La
figura incombente, tirannica e direi angosciante del padre traccia la
narrazione del film Michael si Antoine Fuqua sulle gesta musicali e
danzanti del mito del pop Michael Jackson. A otto anni Michael Jackson già mostra
i segni evidenti del proprio talento e a dieci è già una star con i Jackson Five.
Il
padre è un operaio in una piccola cittadina dell’Indiana e vuole riscattare la
propria vita in bianco e nero sfruttando sino allo schiavismo, anche a colpi di
frusta sulle gambe, le doti canore e artistiche dei propri cinque figli maschi e,
primo fra tutti, il piccolo Michael.
All’ombra
del padre, il giovanissimo, giovane e adulto Michael Jackson, nonostante
diverrà il Numero Uno al mondo, osannato e adulato da folle svenevoli e
piangenti, manterrà una inguaribile fragilità emotiva, che lo porterà ad una
non accettazione del proprio viso e del proprio colore della pelle (spacciata
per vitiligine), rimanendo eterno fanciullo, vicino ai bambini oncologici anche
se le cronache racconteranno ben altro.
Ottimamente
raccontati il legame con i fratelli e la vicinanza amorevole della madre.
Il
genio appare in tutta la sua magnificenza nella creazione del primo
cortometraggio di lancio di un “pezzo”, da cui origina uno specifico genere di
video musicale: “Thriller”.
Il
nipote di Michael Jackson, Jaafar Jackson,
interpreta lo zio quasi identificandosi con lui: i tipici passi di danza con i
piedi che scivolano sul palco, gli acuti improvvisi, le sonorità vocali ed i brevi
versi sonori che intermezzano l’esecuzione del brano, i movimenti del corpo
repentini, a scatti. Voce, mimica e corpo in Michael divengono un unico scintillio
artistico: la canzone non è solo voce ma anche corpo, viso, luce e occhi.
Il
pubblico vede Michael Jackson non vede un attore che lo interpreta.
Il
film non raggiunge le vette di “Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer, ma è certamente
godibile, sia nel contenuto e nella costruzione dei personaggi che – e non
potrebbe essere altrimenti - nella
musica e nel ballo.
“…ma non mi chieda chi sono. Sono lo stesso di
ieri, di sempre: uno che non sa bene chi sia e che ogni giorno è un altro, ma
della banca realmente sono il cassiere, e gli argani sui miei pescherecci li
manovro io. Io faccio gelati e domo leoni”.
“Se stasera viene il mare” (Claudio Grenzi Editore) di Claudio Lecci e Mariella Di Monte, è un libro dalle molteplici sfaccettature,
poliedrico e pirandelliano. Angelo Battelli è Uno, Nessuno, Centomila, cinematograficamente Split di M. Night Shyamalan, musicalmente La favola mia di Renato Zero, un costume sardo a più maschere.
La narrazione
è a quattro mani, dotata di stili, toni e ritmi del tutto diversi gli uni dagli
altri, come un brano scritto da due autori che raccontano la stessa storia con
due spartiti differenti nel genere musicale: spartiti l’uno giudiziario e l’altro
investigativo, sebbene autobiograficamente caratterizzati.
La
biografia di Lecci e Di Monte si snocciola in storie e
personaggi, tutti attentamente scrutati.
Le
citazioni si rincorrono, come Le voci di
dentro di Eduardo De Filippo, Maigret
di Simenon o le vibrazioni erotiche di Tinto Brass nel film La Chiave.
Attori
protagonisti e non protagonisti sono unificati dalla complessità e, se Angelo
Battelli è un giorno un gelataio, un altro giorno un bancario, un altro ancora
un pescatore e, poi, un circense e ancora e ancora altro, i suoi accompagnatori
in questo giallo introspettivo sono affetti dalla stessa patologia psichiatrica
senza però renderlo visibile, al pari della sua psichiatra “Ersilia, come lui affetta da personalità
multipolare, in equilibrio tra i ruoli di medico, donna, moglie, amante e
innamorata”; di suo marito Andrea Testa (“La scena che lo aspettava avrebbe scosso la loro monotona vita fatta di
scadenze e orari, equivoci tollerati, bugie infantili, disagi formattati,
sconfinamenti omologati”); di Morena Battelli, moglie del “matto”, che “non si accettavae chiedeva a sé stessa di più pretendendo
dagli altri le risposte che lei non sapeva darsi e che, comunque, non l’avrebbero
mai appagata. Non era ingorda e tuttavia non era mai sazia”; di Pancusler, primario
e amante e testimone di nozze della propria amante.
Angelo
Battelli è costretto ad avere più personalità per adeguarsi alle molteplici
pretese che i suoi genitori e la moglie Morena hanno nei suoi confronti.
Ersilia
ha un marito, due amanti e tre ipotesi di reato, o forse ve n’è una quarta: “- Il quadrilatero Devoto, Testa, Pancusler,
Battelli è irregolare – pensò”.
