venerdì 26 dicembre 2025

"BUEN CAMINO" di GENNARO NUNZIANTE con CHECCO ZALONE



Il sesto film con Luca Medici in arte Checco ZaloneBuen camino”, diretto dal suo regista storico Gennaro Nunziante (ad eccezione di “Tolo Tolo”), si smarca dal Checco “classico”, inserendo le tradizionali gag scorrette in un contesto maggiormente riflessivo.

La figlia di Checco (Letizia Arnò) intraprende il cammino di Santiago di Compostela come ricerca spirituale per fuggire dal modello di ricchezza esagerata e lusso sfrenato in cui il padre è immerso e che ostenta sfacciatamente.

La vis comica non politicamente corretta propria di Checco Zalone in questa pellicola è depotenziata, diluendosi nel cammino che egli stesso compie e che lo conduce a riavvicinarsi alla figlia abbandonando, così, i vecchi parametri.

Apprezzo gli aspetti religiosi inseriti nel tracciato del film e l’ex voto “molto caro” a Checco offerto alla Madonna affinché la figlia non ceda a orientamenti sessuali innaturali, certamente molto in voga in questa era.

Mi auguro che “Buen camino” abbia più spettatori di “Avatar- Fuoco e cenere” di James Cameron.

Fabrizio Giulimondi





domenica 21 dicembre 2025

“NORIMBERGA” di JAMES VANDERBILT

 


Norimberga” di James Vanderbilt è il terzo film hollywoodiano sullo storico processo (20.11.1945-1.10.1946) - svoltosi nella città tedesca di Norimberga (dove il 15 settembre 1935 fu varata la legislazione antisemita germanica) - che mise alla sbarra ventidue (un ventitreesimo si era suicidato prima del suo inizio e un altro ancora fu giudicato in contumacia) fra i più importanti gerarchi nazisti,  primo fra tutti il Reichsmarschall Hermann Göring, numero due del regime nazionalsocialista, Vice-Cancelliere del Reich e creatore della polizia politica segreta Gestapo.

Le due pellicole precedenti – con molti punti in comune – sono del 1961 (“Vincitori e vinti” di Stanley Kramer) e del 2000 (“Il processo di Norimberga” di Yves Simoneau).

Norimberga” è tratto dal libro del 2013 di Jack El-Hai "The Nazi and the Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of Minds at the End of WWII" e narra nel dettaglio il rapporto creatosi fra Göring (interpretato dal “gladiatore” – questa volta in versione malvagia e luciferina - Russell Crowe) e lo psichiatra che gli fu affiancato durante la detenzione (“Freddie Mercury” Rami Malek).

La icastica locuzione adoperata da Hannah Arendt “la banalità del male” riferita ad Adolf Eichmann, può essere, mutatis mutandis, applicata ad Hermann Göring, il cui fascino sottilmente penetra l’intelletto dello strizzacervelli Douglas Kelley.

La didascalica narrazione cineastica coinvolge e convince lo spettatore, per interpretazione e contenuti, comunicazione verbale e specie non verbale.

Indubbiamente di grande suggestione artistica sono le punteggiature in bianco e nero di pochi secondi che ritraggono il Tribunale internazionale (composto da giudici statunitensi, britannici, francesi e sovietici) in modo estremamente simile alle immagini di repertorio del tempo.

Peccato per due sbavature: una di natura ideologica che vede un insulso attacco – non troppo sotterraneo – a Papa Pio XII; l’altra di ordine storico, collocando le impiccagioni dei dodici condannati a morte il 1° ottobre 1946, mentre sono avvenute la notte fra il 15 e il 16 ottobre 1946, in attuazione delle sentenze emanate la notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1946.

La scena delle impiccagioni (volute al posto delle fucilazioni dai componenti sovietici del Tribunale) è indubbiamente carica di pathos tragico nella loro crudezza e verosimiglianza.

L’interrogativo posto da Göring al “suo” psichiatra, seppur rivolto da un “demonio”, umano solo nelle sue apparenze esteriori, rimane a galleggiare nella sala: con quale “forza morale” chi ha fatto vaporizzare centinaia di migliaia di civili giapponesi a Hiroshima e Nagasaki giudica gli altri? Con quale parametro sono giudicate le camicie brune da chi, come gli stalinisti, adoperano metodi molto simili a quelli hitleriani?

L’opera rifugge la mostrificazione delle Croci Uncinate per evitare di renderle diverse da noi e far pensare ai posteri che è stata una “unica” irruzione della demonologia della storia. È proprio la storia ad insegnare che questi “mostri” sono in mezzo a noi, vivono di noi e con noi, noi possiamo collaborarvi consapevolmente o inconsapevolmente e potremmo esserlo noi stessi senza saperlo, non essendosi ancora verificate le condizioni perché la nostra “monstrità” si palesi.

Il film di James Vanderbilt ci fa riflettere sul se nel recentissimo periodo pandemico non stava avvenendo, con altre forme e modalità, qualche cosa di simile, nell’odio sociale e di Stato nei confronti dei c.d. “No-Vax”.

Un ultimo appunto può essere di interesse degli studiosi di diritto e si collega nel preambolo del film alla figura della Pubblica Accusa rappresentata dal giudice Robert H. Jackson (Mike Shannon): la necessità di individuare la base normativa, giurisprudenziale e dottrinale, unitamente ai principi sovranazionali, su cui costruire gli organi giudicanti e inquirenti insieme alle regole processuali e le prescrizioni sostanziali penali.

