giovedì 21 maggio 2026

"MICHAEL" di ANTOINE FUQUA

 


La figura incombente, tirannica e direi angosciante del padre traccia la narrazione del film Michael si Antoine Fuqua sulle gesta musicali e danzanti del mito del pop Michael Jackson. A otto anni Michael Jackson già mostra i segni evidenti del proprio talento e a dieci è già una star con i Jackson Five.

Il padre è un operaio in una piccola cittadina dell’Indiana e vuole riscattare la propria vita in bianco e nero sfruttando sino allo schiavismo, anche a colpi di frusta sulle gambe, le doti canore e artistiche dei propri cinque figli maschi e, primo fra tutti, il piccolo Michael.

All’ombra del padre, il giovanissimo, giovane e adulto Michael Jackson, nonostante diverrà il Numero Uno al mondo, osannato e adulato da folle svenevoli e piangenti, manterrà una inguaribile fragilità emotiva, che lo porterà ad una non accettazione del proprio viso e del proprio colore della pelle (spacciata per vitiligine), rimanendo eterno fanciullo, vicino ai bambini oncologici anche se le cronache racconteranno ben altro.

Ottimamente raccontati il legame con i fratelli e la vicinanza amorevole della madre.

Il genio appare in tutta la sua magnificenza nella creazione del primo cortometraggio di lancio di un “pezzo”, da cui origina uno specifico genere di video musicale: “Thriller”.

Il nipote di Michael Jackson, Jaafar Jackson, interpreta lo zio quasi identificandosi con lui: i tipici passi di danza con i piedi che scivolano sul palco, gli acuti improvvisi, le sonorità vocali ed i brevi versi sonori che intermezzano l’esecuzione del brano, i movimenti del corpo repentini, a scatti. Voce, mimica e corpo in Michael divengono un unico scintillio artistico: la canzone non è solo voce ma anche corpo, viso, luce e occhi.

Il pubblico vede Michael Jackson non vede un attore che lo interpreta.

Il film non raggiunge le vette di “Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer, ma è certamente godibile, sia nel contenuto e nella costruzione dei personaggi che – e non potrebbe essere altrimenti -  nella musica e nel ballo.

Il finale “tronco” apre ad un sequel.

Fabrizio Giulimondi



sabato 16 maggio 2026

“SE STASERA VIENE IL MARE” (CLAUDIO GRENZI EDITORE) di CLAUDIO LECCI e MARIELLA DI MONTE

 


“…ma non mi chieda chi sono. Sono lo stesso di ieri, di sempre: uno che non sa bene chi sia e che ogni giorno è un altro, ma della banca realmente sono il cassiere, e gli argani sui miei pescherecci li manovro io. Io faccio gelati e domo leoni”.

Se stasera viene il mare” (Claudio Grenzi Editore) di Claudio Lecci e Mariella Di Monte, è un libro dalle molteplici sfaccettature, poliedrico e pirandelliano. Angelo Battelli è Uno, Nessuno, Centomila, cinematograficamente Split di M. Night Shyamalan, musicalmente La favola mia di Renato Zero, un costume sardo a più maschere.

La narrazione è a quattro mani, dotata di stili, toni e ritmi del tutto diversi gli uni dagli altri, come un brano scritto da due autori che raccontano la stessa storia con due spartiti differenti nel genere musicale: spartiti l’uno giudiziario e l’altro investigativo, sebbene autobiograficamente caratterizzati.

La biografia di Lecci e Di Monte si snocciola in storie e personaggi, tutti attentamente scrutati.

Le citazioni si rincorrono, come Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, Maigret di Simenon o le vibrazioni erotiche di Tinto Brass nel film La Chiave.

Attori protagonisti e non protagonisti sono unificati dalla complessità e, se Angelo Battelli è un giorno un gelataio, un altro giorno un bancario, un altro ancora un pescatore e, poi, un circense e ancora e ancora altro, i suoi accompagnatori in questo giallo introspettivo sono affetti dalla stessa patologia psichiatrica senza però renderlo visibile, al pari della sua psichiatra “Ersilia, come lui affetta da personalità multipolare, in equilibrio tra i ruoli di medico, donna, moglie, amante e innamorata”; di suo marito Andrea Testa (“La scena che lo aspettava avrebbe scosso la loro monotona vita fatta di scadenze e orari, equivoci tollerati, bugie infantili, disagi formattati, sconfinamenti omologati”); di Morena Battelli, moglie del “matto”, che “non si accettava  e chiedeva a sé stessa di più pretendendo dagli altri le risposte che lei non sapeva darsi e che, comunque, non l’avrebbero mai appagata. Non era ingorda e tuttavia non era mai sazia”; di Pancusler, primario e amante e testimone di nozze della propria amante.

Angelo Battelli è costretto ad avere più personalità per adeguarsi alle molteplici pretese che i suoi genitori e la moglie Morena hanno nei suoi confronti.

Ersilia ha un marito, due amanti e tre ipotesi di reato, o forse ve n’è una quarta: “- Il quadrilatero Devoto, Testa, Pancusler, Battelli è irregolare – pensò”.