“La sua droga era la vita, lo spacciatore il
caso”.
“Illusione” di Francesca Archibugi è un film intenso – con qualche sbavatura e
talvolta surreale - durante il quale lo
spettatore non riesce a distrarsi sia per la trama che per la recitazione degli
attori, tutti di ottima stoffa (Jasmine
Trinca, Vittoria Puccini, Michele Riondino, Francesca Reggiani, Aurora
Quattrocchi, Filippo Timi, Anastasia Doaga), una recitazione tratteggiata
da una profonda espressività dei volti.
La
protagonista, la prostituta rumena quindicenne Rosa Lazar, è interpretata da
una brava e vivace Angelina Andrei,
capace di una interpretazione del proprio ruolo con l’intera sua fisicità,
dalla mimica facciale alla luminosità degli occhi sino alla continua movenza del
corpo.
La Archibugi è stata brava a rendere la
tragicità della storia senza passare per la truculenza delle immagini, facendo
intuire sesso e violenza in chiave ellenica.
Indubbiamente
interessante è lo studio non solo dei singoli personaggi (la “vergine moldava”
e sua madre, la giudice, lo psicologo, il vicequestore) ma anche delle
dinamiche fra di loro.
Il
cambio scenico fra Perugia, Bruxelles, Strasburgo e un piccolo villaggio vicino
Bucarest fornisce movimento e respiro alla narrazione.
“Il diavolo veste Prada 2” di David Frankel è la pellicola speculare
a quella che ebbe un successo planetario venti anni fa, nel 2006.
I
personaggi e gli interpreti sono gli stessi, tutti di eccezione (Meryl Streep è Miranda Priestly; Anne Hathaway è Andy Sachs; Emily Blunt è Emily; Stanley Tucci è Nigel; Tracie Thoms è Lily), con la
partecipazione di Lady Gaga e le comparsate
di Donatella Versace e Domenico Dolce.
Sono
passati venti anni, appunto, e la pellicola risente pienamente del clima
ammorbante del politicamente corretto, del linguaggio artificialmente limitato (e,
quindi, meno libero) e della ossessione per il body
shaming.
La
trama ripercorre in qualche modo quella precedente ribaltandone le situazioni.
Il tutto è però più triste, più scontato e meno divertente: era l’esasperazione
dei difetti, della spietatezza, della antipatia e del cinismo che rendevano
piacevoli e simpatici i personaggi di allora. Oggi sono meno graffianti e più
malinconici. Il congelamento degli ovuli probabilmente era una marchetta
necessitata da qualche finanziatore del film.
Gli Stati
Uniti raccontati da J.D.Vance nel
2017 in “Elegia americana” (Garzanti) - con trasposizione filmica
nel 2020 ad opera di Netflix - sono
quelli dei diseredati, delle famiglie povere e disoccupate che conoscono solo
il linguaggio della violenza e della aggressione verbale, sono gli Stati Uniti
degli hillbilly, dei montanari nella
accezione più negativa, dei cafoni, dei burini.
Una
narrazione morbida e ruvida, di grande interesse e bellezza nei suoi lati
oscuri, perché l’adolescenza del futuro Vice Presidente degli States è stata vissuta con una madre
tossica, entro un perimetro di brutalità e del tutto privo di orizzonti.
Il
riscatto arriva attraverso lo studio. Il riscatto arriva attraverso la vita. Il
riscatto arriva grazie all’amore vero e costante dei nonni materni, perché di “padri”
J.D.Vance ne ha avuti cinque!
La
famiglia stabile è alla base di tutto e tutto può salvare e redimere, mentre i nuclei familiari “mobili”, “liquidi”
e “multiformi” destrutturano individui e comunità.
Le
radici a cui è radicato l’essere umano sono strettamente connesse alle radici
piantate e annaffiate da un nonno e nonna, da una sorella ed una zia.
Il gergo dei cazzotti e degli insulti muta in una nuova
forma di relazione, pacifica e costruttiva.
L’amore
di una fidanzata poi moglie fa intravedere orizzonti prima oscurati.
Il
cambiamento non lo portano i servizi sociali ma la volontà umana e una nuova
tensione morale. I servizi sociali sono sullo sfondo, strumento ancillare della
lotta di una persona che scopre o riscopre la Fede e, così, un nuovo paradigma
esistenziale.
L’odore
di stallatico della campagna del Kentucky confluisce nel tono intimo, malinconico
e sentimentale di un così amabile e abile stile letterario.
“La Gioconda mi ha chiesto di parlare dei
miei demoni. Non capisce un cazzo. Pensa che i miei demoni siano tanti,
irraggiungibili, misteriosi, astratti, inspiegabili. Il mio demone è uno. IL
CIBO. Ha tante facce, colori, confezioni.”.
