie dell'assassinato.
Austeri
saloni vittoriani, biblioteche che accolgono in librerie di Sua Maestà
Britannica volumi che disvelano i segni visibili di sonorità che galleggiano nell'aria, manicomi in cui la
ricerca della salvazione di menti
offuscate si appella alla forza della lingua, per poi cedere orribilmente il
passo alla barbarie: il film girovaga lungo ambientazioni auliche e sfarzose, vuoti simulacri di animi contorti ma anche di
intendimenti gentili ed ambiziosi, che vogliono donare all'impero inglese e
alle ex colonie in Terra nordamericana il primo Oxford English Dictionary.
Parola
e malattia mentale, follia e tangibilità estetica del fonema in un raffinato e
non sempre agevole racconto del primo ottocento britannico.
Possono
coesistere bellezza e sgradevolezza? La bellezza può contenere in essa la
sgradevolezza e la sgradevolezza può includere tracce di bellezza? "Border - Creature di confine" del regista iraniano Alì Abbasi esprime queste domande ma
non fornisce alcuna risposta.
"Border" è un film sul confine. Il
confine può possedere molteplici connotazioni: può essere un confine
geografico, come un confine fra specie viventi, come un confine in seno alla
stessa specie fra esseri aventi una autentica tracciabilità umana ed esseri che
di umano non hanno più nulla al pari dei pedofili. Fra l'antica leggenda
scandinava dei troll e terrificanti realtà odierne la pellicola si costella di
immagini in chiaro scuro, colori grigiastri, tenui, mai marcati, accentuati soltanto
da tonalità indefinite simili alle aree dove è ambientato, senza confine
anch'esse. Le vedute dei boschi non hanno confine e abbracciano tutte le
splendide viste della natura che costeggiano ogni parte del mondo. La dogana
marittima fra Danimarca e Svezia è un luogo anonimo, nel quale il territorio di
uno Stato sfuma per divenire la terra di un altro Stato, ancora più confuso e
incerto correndo lungo una linea acquatica.
Il
confine fra umanità e bestialità è tremolante e quest'ultima prevale nel
momento in cui il troll prende coscienza di chi egli sia veramente, ma
nonostante questo al confine animale oppone il confine umano della volontà di
non fare del male, di aiutare, di ribellarsi ad un male belluino e vendicativo.
L'assenza
di confine porta alla ricerca dei propri confini, delle proprie radici, della
propria origine.
Il
confine fra i sessi viene annebbiato. È un confine fra corpi ermafroditi e mostruosi
e anime nobili, fra corpi aggraziati e anime orribili. Il confine non è netto in
quanto il bene e il male non stanno da una parte o dall'altra: troll e umani
sono entrambi accumunati dalla contaminazione della bontà e della ferocia.
Odorare
non profumi ma emozioni. Questo è "Border - Creature di confine".
“Educazione alla legalità. Contributi e
proposte”, a cura di Pierluigi
Granata e Francesco Sidoti (LINEA edizioni), è una suggestiva summa
di pensieri di Autori altamente qualificati, ognuno con un suo diverso taglio,
chi filosofico, chi sociologico, chi politologico, che squisitamente giuridico:
la legalità nelle sue diverse sfaccettature, multiformi declinazioni,
poliedrici approcci; la legalità calata nel mondo dell’economia e della
finanza, nell’universo giudiziario, immersa nel contesto europeo ed
internazionale; i rapporti della legalità con la morale; essere un buon
cittadino italiano e la sua connessione con un profondo senso della legalità; educare alla legalità come asse portante dell’educazione
civica; e poi il rapporto da sempre difficoltoso fra italiani e la Pubblica
Amministrazione.
La
fiducia negli altri come archetipo di una legalità autenticamente esistente
nelle dinamiche istituzionali e in seno alle relazioni umane: “La fiducia è un moltiplicatore di legalità”.
La
legalità è il vero grimaldello per scardinare i tanto plurinominati “poteri
forti”: “I poteri forti si lavano le mani
del dovere di rendere le vite vivibili, le incertezze esistenziali vengono
privatizzate. La responsabilità di affrontarle è gettata completamente sulle
spalle del singolo”.
Si
parla molto di legalità ma la si vive e pratica toppo poco: non è conveniente, è
fuori moda.
Le riflessioni
fra l’erudito e il pratico degli Autori spingono il lettore a calare le idee
platoniche nel proprio contesto esistenziale; la legalità come “insieme assai composito di idee, norme,
strutture” è gettata nell’arena del quotidiano.
Dalla
legalità alla politica il passo è breve, anche se la domanda conclusiva è un'altra:
e se fosse l’etica a poter dipanare l’arcano, a prendere per mano gli esseri
umani e accompagnali verso un’altra forma di politica, verso un nuovo modo di agire
pubblico e privato?
“Educazione alla legalità” è un percorso
piastrellato di dialettica, dialogo, argomentazioni articolate e approfondite;
è un turbinio che da più angoli prospettici provoca discettazioni che si proiettano in direzione di un pensiero sintesi
di tutti pensieri, ad una idea palingenesi di tutte le idee: una “etica
planetaria”, una sorta di esperanto della morale, fondamenta della legalità che
informa la condotta di ogni uomo e consente l’emersione di un bene comune da cui
tutti, ma proprio tutti, possano attingere a piene mani e godere dei suoi frutti
benefici.