Il film, semplice e complesso nello stesso tempo, da vedere e far vedere segnatamente alle scolaresche, ci impone di meditare al di là di schemi precostituiti, costringendoci ad una doverosa e, direi, fatale attualizzazione del racconto.

Fabrizio Giulimondi




mercoledì 17 dicembre 2025

“VITA PRIVATA” di REBECCA ZLOTOWSKI



Vita privata” di Rebecca Zlotowski è una pellicola cervellotica e complessa di non facile lettura in cui psichiatria, psicoanalisi, metempsicosi e la complessità dei rapporti fra madre e figli, fra coniugi e fra psichiatra e pazienti si intrecciano in modo arzigogolato e confuso. La indubbia bravura di Jodie Foster nei panni di una psichiatra che non ascolta i propri pazienti, limitandosi a registrarne le sedute, non sblocca la lentezza dello sviluppo narrativo. Il suicidio di una donna seguita dalla Foster (Virginie Efira) costituisce il punto cruciale della storia che porterà ad un cambio di approccio terapeutico e, di rimando, anche esistenziale di Lilian Steiner.

Fabrizio Giulimondi




giovedì 4 dicembre 2025

“IL LEONE CHE È AGNELLO: ALLA RICERCA DELLA VERITÀ CHE SALVA” (LUMEN CORDIUM) di GIOVANNI D'ERCOLE



In a time of universal deceit, telling the truth is a revolutionary act”. Questa frase erroneamente attribuita a George Orwell si addice a pennello alla nuova fatica letteraria del Vescovo Giovanni D’Ercole, “Il leone che è agnello: alla ricerca della verità che salva” (Lumen cordium).

Quid est Veritas? È la domanda che pone Pilato a Gesù.

Pilato è un governatore spietato, dalla crocifissione facile e dai metodi brutali, ma davanti al silenzio d quell’uomo massacrato si sente turbato, spaesato, spiazzato. Pilato percepisce l’innocenza del Cristo ma è terrorizzato dalla folla urlante.

Quid est Veritas?

Pilato è ognuno di noi, assomma in sé l’Umanità molto meglio di Giuda.

Don Giovanni D’Ercole scrive pagine memorabili su Pilato ed il silenzio del Messia. Il lettore sarà spinto a leggerle più volte per assaporarne il significato più segreto e intimo.

Pilato. Il silenzio di Cristo. Quid est Veritas? La mia verità è uguale alla tua? Esiste una sola verità o più verità? O nessuna verità? L’unica verità è nella assenza di verità?

Siamo nell’epoca in cui l’uomo è colpevole, è colpevole di esistere perché egli è la causa primaria dei danni al pianeta e degli orrori di cui la storia è testimone. La natura trasformata in ideologia ambientalista, ecologista e animalista. La scienza idolatrata come neo religione giacobina il cui autentico DNA è lo scientismo. Fare figli danneggia l’ambiente e toglie libertà all’uomo prometeico. L’uomo, dio di se stesso, si autodetermina nella propria essenza antropologica sostituendo alla realtà la percezione di essa.

Nella “Grande Narrazione” immaginata da Klaus Schwab, fondatore del World Economia Forum di Davos, si potrebbe trovare la chiave di lettura di molti accadimenti contemporanei.

Il cristianesimo è posto ai margini della vita politica e sociale probabilmente per colpa degli stessi cristiani, perennemente preoccupati di offendere la sensibilità altrui, specie quella islamica. Sui rapporti fra cristianesimo e islam mons. D’Ercole ci regala passaggi di grande intensità, passaggi irradiati dalla esperienza pastorale personale da lui vissuta in Marocco.

Si anela in Occidente ad una libertà senza argini, dall’aborto alla eutanasia, alla legalizzazione e liberalizzazione di droghe di ogni genere, alle unioni omosessuali e poliamorose, al divorzio sempre più celere, alla maternità surrogata, alla autodeterminazione sessuale di se stessi. Possiamo constatare un Occidente più felice e più pacifico?

Quid est Veritas?

Il terrore di morire nel periodo pandemico ha fatto dimenticare in un sol colpo a molti popoli questa sfrenata pulsione di libertà, facendogli accettare misure di particolare disumanità, a partire dall’abbandono degli anziani nelle RSA, crollati nella depressione e disperazione e fatti morire da soli: la libertà non serviva più, contava solo la salute.

Quid est Veritas? Est vir qui adest!

Una lettura agevole accompagnata da simbologie e allegorie, meditazioni di antichi e attuali grandi pensatori, da Aristotele a Pasolini.

Il cristianesimo messo ai margini perché di ostacolo alla libertà senza orizzonti: siamo più sereni ora?

Ecce homo … Io non trovo in lui colpa alcuna”. E poi Pilato lo ha mandato alla morte in croce.

Il saggio di Giovanni d’Ercole è una riflessione su interrogativi che ci poniamo anche quando sembra che non lo facciamo: “Siamo tutti riuniti sotto la domanda, divisi nelle nostre risposte” (E.E. Schmitt).

Consiglio vivamente la lettura di “Il leone che è agnello”, rara occasione di uscire per qualche ora dalla opprimente cappa in cui siamo immersi.

Fabrizio Giulimondi

domenica 30 novembre 2025

“IL REATO DI PENSARE. OLTRE IL CONFORMISMO, ESERCIZI DI LIBERTÀ” di PAOLO CREPET (MONDADORI)



Occorre sapersi conquistare le cose belle, altrimenti diventiamo collezionisti di mediocrità o, peggio, scartiamo le difficoltà per codardia. Ogni bellezza, senza eccezione alcuna, trasuda fatica.”