La
seconda opera (autobiografica?) della scrittrice rumena Andreea Simionel “La ragazza
d’aria” (Rizzoli) è un inno alla
vita attraverso la discesa agli inferi della patologia psichiatrica dei
disturbi alimentari.
L’ossessione
per il cibo, il conteggio delle calorie per tutto ciò che si mangia o si beve,
la fame, i corpi scheletrici che vengono visti o percepiti sempre in
sovrappeso, le anime adolescenziali devastate, il dominio dell’appetito come
dominio di se stessi e della propria sofferenza, un dolore che non ha un nome, solo
domande senza risposte.
L’anoressia
simile ad una possessione diabolica, un annientamento di se stessi, lento,
graduale, incessante, un suicidio senza voler morire.
Aryna
è una adolescente rumena che vive a Torino con una famiglia serenamente
modesta.
Anna è
più grande ed è figlia di genitori dell’alta borghesia ligure.
In
comune hanno la fame e la voglia di non saziarla: “L’odio, la rabbia, il senso di non essere abbastanza ce li ho anche io,
mentre i nostri genitori sono diversi.”.
Entrambe
si conoscono in un centro residenziale specializzato per questo tipo di malattie
mentali.
Aryna
e Anna sono delle Thelma e Louise che non vogliono saltare con l’auto nel Grand
Canyon.
Aryna
placherà anche la fame di Anna.
La bulimia.
Sei
come gli altri ti fanno sentire o pensi che ti fanno sentire. Sono gli altri a
legittimare il tuo corpo ossuto. La tua fisicità è come pensi che gli altri la
percepiscano e la giudichino.
La
scrittura è terapeutica. La lettura è terapeutica. La scrittura e la lettura
sono architetture di ricostruzione della propria interiorità e, quindi, delle
proprie membra.
La
boxe è il percorso.
“Restare sveglia a guardarmi vivere è
bellissimo e spaventoso.”.
“Un bel giorno” di e con Fabio De Luigi e Virginia Raffaele è una commedia italica serena e divertente, che
scorre limpida come un ruscello fra gag,
malintesi, dissimulazioni e equivoci. Il film fa rientrare la cinematografia
italiana leggera dentro i canoni classici della commedia vecchio stile,
depurandola da ideologismi, volgarità e nudi: FabioDe Luigi riesce
bene nell’intento con il suo caratteristico comportamento impacciato e bonario.
Quattro
figlie e tre figli da nascondere non è operazione facile da compiere ma il
quattro volte regista riesce a far trascorrere allo spettatore 93 minuti sereni
… e di questi tempi non è cosa da poco.
“Lavoreremo da grandi” è il titolo
infelice del settimo film come regista di Antonio
Albanese (nel quale veste anche i panni dell’attore) di una classica
commediola italiana, a tratti divertente, senza paramenti ideologici
(ringraziando Dio!). Le doti di Albanese
come attore non sono paragonabili a quelle di Albanese come regista: quanto
buone le prime, quanto scarse le seconde.
La
pellicola sanza ‘nfania e sanza lodo è
ambientata negli splendidi spettacoli lacustri del novarese, anche se l’azione
scenica è prevalentemente sviluppata negli interni, mostrando una recitazione orale
e fisica più teatrale che cinematografica, tanto che a tratti sembra di
assistere ad una pièce in teatro.
Gli altri
attori sono “seconde file” note del cinema italiano: Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Francesco Brandi.
L’interdisciplinarietà
è la nuova ed indispensabile dimensione scientifica lunga la quale si
interconnettono le branche della cultura, gli studi e le ricerche nelle
variegate discipline a cui gli intelletti accedono e attendono.
Il
monadismo non è più parte delle accademie e degli atenei perché ogni fatto o
atto dipana le proprie conseguenze in più campi e settori che ne sono allo
stesso tempo causa primigenia o secondaria.
L’economia
e la finanza non sono ottiche solipsiche, bensì intimamente legate al mondo
reale e ai tranci di scienza. La solitudine dello scienziato può andare bene
per romantiche raffigurazioni artistiche ma non certamente per il moderno e
rigoroso studioso occidentale. Il rigore scientifico e l’abbraccio a 360 gradi
della analisi dei fenomeni economico-finanziari e, quindi, sociologici e
giuridici come risvolti fatalmente conseguenziali, li riscontriamo nel saggio
di Angelo Paletta “Guerra finanziaria. Il mercato vince sempre”
(EDUSC).
Paletta segue un tracciato
puntuale, persino puntuto, attento, meticoloso, quasi implacabile nel
chirurgico uso della strumentazione gnoseologica e della metodologia teorica e
pratica. La concatenazione dei fatti, lo snodarsi degli episodi storici e la
cronologia antropica lontana e vicina provocano impatti economici e finanziari
che, a loro volta, condizionano e influenzano la fenomenologia umana: un fatto
o un atto determina una conseguenza che a sua volta muta in causa o concausa in
un incessante divenire eracliteo.