La sua droga era la vita, lo spacciatore il caso”.

Fabrizio Giulimondi

giovedì 7 maggio 2026

"ILLUSIONE" di FRANCESCA ARCHIBUGI

 


Illusione” di Francesca Archibugi è un film intenso – con qualche sbavatura e talvolta surreale -  durante il quale lo spettatore non riesce a distrarsi sia per la trama che per la recitazione degli attori, tutti di ottima stoffa (Jasmine Trinca, Vittoria Puccini, Michele Riondino, Francesca Reggiani, Aurora Quattrocchi, Filippo Timi, Anastasia Doaga), una recitazione tratteggiata da una profonda espressività dei volti.

La protagonista, la prostituta rumena quindicenne Rosa Lazar, è interpretata da una brava e vivace Angelina Andrei, capace di una interpretazione del proprio ruolo con l’intera sua fisicità, dalla mimica facciale alla luminosità degli occhi sino alla continua movenza del corpo.

La Archibugi è stata brava a rendere la tragicità della storia senza passare per la truculenza delle immagini, facendo intuire sesso e violenza in chiave ellenica.

Indubbiamente interessante è lo studio non solo dei singoli personaggi (la “vergine moldava” e sua madre, la giudice, lo psicologo, il vicequestore) ma anche delle dinamiche fra di loro.

Il cambio scenico fra Perugia, Bruxelles, Strasburgo e un piccolo villaggio vicino Bucarest fornisce movimento e respiro alla narrazione.

Fabrizio Giulimondi



martedì 5 maggio 2026

"IL DIAVOLO VESTE PRADA 2" di DAVID FRANKEL

 


Il diavolo veste Prada 2” di David Frankel è la pellicola speculare a quella che ebbe un successo planetario venti anni fa, nel 2006.

I personaggi e gli interpreti sono gli stessi, tutti di eccezione (Meryl Streep è Miranda Priestly; Anne Hathaway è Andy Sachs; Emily Blunt è Emily; Stanley Tucci è Nigel; Tracie Thoms è Lily), con la partecipazione di Lady Gaga e le comparsate di Donatella Versace e Domenico Dolce.

Sono passati venti anni, appunto, e la pellicola risente pienamente del clima ammorbante del politicamente corretto, del linguaggio artificialmente limitato (e, quindi, meno libero) e della ossessione per il body shaming.

La trama ripercorre in qualche modo quella precedente ribaltandone le situazioni. Il tutto è però più triste, più scontato e meno divertente: era l’esasperazione dei difetti, della spietatezza, della antipatia e del cinismo che rendevano piacevoli e simpatici i personaggi di allora. Oggi sono meno graffianti e più malinconici. Il congelamento degli ovuli probabilmente era una marchetta necessitata da qualche finanziatore del film.

La realtà è che i sequel non andrebbero fatti.

Fabrizio Giulimondi




lunedì 20 aprile 2026

"ELEGIA AMERICANA" di J.D.VANCE

 


Gli Stati Uniti raccontati da J.D.Vance nel 2017 in “Elegia americana” (Garzanti) - con trasposizione filmica nel 2020 ad opera di Netflix - sono quelli dei diseredati, delle famiglie povere e disoccupate che conoscono solo il linguaggio della violenza e della aggressione verbale, sono gli Stati Uniti degli hillbilly, dei montanari nella accezione più negativa, dei cafoni, dei burini.

Una narrazione morbida e ruvida, di grande interesse e bellezza nei suoi lati oscuri, perché l’adolescenza del futuro Vice Presidente degli States è stata vissuta con una madre tossica, entro un perimetro di brutalità e del tutto privo di orizzonti.

Il riscatto arriva attraverso lo studio. Il riscatto arriva attraverso la vita. Il riscatto arriva grazie all’amore vero e costante dei nonni materni, perché di “padri” J.D.Vance ne ha avuti cinque!

La famiglia stabile è alla base di tutto e tutto può salvare e redimere, mentre i nuclei familiari “mobili”, “liquidi” e “multiformi”  destrutturano individui e comunità.

Le radici a cui è radicato l’essere umano sono strettamente connesse alle radici piantate e annaffiate da un nonno e nonna, da una sorella ed una zia.

Il gergo dei cazzotti e degli insulti muta in una nuova forma di relazione, pacifica e costruttiva.

L’amore di una fidanzata poi moglie fa intravedere orizzonti prima oscurati.

Il cambiamento non lo portano i servizi sociali ma la volontà umana e una nuova tensione morale. I servizi sociali sono sullo sfondo, strumento ancillare della lotta di una persona che scopre o riscopre la Fede e, così, un nuovo paradigma esistenziale.

L’odore di stallatico della campagna del Kentucky confluisce nel tono intimo, malinconico e sentimentale di un così amabile e abile stile letterario.

Fabrizio Giulimondi

domenica 15 marzo 2026

“LA RAGAZZA D’ARIA” di ANDREEA SIMIONEL (RIZZOLI)

 


La Gioconda mi ha chiesto di parlare dei miei demoni. Non capisce un cazzo. Pensa che i miei demoni siano tanti, irraggiungibili, misteriosi, astratti, inspiegabili. Il mio demone è uno. IL CIBO. Ha tante facce, colori, confezioni.”.