Dalla
vita nuda alla vita qualificata, dalla biologia alla biografia, dallo zoè al bios, legalità come prima, durante e dopo per innalzare l’uomo a
cittadino e il cittadino al saggio, giusto e retto gerente della res publica.
Solo
quando capiremo che il bene pubblico appartiene prima di tutto a noi, la
legalità assumerà una forma non più ectoplasmatica ma corporea e fisica, sangue
e carne, respiro e anima, dove l’economia, la finanza, il diritto e l’ordinamento
statuale assumeranno una nuova luce, un diverso contorno, una inaspettata
vitalità, tangibile con tutti i cinque sensi.
Il
testo della riforma dell'art. 52 del codice penale (legittima difesa) e non
solo (incremento delle pene edittali dei reati di violazione di domicilio, di
furto in abitazione e rapina) è divenuto definitivo lo scorso 28 marzo al
Senato in terza lettura, dopo annosa discussione di ordine etico, sociologico e
giuridico dentro e fuori le aule parlamentari.
Ha
votato a favore una amplissima maggioranza di senatori (201 a favore; 38
contrari, 6 astenuti): i due capisaldi del Governo Conte, Lega e 5Stelle,
unitamente a due partiti di opposizione, Forza Italia e Fratelli d'Italia.
La
nuova normativa fa pesare la bilancia più a favore dell'aggredito che
dell'aggressore. Abele, proprio perché è Abele, non è avvezzo all'uso della
violenza. Come può reagire Abele nel
trovarsi all'improvviso di notte in casa uno sconosciuto avente atteggiamenti
malevoli? È equo scrutinare con il bilancino, come se si stesse facendo uno
sperimento scientifico in laboratorio, il comportamento reattivo di una persona
"normale", "comune", in una situazione così extra ordinem?
La
legittima difesa è una scriminante - già
prevista nel codice penale - che
qualifica lecita una condotta apparentemente ascrivibile ad una fattispecie
criminosa (ad esempio: omicidio o lesione).
È il
principio di proporzionalità che viene robustamente rimodulato nella legge
appena approvata, la quale tiene in debita considerazione il dato pre-giuridico
e fattuale che vede l'aggredito nella propria magione o nel proprio esercizio
commerciale in una dimensione interiore di terrore. Sorge nella parte offesa il
principio "naturale" ("vim
vi repellere licet" proclamava la saggezza dei giureconsulti romani) di
conservazione propria e della propria famiglia, non essendo affatto in grado di
valutare se le intenzioni del delinquente siano volte a sottrarre soltanto beni
materiali (ed è già considerabile grave), oppure a compiere condotte di ben più aspra gravità
(violenza sessuale- qualora vi siano presenze femminili -, lesioni personali
gravi o gravissime, omicidio).
L'innovazione
introdotta - e che ha fatto tanto discutere -consiste proprio nella "presunzione di proporzionalità" (dei
mezzi e delle modalità di azione adoperati dall'aggredito e dei beni-interessi
costituzionalmente protetti in gioco), fondamento legittimante il "respingimento
all’intrusione posta in essere con violenza o minaccia di uso di armi o di
altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o più persone”,o la difesa della propria o altrui incolumità, dei beni propri o altrui, in
questo ultimo caso quando non vi sia desistenza e vi sia pericolo d'aggressione.
Dinanzi
ai tanti, troppo fatti di cronaca che hanno coinvolto commercianti e padri di
famiglia destinatari di procedimenti penali per eccesso colposo, ossia per aver
agito oltre i limiti di una "corretta" reazione nell'uso della forza
fisica, di una arma bianca o da sparo, il Legislatore ha posto mano anche
all'art. 55 del codice penale. Il Parlamento ha fatto proprio il profilo
psicologico inserito nel paragrafo 33 del codice penale tedesco, che configura
come non punibile la condotta di chi abbia agito in "stato di grande
turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto". Alcuni
contestano la eccessiva latitudine discrezionale conferita alla Autorità
giudiziaria nel giudicare siffatto stato d'animo. V'è da eccepire che dalla la
giurisprudenza teutonica la scriminante scaturisce dalla stessa pregnante evidenza
dei fatti, che fatalmente palesano la condizione interiore di angoscia, sgomento,
spavento, prostrazione, paura, che nutre la parte aggredita che reagisce all'aggressione.
La modifica della disposizione in parola
è stata auspicata e sollecitata nella scorsa legislatura, durante l'audizione
in Commissione giustizia della Camera dei Deputati, dall'insigne penalista
prof. Padovani, che ha considerato l'integrazione dell'art 55 c.p. l'autentico
"core" del mutamento di impostazione
di visione su questo tema.
Ancora:
la novella incide sul piano civilistico impedendo le (ricorrenti) richieste di
risarcimento danni da parte degli aggressori nel caso l'indagato/imputato aggredito
venga assolto in sede penale, oltre su quello processuale penale, dando la
massima priorità, nella formazione dei ruoli di udienza, a questa tipologia di
processi.