L’Autore
razionalizza con la lente di ingrandimento della economia fatti di per sé irrazionali
o che prescindono dalla volontà umana, prevedibili o imprevedibili, come guerre
lontane e recenti, epidemie ed opzioni politiche ed istituzionali.
L’economia
e la finanza non sono strumenti neutri, tutt’altro, sono mezzi che possono
contribuire in modo parimenti devastante alle armi “classiche” alle guerre
(c.d. “guerra ibrida” includente armamenti e eserciti, l’universo Cyber e, appunto, l’economia e la
finanza), costituendone l’architettura centrale e la pietra angolare: non
cancellano direttamente e visibilmente l’esistenza degli esseri umani ma possono,
seppur indirettamente, condurli con pari efficienza alla morte fisica, morale o
psichica annientando le fondamenta delle Nazioni cui appartengono.
Angelo Paletta è un
chirurgo che con il bisturi incide la superficie del visibile per penetrare nella
zona oscura e scandagliare domande e risposte (e se la risposta fosse la domanda?).
La
prospettiva è quella di un liberale che offre una sua Weltanschauung: a chi offre altri angoli prospettici, altri punti
di fuga, il compito di svellere i ragionamenti portati avanti dall’Autore,
indicando altri Zeitenwende
scientifici.
E
infine: è il diritto che si deve piagare alle regole economiche o è l’economia
a doversi genuflettere alla volontà del Legislatore?
L’autentico
genere horror nasce e muore negli
anni ’70 con un prologo negli anni ’60 ed epigoni dagli anni ’80 in poi,
epigoni sempre più zuppi di sangue, mutilazioni e truculenza e sempre più
scarsi di trama, attese e tremori.
Sam Raimi è un
regista cult del genere horror e fantastico e per anni ha
abbracciato la Marvel con la produzione
su Spider Man.
L’ultimo
suo lavoro “Send help” non è
certamente un “film di paura” avvicinandosi invero alla filmografia attinta da
alcune opere di Stephen King come “Misery non deve morire”.
L’ambientazione
su un’isola deserta dopo un tragico incidente aereo risulta essere un buon cocktail fra Robinson Crusoe, “Cast away”,
“L’isola del dottor Moreau” e “King Kong”, insieme a tutta la cinematografia
avente come set uno spazio misterioso
e apparentemente disabitato in mezzo all’oceano, con storie di naufraghi e di
abbandono nella solitudine e nell’infinito.
Un po'
Adamo ed Eva e un po' “Paredise” “Send
Help” si fa vedere, con alcuni tratti trash
e qualche comparsata della poetica splatter
tarantiniana.
La
morale si evidenzia dalla mutazione situazionale della protagonista (Rachel McAdams), da “sfigata” ma geniale
dipendente di una grande società americana, sfruttata e denigrata per la
sgradevolezza dell’aspetto ed i modi impacciati e maldestri, a dominatrice del proprio
“capo” (Dylan O'Brien), incapace, tracotante
e molto sleale.
“Il ricordo che Gale aveva di quell’uomo non
era altro che un insieme di dettagli sparsi. La sua rabbia. Gli occhi cattivi e
penetranti. Lo strano contrasto fra il giardino anteriore così curato e il
degrado e il disordine sul retro. La stanza con i serpenti.”.
“Piccoli Fantasmi” di Gregg Dunnett (Storm) è un thriller adrenalitico - carico di suspense e colpi di scena e dotato di una consistente ibridazione
parapsicologica - che si legge tutto d’un fiato.
Una
bambina di dieci anni e tre mesi, Layla Martin, è stata sequestrata, violentata
e poi uccisa due anni prima. Il fratello Gale ha la stessa età. Gale da allora ha
molti problemi personali, relazionali e scolastici. Gale ha però un dono che
gli altri non hanno: Gale vede e sente la sorella; Gale vede e sente il suo
fantasma. Il mondo degli adulti non deve saperlo perché tanto non ci crederebbe:
il tentativo con la cugina è stato fallimentare.
I
genitori (Rachel e Jon), annientati dal dolore, vogliono sapere a tutti i costi
l’identità dell’assassino ma nulla in due anni è uscito fuori, nonostante gli
sforzi del pervicace detective Kieran
Clarke, che prova un ultimo tentativo: partecipare alla trasmissione televisiva
Crimebusters.
La
svolta si ha con l’ectoplasmatica Layla e grazie all’amore del fratello Gale il
cui affetto è ultraterreno.
Il
ritmo è serrato e la concentrazione del lettore non si abbassa mai.
L’Autore
disvela le dinamiche terrifiche e torbide dello psicopatico protagonista del
romanzo che gode nel dominare le sue vittime, le cui sofferenze e terrore
provocano in lui scariche massive di testosterone, ossitocina, dopamina e
kisspeptina che, connettendosi con il sistema sinaptico, entrano in circolo e
ne fanno esplodere la pazzia criminale. La tortura, l’abuso sessuale, l’eliminazione
della libertà, la paura e l’angoscia innalzano la deificazione del “mostro” dandogli
sensazioni che null’altro al mondo può fornirgli.