La seconda opera (autobiografica?) della scrittrice rumena Andreea Simionel La ragazza d’aria” (Rizzoli) è un inno alla vita attraverso la discesa agli inferi della patologia psichiatrica dei disturbi alimentari.

L’ossessione per il cibo, il conteggio delle calorie per tutto ciò che si mangia o si beve, la fame, i corpi scheletrici che vengono visti o percepiti sempre in sovrappeso, le anime adolescenziali devastate, il dominio dell’appetito come dominio di se stessi e della propria sofferenza, un dolore che non ha un nome, solo domande senza risposte.

L’anoressia simile ad una possessione diabolica, un annientamento di se stessi, lento, graduale, incessante, un suicidio senza voler morire.

Aryna è una adolescente rumena che vive a Torino con una famiglia serenamente modesta.

Anna è più grande ed è figlia di genitori dell’alta borghesia ligure.

In comune hanno la fame e la voglia di non saziarla: “L’odio, la rabbia, il senso di non essere abbastanza ce li ho anche io, mentre i nostri genitori sono diversi.”.

Entrambe si conoscono in un centro residenziale specializzato per questo tipo di malattie mentali.

Aryna e Anna sono delle Thelma e Louise che non vogliono saltare con l’auto nel Grand Canyon.

Aryna placherà anche la fame di Anna.

La bulimia.

Sei come gli altri ti fanno sentire o pensi che ti fanno sentire. Sono gli altri a legittimare il tuo corpo ossuto. La tua fisicità è come pensi che gli altri la percepiscano e la giudichino.

La scrittura è terapeutica. La lettura è terapeutica. La scrittura e la lettura sono architetture di ricostruzione della propria interiorità e, quindi, delle proprie membra.

La boxe è il percorso.

Restare sveglia a guardarmi vivere è bellissimo e spaventoso.”.

Fabrizio Giulimondi

domenica 8 marzo 2026

"UN BEL GIORNO" di e con "FABIO DE LUIGI"

 


Un bel giorno” di e con Fabio De Luigi e Virginia Raffaele è una commedia italica serena e divertente, che scorre limpida come un ruscello fra gag, malintesi, dissimulazioni e equivoci. Il film fa rientrare la cinematografia italiana leggera dentro i canoni classici della commedia vecchio stile, depurandola da ideologismi, volgarità e nudi: Fabio De Luigi riesce bene nell’intento con il suo caratteristico comportamento impacciato e bonario.

Quattro figlie e tre figli da nascondere non è operazione facile da compiere ma il quattro volte regista riesce a far trascorrere allo spettatore 93 minuti sereni … e di questi tempi non è cosa da poco.

Fabrizio Giulimondi



domenica 15 febbraio 2026

"LAVOREREMO DA GRANDI" di ANTONIO ALBANESE

 


Lavoreremo da grandi” è il titolo infelice del settimo film come regista di Antonio Albanese (nel quale veste anche i panni dell’attore) di una classica commediola italiana, a tratti divertente, senza paramenti ideologici (ringraziando Dio!). Le doti di Albanese come attore non sono paragonabili a quelle di Albanese come regista: quanto buone le prime, quanto scarse le seconde.

La pellicola sanza ‘nfania e sanza lodo è ambientata negli splendidi spettacoli lacustri del novarese, anche se l’azione scenica è prevalentemente sviluppata negli interni, mostrando una recitazione orale e fisica più teatrale che cinematografica, tanto che a tratti sembra di assistere ad una pièce in teatro.

Gli altri attori sono “seconde file” note del cinema italiano: Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Francesco Brandi.

Fabrizio Giulimondi




mercoledì 11 febbraio 2026

“GUERRA FINANZIARIA. IL MERCATO VINCE SEMPRE” (EDUSC) di ANGELO PALETTA

 


L’interdisciplinarietà è la nuova ed indispensabile dimensione scientifica lunga la quale si interconnettono le branche della cultura, gli studi e le ricerche nelle variegate discipline a cui gli intelletti accedono e attendono.

Il monadismo non è più parte delle accademie e degli atenei perché ogni fatto o atto dipana le proprie conseguenze in più campi e settori che ne sono allo stesso tempo causa primigenia o secondaria.

L’economia e la finanza non sono ottiche solipsiche, bensì intimamente legate al mondo reale e ai tranci di scienza. La solitudine dello scienziato può andare bene per romantiche raffigurazioni artistiche ma non certamente per il moderno e rigoroso studioso occidentale. Il rigore scientifico e l’abbraccio a 360 gradi della analisi dei fenomeni economico-finanziari e, quindi, sociologici e giuridici come risvolti fatalmente conseguenziali, li riscontriamo nel saggio di Angelo PalettaGuerra finanziaria. Il mercato vince sempre” (EDUSC).