Il reato di pensare. Oltre il conformismo, esercizi di libertà” di Paolo Crepet (Mondadori) è una sinfonia della creatività divisa in trentacinque partiture; un arpeggio armonico di idee e riflessioni; una profonda boccata di ossigeno per disinquinare cervelli all’ammasso, menti intossicate dal conformismo, dal Politically Correct e dal Wokimso, intelletti offuscati da una densa cappa orwelliana imposta dal Pensiero Unico.

Il reato di pensare” è un mosaico di parole e immagini, è letteratura espressionista con al centro la riconquista dell’intelligenza, della ricerca di risposte e dell’analisi delle verità sull’obnubilamento e l’imbarbarimento delle coscienze. Saggio scorrevole e di grande interesse, “Il reato di pensare” si apre a qualunque mente, basta che abbia il vivo desiderio di percepire la complessità delle dinamiche del mondo.

Paolo Crepet indica la riscoperta della fatica come metodo di salvazione, rifuggendo la scorciatoia della “comodità” causa della perdita della capacità di pensare da parte di molti, forse troppi: “Anche il pensare porta con sé una forma di dolore, perché è faticoso per antonomasia”.

Pensare, tornare a pensare, tornare alla durezza del pensiero, autentica chiave di lettura del libro e chiave di volta delle nostre esistenze: ”Come ha detto Jorge Luis Borges, ‘non c’è piacere più complesso del pensiero’“.

Riappropriamoci dell’essere discutibili e avversiamo l’indiscutibilità: “Se c’è una cosa che apprezzo in una persona è che sia discutibile, nel senso che faccia discutere per le idee che propone … Che vi siano così pochi uomini e donne discutibili per molti è un sollievo, per me è il segno di un declino culturale”.

La nuova ideologia globalizzante e totalizzante vuole rimuovere dall’essere umano, sin dalla sua infanzia, la possibilità dell’inciampo, tenendolo ogni individuo lontano da ogni rischio di “disallineamento”, qualificando razzista, omofoba o sessista qualsiasi idea non rientrante nel modello costruito dal Grande Fratello. Il nuovo e unico comandamento è una reductio ad unitatem dell’azione cerebrale in modo che nessuno incorra in una presunta sofferenza, così che tutti possano vivere in una grigia mediocrità di massa. La nuova “felicità” è raggiungibile con il semplice inserimento di parole scorrette nel novello “Indice” post-moderno: l’abrogazione delle parole conduce automaticamente e fatalmente l’abolizione dei pensieri pericolosi.

Forse questo è l’obiettivo finale: depotenziare le immagini, le parole, il pensiero”.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 24 novembre 2025

"LA VEDOVA" di JOHN GRISHAM (MONDADORI)

 


John Grisham ha tirato fuori dalla sua fantasmagorica mente artistica un altro impedibile giallo letterario, “La vedova” (Mondadori), che si ascrive indubitabilmente nella grande tradizione della letteratura statunitense.

Il selciato della narrazione è costituito dalla procedura penale a stelle e strisce e certamente i giuristi ne saranno affascinati.

Di grande interesse i costanti richiami ai precedenti giurisprudenziali ma il lettore sarà colpito per come l’Autore affronti con schiettezza la drammaticità degli errori giudiziari e l’illegittimità di non poche detenzioni penitenziarie.

Sanità, aule giudiziarie e galera sono il tessuto connettivo delle vicende che sconvolgono l’esistenza di Simon, un mediocre avvocato civilista, dedito soprattutto al diritto testamentario e fallimentare, padre di tre figli che adora, con un matrimonio collassato alle spalle e una certa qual attrazione per il gioco d’azzardo.

Grisham adopera uno stile morbido, scorrevole e chiaro, capace di spiegare didascalicamente tutti i passaggi che portano uno sventurato alla condanna all’ergastolo o alla pena di morte.

La magistratura giudicante - terza ed equidistante dalla Accusa e dalla Difesa, entrambi avvocati – dall’Autore è vista con maggiore benevolenza rispetto alla figura del procuratore, innamorato delle proprie tesi colpevoliste, anche quando le prove portano a ben altri verdetti.

Biscotti allo zenzero e tallio, una vecchietta tanto adorabile, hacker, un sociopatico in penombra e i meccanismi, talora oscuri e putridi, del mondo forense nella sonnolenta provincia degli States.

Che spreco. Di tempo, di danaro, di emozioni, di vita. Quanta sofferenza inutile. Ci sarebbe stato tanto da dire, però mancava l’energia per farlo”.

Fabrizio Giulimondi

martedì 18 novembre 2025

"IL MAESTRO" di ANDREA DI STEFANO

 


Il maestro” di Andrea Di Stefano è un film forzatamente drammatico che parte certamente da uno spunto interessante, per essere però strutturato e sviluppato in modo scarsamente appagante per un pubblico esigente, specie se un attore del livello di Pierfrancesco Favino - che ricopre le vesti della figura cardine della storia, Raul Gatti - non riesce a dare un valore aggiunto alla pellicola.

Raul Gatti è una vecchia gloria del tennis caduto in disgrazia dopo l’abuso di droghe, alcol e donne.

Felice Milella è un tredicenne (Tiziano Menichelli) a cui il padre Pietro (Giovanni Ludeno) ha fatto credere di essere un potenziale campione del tennis, imponendo alla moglie e all’altra figlia sacrifici immotivati.

Raul diviene il maestro di Felice, due mondi inconciliabili per età, origini familiari e modo di concepire la vita.