L’invisibile
è reale e anche più reale del visibile, ciò che i “grandi” non riescono proprio
a comprendere: la chiave di volta la scoprirà l’eterea e impalpabile Layla.
Il
finale, simile al famoso film del 1990 di Jerry Zucker “Ghost”, è di grande
impatto emozionale, anche se è tutta la trama ad essere punteggiata da
sentimenti veri e forti.
“Leadership
Generazionale dalla A alla Gen Z” (Davide
Falletta Editore) di Stefano Di
Benedetto è una intuizione che si è fatta scrittura e, quindi, saggio.
Quattro generazioni che possono e
debbono convivere nella stessa unità spazio-temporale, il luogo di lavoro.
Quattro generazioni che si sono
sviluppate nel tempo in modo diversificato, modificando anche radicalmente la
concezione del lavoro - visto non più in
senso zaloniano - e dei propri spazi personali.
Quattro generazioni che hanno
cambiato la relazione con il mondo esterno grazie all’avvento della rivoluzione
digitale e l’irruzione dei social
nelle loro esistenze.
Senior (i c.d.
Boomer), Millenials, Generazione X e Generazione Z costituiscono l’ossatura
di una diversa modalità di percepire la professione e la realtà.
La domanda se siano le diverse
dinamiche lavorative e la nuova filosofia che vi sottende ad aver cambiato via
via le generazioni, oppure siano quest’ ultime ad aver mutato l’essenza dell’impegno
remunerato, è di pari grado al quesito se sia nato prima l’uovo o la gallina, ma
certamente Di Benedetto, con la sua nuova
fatica letteraria, cerca di dare soluzioni concrete ed appetibili alla massima
valorizzazione del contributo che tutte e quattro le generazioni procurano al
prodotto finale.
Ogni apporto manuale o intellettuale
è necessario e prezioso per la conclusione favorevole di qualsiasi tipologia di
esercizio professionale: “Il più grande
errore che mi sono reso conto fanno le aziende, è che non ti evidenziano l’importanza
e la funzionalità del tuo ruolo. Non ti fanno vedere qual è il tuo reale
apporto, piccolo o grande che sia, nel raggiungimento di determinati risultati aziendali.
E questo è frustante.” (Bernardo Panichi).
Il libro è costellato di interviste a
grandi capi di azienda di primaria importanza nazionale ed internazionale e ai grand commis, in virtù delle quali
vengono date chiavi di lettura di particolare interesse, specie nel tentativo
di comprendere l’arcano, ossia come far andare d’accordo le quattro generazioni
all’interno dello stesso luogo di lavoro.
Il Senior è la bussola e il giovane Millenial, X o Z il
maratoneta. Non contano solo le hard
skill (le competenze tecniche stricto
sensu) ma anche e, talora soprattutto, le soft skill (le capacità analitiche, individuali e relazionali).
Le pagine su cosa siano l’esperienza
ed il fallimento sono di grande forza, impegnative ed incisive allo stesso
tempo:” L’esperienza si misura nella capacità
di apprendere, di leggere per tempo i trend, di adattarsi, di restare curiosi
anche dopo vent’anni nello stesso ruolo … Quando l’errore è vissuto come una
macchia indelebile, ogni passo rischia di diventare paralisi. Eppure il mercato
del lavoro non aspetta. Cambia, spinge, seleziona chi osa. E allora, che fare?
Il compito dei leader oggi è ribaltare questa dinamica. Rendere l’errore una
parte legittima del percorso, non un incubo da evitare. In un ambiente sicuro,
l’errore smette di essere un fallimento e diventa un esperimento.”.
“La scomparsa di Josef Mengele” del
regista russo Kirill Serebrennikov,
tratto dall’omonimo romanzo del francese Oliver Guez, è un film in chiaro-scuro
come le tinte che dominano la pellicola, con rari sprazzi a colori.
Certamente
Serebrennikov poteva osare di più
nel far comprendere agli spettatori di quali indicibili orrori si è macchiato l’”Angelo
della Morte”, il “Medico di Auschwitz” (interpretato dal “nomade” August Diehl), morbosamente e
criminalmente attratto dallo studio dei fratelli gemelli monozigoti, che
trattava come “materia inerte”.
Il
Regista ha voluto concentrarsi sulla paranoia che avvinghiava Mengele di essere
catturato dal Mossad, specie dopo il sequestro di Eichmann nel 1960. Mengele viene
raccontato lungo gli anni, dai tempi dei fulgori del nazionalsocialismo sino
alla vecchiaia, vissuta da solo, povero, abbandonato e disprezzato anche dal
figlio che aveva scoperto chi egli fosse e di quali aberrazioni si era
macchiato. Il decesso è stato naturale, cosa che un poco dispiace.