Paletta segue un tracciato puntuale, persino puntuto, attento, meticoloso, quasi implacabile nel chirurgico uso della strumentazione gnoseologica e della metodologia teorica e pratica. La concatenazione dei fatti, lo snodarsi degli episodi storici e la cronologia antropica lontana e vicina provocano impatti economici e finanziari che, a loro volta, condizionano e influenzano la fenomenologia umana: un fatto o un atto determina una conseguenza che a sua volta muta in causa o concausa in un incessante divenire eracliteo.

L’Autore razionalizza con la lente di ingrandimento della economia fatti di per sé irrazionali o che prescindono dalla volontà umana, prevedibili o imprevedibili, come guerre lontane e recenti, epidemie ed opzioni politiche ed istituzionali.

L’economia e la finanza non sono strumenti neutri, tutt’altro, sono mezzi che possono contribuire in modo parimenti devastante alle armi “classiche” alle guerre (c.d. “guerra ibrida” includente armamenti e eserciti, l’universo Cyber e, appunto, l’economia e la finanza), costituendone l’architettura centrale e la pietra angolare: non cancellano direttamente e visibilmente l’esistenza degli esseri umani ma possono, seppur indirettamente, condurli con pari efficienza alla morte fisica, morale o psichica annientando le fondamenta delle Nazioni cui appartengono.

Angelo Paletta è un chirurgo che con il bisturi incide la superficie del visibile per penetrare nella zona oscura e scandagliare domande e risposte (e se la risposta fosse la domanda?).

La prospettiva è quella di un liberale che offre una sua Weltanschauung: a chi offre altri angoli prospettici, altri punti di fuga, il compito di svellere i ragionamenti portati avanti dall’Autore, indicando altri Zeitenwende scientifici.

E infine: è il diritto che si deve piagare alle regole economiche o è l’economia a doversi genuflettere alla volontà del Legislatore?

A voi lettori l’ardua sentenza.

Fabrizio Giulimondi  

martedì 10 febbraio 2026

"SEND HELP" di SAM RAIMI

 


L’autentico genere horror nasce e muore negli anni ’70 con un prologo negli anni ’60 ed epigoni dagli anni ’80 in poi, epigoni sempre più zuppi di sangue, mutilazioni e truculenza e sempre più scarsi di trama, attese e tremori.

Sam Raimi è un regista cult del genere horror e fantastico e per anni ha abbracciato la Marvel con la produzione su Spider Man.

L’ultimo suo lavoro “Send help” non è certamente un “film di paura” avvicinandosi invero alla filmografia attinta da alcune opere di Stephen King come “Misery non deve morire”.

L’ambientazione su un’isola deserta dopo un tragico incidente aereo risulta essere un buon cocktail fra Robinson Crusoe, “Cast away”, “L’isola del dottor Moreau” e “King Kong”, insieme a tutta la cinematografia avente come set uno spazio misterioso e apparentemente disabitato in mezzo all’oceano, con storie di naufraghi e di abbandono nella solitudine e nell’infinito.

Un po' Adamo ed Eva e un po' “Paredise” “Send Help” si fa vedere, con alcuni tratti trash e qualche comparsata della poetica splatter tarantiniana.

La morale si evidenzia dalla mutazione situazionale della protagonista (Rachel McAdams), da “sfigata” ma geniale dipendente di una grande società americana, sfruttata e denigrata per la sgradevolezza dell’aspetto ed i modi impacciati e maldestri, a dominatrice del proprio “capo” (Dylan O'Brien), incapace, tracotante e molto sleale.

Fabrizio Giulimondi




lunedì 9 febbraio 2026

"PICCOLI FANTASMI" di GREGG DUNNETT (STORM)


Il ricordo che Gale aveva di quell’uomo non era altro che un insieme di dettagli sparsi. La sua rabbia. Gli occhi cattivi e penetranti. Lo strano contrasto fra il giardino anteriore così curato e il degrado e il disordine sul retro. La stanza con i serpenti.”.

Piccoli Fantasmi” di Gregg Dunnett (Storm) è un thriller adrenalitico - carico di suspense e colpi di scena e dotato di una consistente ibridazione parapsicologica - che si legge tutto d’un fiato.

Una bambina di dieci anni e tre mesi, Layla Martin, è stata sequestrata, violentata e poi uccisa due anni prima. Il fratello Gale ha la stessa età. Gale da allora ha molti problemi personali, relazionali e scolastici. Gale ha però un dono che gli altri non hanno: Gale vede e sente la sorella; Gale vede e sente il suo fantasma. Il mondo degli adulti non deve saperlo perché tanto non ci crederebbe: il tentativo con la cugina è stato fallimentare.

I genitori (Rachel e Jon), annientati dal dolore, vogliono sapere a tutti i costi l’identità dell’assassino ma nulla in due anni è uscito fuori, nonostante gli sforzi del pervicace detective Kieran Clarke, che prova un ultimo tentativo: partecipare alla trasmissione televisiva Crimebusters.

La svolta si ha con l’ectoplasmatica Layla e grazie all’amore del fratello Gale il cui affetto è ultraterreno.

Il ritmo è serrato e la concentrazione del lettore non si abbassa mai.