Il racconto rotea intorno all’idea che il fallimento faccia parte della vita e vada accettato, comprendendo i propri limiti e l’inutilità del perseguimento di sogni che non hanno alcun aggancio con la realtà.

Ribadisco: l’idea è senza dubbio buona ma il Regista avrebbe dovuto costruirla in maniera diversa, anche perché lo stesso Favino ne esce svilito nella propria indubbia bravura.

Fabrizio Giulimondi



"LA BUGIA DELL'ORCHIDEA" di DONATO CARRISI (LONGANESI)

 


Quella donna aveva un segreto. E il suo segreto è il movente della strage … Non esistono persone senza segreti … Quei segreti finiranno in una tomba insieme a chi li custodisce”.

L’ultimo romanzo thriller del grande Donato CarrisiLa bugia dell’orchidea” (Longanesi) è geniale, semplicemente geniale.

Nazareth. Casolare rosso. Campagna. Fuga dalla città e terre da coltivare. Una famiglia composta da padre, madre e tre figli di 11 anni, 7 anni e 14 mesi.

Lui sgozza gli altri quattro. Non ci sono dubbi, è stato lui, anche perché è zuppo di sangue non suo e confessa.

Questo è quello che dice la cronaca giudiziaria.

Una lettera anonima e una foto che rivela molto, come nel lavoro “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson.

Un profumo dolciastro, fruttato. Lettino e seggiolone. Affresco del buio come i cacciatori del buio. Solletico della creatività.

Sovrapposizione fra realtà e immaginazione, fra fantasia e accaduto realmente, fra Oltretomba e mondo: è più reale l’irreale o è più irreale il reale?

X. Che cosa è questa X?

Paretur ad periculum.

Le dimensioni del polpastrello facevano pensare a una mano piccola”.

Una scrittura diretta, implacabile, ritmata da vicende sempre più avvincenti e misteriche.

Ciò che esiste non sempre è visibile: esiste più l’invisibile del visibile. L’essere umano è un antro nel quale convivono il celestiale ed il luciferino.

Uno stratagemma artistico superlativo.

Salvati.

2005.2015.2025. Dieci anni. Dieci anni. La Famiglia C., Alfredo F, la scrittrice dai multiformi nomi e Bratska Vŭlk: “La malvagità è un batterio che prolifera nella muffa dell’odio e nel rancore stagnante e la cui contagiosità passa attraverso il racconto di certe storie”.

Gli scrittori vedono cose che gli altri non riescono a vedere”.

Fabrizio Giulimondi

sabato 15 novembre 2025

“L’OROLOGIAIO DI BREST” di MAURIZIO DE GIOVANNI (FELTRINELLI)

 


Tredici maggio 1984, ore 11. La vita di Vera cambierà del tutto. La vita di Andrea è già cambiata del tutto ma lo scoprirà solo dopo molti anni.

Lei è la figlia dell’assassinato. Lui il figlio dell’assassino.

L’ultima fatica letteraria di Maurizio de GiovanniL’orologiaio di Brest” (Feltrinelli) impedisce al lettore di interrompere la lettura anche solo per un attimo, perché la trama è come il sofisticato ingranaggio di un orologio pregiato.

Nulla, ma proprio nulla è come appare.

I coup de théâtre si avvinghiano l’uno all’altro in continuazione.

Il 1° febbraio 1985 si avvia la Dottrina Mitterrand.

I personaggi non lo sanno ma le loro esistenze sono legate inscindibilmente l’una all’altra.

Vera e Andrea e Flavia e Maddalena e Bea ed un importantissimo ecclesiastico a capo di una misteriosa Entità immaginifica come quelle di Dan Brown e Carlo-ragazzo dai lunghi capelli e Marcello e Bruno e Marco e Contini.

Nulla, ma proprio nulla è come appare.

La carica narrativa, al pari dell’incedere stilistico e del ritmo emotivo, non abbandonano mai il romanzo.

Siete sicuri di essere quello che dite di essere?

Fabrizio Giulimondi

"ANNA" di e con MONICA GUERRITORE



Film intenso, struggente, malinconico, commovente, a tinte variegate, “Anna”, di e con Monica Guerritore, ripercorre a macchie di leopardo la vita della immensa Anna Magnani, magnificamente interpretata da Monica Guerritore.

Più che la narrazione esistenziale della Magnani, la pellicola racconta le emozioni, i sentimenti, il volto, le “rughe”, gli sguardi della grande attrice romana. Il suo Popolo era quello di Roma: lo stagnaro, il netturbino, il vetturino, il pizzardone, la prostituta, il bottegaio, il fruttivendolo. Sono costoro che le teneva compagnia la notte, lei nottambula incallita. Erano coloro che la vedevano girovagare per le strade vuote, silenziose e incantevoli della Roma degli anni ’40, ’50 e ’60, loro che stavano sotto la finestra di Nannarella mentre moriva.

Palma d’oro a Cannes nel 1946 con “Roma città aperta” di Roberto Rossellini, per il quale provò per tutta la vita una inestinguibile fiamma di amore, un amore tragico e intramontabile.

Premio Oscar nel 1956 per “La rosa tatuata” di Tennessee Williams, che non le portò fortuna.

Una figura drammatica, sofferente, con un figlio poliomielitico lasciato spesso solo in una clinica di lusso.

Anna, sempre insoddisfatta e in contrasto con se stessa, i produttori e i registi.

Romana sanguigna e verace, la Magnani ha incarnato la vera Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini.

Fellini, De Sica, Totò, Carlo Ponti, Moravia, Montanelli, la rinuncia a “La ciociara”, il più fervido mondo culturale e cinematografico italiano.