Serebrennikov ha
dichiarato che la sua opera vuole essere un vaccino contro futuri orrori: temo
che il passato e la cronaca attuale lo abbiano già smentito.
La
lingua tedesca, portoghese e spagnola, espressione dei luoghi di fuga del
criminale, forniscono un ulteriore tocco di autenticità e veridicità.
Paolo Sorrentino è
indubbiamente uno dei più eleganti e raffinati registi del cinema italiano,
affermatosi anche sullo scenario internazionale con il Premio Oscar 2014 a “La
Grande Bellezza” come Miglior Film Straniero.
La
nuova opera “La grazia” conferma certamente
l’affascinante linea artistica e creatrice del grande cineasta partenopeo.
Il
fido attore Toni Servillo questa
volta ricopre le vesti di un Presidente della Repubblica, rigoroso (detto “cemento
armato”) e autenticamente cattolico, durante il semestre bianco, affiancato da
una figlia fine giurista (anche più del padre), caparbia e sua affettuosa
tiranna (Anna Ferzetti).
Entro
ambienti quirinalizi maestosi e fascinosi sono cinque i temi intorno ai quali
rotea la narrazione: la firma presidenziale ad un disegno di legge governativo
sull’eutanasia, due domande di grazia in qualche modo correlate al fine vita, Aurora
- l’amata moglie morta otto anni prima - e il suo presunto tradimento.
Di chi sono i giorni?
Bisogna essere così pervicaci nella
ricerca della verità?
Il diritto è prospetticamente vicino o
lontano dalla realtà?
Il
Ministro della giustizia (Massimo
Venturiello) volteggia nelle austere stanze intorno al Presidente, al pari
di un rapace che, puntata la preda, cerca di ghermirla.
Di chi sono i giorni? A chi appartengono? Di
chi è la vita?
Il
Papa è nero (diversamente da “The Young Pope”), con capelli lunghi, orecchino e
moto-dotato, ma non fatevi trarre in inganno dall’aspetto: non è un Pontefice
progressista, tutt’altro.
L’amore
indimenticato e indimenticabile per la moglie Aurora è aurorale.
I
simbolismi sorrentiniani si sono ritratti come il mare dalla spiaggia. Non
siamo dinanzi a “Youth”, alla “Grande Bellezza” o a “Parthenope”. I simboli
sono più rarefatti, meno marcati e meno eccessivi, sicuramente maggiormente
comprensibili: il vento gagliardo, il robot-cane che precede il Presidente e la
sua scorta, il cavallo morente e sofferente.
La
critica d’arte Coco Valori (Milvia
Marigliano) punteggia il film con la sua intelligente sofferenza e comicità,
mentre le musiche house e tecno ritmano l’incantevole fotografia scenica
di Daria D’Antonio.
Rimaniamo
in attesa di altri premi nazionali ed internazionali.
“Le cose non dette”, ultima bellissima
opera di Gabriele Muccino, si
colloca ampiamente nella tradizione cineastica drammatica del Regista romano
che, con varie intensità, sfumature e tinte, giganteggia dal 1998 nel cinema italiano.
“Le cose non dette” non possiede l’implacabile
tragicità di “La ricerca della felicità” (2006) e di “Sette anime” (2008), ma
riprende gli spunti artistici, interpretativi e narrativi di “L’ultimo bacio
(2001) e di “Baciami ancora” (2010).
La visione
destrutturante della famiglia e dei rapporti di coppia incide non con il
bisturi ma con il machete sui legami amorosi (o presunti tali) dei protagonisti
della storia. Lo sguardo di Muccino - immerso
in una luce arabeggiante radiosa e cupa – indugia ad analizzare le dinamiche
che governano le vite interiori ed esteriori dei coniugi Carlo (uno Stefano Accorsi che riprende in pieno la
mimica disperata e persa nel vuoto di “L’ultimo bacio”) ed Elisa (la bella e dai
modi eleganti e raffinati Miriam Leone)
e dei coniugi Paolo (un sempre intenso Claudio
Santamaria) e Anna (Carolina
Crescentini, straordinariamente “fuori di testa”), insieme alla figlia
Vittoria (Margherita Pantaleo). Outsider è Blu, amante fragile e pericolosa
di Carlo (Beatrice Savigniani).
Il set è Tangeri in Marocco, città
intellettuale e bohémien, dove la
vacanza delle due famiglie esplode in un finale allo stesso tempo verdiano e shakespeariano.
La patologica follia intrisa di cattiveria di Anna devasta la personalità della
figlia Vittoria, macera il marito Paolo, imputridisce il rapporto di (pseudo-)
amicizia con Carlo ed Elisa. Sono i sentimenti senzapelle di Carlo per Blu a fare da detonatore al coup de théâtre finale: la vita non è forse
un concatenarsi di coup de théâtre?