L’Autore disvela le dinamiche terrifiche e torbide dello psicopatico protagonista del romanzo che gode nel dominare le sue vittime, le cui sofferenze e terrore provocano in lui scariche massive di testosterone, ossitocina, dopamina e kisspeptina che, connettendosi con il sistema sinaptico, entrano in circolo e ne fanno esplodere la pazzia criminale. La tortura, l’abuso sessuale, l’eliminazione della libertà, la paura e l’angoscia innalzano la deificazione del “mostro” dandogli sensazioni che null’altro al mondo può fornirgli.

L’invisibile è reale e anche più reale del visibile, ciò che i “grandi” non riescono proprio a comprendere: la chiave di volta la scoprirà l’eterea e impalpabile Layla.

Il finale, simile al famoso film del 1990 di Jerry Zucker “Ghost”, è di grande impatto emozionale, anche se è tutta la trama ad essere punteggiata da sentimenti veri e forti.

Fabrizio Giulimondi  

mercoledì 4 febbraio 2026

“LEADERSHIP GENERAZIONALE DALLA A ALLA GEN Z” (DAVIDE FALLETTA EDITORE) di STEFANO DI BENEDETTO

 


Leadership Generazionale dalla A alla Gen Z” (Davide Falletta Editore) di Stefano Di Benedetto è una intuizione che si è fatta scrittura e, quindi, saggio.

Quattro generazioni che possono e debbono convivere nella stessa unità spazio-temporale, il luogo di lavoro.

Quattro generazioni che si sono sviluppate nel tempo in modo diversificato, modificando anche radicalmente la concezione del lavoro -  visto non più in senso zaloniano -  e dei propri spazi personali.

Quattro generazioni che hanno cambiato la relazione con il mondo esterno grazie all’avvento della rivoluzione digitale e l’irruzione dei social nelle loro esistenze.

Senior (i c.d. Boomer), Millenials, Generazione X e Generazione Z costituiscono l’ossatura di una diversa modalità di percepire la professione e la realtà.

La domanda se siano le diverse dinamiche lavorative e la nuova filosofia che vi sottende ad aver cambiato via via le generazioni, oppure siano quest’ ultime ad aver mutato l’essenza dell’impegno remunerato, è di pari grado al quesito se sia nato prima l’uovo o la gallina, ma certamente Di Benedetto, con la sua nuova fatica letteraria, cerca di dare soluzioni concrete ed appetibili alla massima valorizzazione del contributo che tutte e quattro le generazioni procurano al prodotto finale.

Ogni apporto manuale o intellettuale è necessario e prezioso per la conclusione favorevole di qualsiasi tipologia di esercizio professionale: “Il più grande errore che mi sono reso conto fanno le aziende, è che non ti evidenziano l’importanza e la funzionalità del tuo ruolo. Non ti fanno vedere qual è il tuo reale apporto, piccolo o grande che sia, nel raggiungimento di determinati risultati aziendali. E questo è frustante.” (Bernardo Panichi).

Il libro è costellato di interviste a grandi capi di azienda di primaria importanza nazionale ed internazionale e ai grand commis, in virtù delle quali vengono date chiavi di lettura di particolare interesse, specie nel tentativo di comprendere l’arcano, ossia come far andare d’accordo le quattro generazioni all’interno dello stesso luogo di lavoro.

Il Senior è la bussola e il giovane Millenial, X o Z il maratoneta. Non contano solo le hard skill (le competenze tecniche stricto sensu) ma anche e, talora soprattutto, le soft skill (le capacità analitiche, individuali e relazionali).

Le pagine su cosa siano l’esperienza ed il fallimento sono di grande forza, impegnative ed incisive allo stesso tempo:” L’esperienza si misura nella capacità di apprendere, di leggere per tempo i trend, di adattarsi, di restare curiosi anche dopo vent’anni nello stesso ruolo … Quando l’errore è vissuto come una macchia indelebile, ogni passo rischia di diventare paralisi. Eppure il mercato del lavoro non aspetta. Cambia, spinge, seleziona chi osa. E allora, che fare? Il compito dei leader oggi è ribaltare questa dinamica. Rendere l’errore una parte legittima del percorso, non un incubo da evitare. In un ambiente sicuro, l’errore smette di essere un fallimento e diventa un esperimento.”.

Fabrizio Giulimondi

martedì 3 febbraio 2026

"LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE" di KIRILL SEREBRENNIKOV




La scomparsa di Josef Mengele” del regista russo Kirill Serebrennikov, tratto dall’omonimo romanzo del francese Oliver Guez, è un film in chiaro-scuro come le tinte che dominano la pellicola, con rari sprazzi a colori.

Certamente Serebrennikov poteva osare di più nel far comprendere agli spettatori di quali indicibili orrori si è macchiato l’”Angelo della Morte”, il “Medico di Auschwitz” (interpretato dal “nomade” August Diehl), morbosamente e criminalmente attratto dallo studio dei fratelli gemelli monozigoti, che trattava come “materia inerte”.