Poi, il teatro con Zeffirelli e la sua Medea, che incarnava scenicamente il profondo e incessante dolore interiore della Magnani e, con Medea, la morte.

Una parte di Anna Magnani ve la porterete a casa.

Fabrizio Giulimondi  



giovedì 13 novembre 2025

"DI SPALLE A QUESTO MONDO" di WANDA MARASCO (NERI POZZA), VINCITORE DEL PREMIO CAMPIELLO 2025

                               


Vincitore del Premio Campiello 2025, “Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco (Neri Pozza) è un romanzo complesso, certamente non per tutti.

La scrittura, raffinata e lirica, utilizza tutte le gradazioni dei registri linguistici, finanche quello barocco per la ricerca puntuale, talora ossessiva ed estenuante, di vocaboli aulici, obsoleti, rari, in disuso, antiquati, arcaici e dotti, incluse le reiterate invenzioni neologistiche.  La costruzione delle frasi non sempre rende agevole la lettura del romanzo.  Il testo assume un tocco di musicalità grazie al dialetto napoletano che inframezza i periodi.

La storia del conflitto fra garibaldini e borbonici nella Napoli iniziatica ottocentesca assume il ruolo di colonna sonora della narrazione.

Il racconto vortica intorno a Ferdinando, un apprezzato medico, accademico e parlamentare, mentalmente instabile e alla bella consorte russa Olga, costretta a mandare il coniuge in manicomio per i ripetuti comportamenti folli e poi, nella conclusione, a fare altro.

Amore e morte si accoppiano e si nutrono l’uno dell’altro.

La torre non è solo un edificio da cui si osserva dall’alto il mondo e le vicissitudini umane.

La paura è il collante di tutta la storia. È la paura la parola più utilizzata ed è la paura ad essere il motore di ogni azione e decisione dei protagonisti, dei co-protagonisti, degli attori non protagonisti e delle comparse.

Donne e uomini si muovono nelle loro esistenze compulsati da amori tragici, pulsioni di morte e un costante stato di paura.

Amore, morte e paura.

Napoli nasce dalla morte di Partenope, il Vesuvio dal dio romano Vulcano, Ferdinando e Olga si rispecchiano in Orfeo e Euridice.

La zoppia accompagna l’incedere di Olga che si fa carico della psiche malata del marito, estetica del disequilibrio relazionale fra le persone, disarmonia invisibile che muta in sofferenza fisica.

Il romanzo è costituito da una ragnatela di suoni divenuti tratti di penna imprigionanti i personaggi nelle loro debolezze mentali e caratteriali. Ferdinando, Olga e la loro cerchia di amici e conoscenti sono incatenati in se stessi, privi dell’ardire necessario per liberarsi dalla proprie sbarre interiori. Olga al termine capisce e agisce, decisione che il lettore potrebbe non comprendere, costretto alla riflessione nei giorni successivi alla chiusura le libro.

Di spalle a questo mondo” è certamente autentica letteratura italiana.

Fabrizio Giulimondi

"LA VITA VA COSÌ" di RICCARDO MILANI

 


La vita va così” è un bel film di Riccardo Milani anche se ideologicamente orientato. Attori di grande caratura come Diego Abatantuono (ricco, imprenditore edilizio e per giunta di Milano, fatalmente “cattivo”); Aldo Bagio senza Giovanni e Giacomo, che passa da “cattivo”(mentre lavorava per l’impresa edile) a “buono”, quando prende contezza della importanza di lasciare nel godimento della comunità locale una spiaggia paradisiaca nel sud della Sardegna, invece di fornire alla stessa Terra  2500 posti di lavoro, più l’indotto; Virginia Raffaele, figlia e grande sostenitrice del pastore sardo protagonista delle vicende, sarda orgogliosa e verace che ritiene più utile lasciare fratelli, nipoti, amici e compaesani in gravi disagi economici e lavorativi piuttosto che accettare dodici milioni di euro; Geppi Cucciari, giudice sarda che si intrattiene senza alcun problema a dialogare con la parte ricorrente (il pastore sardo) prima di emettere la sentenza (quindi già scritta), si accompagnano ad attori neofiti al pari di Giuseppe Ignazio Loi, vero pastore sardo sino all’età di 84 anni quando è stato scoperto dal regista, interprete di Efisio, ossia Ovidio Marras, realmente esistito, deceduto nel gennaio 2024 e che ha combattuto una battaglia ventennale – vincendola -  contro una grande impresa edilizia che voleva costruire un resort in quella zona.

Efisio è un personaggio straordinario, autentico, granitico, irremovibile nel suo “No!” anche quando per anni si trova non solo tutto il suo paese contro ma anche parte della propria famiglia. Quella straordinaria bellezza naturale non deve essere goduta da pochi e per arricchire taluni ma deve essere a disposizione di tutti.

Il ballo finale che coinvolge l’intero paese e ogni singolo attore al ritmo di armonica è molto molto “acchiappante”.

Una sola domanda conseguente al problema che ricorre per tutta la durata del film, ossia la fuga di giovani e meno giovani dalla Sardegna: ma se è visto come bieco capitalismo l’impresa che porta 2500 cittadini del posto ad essere assunti, oltre l’indotto, quale altra soluzione si può adottare? Sicuri che il “No!” orgoglioso, indomito, coraggioso e carico di dignità di Efisio non nasconda l’egoismo di un vecchio disinteressato alle sofferenze e ai notevoli disagi dei suoi compaesani?