Elisa
e Paolo sono anime vere, pulite, sincere, capaci di sentimenti profondi e
autentici. Elisa e Paolo sono vittime dei disturbi psichici di Anna e degli
impeti brutalmente passionali di Carlo e Blu e putrescenti di Vittoria.
L’alibi,
vocabolo gettato apparentemente per caso in mezzo ai dialoghi serrati e
ansiogeni, assume una chiave di lettura decisiva.
Con “No other choise” di Park Chan-wook continua l’ascesa del
cinema sud-coreano, affermatosi già con “Parasite” di Bong Joon-ho (vincitore
nel 2019 della Palma d’oro a Cannes e nel 2020 di sei Premi Oscar, del Golden Globe
e del David di Donatello).
“No other choise” è un film surreale che rimarca
la condizione di iper-capitalismo che vive la società sud-coreana, agli estremi
antipodi del feroce sistema comunista nord-coreano: in entrambi i fronti l’essere
umano è schiacciato da regole economiche e sociali che ne devastano l’esistenza.
La
perdita del lavoro senza alcun paracadute assistenziale può annientare il
cittadino sud-coreano, come accade al protagonista della pellicola Man-soo,
interpretato da Byung-Hun Lee, che
pur di riprendersi la vita agiata che aveva in precedenza e che faceva vivere
alla famiglia, accetta di compiere qualunque atto, anche di natura omicidiaria.
Man-soo però è un assassino pasticcione, perché in realtà non lo è e quindi si arrabatta
contro se stesso, un assassino ambivalente costretto dalle circostanze
nonostante se stesso.
È un’opera
che mette al centro la paternità - una paternità disposta a tutto per i due
figli - e la famiglia. La moglie alla fine è complice del marito e le lezioni
di violoncello della figlia ed il suo futuro sono posti in primo piano.
Non
secondario è lo scenario post-umano che si prospetta, in cui l’Intelligenza Artificiale si sostituisce ai lavoratori, i robot alle persone e nei luoghi dove prima v’erano
uomini e donne ora regna solo il silenzio ritmicamente interrotto dal ronzio
artificiale delle macchine. Man-soo, pur di percepire di nuovo il suono della
umanità, si mette cuffie che riproducono il vociare rumoroso della presenza
lavorativa umana.
“Prendiamoci una pausa” di Christian Marazziti è una classica
commedia all’italiana sull’amore, i problemi di coppia, le separazioni, i
divorzi, gli adii, gli allontanamenti e, ovviamente, le “pause di riflessione”.
Non ci
troviamo certamente dinanzi ad una commedia italiana degli anni ’50 e ’60 ma ad
una ordinaria commedia dei nostri giorni, intrisa di politicamente corretto e
di indottrinamento ideologico, dove, guarda caso, le uniche coppie felici e
senza problemi sono quelle omosessuali (coppie di uomini, perché le apparizioni
lesbiche sono trattate in modo futile e tranchant).
Le crisi riguardano anche la propria “liquidità” e mi chiedo se la assunzione
di coscienza di non essere gay ma
eterosessuale, che ad un certo punto viene esplicitata da un personaggio della
storia, non possa offendere il variegato mondo LGBT.
Una pennellata
di altri tempi, quasi in bianco e nero, è rappresentata dalla coppia
matrimoniale Giallini-Gerini, che si perdono e si ritrovano in
un ballo “vecchio stile” durante i festeggiamenti per lo sposalizio della
figlia, sposalizio compiuto in Chiesa (mi chiedo se sia poco inclusivo).
Il cast è tutto alla grande insegna del
cinema italiano: dai volti noti (i già citati e bravissimi Marco Giallini e Claudia Gerini, Paolo Calabresi, Fabio Volo, Ilenia
Pastorelli, Ricky Memphis, Lucia Ocone, Aurora Giovinazzo, Daniela Poggi,
Simona Marchini e Alessandro Haber)
a quelli meno noti o di nuovo conio come Gianluca
Brundo, Jenny De Nucci e Rebecca Coco
Edogamhe.
La
pellicola, certamente scorrevole, manca di un autentico guizzo narrativo.
Il
sesto film con Luca Medici in arte Checco
Zalone “Buen camino”, diretto
dal suo regista storico Gennaro
Nunziante (ad eccezione di “Tolo Tolo”), si smarca dal Checco “classico”, inserendo le tradizionali gag scorrette in un
contesto maggiormente riflessivo.
La
figlia di Checco (Letizia Arnò) intraprende il cammino di
Santiago di Compostela come ricerca spirituale per fuggire dal modello di
ricchezza esagerata e lusso sfrenato in cui il padre è immerso e che ostenta
sfacciatamente.
La vis comica non politicamente corretta
propria di Checco Zalone in questa
pellicola è depotenziata, diluendosi nel cammino che egli stesso compie e che
lo conduce a riavvicinarsi alla figlia abbandonando, così, i vecchi parametri.