Il Regista ha voluto concentrarsi sulla paranoia che avvinghiava Mengele di essere catturato dal Mossad, specie dopo il sequestro di Eichmann nel 1960. Mengele viene raccontato lungo gli anni, dai tempi dei fulgori del nazionalsocialismo sino alla vecchiaia, vissuta da solo, povero, abbandonato e disprezzato anche dal figlio che aveva scoperto chi egli fosse e di quali aberrazioni si era macchiato. Il decesso è stato naturale, cosa che un poco dispiace.

Serebrennikov ha dichiarato che la sua opera vuole essere un vaccino contro futuri orrori: temo che il passato e la cronaca attuale lo abbiano già smentito.

La lingua tedesca, portoghese e spagnola, espressione dei luoghi di fuga del criminale, forniscono un ulteriore tocco di autenticità e veridicità.

Fabrizio Giulmondi





lunedì 2 febbraio 2026

"LA GRAZIA" di PAOLO SORRENTINO

 


Paolo Sorrentino è indubbiamente uno dei più eleganti e raffinati registi del cinema italiano, affermatosi anche sullo scenario internazionale con il Premio Oscar 2014 a “La Grande Bellezza” come Miglior Film Straniero.

La nuova opera “La grazia” conferma certamente l’affascinante linea artistica e creatrice del grande cineasta partenopeo.

Il fido attore Toni Servillo questa volta ricopre le vesti di un Presidente della Repubblica, rigoroso (detto “cemento armato”) e autenticamente cattolico, durante il semestre bianco, affiancato da una figlia fine giurista (anche più del padre), caparbia e sua affettuosa tiranna (Anna Ferzetti).

Entro ambienti quirinalizi maestosi e fascinosi sono cinque i temi intorno ai quali rotea la narrazione: la firma presidenziale ad un disegno di legge governativo sull’eutanasia, due domande di grazia in qualche modo correlate al fine vita, Aurora - l’amata moglie morta otto anni prima -  e il suo presunto tradimento.

Di chi sono i giorni?

Bisogna essere così pervicaci nella ricerca della verità?

Il diritto è prospetticamente vicino o lontano dalla realtà?

Il Ministro della giustizia (Massimo Venturiello) volteggia nelle austere stanze intorno al Presidente, al pari di un rapace che, puntata la preda, cerca di ghermirla.

Di chi sono i giorni? A chi appartengono? Di chi è la vita?

Il Papa è nero (diversamente da “The Young Pope”), con capelli lunghi, orecchino e moto-dotato, ma non fatevi trarre in inganno dall’aspetto: non è un Pontefice progressista, tutt’altro.

L’amore indimenticato e indimenticabile per la moglie Aurora è aurorale.

I simbolismi sorrentiniani si sono ritratti come il mare dalla spiaggia. Non siamo dinanzi a “Youth”, alla “Grande Bellezza” o a “Parthenope”. I simboli sono più rarefatti, meno marcati e meno eccessivi, sicuramente maggiormente comprensibili: il vento gagliardo, il robot-cane che precede il Presidente e la sua scorta, il cavallo morente e sofferente.

La critica d’arte Coco Valori (Milvia Marigliano) punteggia il film con la sua intelligente sofferenza e comicità, mentre le musiche house e tecno ritmano l’incantevole fotografia scenica di Daria D’Antonio.

Rimaniamo in attesa di altri premi nazionali ed internazionali.

Fabrizio Giulimondi  




sabato 31 gennaio 2026

"LE COSE NON DETTE" di GABRIELE MUCCINO

                                



Le cose non dette”, ultima bellissima opera di Gabriele Muccino, si colloca ampiamente nella tradizione cineastica drammatica del Regista romano che, con varie intensità, sfumature e tinte, giganteggia dal 1998 nel cinema italiano. “Le cose non dette” non possiede l’implacabile tragicità di “La ricerca della felicità” (2006) e di “Sette anime” (2008), ma riprende gli spunti artistici, interpretativi e narrativi di “L’ultimo bacio (2001) e di “Baciami ancora” (2010).

La visione destrutturante della famiglia e dei rapporti di coppia incide non con il bisturi ma con il machete sui legami amorosi (o presunti tali) dei protagonisti della storia. Lo sguardo di Muccino - immerso in una luce arabeggiante radiosa e cupa – indugia ad analizzare le dinamiche che governano le vite interiori ed esteriori dei coniugi Carlo (uno Stefano Accorsi che riprende in pieno la mimica disperata e persa nel vuoto di “L’ultimo bacio”) ed Elisa (la bella e dai modi eleganti e raffinati Miriam Leone) e dei coniugi Paolo (un sempre intenso Claudio Santamaria) e Anna (Carolina Crescentini, straordinariamente “fuori di testa”), insieme alla figlia Vittoria (Margherita Pantaleo). Outsider è Blu, amante fragile e pericolosa di Carlo (Beatrice Savigniani).

Il set è Tangeri in Marocco, città intellettuale e bohémien, dove la vacanza delle due famiglie esplode in un finale allo stesso tempo verdiano e shakespeariano. La patologica follia intrisa di cattiveria di Anna devasta la personalità della figlia Vittoria, macera il marito Paolo, imputridisce il rapporto di (pseudo-) amicizia con Carlo ed Elisa. Sono i sentimenti senzapelle di Carlo per Blu a fare da detonatore al coup de théâtre finale: la vita non è forse un concatenarsi di coup de théâtre?