Fabrizio Giulimondi




martedì 11 novembre 2025

"CINQUE SECONDI" di PAOLO VIRZÌ

 


Cinque secondi” di Paolo Virzì artisticamente e contenutisticamente è di altissimo livello. Narrazione e recitazione si abbracciano trascinando lo spettatore in una storia profonda e densa di significati. Ogni fatto raccontato ha più risvolti non esistendo una sola interpretazione, perché la realtà è molto più complessa della superficialità con cui gli occhi talora la guardano.

Valerio Mastandrea nei panni di Adriano è semplicemente straordinario e assomma in sé la tragicità della moltitudine di aspetti che compongono un essere umano, una sofferenza e un dolore che sovrastano anche la sua ex moglie (Ilaria Spada) e che non le fanno vedere ciò che si cela dentro il marito.

Il gruppo di hippie laureati – naturisti e superficiali - avvicinano di nuovo Adriano alla vita dopo essere precipitato in uno stato sociopatico.

Profondamente umano è Adriano che, surclassando l’ideologia che cancella la figura paterna, manifesta la sua paternità non solo con il figlio Matteo ma anche con Matilde (Galatea Bellugi), contessina e capetta, incinta di un “patriarcale” ragazzo dei “figli dei fiori”.

Le dichiarazioni spontanee di Adriano nell’aula del tribunale rapiscono il pubblico, che non è più in sala ma dentro lo schermo.

Sullo sfondo della campagna toscana – a parte la allegra compagnia sessantottina di viticoltori– tutti vivono un dramma personale e la parrucca bionda di Giuliana (Valeria Bruni Tedeschi) nasconde altro come il suo cuore desidera altro.

È un film sui padri in un’epoca storica in cui vengono quotidianamente demoliti.

Il finale appare chiaro, ma in realtà non lo è, perché l’essere umano prima di essere formato di membra costituisce una dimensione spirituale carica di mistero.

Fabrizio Giulimondi






venerdì 31 ottobre 2025

“AVANTI VA IL MONDO” (BOMBIANI, 2024) del PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA 2025 LÁSZLÓ KRASZNAHORKAI

 


László Krasznahorkai, vincitore del Premio Nobel per la letteratura 2025, con la sua opera particolarmente rappresentativa del proprio tocco artistico “Avanti va il mondo” (Bombiani, 2024), traccia le ragioni per le quali è stata vista la sua letteratura dominare su quella degli altri aspiranti al prestigiosissimo riconoscimento.

Allucinatorio, onirico, surreale, ectoplasmatico, vaneggiante, sganciato dalla realtà, una realtà evanescente assorbita nel profluvio di parole incastonate in periodi lunghissimi privi di punti. L’assenza dei punti conferisce alla lettura un ritmo ansiogeno e martellante, togliendo al lettore il respiro e dando vita ad uno stile distonico a quello tradizionalmente adoperato. Come la pittura cubista e astratta ha rotto i canoni stilistici dell’arte figurativa classica, lo scrittore magiaro irrompe nell’ars scribendi deformandone i paradigmi rimodulati non secondo le regole estetiche canoniche, bensì nella volontà di inceppare i meccanismi misteriosi delle emozioni umane.

Le storie narrate non hanno un inizio e non possiedono una fine perché al momento della narrazione esse sono “già incominciate” e non si concludono affatto perché spetta a noi compiere l’attività creativa di individuarne una.

Krasznahorkai costruisce i ventuno racconti intorno ai dettagli più minuti e insignificanti, perché il significato sta nell’insignificanza e nella osservazione di ciò che sfugge alla quotidianità.

Shangai, Varanasi e altre città non possiedono una loro consistenza geografica ma rappresentano soltanto una scenografia che circonda la parola, unica e vera protagonista dell’esercizio letterario: i personaggi, gli spazi, i comportamenti, gli oggetti sono secondari, è la parola e la sua composizione, correlazione e confluenza in altre parole a dominare tutto, è l’irrealtà della parola a primeggiare sulla realtà delle cose.

L’opera letteraria di Krasznahorkai traspone in letteratura le modalità recitative di Carmelo Bene: il suono della parola sovrasta il vociare noioso degli individui. Nell’Amleto di Carmelo Bene il frastuono incalzante della interpretazione teatrale mette in secondo piano le vicende del principe danese.

Non v’è né realtà né irrealtà in quanto il lettore vaga in un terzo genere esistenziale, in un iperuranio letterario.

Una sinfonia scomposta di fonemi, un nuovo modo di concepire la scrittura, lo schema classico che cede il passo ad una destrutturazione della composizione letteraria ridisegnata secondo i dettami dell’anima che ne viene inevitabilmente scossa, come quando si rimane a lungo innanzi ad una figura umana ripensata in modo non umano.

Le assonanze e le dissonanze, le armonie e le distonie dei vocaboli non sono la base delle ventuno storie narrate ma sono le ventuno storie stesse.

Fabrizio Giulimondi

venerdì 17 ottobre 2025

"ESTRANEA" di YAEL VAN DER WOUDEN

 


Estranea” (Garzanti), opera prima della scrittrice olandese Yael Van Der Wouden, è un romanzo pieno di sfaccettature introspettive e risvolti psicologici.

Si possono percepire estranei gli altri ma si può percepire estraneo anche il proprio essere.