Apprezzo
gli aspetti religiosi inseriti nel tracciato del film e l’ex voto “molto caro” a Checco offerto alla Madonna affinché la
figlia non ceda a orientamenti sessuali innaturali, certamente molto in voga in
questa era.
Mi auguro
che “Buen camino” abbia più
spettatori di “Avatar- Fuoco e cenere” di James Cameron.
“Norimberga” di James Vanderbilt è il terzo film hollywoodiano sullo storico
processo (20.11.1945-1.10.1946) - svoltosi nella città tedesca di Norimberga
(dove il 15 settembre 1935 fu varata la legislazione antisemita germanica) - che
mise alla sbarra ventidue (un ventitreesimo si era suicidato prima del suo
inizio e un altro ancora fu giudicato in contumacia) fra i più importanti gerarchi
nazisti, primo fra tutti il Reichsmarschall Hermann Göring, numero
due del regime nazionalsocialista, Vice-Cancelliere del Reich e creatore della
polizia politica segreta Gestapo.
Le due
pellicole precedenti – con molti punti in comune – sono del 1961 (“Vincitori e
vinti” di Stanley Kramer) e del 2000 (“Il processo di Norimberga” di Yves
Simoneau).
“Norimberga” è tratto dal libro del 2013
di Jack El-Hai "The Nazi and the
Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of
Minds at the End of WWII" e narra nel dettaglio il rapporto creatosi
fra Göring (interpretato dal “gladiatore” – questa volta in versione malvagia e
luciferina - Russell Crowe) e lo
psichiatra che gli fu affiancato durante la detenzione (“Freddie Mercury” Rami Malek).
La
icastica locuzione adoperata da Hannah Arendt “la banalità del male” riferita
ad Adolf Eichmann, può essere, mutatis
mutandis, applicata ad Hermann Göring, il cui fascino sottilmente penetra l’intelletto
dello strizzacervelli Douglas Kelley.
La didascalica
narrazione cineastica coinvolge e convince lo spettatore, per interpretazione e
contenuti, comunicazione verbale e specie non verbale.
Indubbiamente
di grande suggestione artistica sono le punteggiature in bianco e nero di pochi
secondi che ritraggono il Tribunale internazionale (composto da giudici statunitensi,
britannici, francesi e sovietici) in modo estremamente simile alle immagini di
repertorio del tempo.
Peccato
per due sbavature: una di natura ideologica che vede un insulso attacco – non troppo
sotterraneo – a Papa Pio XII; l’altra di ordine storico, collocando le
impiccagioni dei dodici condannati a morte il 1° ottobre 1946, mentre sono
avvenute la notte fra il 15 e il 16 ottobre 1946, in attuazione delle sentenze emanate
la notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1946.
La
scena delle impiccagioni (volute al posto delle fucilazioni dai componenti
sovietici del Tribunale) è indubbiamente carica di pathos tragico nella loro crudezza e verosimiglianza.
L’interrogativo
posto da Göring al “suo” psichiatra, seppur rivolto da un “demonio”, umano solo
nelle sue apparenze esteriori, rimane a galleggiare nella sala: con quale “forza
morale” chi ha fatto vaporizzare centinaia di migliaia di civili giapponesi a
Hiroshima e Nagasaki giudica gli altri? Con quale parametro sono giudicate le
camicie brune da chi, come gli stalinisti, adoperano metodi molto simili a
quelli hitleriani?
L’opera
rifugge la mostrificazione delle Croci Uncinate per evitare di renderle diverse
da noi e far pensare ai posteri che è stata una “unica” irruzione della
demonologia della storia. È proprio la storia ad insegnare che questi “mostri”
sono in mezzo a noi, vivono di noi e con noi, noi possiamo collaborarvi
consapevolmente o inconsapevolmente e potremmo esserlo noi stessi senza
saperlo, non essendosi ancora verificate le condizioni perché la nostra “monstrità”
si palesi.
Il
film di James Vanderbilt ci fa
riflettere sul se nel recentissimo periodo pandemico non stava avvenendo, con
altre forme e modalità, qualche cosa di simile, nell’odio sociale e di Stato
nei confronti dei c.d. “No-Vax”.
Un ultimo
appunto può essere di interesse degli studiosi di diritto e si collega nel
preambolo del film alla figura della Pubblica Accusa rappresentata dal giudice Robert
H. Jackson (Mike Shannon): la
necessità di individuare la base normativa, giurisprudenziale e dottrinale, unitamente
ai principi sovranazionali, su cui costruire gli organi giudicanti e inquirenti
insieme alle regole processuali e le prescrizioni sostanziali penali.
Il
film, semplice e complesso nello stesso tempo, da vedere e far vedere segnatamente
alle scolaresche, ci impone di meditare al di là di schemi precostituiti, costringendoci
ad una doverosa e, direi, fatale attualizzazione del racconto.