Elisa e Paolo sono anime vere, pulite, sincere, capaci di sentimenti profondi e autentici. Elisa e Paolo sono vittime dei disturbi psichici di Anna e degli impeti brutalmente passionali di Carlo e Blu e putrescenti di Vittoria.

L’alibi, vocabolo gettato apparentemente per caso in mezzo ai dialoghi serrati e ansiogeni, assume una chiave di lettura decisiva.

Fabrizio Giulimondi




giovedì 29 gennaio 2026

“NO OTHER CHOISE” di PARK CHAN-WOOK

 


Con “No other choise” di Park Chan-wook continua l’ascesa del cinema sud-coreano, affermatosi già con “Parasite” di Bong Joon-ho (vincitore nel 2019 della Palma d’oro a Cannes e nel 2020 di sei Premi Oscar, del Golden Globe e del David di Donatello).

No other choise” è un film surreale che rimarca la condizione di iper-capitalismo che vive la società sud-coreana, agli estremi antipodi del feroce sistema comunista nord-coreano: in entrambi i fronti l’essere umano è schiacciato da regole economiche e sociali che ne devastano l’esistenza.

La perdita del lavoro senza alcun paracadute assistenziale può annientare il cittadino sud-coreano, come accade al protagonista della pellicola Man-soo, interpretato da Byung-Hun Lee, che pur di riprendersi la vita agiata che aveva in precedenza e che faceva vivere alla famiglia, accetta di compiere qualunque atto, anche di natura omicidiaria. Man-soo però è un assassino pasticcione, perché in realtà non lo è e quindi si arrabatta contro se stesso, un assassino ambivalente costretto dalle circostanze nonostante se stesso.

È un’opera che mette al centro la paternità - una paternità disposta a tutto per i due figli - e la famiglia. La moglie alla fine è complice del marito e le lezioni di violoncello della figlia ed il suo futuro sono posti in primo piano.

Non secondario è lo scenario post-umano che si prospetta, in cui l’Intelligenza Artificiale si sostituisce ai lavoratori, i robot alle persone e nei luoghi dove prima v’erano uomini e donne ora regna solo il silenzio ritmicamente interrotto dal ronzio artificiale delle macchine. Man-soo, pur di percepire di nuovo il suono della umanità, si mette cuffie che riproducono il vociare rumoroso della presenza lavorativa umana.

Fabrizio Giulimondi




lunedì 26 gennaio 2026

"PRENDIAMOCI UNA PAUSA" di CHRISTIAN MARAZZITI



Prendiamoci una pausa” di Christian Marazziti è una classica commedia all’italiana sull’amore, i problemi di coppia, le separazioni, i divorzi, gli adii, gli allontanamenti e, ovviamente, le “pause di riflessione”.

Non ci troviamo certamente dinanzi ad una commedia italiana degli anni ’50 e ’60 ma ad una ordinaria commedia dei nostri giorni, intrisa di politicamente corretto e di indottrinamento ideologico, dove, guarda caso, le uniche coppie felici e senza problemi sono quelle omosessuali (coppie di uomini, perché le apparizioni lesbiche sono trattate in modo futile e tranchant). Le crisi riguardano anche la propria “liquidità” e mi chiedo se la assunzione di coscienza di non essere gay ma eterosessuale, che ad un certo punto viene esplicitata da un personaggio della storia, non possa offendere il variegato mondo LGBT.

Una pennellata di altri tempi, quasi in bianco e nero, è rappresentata dalla coppia matrimoniale Giallini-Gerini, che si perdono e si ritrovano in un ballo “vecchio stile” durante i festeggiamenti per lo sposalizio della figlia, sposalizio compiuto in Chiesa (mi chiedo se sia poco inclusivo).

Il cast è tutto alla grande insegna del cinema italiano: dai volti noti (i già citati e bravissimi Marco Giallini e Claudia Gerini, Paolo Calabresi, Fabio Volo, Ilenia Pastorelli, Ricky Memphis, Lucia Ocone, Aurora Giovinazzo, Daniela Poggi, Simona Marchini e Alessandro Haber) a quelli meno noti o di nuovo conio come Gianluca Brundo, Jenny De Nucci e Rebecca Coco Edogamhe.

La pellicola, certamente scorrevole, manca di un autentico guizzo narrativo.

Fabrizio Giulimondi






venerdì 26 dicembre 2025

"BUEN CAMINO" di GENNARO NUNZIANTE con CHECCO ZALONE



Il sesto film con Luca Medici in arte Checco ZaloneBuen camino”, diretto dal suo regista storico Gennaro Nunziante (ad eccezione di “Tolo Tolo”), si smarca dal Checco “classico”, inserendo le tradizionali gag scorrette in un contesto maggiormente riflessivo.

La figlia di Checco (Letizia Arnò) intraprende il cammino di Santiago di Compostela come ricerca spirituale per fuggire dal modello di ricchezza esagerata e lusso sfrenato in cui il padre è immerso e che ostenta sfacciatamente.