Isabel, personaggio tragico e di grande fascino, vede gli altri come estranei (Eva, Neelke e gli stessi fratelli), anche se è Isabel ad essere estranea a se stessa. Chiusa, cupa e abitudinaria, Isabel si identifica con la propria casa, che invero non è sua come non sono sue le posate, i vasi e quei piccoli utensili anonimi che per altri possono possedere un valore affettivo senza misura. Questo romanzo è un reticolato di particolari, di descrizioni di oggetti apparentemente minuti e senza significato, di emozioni e sentimenti silenti e travolgenti allo stesso tempo. La solitudine non è solo una assenza dell’altro, ma è vissuta in “Estranea” come uno stato dell’anima in cui si è soli con se stessi, lontani anche da se stessi, non percependosi più come “persona con cui stare”: Isabel vive una solitudine totalizzante; Vera, invece, è in compagnia con se stessa ma sola in mezzo ai suoi amanti, semplici mezzi per giungere ad un fine cui il passato l’ha costretta.

Isabel è fuoco sotto la cenere, una città che appare grigia e spenta mentre nei suoi tunnel e gallerie esplodono orge di colore e musiche e balli.

Dickens è sotto traccia, corrente elettrica che scuote sommessamente la narrazione, battito cardiaco che fa scorrere il sangue del racconto.

I dialoghi costituiscono l’ossatura del romanzo, dialoghi serrati, tesi, possenti, drammatici. Nulla è cosparso di lievità perché è la tragedia a dipingere ogni traccia del libro, inclusi i passaggi sensuali e sessuali della implosione lesbica. Il passato è ancora presente, perché è un passato terrificante che non può essere certamente dimenticato. La Storia implacabile forgia il presente mutandone il corso: la vita di Isabel cambierà quando saprà. La conoscenza è una eruzione vulcanica, un uragano, un terremoto, un’onda gigantesca ed implacabile.

Isabel si prende sulle spalle il peso del passato e del presente di Eva, un fardello pesante e sconosciuto alla non curanza di Hendrik e alla superficialità di Louiss.

Si può essere colpevoli anche senza sapere, complici quando non si poteva non sapere.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 22 settembre 2025

"LA REGOLA DEL SILENZIO" di OSCAR FARINETTI (BOMPIANI)

 


La regola del silenzio” del Patron di Eataly Oscar Farinetti (Bompiani) è un thriller letterario dove nulla di ciò che appare in realtà corrisponde alla verità. Il romanzo è sviluppato in più fasi: l’antefatto, il processo, la galera e la giustizia che trionfa. Il processo è del racconto il momento topico, la cui narrazione è veramente avvincente sotto l’aspetto delle dinamiche umane fra le parti processuali.

Il protagonista, Ugo Giramonti, ha il difetto di essere compos sui in ogni istante della sua vita, anche quelli più drammatici e sconvolgenti: troppo bravo, troppo buono, troppo saggio, troppo pio….direi irritante.

Il romanzo sarebbe più incisivo con qualche pagina in meno, soffrendo di descrizioni di operazioni bancarie, commerciali e contrattuali di troppo.

Le puntellature letterarie e filosofiche e le citazioni storiche arricchiscono l’architettura del romanzo anche se, talora, l’arpeggio complessivo può risultare in po' borioso, noioso e dissonante.

Fabrizio Giulimondi

domenica 20 luglio 2025

"30 NOTTI CON IL MIO EX" di GUIDO CHIESA

 


Del film “30 notti con il mio ex” di Guido Chiesa non deve trarre in inganno il titolo che può far pensare ad una commediola sanza 'nfamia e sanza lodo. Invece è tutt’altro.

La pellicola fa sorridere e anche ridere inducendo però nello spettatore anche riflessioni nel toccare problemi delicati e non rari.

Edoardo Leo, sempre bravissimo, è il padre di un adolescente (Gloria Harvey) che sta allevando da solo da due anni a causa della malattia mentale della moglie (Micaela Ramazzotti, sempre bravissima). La figlia vede accentuata la normale ribellione della sua età in conseguenza della assenza della madre e per aver assistito in passato a scene dirompenti.

La psichiatra della comunità dove la moglie/madre è stata curata (Anna Bonaiuto) fa sì che quest’ultima rientri in famiglia, con la immensa gioia della figlia e il disappunto (non celato) del marito, che nel frattempo aveva costruito una nuova relazione (Francesca Valtorta).

Lo sviluppo narrativo è intrigante e prende lo spettatore per tutti i 102 minuti di durata.

Gradevolezza, profondità e buona recitazione tengono in piedi una storia utile da godersi.

Fabrizio Giulimondi


                


venerdì 18 luglio 2025

GLI OCCHI NERI DI SUSAN” di JULIA HEABERLIN ((NEWTON COMPTON EDITORI, 2015))

 


La…persona che ha lasciato il biglietto ha distorto, a mo’ di avvertimento, una poesia dal titolo Black-Eyed Susan, la Susan dagli occhi neri, scritta da un poeta del XVIII secolo di nome John Gay. La poesia diceva che Lydia sarebbe morta se io non avessi tenuto la bocca chiusa.”.

Le Susan dagli occhi neri sono particolari tipi di margherite, fiori gialli con i petali arruffati e al centro un bottone scuro simile ad un occhio. La storia raccontata da Julia Heaberlin, “Gli occhi neri di Susan” (Newton Compton editori, 2015), sgorga da questi fiori e in questi fiori muore.

Questo romanzo thriller complesso e non sempre agevolmente intellegibile, forgiato con il fuoco della psichiatria, cela la maschera dietro la maschera…e ancora dietro altre maschere.