Non di
poco momento è il riconoscimento del gratuito patrocinio a tutti coloro cui il
giudice abbia accertato la legittima difesa e, così, proceduto alla
archiviazione, al proscioglimento o al non luogo a procedere.
Ora la
parola passi alla vita vissuta e che tale legge, una volta firmata dal Capo
dello Stato e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, possa servire da effettivo
deterrente e ridimensionare il numero di crimini compiuti in Italia, con la
crescente consapevolezza da parte del criminale che l'entrare "contra voluntatem" in un negozio o
abitazione altrui lo espone a possibili o probabili conseguenze di natura
fisica.
“Domani è un altro giorno” di Simone Spada è un film imperdibile, intenso,
denso di sguardi, che si origina da un duo recitativo mozzafiato (Valerio Mastandrea e Marco Giallini, amici dai tempi
universitari) per svilupparsi in una triangolazione (Anna Ferzetti, sorella di Giallini) rutilante di affetti mai
archiviati. Questa pellicola ruota intorno alla mimica, alle espressioni
mimiche, che divengono linguaggio potente, comico e drammatico, corporeo e
spirituale, anima, gesticolazione, scambio giocoso dove la parola cede il passo
ad un alternarsi ilare di fonemi informi, sorrisi accennati, occhiate furbe e
più significanti di una ordinata modulazione di vocaboli e suoni articolati.
Amenità
e drammaticità vanno a braccetto come nella normale dinamica esistenziale
umana: al pianto segue la dolce vigoria di un abbraccio, ad un momento di
triste silenzio la sagace battuta frutto di una antica amicizia rinnovata negli
occhi, nella bocca, sul viso, in una incessante espressività fisica.
Questo
film è sentimento in eterno divenire, emozione profusa a piene grazie ad un caleidoscopio di energia
interpretativa ed estetica artistica.
Antonella Azzoni, già
Autrice del fascinoso “Amore e morte del Cavaliere F. de S” (edizioni Pagine),
che nel 2016 ha ricevuto la Segnalazione Particolare della Giuria al 41° Premio
Letterario di Poesia, Narrativa e Saggistica “Giuseppe Frunzi”, emerge negli
scaffali delle librerie con la raccolta “La
prima e altri racconti” (Albatros).
Stile morbido, soffice, felpato, pastello, quasi che l’inchiostro sparso dal
tratto della penna voglia entrare negli occhi del lettore di soppiatto, attratto
dall’Autrice con una ipnotica scrittura. Le parole hanno la consistenza di un
panno di cachemire purpureo, settecentesco. La penna della Azzoni è un pennello e il foglio una tavolozza, anzi no, uno
spartito, e le mani sfiorano la tastiera di un pianoforte. D’altronde, quale è
la differenza fra parola cantata e gorgheggiata, quella scritta, un tocco di
pennello e la manipolazione impressa con forza su una bitorzoluta massa
marmorea, se non la diversità di un segno estetico scaturito da una medesima
scintilla emozionale e divina.
Subdolamente
vellutato, apparentemente estemporaneo, come se fosse non voluto, il tratteggio
psicologico si incunea in ogni personaggio e le evidenze talora di natura psichiatrica
emergono in maniera sempre più pressante fra le pieghe ondulate delle storie,
sulla cui calma lacuale irrompe una brezza vigorosa quanto inaspettata. L’Autrice
ha un proprio angolo prospettico che inizialmente pone al di fuori dei
personaggi, per poi avvicinarlo ad essi ed entrarvi e irradiarli dal di dentro,
illuminati dalla loro vera interiorità: non una anonima donna o un anodino uomo
ma ben altro, come se un ectoplasma prima invisibile si rilevasse nella sua
autenticità corporea.
Scrittura
e lirica, letteratura e teatro, parole e sonorità musicali classiche,
ambientazioni raffinate parigine, ironia e una punta di aristocrazia in una Scrittrice
che più che Alice Monroe ricorda Autori russi, sì Autori russi naturalizzati
francesi, ed evoca un espressionismo che dal livello pittorico di Chagall passa
a quello letterario, in una metamorfosi kafkiana che vede "Il Funambolo" dell’ultimo
racconto - innamorato di una Belle Helène moderna e in carne ed ossa
e non di quella omerica dell’Iliade e dell’Odissea o della Elena fatta amare da
Faust per volontà di Goethe - trasformarsi non in un orrido insetto ma in un
aggraziato uccello, pronto a trillare.
Ogni storia
è uno sguardo onirico, una visione immaginifica che può inquietare l’animo del lettore
che penetra in un fitto reticolato misterioso e criptico di sogni che potrebbero,
invero, essere la realtà o, all’inverso, di dimensioni del reale che potrebbero
essere solo immagini proiettate nelle menti di chi dorme e non sa di farlo. Il
selciato del percorso narrativo è cosparso di un tempo senza tempo e di uno
spazio senza spazio.
Nutrirsi
non di cibo ma dei suoi colori e dei suoi odori è l’incanto poetico che invito
ogni lettore a vivere.