Con “No other choise” di Park Chan-wook continua l’ascesa del
cinema sud-coreano, affermatosi già con “Parasite” di Bong Joon-ho (vincitore
nel 2019 della Palma d’oro a Cannes e nel 2020 di sei Premi Oscar, del Golden Globe
e del David di Donatello).
“No other choise” è un film surreale che rimarca
la condizione di iper-capitalismo che vive la società sud-coreana, agli estremi
antipodi del feroce sistema comunista nord-coreano: in entrambi i fronti l’essere
umano è schiacciato da regole economiche e sociali che ne devastano l’esistenza.
La
perdita del lavoro senza alcun paracadute assistenziale può annientare il
cittadino sud-coreano, come accade al protagonista della pellicola Man-soo,
interpretato da Byung-Hun Lee, che
pur di riprendersi la vita agiata che aveva in precedenza e che faceva vivere
alla famiglia, accetta di compiere qualunque atto, anche di natura omicidiaria.
Man-soo però è un assassino pasticcione, perché in realtà non lo è e quindi si arrabatta
contro se stesso, un assassino ambivalente costretto dalle circostanze
nonostante se stesso.
È un’opera
che mette al centro la paternità - una paternità disposta a tutto per i due
figli - e la famiglia. La moglie alla fine è complice del marito e le lezioni
di violoncello della figlia ed il suo futuro sono posti in primo piano.
Non
secondario è lo scenario post-umano che si prospetta, in cui l’Intelligenza Artificiale si sostituisce ai lavoratori, i robot alle persone e nei luoghi dove prima v’erano
uomini e donne ora regna solo il silenzio ritmicamente interrotto dal ronzio
artificiale delle macchine. Man-soo, pur di percepire di nuovo il suono della
umanità, si mette cuffie che riproducono il vociare rumoroso della presenza
lavorativa umana.
Fabrizio Giulimondi
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