Il cervello del lettore non si deve distrarre, snodandosi la narrazione lungo i racconti e le analisi di geochimici forensi, medici legali, anatomopatologi, antropologi forensi, procuratori dell’accusa e avvocati della difesa, raccoglitori e studiosi delle ossa umana, perché le ossa umane spiegano molto della vita e della morte di una persona. Avvincenti i passaggi sul dibattimento del processo al serial killer (sarà lui il colpevole?), sullo strepitus fori e sulla cross examination.

È un libro che indaga la memoria quando per difendersi essa si auto-cancella rendendo cieca Tessie. Laddove il ricordo richiama alla mente una buca dove una ragazzina di 16 anni ancora viva è stata gettata insieme a giovani cadaveri e ossa umane, molte ossa umane, la cecità è l’unica strada percorribile.

Le ossa sono il materiale di cui sono fatti gli accadimenti, scheletri di ragazzine senza nome.

La visione è orrida ed è meglio cancellarla, meglio non vedere.

Chi va al patibolo è colpevole o innocente?

I tempi che cadenzano l’esecuzione capitale ritmano luoghi anonimi senza colore né spazio, evocanti “Dead man walking”, il film diretto nel 1995 da Tim Robbins.

Il Male che si cela dietro l’uomo può essere agghiacciante, senza ostacoli né confini o remore, perché quando è la malattia mentale a farlo fuoriuscire dalle profondità di un individuo, le azioni compiute saranno di rara oscenità.

Fabrizio Giulimondi

lunedì 14 luglio 2025

"IO CHE TI HO VOLUTO COSÌ BENE” di ROBERTA RECCHIA (RIZZOLI)



Era come aver nuotato fino allo stremo, controcorrente, per salvarsi. Però adesso non ne comprendeva il senso. Per la prima volta pensò con distacco a ciò che era stato della sua vita dal pomeriggio delle arancine, scoprendosi improvvisamente estraneo a se stesso. Si frugava nei ricordi e nulla gli apparteneva più: la spensieratezza dell’infanzia, l’amore dei genitori, la complicità di Mizio, la bellezza di Betta, i turbamenti del corpo e la dolcezza di Flavia. Anche il dolore, forse, aveva smesso di appartenergli. Poteva lasciare andare tutto, perché quello era il mondo di Luca Nardulli. E Luca Nardulli neanche esisteva più. Trattenne il fiato, abbandonandosi a quella corrente che lo trascinava a fondo. In un’altra vita.”.

Dopo aver finito di leggere i romanzi di Roberta Recchia le emozioni – emozioni molto forti – permangono a lungo nel cuore del lettore.

Dopo l’opera prima “Tutta la vita che resta”, in “Io che ti ho voluto così bene” (Rizzoli) Roberta Recchia snocciola l’umanità in tutte le sue forme più minuziose.

Non bisogna farsi ingannare dal titolo che potrebbe far incasellare il lavoro nel genere “rosa-smielato”: al pari della sua prima fatica, il secondo scritto dell’Autrice analizza il misterioso dipanarsi dell’animo umano, la cui longitudine va dal ficiniano buio terrifico al biancore angelico.

Il dolore è l’inchiostro del libro che tratteggia il dramma delle vittime collaterali dei crimini, quelle che nessuno prende in considerazione, quelle che tutti disprezzano: i familiari degli autori dei reati, dei carnefici, dei criminali.

Uno stupro e un omicidio strappano le carni, cancellano le esistenze, annullano le anime delle vittime e dei loro parenti. I crimini annientano anche il mondo che gravita intorno al reo.

Io che ti ho voluto così bene” in modo spietatamente chirurgico entra nei meandri della sofferenza del fratello, del padre e della madre di uno stupratore-assassino.

Pagine e pagine di tragica e intensa bellezza dimorano in dialoghi che senza pietà colmano di commozione il lettore, costretto a riflettere su aspetti raramente considerati. I cambiamenti sorgono dai dialoghi. Sono le parole che mutano le decisioni dei protagonisti. Le stesse vite non sono più le stesse dopo scambi di battute autentiche, dure, impietose, tenere, velate dal ricordo, dalla nostalgia, oppure brutali, violente, cariche di odo represso, rabbia incontenibile che ha atteso venti anni ad esplodere.

L’incontro che toglie il fiato fra Luca e Maurizio è l’alba di due nuove esistenze.

La profondità è la cifra di questo libro.

Luca è un moderno eroe ellenico che tutto subisce perché in lui odio e amore albergano indistinti. Luca oppone il proprio petto alle valanghe deflagranti ed ai marosi impetuosi che lo sbattono qua e là come una piantina strappata alle sue radici.

Luca è l’umanità ad un bivio.

I personaggi inverano le mille sfaccettature della coscienza umana: zio Umberto la razionalità e la giustizia; Lilia la disperazione che divelle corpo e spirito; Mara la paura che cancella il raziocinio e porta a compiere feroci ingiustizie: ma Luca accetta il Fato, il Destino.

Un lucore religioso permea la narrazione, un senso di trascendenza e di Provvidenza quasi manzoniana. La famiglia è il luogo dove si custodiscono i patimenti delle persone, si lenisce l’orrore, si ricompongono percorsi travolti dall’imprevedibile. La vita anche dei delinquenti può essere ripresa centimetro per centimetro, sottratta al Male.

Questo è il romanzo sull’abbandono e la solitudine, sulla rassegnazione e la disperazione, sul riscatto e la rivincita.

Il perdono è la stella intorno alla quale roteano le vicissitudini raccontate dalla Recchia: il funerale di Lilia estetizza il perdono. Le ultime pagine galleggiano nell’aria per ore, giorni, e forse più.

La verità è che il perdono e la speranza sono fratelli gemelli.

 Fabrizio Giulimondi