La vis comica non politicamente corretta propria di Checco Zalone in questa pellicola è depotenziata, diluendosi nel cammino che egli stesso compie e che lo conduce a riavvicinarsi alla figlia abbandonando, così, i vecchi parametri.

Apprezzo gli aspetti religiosi inseriti nel tracciato del film e l’ex voto “molto caro” a Checco offerto alla Madonna affinché la figlia non ceda a orientamenti sessuali innaturali, certamente molto in voga in questa era.

Mi auguro che “Buen camino” abbia più spettatori di “Avatar- Fuoco e cenere” di James Cameron.

Fabrizio Giulimondi





domenica 21 dicembre 2025

“NORIMBERGA” di JAMES VANDERBILT

 


Norimberga” di James Vanderbilt è il terzo film hollywoodiano sullo storico processo (20.11.1945-1.10.1946) - svoltosi nella città tedesca di Norimberga (dove il 15 settembre 1935 fu varata la legislazione antisemita germanica) - che mise alla sbarra ventidue (un ventitreesimo si era suicidato prima del suo inizio e un altro ancora fu giudicato in contumacia) fra i più importanti gerarchi nazisti,  primo fra tutti il Reichsmarschall Hermann Göring, numero due del regime nazionalsocialista, Vice-Cancelliere del Reich e creatore della polizia politica segreta Gestapo.

Le due pellicole precedenti – con molti punti in comune – sono del 1961 (“Vincitori e vinti” di Stanley Kramer) e del 2000 (“Il processo di Norimberga” di Yves Simoneau).

Norimberga” è tratto dal libro del 2013 di Jack El-Hai "The Nazi and the Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of Minds at the End of WWII" e narra nel dettaglio il rapporto creatosi fra Göring (interpretato dal “gladiatore” – questa volta in versione malvagia e luciferina - Russell Crowe) e lo psichiatra che gli fu affiancato durante la detenzione (“Freddie Mercury” Rami Malek).

La icastica locuzione adoperata da Hannah Arendt “la banalità del male” riferita ad Adolf Eichmann, può essere, mutatis mutandis, applicata ad Hermann Göring, il cui fascino sottilmente penetra l’intelletto dello strizzacervelli Douglas Kelley.

La didascalica narrazione cineastica coinvolge e convince lo spettatore, per interpretazione e contenuti, comunicazione verbale e specie non verbale.

Indubbiamente di grande suggestione artistica sono le punteggiature in bianco e nero di pochi secondi che ritraggono il Tribunale internazionale (composto da giudici statunitensi, britannici, francesi e sovietici) in modo estremamente simile alle immagini di repertorio del tempo.

Peccato per due sbavature: una di natura ideologica che vede un insulso attacco – non troppo sotterraneo – a Papa Pio XII; l’altra di ordine storico, collocando le impiccagioni dei dodici condannati a morte il 1° ottobre 1946, mentre sono avvenute la notte fra il 15 e il 16 ottobre 1946, in attuazione delle sentenze emanate la notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1946.

La scena delle impiccagioni (volute al posto delle fucilazioni dai componenti sovietici del Tribunale) è indubbiamente carica di pathos tragico nella loro crudezza e verosimiglianza.

L’interrogativo posto da Göring al “suo” psichiatra, seppur rivolto da un “demonio”, umano solo nelle sue apparenze esteriori, rimane a galleggiare nella sala: con quale “forza morale” chi ha fatto vaporizzare centinaia di migliaia di civili giapponesi a Hiroshima e Nagasaki giudica gli altri? Con quale parametro sono giudicate le camicie brune da chi, come gli stalinisti, adoperano metodi molto simili a quelli hitleriani?

L’opera rifugge la mostrificazione delle Croci Uncinate per evitare di renderle diverse da noi e far pensare ai posteri che è stata una “unica” irruzione della demonologia della storia. È proprio la storia ad insegnare che questi “mostri” sono in mezzo a noi, vivono di noi e con noi, noi possiamo collaborarvi consapevolmente o inconsapevolmente e potremmo esserlo noi stessi senza saperlo, non essendosi ancora verificate le condizioni perché la nostra “monstrità” si palesi.

Il film di James Vanderbilt ci fa riflettere sul se nel recentissimo periodo pandemico non stava avvenendo, con altre forme e modalità, qualche cosa di simile, nell’odio sociale e di Stato nei confronti dei c.d. “No-Vax”.

Un ultimo appunto può essere di interesse degli studiosi di diritto e si collega nel preambolo del film alla figura della Pubblica Accusa rappresentata dal giudice Robert H. Jackson (Mike Shannon): la necessità di individuare la base normativa, giurisprudenziale e dottrinale, unitamente ai principi sovranazionali, su cui costruire gli organi giudicanti e inquirenti insieme alle regole processuali e le prescrizioni sostanziali penali.

Il film, semplice e complesso nello stesso tempo, da vedere e far vedere segnatamente alle scolaresche, ci impone di meditare al di là di schemi precostituiti, costringendoci ad una doverosa e, direi, fatale attualizzazione del racconto.

Fabrizio Giulimondi